sabato 1 marzo 2008

XI

XI°

La cucina dei Monforti si apriva sotto il portico, proprio accanto al portone della cascina.
Era una stanza ampia, scura e fredda.
Di fronte alla porta d’ingresso, contro la parete, stava la scala che portava al piano superiore. I primi tre gradini erano in muratura, con le rosse pietre scavate là dove il piede s’appoggiava da decine e decine di anni, da generazioni e generazioni, sempre con gli stessi zoccoli di legno e le stesse scarpe coi chiodi. Poi si alzava la scala di legno, rustica, stretta, ripida. Un passamano coperto dalla patina lucida per l’uso, avrebbe potuto narrare quante mani vi si erano appoggiate. Aveva sentito i calli duri dei vecchi, la stretta affannosa di malati, la palma tenera dei bimbi e l’ardito tocco dei giovani.
In un angolo della stanza stavano ammucchiati, gli uni sugli altri, alcuni sacchi di granoturco.
Due minuscole finestre guardavano rispettivamente nel cortile e sulla via. Avevano solide inferriate arrugginite e le imposte erano corrose dalla pioggia e dai venti.
Quasi tutta la parete accanto alla porta era occupata dal camino, che era enorme. La sua cappa nera pareva perdersi in una immensità sconosciuta. Il gradino che gli stava attorno, portava esso pure il segno degli anni. Là dove la madre appoggiava il ginocchio quando gettava la farina nell’acqua bollente del paiolo di rame, c’era una cunetta che pareva fatta apposta: conservava l’impronta di
chissà quante altre donne, tutte severe, taciturne e dure come Agata Monforti, la mamma di Michele.
Tutto intorno alle pareti stava una decina di sedie ed al centro un grosso tavolo dalle robuste gambe tornite. Il soffitto aveva le travi nere di fumo.
In questa grande stanza alla quale le finestre non davano mai luce a sufficienza, passava le sue giornate, quasi sempre solitarie, la mamma di Michele.
Il marito era sempre stato un uomo di poche parole. Invecchiando s’era fatto quasi completamente sordo e non conosceva altra soddisfazione che fumarsi la pipa nella stalla, ora che faceva freddo, o davanti alla porta di casa, sotto il portico, durante l’estate.
Il padrone non lo faceva più lavorare nei campi, dava solo una mano, qua e là, in cascina, rompeva la legna, guardava le bestie quando andavano ad abbeverarsi alla vasca della fontana e puliva il portico con la lunga scopa di saggina.
Dei suoi cinque figli solo Michele aveva dato delle preoccupazioni. Gli altri erano cresciuti, si può dire, da soli. Come spesso avviene in campagna, i ragazzi stavano in casa solo per dormire e per ingoiare enormi scodelle di riso o di pasta, che la madre faceva con uova e farina una volta la settimana. Purché stessero bene in salute, si lavassero i piedi alla pompa in cortile prima di coricarsi e si cambiassero la biancheria alla domenica, prima di andare a messa, per il resto potevano fare ciò che volevano. Giunti ad una età decente, tutti i ragazzi di campagna, infatti, imparavano a sbrigarsi da sé.
Per le cose dell’anima c’era il prete, per quelle della mente, ammesso che importassero molto, c’era la maestra e per imparare a vivere c’era la natura.
Così ora i quattro giovanotti Monforti, taciturni come la madre e solidi come quercioli, in casa non davano proprio problemi. All’ora del pranzo affondavano il capo nelle scodelle e non si lamentavano mai. Alla sera, quando non andavano nella stalla con gli uomini della cascina, se ne stavano accanto al fuoco. Ciò avveniva di rado, ma quelle erano per la madre e per Michele le serate migliori.
Se c’erano gli uomini in casa, a letto si andava più tardi e nel camino il fuoco scoppiettava più allegro. Di legna ce n’era in abbondanza, ma non valeva la pena consumarla quando nessuno stava a godersi la fiamma. La madre, quando i figli sedevano attorno al focolare, non stava mai accanto a loro. Si metteva a sferruzzare e stava al tavolo, sotto la lampada. La sua faccia gialla e rugosa, coi capelli tirati su, fino alla sommità del capo in una crocchia piccola e grigia, non manifestava alcuna emozione. Le sue mani si muovevano senza sosta facendo ticchettare i ferri. Le lunghe gonne scure toglievano ogni delicatezza femminile al suo corpo. Chissà se era stata bella Agata Monforti in gioventù!
Seduta dietro ai figli, ne udiva il discorrere pacato, ma non interveniva quasi mai, a meno che la interrogassero. E non certamente per un senso di inferiorità della donna verso l’uomo, come spesso avveniva in campagna, ma per una profonda convinzione che le faceva dire:
“Io e il mio uomo abbiamo risolto i nostri problemi a suo tempo, è bene che ora i figli imparino a fare da sé”.
