I°
Il fiume faceva un’ansa, proprio lì, e la corrente aveva roso la terra dell’argine, lasciando un poco scoperte le radici del grande albero.
Era un platano certo più che centenario. Il tronco poderoso si alzava come una colonna enorme ed il fogliame si allargava simile alla cupola di un tempio. Ma era una cupola viva di sussurri, di cinguettii, di ombre e di luci, di fremiti d’ali e di palpiti di vento.
“Nannina, basta !”, gridò d’un tratto una voce dalla riva.
“Ancora un attimo, Laura … Un attimo solo …“.
Nell’acqua limpidissima una fanciulla si tuffava, riappariva e fuggiva, sollevando spruzzi scintillanti. L’ombra del fogliame danzava sull’acqua e pareva inseguire la figura guizzante che sempre la sfuggiva.
La testa bruna di Nannina era ad ogni istante nel sole.
“Basta, Nannina! Basta davvero, ora!“.
“Vengo, Lauretta … Ancora un tuffo!“.
Laura si alzò dall’argine e scese, afferrandosi ai cespugli, fino a sfiorare l’acqua. Era esile e bionda, coi lunghi capelli inanellati raccolti in due trecce che le scendevano sulle spalle.
“Si fa tardi, Nannina, e abbiamo ancora tante cosa da preparare. Sii buona ….“.
“Subito, subito … Ma come sei bella, Lauretta ! Se fossi un pittore ti farei un quadro!”.
La ragazza bruna si era avvicinata. I corti capelli appiccicati alla fronte le davano un’aria estremamente giovane. Raggiava di felicità.
“Proprio così, sai”, riprese Nannina ammirata, “e lo chiamerei “La Madonna del fiume.”.
“Pazzerella! Di te, invece, io farei un demonietto tentatore!”.
Un passo frusciò lieve sull’erba dietro di loro, ed una voce dal forte accento straniero, esclamò:
“Oh, no! Diavolo no! Ma -Gioia di vivere-. Ecco, ferma, Nannina. Un minuto …”.
Rapidamente l’uomo prese matita e album e cominciò a ritrarre la fanciulla che rideva, tutta grondante d’acqua.
Laura si era avvicinata e guardava trattenendo il fiato.
Le due amiche conoscevano bene lo straniero per le sue continue scorribande lungo il fiume con fogli e matite, alla ricerca di angoli caratteristici.
Era il tenente Franz Seefeld, che dirigeva il centro-radio tedesco accampato in paese.
Alto, sottile, biondo, un poco femminile nell’aspetto, non pareva fatto per la guerra. Gli occhi chiarissimi, la bocca sorridente, il lieve incarnato del viso lo rendevano simile ad un ragazzo vestitosi, per gioco, da soldato.
Con pochi tratti esperti, Nannina prese forma sull’album col fogliame del platano per cornice e l’acqua iridescente per sfondo.
“Fatto! -Gioia di vivere-. Piace?”.
Nannina era uscita dall’acqua e s’era messa a guardare stupita.
“Meraviglioso, Franz!”.
“ Piace?“ tornò a chiedere l’ufficiale volgendosi a Laura.
“Oh, immensamente!“.
“Immensamente!“ ripeté adagio l’uomo. “Bella parola italiana … Immensamente!”.
Poi, con un ultimo sorriso, ripose il disegno nella cartelletta. Ma Nannina, rapida, lo trattenne.
“Fermo! Ora vogliamo vedere tutti i vostri lavori. Permettete?”.
“Certo. Io -immensamente- felice!”.
Si sedettero sull’erba, al sole, ed egli aprì sulle ginocchia la cartella.
Ad uno ad uno, sui fogli, apparvero volti di bimbi, angoli di Vecchia Strada, scorci del fiume, il platano centenario, uccelli sui rami, pecore e mucche al pascolo.
Le due ragazze si passavano i disegni, ammirate.
Franz, di tanto in tanto, scoppiava in una risata, ricordando episodi legati a questo o a quel disegno.
“Ma Franz,“ esclamò Nannina quand’ebbero finito, “questa è arte, purissima arte!”.
“Oh, no!”, rise l’ufficiale, “no arte! Questo è amore, amore per Italia!”.
Si alzò, imitato dalle due ragazze, allargando le braccia e respirando a pieni polmoni:
“Io amo Italia, è troppo bella! Immensamente bella!“.
Rise di nuovo.
“Ho detto bene, Laura?”.
“Oh, sì.”
“Anche l’anima ha una patria: Italia è patria di mia anima.“.
Il sole si andava nascondendo dietro gli alberi dell’opposta riva, sfiorava le foglie, le orlava d’oro.
Nannina s’accorse di essere ancora tutta bagnata e rabbrividì.
“Vado a cambiarmi, aspettatemi,” e sparì dietro un cespuglio canterellando in sordina.
