XII°
La spalla di Michele si rivelò fratturata abbastanza seriamente e il medico consigliò di ricoverarlo per qualche giorno all’ospedale in attesa che venisse approntata l’ingessatura.
La brutta avventura di quella notte non si seppe in paese.
Il fuggiasco venne aiutato a raggiungere la canonica, senza che alcuno se ne accorgesse.
Michele dovette narrare ai fratelli e alla madre in che modo si era conciato così. Ma nessuno lo picchiò, come egli temeva.
Laura accorse al suo letto l’indomani per tempo, inviata da don Angelo. E tutto rimase chiuso come in un cerchio.
La Bicocca era molto lontana e, d’inverno, nessuno aveva bisogno di raggiungerla e se qualcuno, nei giorni precedenti, si era accorto dello strano abitante, trovò certo opportuno dire nulla. Certe cose è meglio ignorarle che saperle.
Solo negli occhi di Franz, Laura leggeva una punta di tristezza, come se soffrisse d’essere lasciato da parte in qualcosa che non riusciva a capire, come se si dubitasse della sua amicizia.
Ogni sera, ormai, egli picchiava ai vetri della stanza di Laura per augurarle la buona notte e qualche volta lei lo faceva entrare.
Stavano allora accanto al fuoco. Godendo ambedue di quel sentimento che pareva stesse nascendo, come un fiore raro, nei loro cuori.
Mancavano pochissimo a natale e Franz ne sentiva profondamente la poesia. Era il quinto natale che passava lontano da sua madre e ancora soffriva come se fosse stato il primo.
Qualche volta i due amici parlavano della guerra: era impossibile ignorarla. Anche a vecchia Strada il suo soffio infuocato arrivava a lambire persone e sentimenti.
“Penso talvolta”, diceva l’ufficiale, “se valga la pena tener fede al proprio giuramento. Tra poco sarà la fine, Laura, e tutti i valori un cui abbiamo creduto, verranno travolti. Che sarà di noi, allora?”.
La fanciulla taceva. Nella sua estrema giovinezza non poteva credere alla fine. Credeva al miracolo lei: u
n giorno si sarebbero svegliati in pace. Tutti si sarebbero stesa la mano. Tutti avrebbero dichiarato: ‘E’ stato solo un brutto sogno, ragazzi’.”
Ma si vergognava a parlarne a Franz.
Ed egli continuava: “La mia patria invasa, contesa, divisa. Noi saremo inseguiti dall’odio di tutti. Da quell’odio che infierisce sempre contro lo sconfitto. I fratelli odieranno i fratelli, anche qui in Italia, Lauretta …”.
Laura rabbrividiva. Franz guardava fisso nel fuoco del camino e il suo volto pareva scavato nel marmo.
Ma poi, d’un tratto, si ribellava:
“Eppure no! Qualcosa dovrà sopravvivere. La fede non potrà mai morire. Sarà come il fuoco che cova sotto la cenere e un giorno divamperà: la fede nell’amore, nella giustizia, nella fratellanza umana. Tanti innocenti non possono esser morti invano!”.
Il pensiero di ambedue correva allora a tutti quei piccoli Martiri, che avevano visti allineati sulle tavole di marmo degli obitori, degli ospedali, dei cimiteri.
“Dio che regola con giustizia le cose del mondo, non fa nulla senza uno scopo. A noi sfugge, ora, il significato di quell’eccidio. Ma a Dio no. Tempo verrà, Laura, in cui gli innocenti saranno posti come simbolo dell’amore”.
Il suo sguardo nel dire ciò, si illuminava, il volto perdeva la fissità fredda del marmo. Lo prendeva come una smania.
“Vorrei essere poeta, Laura, per cantare la bellezza che è nascosta in ogni pensiero, in ogni gesto, in ogni parola dell’uomo quando dà retta alla voce dell’innocenza. Se tutti si lasciassero prendere per mano da un bambino, come sarebbe diverso il mondo!”.
Le ore passavano rapide quand’erano insieme. Laura beveva le sue parole. Una tenerezza nuova le riempiva l’anima. Spesso quand’egli se n’era andato, pronunciava il suo nome sommessamente. E il nome straniero acquistava una dolcezza particolare. Ma subito arrossiva nell’oscurità:
“Fantasie”, diceva tra sé, “tutte fantasie destinate a sparire!”.
Franz se ne sarebbe andato un giorno. Avrebbe ripreso la lunga strada che l’aveva portato a Vecchia Strada. Sarebbero rimasti solo i ricordi.
E si poteva vivere, forse, soltanto di ricordi? Meglio era, allora, non indulgere ai sogni.
Ma, scacciata di giorno, l’immagine dell’uomo tornava col calar delle ombre. Tornava e riempiva di
sé, del suo sorriso, dei suoi azzurrissimi occhi, dei suoi capelli chiari tutto quel mondo segreto che ruba l’anima ogni notte per farla sognare.
La vigilia di natale giunse da santa Maria del colle una lettera del padre di Nannina. Non era la prima che arrivava a Laura e in tutte era stato espresso un timido desiderio, che ora si manifestava apertamente.
“Il posto di Nannina è vuoto. C’è, intorno a noi, una tristezza che non riusciamo a vincere. Perché non vieni, figliola? La nostra casa è grande, tu sei sola al mondo, come siamo soli noi senza Nannina. Finché dura l’inverno, la guerra segnerà una sosta. Non attendere oltre. Saremo almeno insieme, quando tutto sarà finito. Non possiamo pensarti sola.”
Laura mostrò la lettera a Franz senza dir nulla.
Egli la lesse con attenzione. Poi disse:
“Hanno ragione, certo”.
Ma aveva la voce triste.
“Non ci vedremo più, Lauretta”.
La fanciulla ebbe un tuffo al cuore. Dunque anch’egli sentiva il bisogno d’esserle vicino. Alzò gli occhi in viso all’amico e ne incontrò lo sguardo. Arrossì violentemente. Una fiamma pareva ardere nei suoi occhi e quella fiamma l’avvolgeva di tepore.
Chinò il volto e i capelli le fecero velo, nascondendo la sua confusione.
Egli le prese delicatamente una mano tra le sue, l’alzò fino alle labbra e la baciò, con la lievità con cui si tocca un fiore.
“Ti voglio bene, Laura …”.
“Oh, Franz …. “.
Ritirò piano la mano, se la passò sul volto come per una carezza.
Ripeté sommessa: “Oh, Franz …”.
Si alzò, mentre egli la seguiva con lo sguardo.
“Laura, perdonate”.
Ma di che le chiedeva perdono? D’averle detto ciò che il suo cuore aveva sempre atteso?
Lo guardò, senza avere il coraggio di andargli vicino e gli sorrise.
“Grazie, Franz. Vi porterò nel cuore come un dono prezioso …”.
Anch’egli si alzò.
Dio, come era bello contro il riflesso del fuoco! E quell’uomo l’amava, quell’uomo poteva essere suo! Si sentiva così piccola cosa, così insignificante che le venne da piangere.
Egli si accorse del suo turbamento, le andò vicino e le sollevò il viso.
“A che pensate, Lauretta?”.
Ma lei non poteva dirglielo, si sentiva la gola stretta e una ridda di pensieri inutili le stavano danzando tutto intorno.
“E’ triste, vero, volersi bene così?”.
“Oh, no, Franz!”.
Cosa credeva? Nel suo amore lei non pensava al domani. Domani doveva avvenire il miracolo. Si sarebbero svegliati e tutto sarebbe stato diverso. Il mondo non avrebbe più avuto frontiere ed essi avrebbero potuto prendersi per mani e andarsene insieme.
“Laura, chissà se la sorte ci lascerà altri giorni buoni e semplici così. Ci son cose che debbo dirti ora. E tu devi ascoltarmi.”
La trasse accanto a sé, facendola di nuovo sedere, le prese le mani e le tenne tra le sue.
”Qualunque cosa accada, dovremo conservare il ricordo di questo giorno: vigilia di natale 1944. Promettilo, Laura.”
“Lo prometto, Franz.”
“ E’ assurdo far progetti. Siamo due steli d’erba nell’uragano. Chi può badare a noi? Ma le nostre anime si cercheranno sempre. Io sentirò la tua, tu sentirai la mia. Tu sarai il conforto che mi seguirà sul calvario che mi aspetta.”
“Io ti vedrò qui, Franz, con me, nelle sere solitarie, ti cercherò a primavera lungo i viottoli dell’argine, ti invocherò con tutta l’anima …”
“Ed io ti sentirò, Lauretta. Ma se dall’uragano della guerra ci dovessimo salvare, io tornerò, vedrai”.
“Ti credo, Franz. Ti aspetterò”.
Nella povera stanza quella promessa prese la solennità di un giuramento. Ora potevano vivere, soffrire, potevano crollare imperi, distruggersi ideali, spegnersi i sogni. Ma le loro giovinezze sarebbero sopravvissute, per attendersi. Finché c’era amore, c’era vita , Signore! C’era speranza in un mondo nuovo, che con le loro stesse mani avrebbero costruito, lieve come i loro sogni, buono come i loro cuori.
* * * * *
Il giorno di natale tornò Michele dall’ospedale, piuttosto fiero della sua spalla ingessata. Marco e Renzo erano andati a prenderlo col calesse.
Appena tornati si chiusero in casa, sospettosi. Tutta la famiglia sedette attorno al tavolo, su cui la madre aveva steso una tovaglia, la migliore della sua dote di tanti anni prima, ancora profumata di spigo e di mele cotogne.
Anche don Angelo fece preparare la sua modesta mensa natalizia con maggiore solennità per far festa allo sconosciuto della Bicocca.
Dopo una accurata visita medica, tenuta assolutamente nascosta a tutti, ed una adeguata assistenza, l’uomo aveva superato la fase più critica della malattia. Ma il suo volto pallido e scarno pareva ancora divorato da un male ignoto e gli occhi febbrili non avevano ancora ritrovato la fiducia nella
vita. Egli aveva sempre l’espressione di uno che ascolta, col fiato sospeso, l’eco di un passo, il fruscio di una fronda, il mormorio di una parola.
Invano don Angelo gli sorrideva, gli teneva compagnia, gli faceva coraggio. Lo sconosciuto, che non aveva ancora rivelato nemmeno il suo nome, lo seguiva sospettoso con lo sguardo in ogni suo movimento e lo ascoltava rispondendogli a monosillabi. Passava le sue giornate disteso sul lettuccio di ferro, nella stanza linda e minuscola, che guardava nel cortiletto della canonica e, oltre quello, al di là di un fitto groviglio di robinie, all’ampia distesa che digradava fino al fiume.
Nelle giornate limpide l’occhio poteva spaziare fino alla corona delle Alpi. Esse si alzavano laggiù, incappucciate di bianco e d’azzurro, come a delimitare un mondo. E là si volgevano gli occhi del fuggiasco, con insistenza. Il prete, quando lo scopriva così assorto, gli metteva una mano sulla spalla e gli diceva:
“C’è qualcosa che vi turba? C’è qualcuno che vorreste avvertire? Potrei fare qualcosa per voi?”.
Ma egli lo guardava con occhi ostili e diffidenti. Scuoteva il capo e si rimetteva in ascolto, attento, teso, ansioso, come se da un momento all’altro si attendesse il tradimento.
Il pranzo di natale don Angelo aveva voluto consumarlo nella stanzetta dell’ospite. Egli non era ancora in grado di alzarsi, sebbene il medico glielo avesse permesso. Si sentiva troppo debole.
Il tavolo, perciò, venne avvicinato al letto.
Era un buon pranzo, almeno così pareva al semplice cuore del prete e della sua vecchia domestica, con agnolotti in brodo di pollo, arrosto e panettone: un panettone fatto in casa, si sa, di quelli che le donne di campagna fanno cuocere al forno, un panettone di guerra con un minimo di zucchero e una miseria di burro. Ma le uova c’erano e come! E anche la farina più bianca, un fior di farina, veramente!
Così andava borbottando la domestica, mentre ciabattava qua e là nella stanza per servire l’ammalato che non voleva mangiare. Egli, infatti, assaggiava appena, come un passero che becca di sfuggita.
Don Angelo non gustò quel pranzo. Aveva un groppo alla gola e il cibo gli si fermava lì e gli metteva voglia di piangere.
Laura invitò Franz e i due austriaci del posto-radio alla sua mensa. Era la prima volta che i due uomini taciturni entravano in una casa di Vecchia Strada. Sebbene fossero in paese da parecchi mesi, nessuno li aveva mai visti rivolgere la parola ad alcuno. Della lingua italiana conoscevano solo qualche rara espressione delle più comuni. Ma non era per questo che se stavano appartati.
Essi avevano un mondo segreto, lontano, oltre la cerchia delle Alpi. Di quelle Alpi che sembravano lì a due passi, ma che erano inaccessibili per loro. Avevano ricordi, nostalgie, tristezze che essi soli conoscevano e di cui parlavano talvolta in quella loro lingua sconosciuta, mentre se ne stavano appoggiati con la schiena alla baracca.
Invitandoli , Laura aveva interpretato un desiderio segreto di Franz, che voleva bene ai suoi uomini e pativa nel vederli tanto estranei ad ogni manifestazione di simpatia.
Al desco natalizio della giovane insegnante non c’erano molte raffinatezze, nè abbondanza di cibo. Ma il fuoco era alto nel camino e metteva allegria. Alcuni rami di agrifoglio ed un mazzetto di vischio mettevano una nota festosa sulla tovaglia candida.
Un bel ramo di abete era adornato di stelle di carta dorata e da esso pendevano tre pacchetti legati con un nastro rosso. Contenevano le sorprese per i tre ospiti. Laura li accolse sulla porta.
“Ero sola”, disse, “grazie per essere venuti!”.
Non potendo abbandonare il posto-radio, si accordarono che si sarebbero assentati a turno, portando il piatto nella baracca. Ma il sorriso di Laura li avrebbe seguiti.
Quello fu un natale sereno per tutti.
Verso la fine del pranzo arrivò Michele con la faccia mezza nascosta dietro un mazzo di fiori profumati: erano rami di calicantus, di cui esisteva un grosso cespuglio nel giardino del padrone.
Erano gli unici fiori dell’inverno, non ce n’erano altri, ma erano belli. Michele li aveva colti di nascosto, nessuno l’aveva visto. In cascina erano, certamente, ancora tutti a tavola.
Appena entrato da Laura disse:
“Maestra, mi dai la chiave?”.
“Dove vuoi andare, Michele?”.
“Oh, bella! Vado nella scuola. Ci hai pensato tu ai bambini?”.
Era un po’ corrucciato, forse impermalito, nel vedere che Laura era felice senza di lui.
Prese la chiave e uscì dalla stanza lasciando una scia profumata dietro di sé. Laura e i tre uomini lo guardavano commossi.
Michele entrò nell’aula fredda e deserta e andò dritto dai suoi due amici, che parevano attenderlo, e li baciò. Mise l’acqua in un vaso che stava sulla cattedra e vi depose i calicantus, faticando un po’ per il suo braccio ingessato. Poi tornò nella cucina e disse, volgendosi a Laura:
“Ora sì che sono contenti” e guardò la maestra con un’aria di tacito rimprovero, come per dire:
“Eri tu, maestra, che dovevi pensarci, io sono malato”.
Poi, serio com’era venuto, fece l’atto di uscire.
“Via, Michele, fermati con noi. E’ natale, oggi …”.
Come se non avesse atteso che quelle parole per rasserenarsi, il ragazzo subito sorrise e si sedette sul gradino del focolare.
Fuori, intanto, il cielo rimasto limpido per tutto il mattino, si era andato appannando.
Quando il gruppo di amici si sciolse, tutti con l’animo più sereno, un leggero velo di nuvole trasparenti velava l’azzurro e rendeva il piccolo mondo di Vecchia Strada ancor più raccolto e solitario, l’aria si era fatta frizzante e la terra cominciava ad indurirsi per il gelo incipiente.
* * * * *
Due giorni dopo il natale giunse per Franz l’ordine della partenza. Il posto-radio doveva spostarsi più a nord. Il tenente lo presagiva da tempo, ma non aveva mai voluto parlarne né a Laura, né a don Angelo. Si era, però, già preparato spiritualmente alla separazione. Ogni giorno si era staccato un poco di più dal piccolo paese, dal tepore delle amicizie, dal tesoro d’amore che andava scoprendo in Laura.
Aveva, in quegli ultimi giorni di sole, ripercorso ogni viottolo, rivisto ogni angolo, salutato tutto l’argine già spoglio e, ad ogni passo, si era trovato di fronte a tanti ricordi. Qui usava fermarsi per ritrarre il paese, alto sulla piccola collina; qui aveva visto Laura e Nannina la prima volta; più avanti c’era un nido di usignoli, che egli aveva scoperto appena giunto a Vecchia Strada e che ogni sera sentiva cantare. Là la chiesa, con la cappella del santo incompleta, là l’altare presso il quale avevano pregato insieme, lui e il prete amico, il giorno del bombardamento di Gorla.
Qui c’era la stradetta diritta, con l’erba tra i sassi, coi prati in dolce pendio verso il piccolo cimitero.
Egli sapeva che quando fosse giunto l’ordine, sarebbe stato improvviso ed urgente. Non sarebbe rimasto il tempo per rivedere tutto.
Solo Laura avrebbe voluto, allora, stringere al cuore. Lei soltanto avrebbe guardato per l’ultima volta: la sua figuretta sottile, i suoi dorati capelli sciolti sulle spalle, i suoi occhi profondi, che per tanto tempo gli avevano nascosto l’amore.
Addio vecchio piccolo mondo, saggio della saggezza d’intere generazioni, semplice come l’acqua del fiume che va per la sua strada da secoli e non ha incertezze!
Addio giornate lunghe di sole, in cui l’alba sorgeva rosea tra una frenesia di passeri ciarlieri!
Addio tramonti incandescenti dalle pennellate di fiamma, dilaganti all’infinito in un cielo vasto come il mare!
Egli non avrebbe atteso il ritorno delle rondini, né più le avrebbe ammirate mentre intrecciavano i loro voli intorno al campanile, né mentre si bagnavano il petto chiaro nell’acqua verde del fiume.
Chissà dove lo voleva il destino!
L’ordine di partire era urgente. Chi comanda in tempo di guerra pensa che un soldato non abbia bagagli da preparare, oltre allo zaino e alla cassetta delle munizioni. Non immagina, chi comanda, che egli ha pure un cuore carico di affetti, di sogni, di rimpianti. E non si può chiuderlo così, con due cinghie di cuoio e gettarselo sulle spalle per portarselo dietro nel caso che occorra.
Il cuore è vivo, freme, piange, urla come un ragazzino. E non valgono le parole dure per farlo tacere. Tanto vale, quindi, lasciarlo piangere finché non si addormenti. Poi si potrà partire.
Anche Franz fece così. Lasciò piangere il suo cuore, fuori dalla baracca, mentre il vento freddo gli rubava le lacrime dal viso quasi con rabbia.
I suoi uomini, intanto, affardellavano carte e registri, li chiudevano a chiave nelle cassette di legno e si accingevano a smontare, pezzo per pezzo la baracca sotto il gelso centenario. Tra poco non ci sarebbe stato più nulla.
Franz si tirò allora il berretto sugli occhi, si rialzò il bavero del cappotto e attraversò la piazzetta per dire addio a Laura.
* * * * *
La macchina dei tedeschi partì che si faceva notte.
Alcuni fiocchetti di neve, i primi della stagione, danzavano pigramente nell’aria contro il chiarore bluastro delle rare lampade oscurate. Laura era chiusa in casa col capo stretto tra le braccia, sprofondata nella poltrona. Non voleva sentire la camionetta che si metteva in moto.
“Resta così,” le aveva detto Franz, “non uscire, non affacciarti. Ti voglio pensare soltanto così!”.
Ed ella obbediva. Il suo amore si era nutrito di silenzio per tanti mesi; avrebbe continuato nello stesso modo ad amare in solitudine, ad inseguire soltanto le fantasie del suo cuore. Sempre così, fino al giorno in cui tutto sarebbe finito, in cui le frontiere avrebbero cessato di esistere. Allora Franz sarebbe tornato e tutto sarebbe stato bellissimo.
La macchina si allontanava.
Il lieve chiarore del fanalino di coda punteggiò l’oscurità col tremore di una grossa lucciola che si smarriva tra i fiocchi di neve.
Sull’angolo della scuola, avvolti nei lunghi mantelli neri, coi piedi negli zoccoli di legno e i cappelli a larghe tese calati sugli occhi, stavano alcuni uomini. Pochi in verità. Gli altri non avevano ritenuto necessario scomodarsi uscendo di casa.
I tedeschi se ne andavano: amici? nemici?
Chissà! Non potevano certo dirlo loro, i contadini di vecchia Strada. Era stato come non averli avuti nella baracca sotto il gelso, tanto la loro vita si era svolta tranquilla. E il tenente, così biondo e così giovane, bisognava riconoscerlo, non era cattivo. Alla pistola preferiva la matita per i suoi eterni disegni. Ed era più abituato a tendere l’orecchio al canto di un usignolo, piuttosto che alle chiacchiere della gente.
Quando il fanalino non si vide più, né più si udì il rombo del motore, gli uomini fermi all’angolo si scossero.
La neve scendeva, mano a mano più spessa. Enormi farfalle bianche danzavano attorno al lampione schermato.
“Mah! Anche questa è finita …“, disse uno scuotendo il mantello.
“Questo non era cattivo. Forse abbiamo perso un amico”.
“Ne verranno altri, forse a primavera”.
“Così è la vita! Che il Signore ce la mandi buona …”.
E tutti insieme si mossero verso casa.
La gente contadina ha una sua particolare filosofia, fatta di saggezza e di fede. Ci si scrolla di dosso la neve, si scuote il capo e i pensieri di ieri sono già dietro le spalle. L’anima è sgombra, pronta a ricevere quelli che verranno domani. E’ inutile illudersi: ogni giorno ha la sua pena. Da millenni è così, non bisogna mai aspettarsi troppo dalla vita.
Nel gruppo che si allontanava c’era anche Michele.
Era stato l’unico ad avvicinarsi alla camionetta che già aveva il motore acceso.
“Ciao, tenente!”, gli aveva gridato infilandosi nel finestrino, “Torna ancora!”.
Franz si era commosso e l’aveva baciato sulla grossa testa irsuta.
Ora il ragazzo si staccava a fatica dall’angolo della scuola, avrebbe voluto entrare da Laura a farle compagnia.
Ma un vecchio che gli stava accanto lo prese per un braccio dicendo:
“Cammina, Michele. La maestra sta meglio da sola, ora”.
“Già”, aggiunse un altro. “Poveretta …”.
Poi il gruppo si sciolse nella strada solitaria. I portoni grandi e neri inghiottirono gli uomini e tutto, nella strada, tacque.
La neve, padrona incontrastata, continuò il suo pazzo ballo attorno ai lampioni e, dov’era nero, fece bianco, dov’era vecchiezza e lordura portò bellezza e candore.
Là dove era stata la baracca, sotto il grande gelso nudo, la neve passò come una spugna cancellando i ricordi.
Soltanto nel cuore di Laura essa non poteva far nulla. Nessuno al mondo avrebbe potuto far nulla!
sabato 1 marzo 2008
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