Michele, se i fratelli restavano in casa, prendeva posto sulla panchetta a lato del camino, l’avvicinava un poco di più alla fiamma e vi si coricava. Non era raro che si addormentasse, ma, finché poteva, tendeva l’orecchio ai loro discorsi e di tanto in tanto interveniva con domande. Il più delle volte i fratelli ridevano, invece di rispondere, ma senza cattiveria, anzi, con benevolenza, come si fa con un bambino che vuol cimentarsi in cose più grandi di lui.
Per quel ragazzo mal cresciuto avevano tutti una speciale predilezione, anche se raramente la manifestavano. Gli volevano bene a modo loro, e la madre, che lo capiva, gioiva dentro di sé.
Michele, da parte sua, si sentiva protetto, anche se talvolta volava qualche scapaccione. Era fiero dei suoi fratelli e tutto ciò che essi dicevano gli pareva importante. Tuttavia la sua mente fanciulla non sempre reggeva allo sforzo di ascoltare e si appisolava, lì, sulla panca, così che poi lo dovevano trascinare su dalle scale e metterlo di peso a dormire nella sua cuccetta.
Da qualche tempo, però, sia la madre che Michele avevano avvertito nei discorsi dei quattro uomini, un che di misterioso che li turbava. La madre tendeva l’orecchio, rallentando lo sferruzzare e Michele sbarrava gli occhi, proteso verso di loro.
“Va a letto, Michele,” gli diceva allora Marco, il più anziano, “ e dormi subito. Non sono cose per te”.
Se il ragazzo indugiava, borbottando tra i denti, correva il rischio di vedersi arrivare un cazzotto, e allora accelerava i preparativi e saliva le scale dondolandosi sulle lunghe gambe.
Nel ragazzo, però, la curiosità si era risvegliata. Aveva capito che si trattava di qualcosa di segreto e pericoloso. Ma non aveva paura, anzi, si sarebbe sentito importante se fosse stato, in qualche modo, messo al corrente dei fatti. In più, nei discorsi dei fratelli, ricorreva spesso il nome del tenente Franz. Loro lo chiamavano ‘il tedesco’, ma Michele capiva che era lui e Michele a Franz voleva bene, erano buoni amici loro due. Quindi il desiderio di saperne di più lo spingeva a cercare il modo di ingannare i fratelli. Così nelle sere successive, appena finito di mangiare, si coricava sul panchetto, addossato al muro e fingeva di dormire.
I fratelli, dalla tavola, giravano la loro sedia verso la fiamma. La madre sparecchiava, scopava via le briciole, poi si sedeva al solito posto col suo lavoro a maglia.
“Ma’, questo ragazzo dorme”, diceva Marco scrollandolo.
“Fa niente. Quando salgo io lo sveglio”.
Così Michele poteva ascoltare indisturbato, col cuore che gli picchiava contro la panca come un martello.
Ed ecco quello che era riuscito a ricostruire: lungo il fiume, molto più a valle, però, c’era una casupola che il ragazzo ben conosceva per esservi stato parecchie volte durante l’estate. Sorgeva al limite della boschina, appena giù dall’argine. La chiamavano la ‘Bicocca’. Serviva nei mesi estivi per riporvi gli attrezzi.
Ebbene, alla Bicocca doveva esserci qualcuno. Qualcuno che non poteva mostrarsi in paese per paura del ‘tedesco’. Per di più questo qualcuno doveva star male in quei giorni. Michele non aveva capito bene, ma avevano parlato di dottore e di medicine.
I quattro fratelli non si esprimevano mai troppo chiaramente, si intendevano anche soltanto a cenni e c’erano, quindi, dei lunghi silenzi attorno al fuoco.
Finché una sera Michele notò una certa animazione anche nella madre. Certo era stata messa al corrente del segreto. Aveva portato la sedia in mezzo ai figli e li ascoltava con attenzione.
Ad un certo punto aveva detto:
“Ragazzi, dovete chiamare il prete”.
“Macché prete!” gridò con rabbia Lino, il più giovane.
“Se muore senza confessarsi, l’avete sulla coscienza”.
Ci fu un lungo silenzio. Ognuno, certo, pensava al disgraziato che aspettava alla Bicocca.
“Tu, ma’, non preoccuparti. Prepara qualche cosa in un cesto, mettici anche una coperta di lana, se ce l’hai”.
“Debbo toglierla dal tuo letto, Renzo”.
“Va bene, mi coprirò col mantello”.
Michele aveva sentito il passo della madre allontanarsi e la scala di legno aveva scricchiolato.
Fino al ritorno della donna, nessuno aveva più parlato.
Quando essa ridiscese, Marco disse:
“E’ inutile andare tutti. Basto io per stasera”.
Aveva gettato indietro la sedia e si era avviato verso la porta.
“Marco”, l’aveva chiamato la madre, “Pensaci, dillo al prete. Se ne intende anche di medicina, potrà fargli anche una iniezione”.
“Taci, ma’! E che nessuno sappia nulla. Sai dov’era l’altra notte quel disgraziato quando il prete lo cercava? Era in acqua fino al collo. Se il prete lo scoprisse dovrebbe scappare di nuovo. Ma ora non potrebbe andar lontano, povero diavolo”.
Michele sentì la porta sbattere. Marco era uscito.
Egli si lasciò scuotere dalla madre come se realmente avesse dormito profondamente in tutto quel tempo. Poi la seguì su per le scale, afferrandosi alle sue gonne.
Per parecchio tempo, appena a letto, pensò a lungo a quello che avrebbe potuto fare. Ma la sua mente si rifiutava di lavorare. L’unica soluzione possibile, per lui, era questa: raccontare tutto alla maestra. E’ vero: ricordava ancora gli scapaccioni di Renzo, l’altra volta, quando aveva scoperto che aveva parlato a Laura. Ma non poteva fare niente altro. La maestra avrebbe deciso al posto suo, bastava aspettare l’indomani ed andarglielo a raccontare.
Presa questa decisione, s’addormentò tranquillo.
E quando Marco rientrò a notte fonda, si chinò su di lui e gli scopri il viso sul quale si era tirato il lenzuolo. Ma il ragazzo neppure si mosse.

* * * * * *

L’alba del nuovo giorno sorse fredda, ma limpida. Nei prati c’era la brina così spessa che pareva neve. Ogni arbusto, ogni ramo stecchito, si era ornato come di un pizzo. Tra poco il sole, avanzando, li avrebbe baciati, sciogliendo la brina e lasciando i rami nudi e stecchiti.
Michele, che aveva ingoiato in fretta la sua scodella di latte, prese la cartella sdruscita e uscì.
“Metti almeno il mantello, ragazzo!” gli gridò la madre dalla finestra.
Ma egli fece finta di non udirla. La donna chiuse in fretta i vetri, perché l’aria tagliava il viso, come se fosse cristallo.
Il cruccio della sera prima, Michele l’aveva ritrovato intatto al risveglio. Per questo s’era alzato subito ed era uscito prima del solito: per raccontarlo alla maestra.
Quando laura l’avesse saputo, la responsabilità sarebbe stata sua ed egli si sarebbe levato dal cuore un peso enorme.
Laura girava ancora per la cucina in vestaglia. La stanza si era raffreddata molto nella notte e, per quanta legna lei mettesse nel camino, era ancora intirizzita.
Si meravigliò un poco della venuta del ragazzo.
“Con questo freddo potevi stare ancora un po’ sotto le coperte, Michele”.
“Non potevo, maestra. Ho una cosa qui che devo proprio dirti”.
“Avanti, dunque, sentiamo …”.
E continuò a riordinare la stanza. Michele la guardava in modo strano, come per dire: “Non mi dai importanza, vero? Ma vedrai …”. E si sedette accanto al camino.
Finalmente la maestra gli chiese: “Dunque, Michele?”.
Contro la fiamma, il grosso corpo del ragazzo pareva quello di un animale selvatico accovacciato. I capelli irsuti s’alzavano a raggera sopra la fronte bassa. Certamente, quel mattino, si era scordato di pettinarsi.
“Senti, maestra, ti dico una cosa in segreto. Alla bicocca è tornato quel poveretto”.
Come si aspettava, Laura smise di muoversi per la stanza e lo fissò seria.
“Quel poveretto? Quello di quest’autunno?”.
“Sì”.
“E che fa alla Bicocca?”.
“Oh, bella! Si nasconde e è molto malato”.
“Chi te l’ha detto?”.
“Lo sai, maestra. L’ho sentito dai miei fratelli, ieri sera”.
A Laura venne in mente il mattino di qualche mese prima, quando Michele le aveva detto con aria triste: “Sai che mio fratello mi ha picchiato perché ti ho detto quella cosa?”.
“Povero Michele, ti picchieranno ancora se vengono a saperlo”.
“Non fa niente. Anche la mamma ha detto di avvertire il prete”.
“Dunque sta così male?”.
“Io non lo so, così ha detto la mamma …”.
Laura stette un poco in silenzio. La Bicocca era lontana, all’estremo limite dei campi di Vecchia Strada. C’era stata qualche volta con Nannina durante l’estate. Nannina l’aveva trovata molto romantica così sola e così immersa nel silenzio, tra il cheto andare del fiume e quel boschetto senza sentieri, ma solo, di tanto in tanto, degli spiazzi erbosi e, qua e là, arbusti di more e nidi di uccelli.
Poco più in là, dove il boschetto finiva, c’era la palude misteriosa, coi suoi strani abitanti selvatici, con la sua vita nascosta e il suo odore di morte che saliva dai fondi fangosi.
Alla Bicocca si poteva andare percorrendo l’argine e la strada era facile. Ma anche dal boschetto era possibile giungervi. Per arrivarci, però, occorreva essere assai pratici dei luoghi.
Laura pensava a don Angelo. Avrebbe dovuto andare fin là, di notte, senza farsi vedere.
“Va bene, Michele” disse dopo una lunga pausa. “Avvertirò il parroco”.
“Dovrai far presto, maestra!”.
“Oggi stesso. Ti ringrazio, Michele”.
Il ragazzo, come liberato da un peso, uscì sulla piazzetta ad aspettare i compagni.
Laura finì di vestirsi in tutta fretta, scrisse un biglietto al sacerdote invitandolo alla scuola, poi chiamò una bambina e lo fece recapitare.

* * * * *

Ripetere l’ansia, la costernazione, il cruccio del povero prete, non sarebbe possibile. Non poteva darsi pace. Trovava in sé mille debolezze, mille imperfezioni: per questo la sua gente non aveva più fiducia in lui!
“Lasciar morire un uomo, Laura, lasciarlo morire, piuttosto che chiamarmi! E’ atroce! Non posso aspettare che venga buio. Debbo andare subito.”
Ci volle tutta l’arte della maestra per calmarlo. Non si trattava, in fin dei conti, che di quattro ragazzotti, già sospettosi per natura. Non era affatto vero che a Vecchia Strada non si aveva più fiducia in lui. E poi era inutile recarsi di giorno alla Bicocca. Qualcuno l’avrebbe visto senz’altro. E se sapeva dell’esistenza del fuggitivo, l’avrebbe senz’altro fatto spostare. Se, invece , non era al corrente di nulla, si sarebbe insospettito vedendo il prete in giro sull’argine e avrebbe indagato, fatto domande in giro e la voce, magari, si sarebbe diffusa. Allora sì, il pericolo sarebbe stato veramente grave.
Finalmente don Angelo parve calmarsi. Chiese scusa a Laura, rifiutò ogni aiuto e promise che sarebbe andato al fiume dopo l’Ave Maria della sera.
Nel tornarsene alla canonica, passando davanti alla casa dei Monforti, non poté, tuttavia, resistere alla tentazione.
Col volto atteggiato al più amichevole dei sorrisi, entrò dal portone e si affacciò alla porta della cucina. Un raggio di sole, attraversando le inferriate, cadeva sul pavimento diritto come una lama. Erano le undici ed egli sapeva che avrebbe trovato gli uomini a tavola.
“Posso salutare”? chiese col tono più gioviale che poté.
Tutti sollevarono il capo stupiti, ma solo l’Agata si alzò frettolosamente, asciugandosi la bocca col grembiule.
“Oh, reverendo, vuol servirsi? Non faccia complimenti.”.
“No, no! Scappo anch’io. Volevo solo dire ai ragazzi che tra poco è natale. Vi aspetto a confessarvi, figlioli … E’ un bel po’ che non vi vedo in chiesa …”.
Gli uomini, torvi, avevano chinato di nuovo il capo sulle scodelle, senza rispondere. La madre s’era fatta rossa per la confusione.
“Perdoni, reverendo. Non sono cattivi”.
“Lo so, lo so, buona donna. Han ragione loro, non è questo il momento opportuno, vero, ragazzi?
Quando uno sta mangiando, vuol essere lasciato in pace. Arrivederci e scusatemi …”.
Dalle bocche piene venne un borbottio incomprensibile. Agata corse fin sull’uscio, nel tentativo di dire ancora qualcosa. Ma don Angelo, con la tonaca che sfiorava la terra, già s’allontanava. Ella allora tornò a sedersi al suo posto, dicendo:
“Mi è passata la fame”.
Renzo picchiò un pugno sul tavolo e gridò:
“Fa la spia quel prete! E’ venuto per spiare!”.
“Ma, figlio mio, che dici!”.
“Taci, ma’! So io quel che dico!”.
Lino, Pedro e Marco continuavano a mangiare senza dire una parola.
“Quando torna Michele venite a chiamarmi!”.
Detto questo, Renzo gettò indietro la sedia con rabbia e uscì verso le stalle.
Ma quando Michele giunse, balzelloni, sotto il portico, il fratello non ebbe bisogno d’essere chiamato. Lo vide subito, con quella sua andatura un poco scimmiesca, apparire contro il riquadro luminoso del portone.
A grandi passi attraversò il cortile e ritornò verso casa.
La minestra del ragazzo era stata messa da parte, nella scodella, tra la cenere calda del camino. Egli l’afferrò e cominciò a mangiarla con ingordigia, senza neppure avvicinarsi alla tavola. La madre stava scopando il pavimento, passando e ripassando tra le sconnessure , mentre il padre era salito a coricarsi. Lino e Marco avevano chinato la testa sul tavolo e parevano assopiti. Pedro, invece, seduto vicino al fuoco, fischiettava allegramente. Era, dei quattro fratelli il meno taciturno e Michele lo preferiva agli altri.
Quando Renzo entrò in casa, Michele gli gridò:
“Ciao!”.
Aveva l’anima più leggera dopo aver raccontato a Laura il suo segreto.
“Ciao, Michele!” gli rispose il fratello. “Com’è andata a scuola?” .
Poi prese la sedia e gli andò vicino. C’era nei suoi occhi un’ombra di sospetto, che Michele non poteva avvertire, tutto preso dalla sua scodella di minestra. Ma il fatto stesso che Renzo avesse risposto subito al suo saluto e che gli si fosse messo vicino con la sedia, interessandosi al suo lavoro scolastico, lo mise in allarme. Rispose:
“ A scuola? Come al solito …”.
“Cos’hai imparato di bello?”.
“Io? Niente … Io aiuto soltanto la maestra.”.
Guardava il fratello di sottecchi, come fa il cagnolino che vede la mano tesa del padrone, ma che, avendo la coscienza sporca, teme che nell’altra, dietro la schiena, egli nasconda la frusta.
Così faceva Michele: non sapeva se doveva cedere all’improvvisa affabilità del fratello, oppure se doveva mettersi in guardia rispondendo a monosillabi.
Ma quando udì la domanda successiva, non ebbe più dubbi.
“E dimmi, c’è stato il prete a scuola, stamattina?”.
Egli si guardò intorno con aria innocente e scosse la testa a destra e a sinistra.
“Io non l’ho visto …”.
Ed era vero. Laura l’aveva subito fatto passare in casa sua, aveva messo un bambino alla lavagna ed era rimasta di là un bel po’, con la porta aperta. Lui aveva solo capito dalla voce che doveva essere don Angelo.
Come se tutto l’interesse per Michele si fosse improvvisamente dileguato, Renzo si alzò, si stirò pigramente, poi andò ad affacciarsi alla finestra che guardava sulla via.
“Bella giornata,” esclamò soddisfatto.
Anche i fratelli, che si erano appisolati, alzarono il capo sbadigliando. Pedro distese meglio le gambe verso la fiamma e si accomodò meglio sulla sedia.
“Eppure,” mormorò Renzo come fra sé, “quel prete sa qualcosa …”.
La madre era fuori e allontanava con la scopa le galline che erano venute a beccare le briciole di pane che aveva scopato fuori dalla cucina.
Renzo la cercò con lo sguardo.
“Ma se ha il coraggio di avvicinarsi, quello spara, garantito!”.
Michele che aveva finito la sua minestra, tese l’orecchio e voltò appena il capo per guardare il fratello.
“E fa bene, per Dio!” esclamò Marco, dando un pugno sul tavolo.
Proprio in quell’istante la donna rientrò:
“Che c’è ancora? Ma figlioli, voi mettete il male dappertutto!”.
“Ah, sì, vero? Ma dimmi un po’, da quanto tempo non si vedeva il prete in casa nostra? Sarà un anno e forse più.”.
“Non è vero, quest’estate ogni tanto metteva dentro la testa a salutare, ma voi non c’eravate …
E poi è natale tra poco. E’ venuto per questo. Lo sapete che passa da tutti …”.
“Già, è natale. Ma non è così che si mette pace tra la gente …”.
“Cosa vorreste che facesse, dunque?”.
“Io? Che facesse il prete, vorrei. Che dicesse messa, predicasse, confessasse la gente e portasse l’olio santo ai moribondi. Ecco cosa deve fare il prete! Non stare lì ore ed ore a parlare col tedesco, a raccontare le cose nostre a uno straniero mandato qui a farci la guardia. Come se fossimo bestie feroci, come se fossimo …”
“Ma Renzo, chi ti ha messo in testa queste idee? Non c’è più religione a questo mondo, non c’è più rispetto per nessuno …”.
La voce sempre un poco aspra della donna, si frantumò, come prossima alle lacrime.
”Ti raccomando, ma’, non facciamoci tragedie”, intervenne Marco alzandosi.
Pedro riprese a fischiettare, girellando intorno al tavolo. Lino gettò un’occhiata alla grossa sveglia che stava sul camino e disse:
“E’ ora si andare. E pensare che ci avrei fatto un pisolino. Mi è venuto sonno”.
Tutti e quattro presero i berretti appesi dietro l’uscio e uscirono senza salutare.
Michele si voltò verso la madre e le sorrise.
“Ma’, ti voglio bene, sai?”.
La donna aveva ancora il volto severo e la sua voce si era rifatta dura e ferma.
Il ragazzo si strinse nelle spalle e tornò a guardare la fiamma del camino.
“Ma’” disse ancora, dopo un breve silenzio, “credi che lo vogliano ammazzare”?.
“Santo cielo! Ma cosa ti viene in mente!” scattò la donna con voce stizzosa.
Michele prese l’attizzatoio con due mani e lo picchiò sul ceppo che stava bruciando. Le ‘monachine’ scaturirono dalle brace come lucciole prigioniere, alle quali, improvvisamente, venisse offerta la libertà.
Egli le guardò salire, sempre più su, finché la cappa nera del camino le ingoiò.
Allora si alzò di scatto, afferrò dalla sporta un pezzo di pane e uscì senza dir nulla.
Agata , sospirando, rimise a posto le sedie, e poi si affacciò alla finestra che dava sulla strada per guardare Michele mentre andava a scuola.
Lo udì cantare col suo vocione stonato e pensò:
“Meno male che non capisce! La sua disgrazia diventa una fortuna in una casa senza timor di Dio”.
Ma non era vero che Michele non capisse.
Per tutto il giorno la sua mente fu sottoposta ad un lavorio intenso.
La Bicocca, don Angelo, il fuggiasco, la pistola, i suoi fratelli: tutte queste immagini si aggrovigliavano davanti ai suoi occhi, si accavallavano, si sovrapponevano ed egli tentava invano di mettervi ordine.
Credeva di aver risolto tutto bene, al mattino, raccontando alla maestra ciò che aveva sentito e invece, ora, capiva che c’era qualcosa che non andava. Alla fine delle lezioni egli fu l’ultimo a lasciare l’aula.
Laura lo vide avvicinarsi, con passo un po’ goffo, alla fotografia dei suoi amici di Gorla. Erano due: due fratelli biondi e sorridenti che si tenevano per mano.
“Maestra, va’ di là, per piacere. Devo dire una cosa a loro”.
Laura gli sorrise con benevolenza:
“Fa pure, Michele. Ti lascio la chiave. Quando hai finito, chiudi”.
Era commossa. Michele non sapeva scrivere e, sebbene avesse anche lui, comprato il quadernetto delle confidenze, le sue piccole pene e le sue gioie non poteva metterle per iscritto come tutti gli altri. Così doveva dirle a voce ai sui piccoli amici ed era giusto che fosse lasciato con loro in piena libertà.
Quando la porta fu chiusa egli giunse le mani e parlò:
“Io non capisco bene. Adesso ve la dico come è la cosa. Se ha detto Renzo che quello gli spara, allora don Angelo non deve andare. Ma se non ci va, quel poveretto muore. Come facciamo”?.
Tacque un poco pensoso.
”Mah! Penso che farò meglio ad andarci io fino alla Bicocca, così glielo dico al forestiero di non sparare, perché non è vero che il prete fa la spia. Gli dirò che il prete vuole aiutarlo e fargli la puntura così guarisce e lo porta a casa sua. Cosa dite voi? Andrà bene così?”.
I due fratellini gli sorridevano come se lo capissero.
Michele si fece il segno della croce con compunzione, avvicinò le labbra al piccolo rettangolo bianco e vi stampò due baci sonori. Poi prese la chiave, chiuse l’aula e la portò alla maestra.
“Fatto tutto, Michele?”.
“Sì, maestra. Io vado a casa”.
“Ciao, Michele!”.
“Ciao, maestra!”.
Il sole si stava spegnendo entro un cielo pallidissimo. Il freddo era intenso e per la strada non si vedeva nessuno. Dai camini si alzava, dovunque, un pennacchio di fumo che si allargava nell’aria con annoiata lentezza,
Sopra il campanile, là verso il fiume, c’era, appena segnata, una falce sottile di luna. Pareva di ghiaccio.
Michele rabbrividì e, picchiando forte i piedi sulla strada gelata, corse verso casa col cuore in pace.

* * * * *

Le ombre vennero rapidamente e con le ombre si alzò una nebbia leggera, che avvolse il paese in un velo d’argento. La luna falcata non riusciva a far lume. Ma c’era un biancore nell’aria, che cambiava Vecchia Strada in un paese fiabesco.
L’immobilità delle case, degli alberi nudi, il silenzio attonito che regnava dovunque, tutto ciò dava al luogo un aspetto misterioso.
Michele sgusciò dal portone, trattenendo il fiato. Attese che la madre si affacciasse per richiamarlo. Ma non venne nessuno. Passò rasente ai muri, qua e là, udì frammenti di discorsi, risate, tintinnio di bicchieri, rumori noti di ogni casa a quell’ora. Alla chiesa si fermò. Veniva dalla porta un lieve filo di luce. Don Angelo doveva essere ancora là.
Quella era proprio l’ora giusta.
Scivolò giù lungo il pendio che portava al fiume, senza più preoccuparsi di far piano: ormai nessuno l’avrebbe più udito.
Il paese gli restò alle spalle e presto anche la chiesa scomparve, come ingoiata dall’ovatta soffice che, avvicinandosi all’argine, diventava di minuto in minuto più spessa.
Il ragazzo non aveva paura. Sapeva che non c’era alcuno in giro per i campi a quell’ora. La nebbia, inoltre, lo difendeva: nessuno poteva vederlo.
Decise di stare sull’argine. Camminò spedito per parecchi minuti. Ogni tanto tendeva l’orecchio per sentire se qualcun altro, per caso, lo stesse seguendo. Ma don Angelo avrebbe senz’altro suonato l’Ave Maria prima di avviarsi verso la Bicocca.
Il fiume gli faceva compagnia. Frusciava piano piano contro le sponde e pareva un vecchio gatto che facesse le fusa contro le gambe.
Era già a metà strada circa, quando dal silenzio giunsero i rintocchi delle campane. Vennero, come uccelli invisibili a sbattere le ali contro la fronte del ragazzo, che si strinse, rabbrividendo, nella sua giacchetta lisa, calcandosi il berretto fin sugli occhi. Ora doveva accelerare, perché don Angelo si stava certamente mettendo in cammino. Ma, strano, le gambe gli tremavano e i denti gli battevano, ora, furiosamente.
Disturbata nel suo riposo, una civetta svolò da un pioppo, gli sbatté quasi sul viso e proseguì verso il fiume. Una ranocchia piombò in acqua con un tonfo sordo.
Scricchiolò un ramo sotto i suoi piedi ed egli si fermo, sbarrando gli occhi per vedere, nella fitta nebbia, se qualche ombra si muovesse. Non si rendeva ancora conto d’aver paura: la sua mente intorpidita lavorava adagio.
Comunque si sforzò di camminare più rapidamente. Avanzava sull’erba bianca di brina e ne udiva il leggerissimo scricchiolio sotto gli zoccoli di legno. Ora intravvedeva, giù dall’argine, il boschetto nano, i suoi rami contorti si alzavano, come mani nella nebbia, inguantati di bianco.
Ora la Bicocca doveva essere vicina, ma i rumori si facevano più fitti. Una cosa viva, forse un grosso topo, gli passò tra i piedi. Fece un salto indietro e lanciò un grido, ma, rapido com’era venuto, il topo scomparve.
Michele restò a bocca spalancata, ansante. Poi, senza riflettere, si mise a correre e il rumore secco dei suoi passi gli tenne compagnia per un po’. Quando si fermò, si guardò intorno smarrito.
Dov’era la capanna? I rami del boschetto nano non si vedevano più.
Aguzzò gli occhi, aspirò profondamente e sentì il tanfo della palude. Era andato oltre. Ora doveva tornare indietro, la Bicocca l’aveva già superata di sicuro.
Fu allora che si rese conto d’avere paura, una grande paura. Gli mancava il respiro. Gli pareva persino che dal fiume venisse un cauto battere di remi.
Terrorizzato, senza riflettere, spiccò un salto giù dall’argine, nel buio. Picchiò con violenza contro qualcosa di duro e sentì un gran male alla spalla. Sprofondò con le gambe nel fango appena coperto da una sottile crosta gelata. Arrancò, stese una mano in cerca di un sostegno. Nulla, nulla! Era solo al mondo! Solo con quei due remi che battevano l’acqua facendosi sempre più vicini, che certo cercavano lui … proprio lui … Michele!
Cominciò a piangere, con singhiozzi sempre più desolati, sempre più alti.
Il freddo gli attanagliava le gambe sommerse, il dolore alla spalla era acutissimo.
Restava immobile nella palude, poiché ogni passo sul fondo scivoloso minacciava di farlo cadere. E piangeva, come fanno i bambini, senza comprendere altro che il suo dolore, senza tentare alcun sforzo per liberarsi.
Ad un tratta un fascio di luce scese dall’alto verso di lui e tagliò come una lama la spessa nebbia.
A egli non sollevò nemmeno il capo, continuò a singhiozzare con una smorfia grottesca sulla faccia.
“Ehi! Chi sei?”.
Come se, improvvisamente, si fosse reso conto che c‘era qualcuno, Michele tacque di colpo, sollevò il capo, ma subito chiuse gli occhi poiché la luce gli dava noia.
“Ehi, rispondi!”.
Il ragazzo tirò su col naso, si passò la manica della giacca sul viso per asciugare le lacrime, poi disse:
“Mi sono fatto male …”.
Lo sconosciuto si avvicinò all’orlo dello stagno, si appoggiò ad un tronco inclinato, che si sporgeva verso l’acqua e gli tese una mano.
“Dai, attaccati …”.
Michele si mosse piano, stese il braccio e si aggrappò a quella mano che usciva dalla nebbia, muovendo piano le gambe pesanti e intirizzite.
Risalì l’argine a fatica e alla luce della lanterna guardò in volto lo sconosciuto. Era un uomo alto e magro, avvolto in un mantello scuro. Nel volto scavato, coperto da una peluria nera, aveva due occhi scintillanti che lo fissavano irridenti.
“Chi sei?”, gli chiese Michele terrorizzato.
“Che ti interessa, ragazzo? Dimmi piuttosto, cosa fai qui?”.
“Io? Io cerco la Bicocca …”.
L’uomo lo afferrò come in una morsa, al braccio dolorante.
“Ahi, mi fai male!”.
“Chi ti ha mandato? Rispondi!”.
“Nessuno mi ha mandato, sono venuto da solo …”. La voce gli tremava e stava per mettersi a piangere di nuovo.
“Piantala di frignare e rispondi alla domanda, moccioso!”.
La voce pur sommessa dello sconosciuto era aspra e tagliente.
“Venivo a cercare quel poveretto della Bicocca, devo dirgli una cosa. Ma tu cosa vuoi? Lasciami andare, mi fai male …”.
Con uno scossone si liberò e quasi avesse preso coraggio, disse con rabbia:
“Ho capito, sei tu che vuoi fare la spia, non il prete! Lo dirò a mio fratello Renzo …”.
“Senti, ragazzo,” disse lo sconosciuto con voce più buona, “forse ho capito. Vieni con me, andiamo alla Bicocca. Ti scalderai vicino al fuoco, sei tutto gelato.”.
Spense la lanterna e si incamminarono insieme sul sentiero dell’argine, fino a quando apparve il tetto della capanna.
Entrarono e l’uomo accese una lucerna che stava sul tavolo. Nel rustico camino c’era ancora un po’ di fuoco. Una cuccetta correva lungo una parete. Sopra un mucchio di paglia stava una cassetta rovesciata e su di essa c’era una gavetta tipo militare con un po’ di zuppa sul fondo.
L’uomo chiese la porta e buttò alcuni sterpi sulle brace. Subito divampò una fiammata confortante e Michele sentì un brivido di piacere corrergli per tutto il corpo, anche se la spalla gli faceva ancora molto male.
Lo sconosciuto mise una cassetta rovesciata davanti al camino, vi fece sedere il ragazzo e gli disse:
“Ed ora raccontami tutto, ragazzo. Coraggio”.
Michele, rassicurato , cominciò a parlare, senza ordine, così come le cose gli venivano alla mente. Faceva una grande confusione e l’uomo cercava di trovare una certa coerenza in quello che diceva, per capire ciò che c’era di importante in quella strana visita notturna. Lo lasciò quindi sfogare e notò che, un po’ alla volta, il ragazzo si calmava e le sue frasi si facevano più chiare.
Finalmente comprese. Il prete sarebbe venuto lì tra poco! La sua espressione cambiò di colpo e Michele si spaventò.
Lo vide frugare sotto il mantello ed estrarne una pistola.
“Ragazzo …”.
Non ebbe il tempo di finire. Un tocco leggero alla porta lo fece zittire di colpo.
Un nuovo tocco, più deciso, ruppe il silenzio pieno di tensione.
“Chi va là?”.
“Fratello, apri!”.
“Don Angelo! E’ lui! Apri!”, gridò Michele.
“Stai fermo, ragazzo. E voi, lì fuori, badate, sono armato!”.
“Non aver paura, amico. Non ti voglio far del male.”.
“Andatevene, dico. Non ho alcun bisogno di voi. Sono deciso a tutto!”.
Alzò la pistola fino all’altezza del cuore, appoggiò la canna al legno della porta, là dove si udiva il picchiare insistente del prete.
Michele, che seguiva con gli occhi sbarrati ogni movimento dello sconosciuto, ebbe un lampo di intuizione e con un balzo da bestia inferocita, scattò verso la porta e colpì, da sotto, con un pugno il braccio che reggeva l’arma.
Il colpo esplose nel tetto con un fragore che al ragazzo parve enorme. Subito, nonostante lo spavento, tirò il catenaccio che teneva chiusa la porta e il prete, bianco in volto come un fantasma, apparve sulla soglia.
L’uomo stava lottando con Michele che, con tutto il peso del suo corpo robusto, si era appeso al braccio che teneva la pistola e con graffi e morsi cercava di portargliela via.
Subito don Angelo si precipitò verso di loro, ma l’uomo, spinto dalla disperazione, si scrollo di dosso il ragazzo facendogli urtare la spalla dolorante contro la parete. Con un urlo di dolore Michele cadde a terra, picchiano il capo contro lo spigolo del camino.
Il prete spalancò le braccia:
“Fratello! Non vedi come sono venuto da te? Davanti alla tua arma io metto il mio cuore, davanti al tuo odio metto il mio amore. Ti voglio bene … Non mi credi ancora?”.
L’uomo abbassò il braccio e chinò gli occhi. Si sentiva improvvisamente stremato. Un pallore mortale e fitte gocce di sudore gli ricoprirono il volto.
“Mi sento male, prete …”, e si accasciò sulla cuccetta, respirando con affanno.
Michele si stava sollevando da terra, lamentandosi piano. Un rivolo di sangue gli correva giù lungo il collo, ma non aveva più paura, ormai.
Don Angelo estrasse una bottiglietta di cognac da una tasca e la appoggiò alle labbra dell’uomo, che ne bevve un sorso. Quindi si volse verso Michele, lo aiutò ad alzarsi e gli fece una carezza.
L’uomo, che stava riprendendo un po’ di colore, trasse un lungo respiro. Si guardò intorno con profonda disperazione e mormorò:
“Dunque è la fine …”.
“No, figlio mio, questo è il principio. La tua pace sarà la mia pace. La mia casa la tua casa.”
“Voi non sapete chi sono …”.
“Tu sei mio fratello, l’hai dimenticato?”.
Lo sconosciuto chiuse gli occhi e le palpebre sbatterono rapidamente sulle guance infossate. Poi, adagio, due lacrime scintillanti scesero da sotto le ciglia.
Don Angelo trasse un fazzoletto e le asciugò. Dolcemente, come si fa coi bambini.

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