L’acqua del fiume scivolava via con un sospiro. C’era una gran pace intorno.
“Ricordo Amburgo a questa ora“, disse piano l’uomo“, cosa farà mia madre?”.
“E’ ben triste cosa la guerra, nevvero Franz?”.
Egli non rispose. Il suo sguardo, fisso lontano, non pareva più quello di un fanciullo. Era serio e duro. Laura n’ebbe pena e tenerezza insieme.
Nannina si era nel frattempo rivestita: uscì dal cespuglio col costume bagnato in mano.
“Un momento, amici, lo sciacquo e sono con voi.“.
Scese cantando al fiume e risalì rapidamente.
“Mi sembrate ammutoliti! Franz, domani parto; voglio portarmi via il sole, la gioia, il sorriso. E’ così bella la vita!”.
Sul viso dell’ufficiale sembrava essere calata una maschera.
“Ma che faccia da funerale, amico mio. Ridete, su, via i cattivi pensieri. Ci rivedremo, Franz, l’estate prossima? Chissà …”.
S’erano frattanto avviati lungo il sentiero stretto dell’argine. Le ragazze davanti, l’uomo dietro.
Nannina continuò con voce cantilenante:
“Domani vado a casa … un saluto a mamma, uno a papà e uno a Silvio, naturalmente...“.
Soffocò una risatina e arrossì.
“Poi al lavoro! Milano mi attende!“.
Lo disse con tale aria d’importanza che Laura scoppiò in una risata.
“Che c’è da ridere ? Milano è Milano, non c’è nulla al mondo che l’uguagli … Peccato che ci sia la guerra …”.
Tacque un istante, sospirando.
“Ma la guerra finirà”, assicurò come se la vita del mondo fosse dipesa solo da lei. “E’ così buona cosa la pace! Che ne dite?”.
Franz ascoltava, serio. Si affrettò a rispondere, come si fa coi bambini:
“Certo, Nannina, certo …”.
“Ma che discorsi importanti, ragazzi”, esclamò Laura. ”Guardate, piuttosto, Vecchia Strada si è rimessa a nuovo!”.
Il sole tingeva, infatti, il volto del piccolo paese, alto sulla lieve collina, ed esso spalancava porte e finestre per sorridergli.
“Il tramonto è un grande pittore“, aggiunse Franz, “peccato che non conservi gli schizzi, come faccio io, in una cartella!“.
Il sentiero in ascesa era stretto e ripido. Ma Nannina pareva salire senza appoggiare i piedi al suolo.
“Addio, Vecchia Strada!“, gridò ad un tratto, “anzi , arrivederci ! Porta fortuna, nevvero Franz, dire ‘auf wiedersehen’?”.
Il paese dal romantico nome di Vecchia Strada, consisteva in una contrada sola che partiva dal fiume e si allacciava alla provinciale. L’edificio della scuola era ad un capo e la chiesa all’altro. Il leggero rialzo su cui quest’ultima sorgeva, era quasi a picco sul fiume e andava, poi, dolcemente declinando.
Franz e le due amiche sbucarono sulla via proprio davanti alla chiesetta.
C’era, seduta al sole, una vecchia a sferruzzare, con accanto una bimba dal volto impastricciato.
La donna sollevò il capo sorridendo:
“Riverisco“, disse con gentilezza.
La ragazzina corse ad afferrare la mano di Laura:
“Ciao, maestra.”.
“Che dolcezza d’altri tempi si respira a Vecchia Strada,“ mormorò commossa Nannina. “Pare d’essere fuori dal mondo, qui.”.
“E’ Laura che sa farsi amare”, spiegò Franz.
“Oh, no. E’ il cuore della gente che è profondamente buono. Io lo conosco ormai. E per adattarmi ad esso, ho dovuto diventare un poco più buona anch’io,” rispose la fanciulla arrossendo di piacere.
La contrada era diritta e breve. A sinistra c’erano due ampie cascine dai vasti cortili: due piccoli mondi nel già piccolo mondo. A sera si chiudevano i portoni e uomini e bestie si sentivano in famiglia.
A destra c’era qualche orto, un’osteria, un minuscolo negozio, la scuola con la casa della maestra.
Tutto qui. A Vecchia Strada non c’era altro.
“Eccoci giunti”, disse Nannina quando furono davanti all’edificio scolastico. “Datemi la mano, Franz. Siete stato un caro compagno. Vi auguro buona fortuna, con tutto il cuore.”.
“Auf wiedersehen e buona fortuna a voi! Tanta felicità, Nannina! Partite anche voi, vero, Laura?”.
“Sì, ma tornerò presto. Accompagno soltanto Nannina dai suoi. E’ un viaggio un po’ lungo e non mi fido di questa pazzerella.”.
“Buon viaggio, allora, e tornate presto.”.
Si portò la mano al berretto e salutò militarmente. Poi sorrise e si allontanò.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento