sabato 1 marzo 2008

XV

XV°

Era appena sorta l’alba, quando un batter furioso di pugni sul portoncino della scuola, destò Laura dal sonno.
Una figura scura stava guardando disperatamente verso l’alto.
“Per carità, aprite!”.
“Ma voi, chi siete?”, domandò Laura spaventata.
“Aprite, aprite, per amor di Dio!”.
Era tale il tono della voce dell’uomo, che senza riflettere, s’infilò la vestaglia e scesa a precipizio le scale.
Aprì col batticuore il portoncino e lo sconosciuto scivolò dentro come un fantasma, s’appoggiò alla parete e cominciò ad asciugarsi il sudore che gli gocciolava dalla fronte. Quando la porta fu di nuovo sprangata, Laura si voltò per guardarlo in viso.
Era giovane, stremato e pieno di terrore.
“Che vi succede, posso saperlo”?.
L’uomo si tolse il berretto, lo scosse, si passò le dita tra i capelli che aveva spessi e nerissimi, pettinati all’indietro e leggermente ondulati.
“E’ da ieri che scappo. Mi cercano e dovevo passare il fiume stanotte … non ho fatto in tempo, purtroppo …”.
C’era in tutta la figura di quel ragazzo qualcosa di estremamente indifeso, di terribilmente incerto.
Laura ne ebbe paura, ma sebbene stesse tremando, lo prese per un braccio e lo accompagnò in cucina. Gli accese silenziosamente il fuoco, versò del latte nel pentolino e glielo fece bollire.
Seduto sulla poltrona, con le gambe allungate verso la fiamma, lo sconosciuto seguiva con occhio sfuggente ogni movimento e sussultava ad ogni rumore che all’improvviso Laura faceva.
“Ecco, bevete un po’ di latte. Vi scalderà”.
Gli offrì la tazza e la sua mano tremava. Il forestiero se ne accorse.
“Vi ho fatto paura, vero”?, le chiese con gentilezza, “Ma questa è stata la prima casa che mi sono trovato davanti. Fino al fiume non potevo più arrivare. E’ passata l’ora, ormai. E poi di attraversare il paese non ho avuto il coraggio …”.
“Non pensateci più, ora. Vi aiuterò, se appena posso“.
Mentre egli beveva il suo latte, ella salì per vestirsi. La paura le stava passando e subentrava in lei la decisione di aiutare quel ragazzo, ad ogni costo.
“Ne parlerò a don Angelo”, disse fra sé, “Egli troverà qualcosa che si possa fare …”.
Quando entrò in cucina col suo grembiule nero, già pronta per la scuola, egli stava adocchiando da dietro la tendina, la strada deserta.
“E’ un paese tranquillo, vero?”, le chiese senza voltarsi quando la sentì arrivare.
”Oh, sì”.
“Non viene mai nessuno qua …”.
“Nessuno”, mentì lei.
“Non ci sono tedeschi …”.
“No”.
Solo allora egli tirò un profondo respiro di sollievo e si voltò.
“Dovete perdonarmi: mi chiamo Gianni Argenti”.
E le tese la mano con semplicità.
“Siate il benvenuto. Io sono Laura Landi. Insegno qui a Vecchia Strada da quattro anni.”.
Lentamente il giovane si staccò dalla finestra e tornò a sedersi accanto al fuoco. Laura, senza dir nulla, gettò un’altra bracciata di sterpi sul fuoco e la fiamma si alzò con allegria. Il volto dell’uomo si colorò vivacemente e sulla labbra parve aleggiare un sorriso. Ma fu così fugace, che Laura pensò di essersi sbagliata. Egli chiuse gli occhi e parve volersi addormentare.
Laura, discreta, lo coprì con una coperta di lana. Si aspettava che sorridesse, ma lo strano ospite si era già addormentato.

* * * * *

Le sorprese, quel mattino, non erano però terminate.
Mancava poco più di un’ora all’inizio delle lezioni, quando don Angelo, passando davanti alla finestra, batté con le dita sui vetri.
Laura lo riconobbe e corse ad aprire.
Lo introdusse nell’aula facendogli segno di far piano. Ma il povero prete aveva un’aria così abbattuta, che neppure se ne accorse. Si accasciò su un banco e allargò le braccia.
”Non c’è più … Se n’è andato, se n’è andato come un ladro … senza dirmi una parola … senza avvertirmi …”.
Laura era così presa dal pensiero del suo giovane ospite, che, al momento, non comprese.
“Se ne è andato come un ladro? Ma chi, don Angelo …?.
“Sì. L’altra notte. Io me ne solo accorto solo al mattino, quando sono corso di sopra per dirgli che c’erano i soldati in paese … lui non c’era più … non c’era più niente di suo … L’ho cercato anche in chiesa … E’ sparito senza lasciare traccia!”.
Smise per un attimo, poi riprese:
“I soldati han cercato dappertutto … E’ stata una fortuna, forse. Io non avrei fatto in tempo a difenderlo, credo …”.
Finalmente Laura aveva capito e guardava con gli occhi sbarrati il prete.
Dunque Michele aveva visto giusto!
“Oh!” disse, “io non sapevo nulla. Nessuno mi ha detto che i soldati erano venuti da voi!”.
“Eh, sì, figliola! Non mi hanno fatto del male, s’intende, ma erano sospettosi. Pareva che sapessero. Doveva essere un pezzo grosso il forestiero. Han messo a soqquadro tutto il paese.”.
Gianni Argenti, frattanto, di là doveva essersi svegliato, perché si sentiva che tossiva.
Laura toccò don Angelo sul braccio e gli fece cenno di ascoltare.
“Chi c’è di là? E’ già qui Michele”?.
“No. E’ un fuggiasco. E’ arrivato che io dormivo ancora. Doveva passare il fiume stanotte, ma non ha fatto in tempo. E’ molto giovane.”.
Don Angelo non aspettò che Laura avesse finito di parlare. Si alzò con vivacità, corse alla porta che comunicava con la cucina ed entrò.
Il ragazzo sbarrò in faccia al parroco due occhi atterriti, si afferrò ai braccioli della poltrona, tirò su le gambe pronto a darsi alla fuga.
“Ma no, figliolo, sta tranquillo! Sono un povero prete, non vedi?”.
Lo sguardo del giovane cercò quello di Laura, che gli stava sorridendo.
Subito si calmò. Don Angelo prese una sedia e la portò vicino alla poltrona.
“Dunque, figliolo, ho sentito che avete bisogno di aiuto. Avete qualche programma? C’è qualcosa che possiamo fare”.
Più calmo, il forestiero smise di guardarsi attorno, fissò il fuoco con aria sconsolata e disse:
“Non sono un eroe, io, non lo sono mai stato … ma devo nascondermi o andare in montagna. Mi avevano detto di venire al fiume, il tal giorno, alla tale ora, nel tal posto. Una barca doveva traghettarmi e, una volta di là, qualcuno avrebbe pensato a me. Ma non sono arrivato in tempo …”
“E ora?”, lo incalzò il sacerdote, “Cosa volete fare? Se siete venuto fin qui, dovete aver avuto un buon motivo. Io non vi chiedo quale, non vi domando nulla. Se chiedete aiuto io cerco di darvelo. Cosa volete fare? Volete passare il fiume?”.
“Ormai non mi aspettano più. Se posso preferirei restare, se pensate che sia un luogo sicuro …”.
“Questo non si può mai dire … Ma dopo il trambusto dell’altra notte, speriamo che si possa stare in pace”.
Scosse il capo con tristezza. Pareva essersi fatto, in quei giorni, vecchio e demoralizzato.
“Potrebbe restare qui”, intervenne Laura, “qui non è mai venuto nessuno, mentre lei, don Angelo, ha già avuto i suoi fastidi, non crede?”.
Il prete si fece pensoso. Tentennò il capo, incerto.
“Qui non sono mai venuti, è vero. Ma, scusatemi Laura …”.
S’interruppe confuso. Guardò i due giovani, incerto se continuare o meno.
Tossicchiò, si schiarì la voce e riprese, tutto d’un fiato:
“Ecco, voi siete sola , Laura … siete una ragazza sola, qui … e non sta bene che vi teniate un giovanotto in casa”.
Come sollevato, alzò il capo e sorrise. Laura lo fissò quasi divertita. Il ragazzo girò gli occhi dall’uno all’altra, come se non capisse.
“Ma, don Angelo! Sono ragionamenti da farsi questi? Non dovrebbe nemmeno pensarci, come non ci penso io”.
“Ma immaginate quello che dirà la gente?”
“La gente? Ma non saprà mai nulla la gente! Nessuno deve sapere, reverendo!”.
“Avete ragione … Ma a dormire dove lo metterete”?.
“Qui, sulla poltrona, la stendo e ne posso fare un letto.”
Di nuovo il prete scosse il capo.
“E Michele …?.”.
“Michele è come un cagnolino, povero ragazzo. Sarà muto e cieco se io lo vorrò”.
“Bene, bene … Ma se vengono i soldati, dove lo potrete nascondere?”.
“E perché dovrebbero venire?”
“Chi lo sa … Se ci fosse ancora Franz a Vecchia Strada …”.
L’ombra di Franz entrò così nella stanza. Laura ne vide i biondi capelli appoggiati allo schienale della poltrona, soffici, giovani e pieni di sole. Sentì i suoi azzurrissimi occhi su di sé, mentre la seguivano nella stanza. Il ricordo della dolcezza del suo sorriso quando la guardava, la fece arrossire più del calore della fiamma del camino.
Sospirò profondamente. Anche i sacerdote sospirò.
Il giovane sconosciuto aveva frattanto chinato il capo e socchiuso gli occhi, come quelle fossero cose alle quali non doveva pensare. Gli altri avrebbero pensato e deciso per lui. Non era mai stato un eroe, lo sapeva ed ora era stanco da morire. Era meglio riposare, intanto che poteva.
Quando il prete uscì egli dormiva.
Fuori i bambini cominciavano ad arrivare: si sentivano i loro richiami e le loro grida come ogni giorno. La giornata di marzo era limpida e fresca. Spirava un venticello frizzante che faceva correre, come pecore disperse, le varie nuvolette che infiocchettavano il cielo.
Don Angelo si calcò il tricorno sulla fronte, sprofondò le mani nelle tasche della lunga veste nera, e camminò svelto, scansando i bambini che stavano rincorrendosi.

* * * * *

Michele neppure quel giorno venne a scuola.
Grandi cose erano capitate in casa Monforti e lui non aveva tempo per andare a scuola.
Sua madre, fin da prima dell’alba era andata a scuoterlo nella sua cuccetta, appena su dalla scala.
“Vieni”, gli aveva detto con voce secca, “fai presto”.
Ed egli aveva fatto presto, in un attimo era stato pronto.
La madre, in cucina,teneva già lo scialletto in testa e la sporta infilata al braccio.
“Dove andiamo, ma’?”.
La donna non rispose. Fece solo un gesto con la mano rugosa e scura, come per dire: “Lontano”.
S’incamminarono in fretta e nella strada deserta s’udivano soltanto i loro zoccoli ticchettare sulla terra nuda.
Scesero, accelerando, già dal viottolo che andava all’argine. Passando accanto alle robinie sotto la chiesa, il ragazzo rabbrividì.
“Corri che ti scaldi”, gli disse la madre credendo che avesse freddo.
“No, ma’, non ho freddo”.
I primi raggi del sole saettarono al di sopra dei rami dei pioppi, laggiù, proprio di fronte a loro. Camminarono col rosso del primo sole sul viso, negli occhi, tra i capelli.
L’acqua del fiume di tinse di vermiglio, mutò d’aspetto di minuto in minuto. Fu rossa, dorata, rosa e perlacea, per diventare azzurra e verde e quasi bianca mano a mano che essi lasciavano alle loro spalle il paese.
L’argine, con le sue gobbe erbose, sembrava un grosso serpente sonnacchioso. Seguiva le curve del fiume e qua era nudo ed alto, tutto nel sole, e là ornato di tenere foglie che, dall’alto dei pioppi, punteggiavano di ombre il sentiero.
Madre e figlio camminavano in silenzio. Solo di tanto in tanto Michele imitava il fischio di un uccello e s’attardava un istante per sentire se esso rispondeva. Poi accelerava, raggiungeva la gonna di sua madre che sventagliava tra l’erba rugiadosa con ritmo sempre uguale.
Il sole uscì dalla linea lontana degli alberi, sempre più in fretta. Si scrollò di dosso certe minuscole nuvole bianche, e apparve intero, enorme, sfavillante nel cielo.
Le allodole si alzarono dai prati, cantando. Furono punti neri quasi invisibili nell’oro dell’aria.
“Ho fame, ma’ ”, disse d’un tratto il ragazzo con voce lamentosa.
Senza fermarsi la donna frugò nella sporta che teneva al braccio, ne trasse una fetta di pane scuro e gliela tese.
“Dove andiamo”?, tornò a domandare dopo un po’ Michele.
“Quasi ci siamo. Mangia intanto”.
Il ragazzo cominciò a rosicchiare il pane con energia. Camminava dondolandosi, con le spalle curve e la testa ciondoloni, com’era sua abitudine. Non aveva pensieri, né paure o ansie, anche se i suoi fratelli non erano tornati il giorno prima, neppure per dormire; anche se la mamma aveva pianto vicino al fuoco, anche se i soldati avevano voluto guardare fin sotto i letti, coi fucili in mano, per cercare chissà che cosa.
Ora tutto era finito. Per lui esistevano solo la bella giornata e quel sentiero lungo il fiume che egli percorreva seguendo la madre.
Finalmente spuntò tra gli alberi, giù dall’argine, un po’ più in là, il tetto rosso di una casa.
“Vieni”, disse la donna, “siamo arrivati”.
Scesero balzelloni dal pendio, imboccarono un viottolo polveroso e furono accolti dall’abbaiare di un cane.
“Fermati”, disse la donna senza voltarsi, “il cane può essere slegato”.
Restò ferma anche lei sul viottolo, rigida e nera, fissando la casa.
Ben presto sulla porta della stalla che si apriva sotto un portico ingombro di paglia, apparve un vecchio, con le maniche della camicia rimboccate. Scrutò per qualche istante i visitatori, poi parve riconoscerli. Getto un richiamo al cane, che subito tacque. Fece un cenno alla donna e s’avviò verso la casa.
“Tu fermati qua”, ordinò la madre a Michele. “Siediti e mangia”.
Trasse un altro pezzo di pane dalla sporta e glielo tese. Poi s’accomodò sul capo lo scialletto nero, si passò la mano, lisciandolo, sul grembiule , scosse la polvere dagli zoccoli e si incamminò verso la casa.
Michele rimase tranquillo a sbriciolarsi il pane tra le labbra.
Il sole era salito parecchio nel cielo e l’erba si andava asciugando dalla rugiada della notte.

* * * * *

Agata Monforti rifece la strada del ritorno in assoluto silenzio, seguita dal ragazzo, come da un cane fedele. Non vi era , apparentemente, alcunché di mutato in lei: aveva lo stesso volto rigido e giallo, il fazzoletto nero calato fin sugli occhi, la sottana che sfiorava l’erba con rapidità e la sporta di paglia al braccio. Solo la borsa pareva diversa, meno gonfia, più leggera e la donna la reggeva senza alcuna fatica.
Prima di scendere dall’argine, in vista di Vecchia Strada, prese Michele per mano e gli parlò piano, come se dovesse confidargli un segreto.
“Non dire a nessuno dove siamo stati. A nessuno. Se te lo domandano, rispondi: al mercato, siamo stati al mercato”.
“C’era il mercato, ma’, là giù dall’argine? E cosa hai comprato”?.
“Ho venduto le uova, quella della cova”.
“Va bene, ma’, hai venduto le uova, quella della cova, le hai vendute al mercato”.
La donna lasciò la mano del ragazzo, che arrancò su per il viottolo, sotto la chiesa, a capo basso, lanciano occhiate tra le robinie. Non si scambiarono più una parola fino alla porta di casa.
“Levati gli zoccoli e puliscili con la paglia”, disse la madre.
Anche lei fece altrettanto, poi si tolse il grembiule e lo scialletto, li scosse per bene e disse, a voce alta:
“E’ lunga la strada per andare al mercato. E’ lunga da fare a piedi”.
Alcune contadine, sedute sotto il portico a sbucciar patate o a rammendare, assentirono convinte.
“Meno male che c‘è fresco. Siete andati per il fiume?”.
“Eh, certo! La strada la si accorcia di un bel po’ ”.
“Questo è certo … Se il tempo è buono conviene andare dal fiume …”.
Sul volto di Agata apparve un’ombra di esultanza, che subito scomparve. Le aveva ingannate!
Nessuno doveva sapere che quello sarebbe stato, d’ora innanzi il suo calvario, che per amore dei suoi ragazzi l’avrebbe percorso con qualsiasi tempo, perché essi non si sentissero abbandonati, perché fossero tranquilli nel loro esilio volontario.
Rientrò rapida in casa e, immediatamente, la si udì sfaccendare, poiché s’era fatto tardi e agli uomini bisognava far trovare pronta ogni cosa, quando sarebbero tornati.
Agli uomini …! Il cuore le si strinse di pena.
Erano il suo orgoglio, così alti, forti e belli! Ed ora Renzo e Marco se n’erano andati e a lei non era dato vederli. Se ne stavano nascosti come bestie nelle tane.
Lino e Pedro, invece, a casa dormivano vestiti. la notte, e si voltavano sospettosi ad ogni rumore e lei capiva che anche a loro la terra scottava sotto i piedi. Essi pure se ne sarebbero andati, come cani randagi, senza di che coprirsi, senza mangiare, senza mostrarsi ad alcuno. E lei, la madre, avrebbe dovuto andarli a cercare. Ma avrebbe consegnato ad altri ciò che con amore avrebbe preparato. Da altri avrebbe udito se stavano bene, se non sentivano freddo la sera, se mangiavano abbastanza. Che gran tristezza essere madri in questi tempi!
Così pensava Agata e pareva, a volte , che il cuore le si spezzasse, ma bisognava che gli altri non lo sentissero, povero cuore!
Così anche quella mattina scopò, spolverò, accese il fuoco, vi mise la pentola a bollire, stese la tovaglia sul tavolo come se nulla fosse accaduto.
Gettò una voce a Michele:
“Lavati i piedi, figliolo. Oggi dovrai andare a scuola, lo sai”.
Certo. Era un giorno come tutti gli altri, né più, né meno. La gente non doveva sapere.

* * * * *

Per alcuni giorni tutto fu tranquillo a Vecchia Strada.
Lungo le siepi già metteva i boccioli il biancospino e sul ciglio dei fossi si aprivano le margherite. C’era già anche qualche viola sotto le foglie secche dei cespugli, bastava spostarle e si potevano trovare.
I ragazzi cinguettavano tra i banchi e qualche rondine si era già vista svolare tra le gronde, mentre il sole si faceva di giorno in giorno più tiepido.
Gianni Argenti, l’ospite di Laura, li ascoltava sorridendo, al di là della porta chiusa. Era un buon figliolo, diceva Laura e don Angelo. Non aveva voluto fare il militare ed era fuggito, non sapeva neppure lui perché. Per questo era ricercato.
Don Angelo veniva ogni giorno alla scuola e aveva un tale sguardo preoccupato, mentre girava gli occhi dalla fanciulla al forestiero, che Laura rideva divertita.
Il giorno del giovedì santo, quell’anno cadeva alla fine di marzo.
I ragazzi erano ormai in vacanza, porte e finestre di ogni casa erano spalancate al sole per le pulizie straordinarie della Pasqua e i biancospini, come per incanto, riempivano le siepi di candore.
Laura aveva ricevuto il giorno prima una lunga lettera di Franz che le aveva colmato il cuore di tenerezza. Egli le ripeteva di aver fede, poiché, anche se tutto fosse crollato intorno a loro, il bene che si volevano sarebbe sopravvissuto.
Mentre Laura si accingeva a rispondere, si udivano, fuori, i ragazzi che correvano, a piedi nudi, trascinandosi dietro le lunghe catene nere dei camini. Era un’usanza antica. Forse esisteva già quando il piccolo paese non era che un posto di passaggio tra l’una e l’altra sponda del fiume, quando passavano, scalpitanti sul vecchio acciottolato, i corrieri dei signorotti limitrofi. Allora non c’era che un’osteria, un posto di guardia, l’abitazione del traghettatore e qualche casupola di pastori sparsa tra i campi.
Ma, forse, già da allora i ragazzetti scalzi percorrevano, il giovedì santo, i viottoli polverosi con le catene, nere di fuliggine, legate alla cintura.
Laura a ciò pensava, mentre si apprestava a scrivere a Franz. Anche a lui voleva raccontare la strana usanza.
Quand’ecco, contro l’inferriata, l’ombra di Michele.
“Maestra, me la dai la tua catena?”.
“Certo, Michele! Aspetta un minuto.”
Gianni Argenti salutò il ragazzo col quale aveva già fatto amicizia, poi si alzò per aiutare Laura.
“Michele!” gridò la maestra, “Non importa se le catene sono due”?
“Meglio, maestra! Te le riporto stasera, lucide lucide, vedrai”! I due giovani passarono allora nell’aula deserta. Anche qui c’era, nella parete di fronte alla cattedra, un caminetto minuscolo, che Laura aveva chiuso con un paravento di legno coperto da un foglio di carta a fiori.
La catena venne staccata e Laura la portò, insieme all’altra, al ragazzo che aspettava.
Ogni volta che Argenti metteva piede in quell’aula, si commuoveva fino alle lacrime. Quei cento e cento visetti, tutti i fila, in bell’ordine sulle pareti, egli li conosceva, ormai, uno per uno.
Talvolta si fermava anche a sfogliare i quadernetti degli alunni di Laura e ne leggeva le frasi delicate, affettuose che essi trovavano per i loro compagni di Gorla.
“Mi pare che siano vivi”, disse un giorno.
“Certo! Per tutti noi sono vivi. Non credete, Argenti, che per loro il Signore possa aver creato un paradiso speciale? Con le loro maestre, i loro libri? A me piace pensare, addirittura, che essi lassù tengano dei quadernetti come i nostri e se potessimo sfogliarli, forse, vi troveremmo frasi d’amore e di perdono, proprio come queste dei bambini di Vecchia Strada. Saranno i bambini, questi di quaggiù e quelli di lassù, che insegneranno al mondo una legge nuova … Almeno spero.”
Poi aggiunse, pensosa:
“Bisognerà saper perdonare, però. Molto perdonare e molto amare, amico mio”.
Argenti scuoteva il capo. Certe cose non le capiva. Che occorresse amare tutti, anche i tedeschi che lo mettevano in fuga al loro solo apparire, ecco, questo non lo capiva.
Come richiamato dai malinconici pensieri del giovane, d’un tratto scoppiettò sulla strada un rombar di motori.
Argenti si fece pallido, sbarrò gli occhi in faccia a Laura e balbettò:
“Sono i tedeschi … Mi stanno cercando …”.
Laura si affaccio alla finestra, socchiudendo le imposte leggermente.
Una nuvola di polvere veniva dal crocicchio e sulla strada uno stuolo di galline fuggiva starnazzando verso la campagna.
Non c’era da dubitare. Quelli erano dei soldati. Nessuno aveva motori e macchine così potenti in quell’ultimo anno di guerra.
Si rivolse ad Argenti con la voce incrinata dall’ansia:
“Non abbiate paura, qui alla scuola non sono mai venuti …”.
Ma il ragazzo tremava e si guardava attorno alla ricerca di un posto dove nascondersi.
“Sono chiuse le porte”?
“Certo … certo … Ma ascoltate, sono passati oltre … Andranno al fiume …”.
“Ma possono tornare!”.
“Per forza! C’è solo questa strada!”.
Si sforzava di essere sorridente, scherzosa. Ma dentro era spaventata. Pensava a Michele che le aveva detto due giorni prima: “Maestra, i miei fratelli sono scappati”.
Potevano essere per la campagna, nelle boschine, alla Bicocca, o potevano aver passato il fiume … E se li trovavano, Dio mio ?
Argenti, nel frattempo si era dato, con furia, a sbarrare tutte le finestre.
“Io resto qui, in classe. Se picchiano alla porta mi nascondo. Mi aiuterete, vero? Non mi denuncerete …”.
Le lacrime gli inumidivano gli occhi. Laura si commosse. Gli prese le mani che egli teneva giunte come in preghiera e gliele tenne strette tra le sue.
“Se fossi vostra sorella, Argenti, dubitereste di me?”
“Oh, no!”.
“Ebbene, voi mi siete fratello, il più caro dei fratelli …”.
Egli le lesse in faccia la serietà delle sue parole e, in uno slancio di riconoscenza, le baciò le mani.
“Grazie … perdonate …”.
Insieme tornarono in cucina. Anche qui Laura abbassò le imposte. Riassettò la stanza, cercò intorno
Se vi fossero tracce del passaggio del forestiero, poi spalancò la porta che comunicava con la sua aula. Si sforzava d’essere tranquilla, ma il cuore le batteva forte per l’agitazione.
La lettera per Franz era sul tavolo, appena cominciata. Ella vi si sedette davanti per continuare, ma la mano le pareva di piombo e la penna di fuoco. Allora si appoggiò alla spalliera della sedia e mentalmente cominciò a pregare.
Gianni Argenti, guardando tra le imposte socchiuse era teso e muto, tutt’orecchi per sentire.
Ogni voce, ogni suono, ogni passo gli batteva sui nervi come una frustata. Il suo corpo era come una freccia quando sta per scoccare dall’arco.

* * * * *

Le ore parvero lunghe nella piccola stanza di Laura. Attimi di disperata paura, seguivano a minuti di folle speranza.
Gianni Argenti aveva già percorso la distanza da una finestra all’altra infinite volte. Sudava e rabbrividiva, si accasciava sulla poltrona e balzava in piedi col cuore in gola un attimo dopo.
Laura non aveva potuto resistere in quell’atmosfera d’ansia ed era uscita parecchie volte, scrutando su e giù per la strada deserta.
Le camionette erano laggiù in fondo, vicino alla piazzetta della chiesa. Non si vedeva nessuno sui portoni o nella via. Era già prossimo il tramonto e le siepi dei biancospini si stavano colorando di rosa. Il paese pareva essersi un poco rianimato, qualche voce di bambino risuonava alta, qualche passo pesante di chi tornava dalla campagna, batteva sul marciapiede della scuola.
I due giovani chiusi nella penombra della stanza, sentivano i nervi distendersi.
Quand’ecco, senza preavviso, un battere discreto all’uscio che dava sul cortile. Un rapido intrecciarsi di sguardi, disperato quello dell’uomo, ansioso quello di Laura, un fuggire silenzioso, come uno svolazzar di passeri nel buio. Poi:
“Chi è? Vengo subito”.
La voce di Laura non tremò. Si alzò, smuovendo forte la sedia. Spalancò le imposte che davano sulla via con gesto rapidissimo.
Tre militari, di cui uno italiano, aspettavano davanti alla porta coi moschetti a tracolla.
Parlò l’italiano:
“Ci vorrà scusare, signorina. Abbiamo l’ordine di perlustrare tutta la zona. Vorrà permetterci di dare un’occhiata anche qui …”.
“Oh, qui, nella scuola”?
Sorrise con quanta dolcezza poté.
“Qui non è mai venuto nessuno … Vivo così sola …”.
I tre militari erano nel frattempo entrati e il sorriso di Laura pareva li avesse ammansiti.
“Ci vorrà scusare”, ripeté l’italiano, guardandola con simpatia. “Questo è l’ordine, non abbia timore.”
Laura si trasse da parte. Essi girarono intorno gli sguardi, poi uno dei tedeschi accennò alla scala.
“Prego”, mormorò Laura, “fate pure”. E accese la luce.
Il passo pesante del soldato fece tremare la scaletta di legno.
“E questa porta dove conduce?”, chiese l’italiano indicando l’uscio dell’aula.
“Nella mia scuola”, mormorò in un soffio, “ma ora siamo in vacanza, sapete …”
“Già! Vacanze di pasqua! Bei tempi quando si andava a scuola, signorina! Permette che dia uno sguardo?”.
Laura si appoggiò allo stipite, sentendo, all’improvviso, le gambe tremare.
I soldati passarono davanti a lei e l’italiano si levò il berretto, rispettosamente.
“La scuola è sacra, come una chiesa”, mormorò.
I due tedeschi assentirono e seguirono il suo esempio.
C’era una penombra discreta nell’aula. D’istinto gli occhi di Laura corsero al caminetto.
Respirò di sollievo. Nulla poteva far pensare che là dietro vi fosse una creatura umana.
Subito lo sguardo dei tre uomini si fermò sulla strana teoria di quei volti di bimbi, che sorridevano dalle pareti.
L’italiano si avvicinò, pieno d’interesse per leggere qualche nome e qualche frase.
Immediatamente capì, alzò la testa e guardò fisso Laura:
“Sono i bambini di Gorla? Tutti i bambini del bombardamento di Gorla?”.
Si voltò verso i due tedeschi e parlò con loro fitto fitto. Essi si chinarono verso le piccole fotografie
sillabando forte i loro nomi, le loro giovani età.
Il cuore di Laura batteva all’impazzata. Capì che doveva parlare, parlare, dire qualcosa perché quegli uomini non sentissero il battito del suo cuore e di quell’altro disgraziato nascosto dietro il paravento a fiori.
“Ecco, questa è la mia amica Nannina Silenti. Era maestra a Gorla. Noi, qui a Vecchia Strada, abbiamo vissuto tutta la loro tragedia. I miei scolari hanno scelto un amico, o più di un amico, tra questi che son morti. Ne parlano come se fossero fratelli. Eravamo fuori, sui prati, quando gli apparecchi ci sono passati sul capo per andare a bombardare Milano. Abbiamo sofferto, attimo per attimo, accanto a loro”.
E segnò col dito tremante la lunga sfilata dei bimbi.
“Io sono stata a Gorla. Li ho visti mentre li estraevano dalla macerie, li ho visti sui tavoli di marmo dei cimiteri, nei letti degli ospedali. Ho visto la mia amica abbracciata alla sua scolarina più piccola. E’ stata una cosa tremenda. Per tutta la vita non riuscirò a dimenticare”.
La foga del discorso le faceva tremare la voce. L’ansia, il tormento, l’incertezza delle lunghe ore di quella giornata, ebbero finalmente il sopravvento e Laura scoppiò in singhiozzi, nascondendo il volto tra le mani.
L’ufficiale italiano parlò rapidamente ai due stranieri ed essi assentirono con commossa gravità.
Poi tutti insieme scattarono sull’attenti e salutarono militarmente.
L’ufficiale, con la voce roca per la commozione, disse volgendosi al Laura:
“Le chiedo scusa, a nome pure dei miei camerati. Non volevamo rinnovare in lei tanto dolore. Siamo pieni di ammirazione per ciò che lei sta facendo in questo sperduto paese. Tener vivo il loro ricordo, è tener accesa la fiaccola che, domani, potrà alluminare di nuova luce il mondo. Ci riteniamo fortunati di averla conosciuta, signorina”.
Le tese la mano, con aperta simpatia. Laura gliela strinse con ancora le lacrime sulla guance.
Poi tutti uscirono.
Fuori il paese pareva sorridere: dai comignoli alti e fumanti, dai vecchi muri, dalle siepi profumate, dall’erba lucente sui bordi della via, dagli occhi della gente, veniva a Laura un irresistibile sguardo di allegrezza.
Respirò profondo e lasciò che il sole al tramonto, quel rosso sole della sera, le asciugasse le lacrime che ancora le brillavano tra le ciglia.

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