sabato 1 marzo 2008

VII

VII°

Laura quel mattino del 20 ottobre si sentiva come rinata.
Dopo una notte burrascosa e piena di incubi, il Signore aveva donato al mondo una giornata d’eccezione. Mai ottobre era stato così bello, limpido, allegro. Persino le pozzanghere erano diventate specchi per quel cielo stupendo. I monti, laggiù, scintillavano come diamanti.
Allo scoccar delle nove Laura aprì il portoncino della scuola, battendo allegramente le mani per chiamare i bambini.
“Maestra, “gridò Michele, “guarda che sole!“.
“Svelti, bambini, ho una bella cosa da dirvi“.
La bella cosa da dire era un’idea che le frullava da giorni nella mente. Si trattava di fare una sorpresa a Nannina, oltre che ai suoi scolaretti. E, chissà perché, quella mattina il pensiero dell’amica le era più che mai presente.
Appena in classe spalancò vetri e imposte: il sole dilagò sui banchi mentre i bambini, con tanto d’occhi spalancati, aspettavano la “ bella cosa”.
“Ecco: questa mattina vi farò scrivere una letterina. Sotto vi metterete un disegno, una figurina, il vostro nome. Poi usciremo a cercare dei piccoli fiori nei prati e chiuderemo tutto in una grossa busta. E sapete dove la manderemo? A Milano, ai vostri compagni che abitano là dove insegna la mia amica Nannina. La ricordate Nannina?”.
Un coro di “sì“ si alzò dai banchi.
“Ebbene, i vostri nuovi amici vi risponderanno. Noi parleremo di Vecchia Strada, loro ci diranno di Milano. Quante nuove cose impareremo! Ci faremo mandare anche delle belle cartoline, vedremo cose mai viste. Ognuno di voi si sceglierà un amico e scriverà sempre a quello. Vi vorrete bene anche da lontano. E poi, chissà … Quando finirà la guerra, andremo tutti insieme a Milano, in gita. Contenti?”.
I bambini erano felici. Laura distribuì ad ognuno un foglietto: i piccini di prima si misero con matita e pastelli a disegnare le mille cose che solo l’infanzia sa colorare di poesia. I più grandicelli cominciarono col fare la data:
“Vecchia Strada, venerdì, 20 ottobre 1944“.
“Maestra, posso dire -mio carissimo amico sconosciuto-?”.
“Io, invece, vorrei fare -fratellino mio- … “
“Io ne voglio uno che si chiami Mario, come me. Posso mettere -caro Mario di Milano-?“.
In breve nell’aula ci fu silenzio: s’udiva solo il grattare leggero dei pennini sulla carta.
Il sole che si posava sulle teste chine, pareva voler suggerire, con tenerezza, le parole più belle.
Era lo stesso sole che frugava, in quel mattino, tra i ricci biondi e bruni dei bambini di Gorla, chini su altri libri, in un’altra scuola.
Ed era ancora lo stesso sole che faceva dire, in un lontano campo di aviazione:
“Tempo buono, visibilità perfetta, pronti per l’azione“.
Chissà se il sole ha mai compreso il linguaggio degli uomini? Ma forse no, altrimenti, quel mattino, sarebbe fuggito terrorizzato, annegando il suo disco rosso nel mare più profondo per non tornare più. Ma certamente il sole con capiva. Per questo rimase a scherzare coi fanciulli, con questi di Vecchia Strada e con quelli di Gorla, allacciando gli uni agli altri quasi come perle in un filo d’oro.
“Maestra, quanti giorni impiegherà la risposta per arrivare?“.
“Tre giorni, forse quattro”.
“Così tanti ?“.
“Cosa volevi? Dovranno leggere, pensare, scrivere. E poi la posta è lenta, c’è la guerra“.
“Maestra, quando finirà questa guerra?”.
“Non lo so, bambini“.
“Maestra, se preghiamo, finisce prima?“.
“Chissà! Forse sì.”
“Io dico che, se preghiamo bene, Dio ci ascolta.”
“Certo, certo …“.
“E allora facci pregare, maestra, cosa aspetti?“.
“Hai ragione, caro. Mettiamoci tutti in piedi con le mani giunte“.
Tutti i bambini di Vecchia Strada si misero a pregare, lentamente:
“Padre nostro che sei nei cieli …“.
“Maestra, li vede il Signore gli aeroplani quando passano?“.
“Certamente“.
“E non dice niente?“.
“Cosa dovrebbe dire, secondo te?“.
“Dovrebbe dire -torna indietro, torna indietro subito- “.
Laura sospirò profondamente.
“Maestra, ce l’hanno l’Angelo custode gli aviatori?“.
“Certo. Che domande!“.
“E c’è anche lui, l’Angelo, sull’apparecchio?”.
“Penso proprio di sì”.
“E non gli tira il braccio quando vede che vuol sganciare le sue bombe?“.
“ Chissà! Certo che lo farà, ma lui, di sicuro, non lo ascolta“.
“Allora è proprio cattivo, maestra“.
Come rispondergli: -No, caro, non è cattivo. Lui deve ubbidire. E’ la guerra che è cattiva-?
A scuola non si può insegnare a odiare. A scuola si ama e si perdona, si spera e si crede.
Questo si fa nella scuola.
Erano quasi le undici. Le letterine, tutte finite, se ne stavano in bell’ordine sul tavolo di Laura. In mezzo ad esse c’erano anche i disegni, le figurine, i nomi ancora incerti dei più piccini di prima. “Usciamo a cercare i fiori, bambini? Ce ne sono ancora lungo l’argine“.
Lo sciame dei fanciulli si rovesciò sulla strada con un chiacchierio fitto fitto, che fece zittire persino i passeri sull’orlo delle gronde.
Le mamme si affacciarono alle finestre, sorridendo. Ed ognuna vedeva subito, nel gruppo, il proprio figlio. Subito lo notava, perché era il più bello, si capisce! E se lo divorava cogli occhi e lo seguiva fin là, dove la strada, giunta alla chiesa, si biforcava e scendeva giù frettolosa verso il fiume.
Era un giorno tanto bello, che sarebbe stato un vero peccato sciuparlo chiusi in classe.
“Ha fatto bene la maestra a portarli fuori, “ si dicevano l’una all’altra, “giornate come questa non ne arriveranno più, di sicuro“.
Suonavano le undici al campanile, quando lo specchio cristallino del cielo andò in frantumi. Fu come se una pioggia di schegge cadesse sui prati accanto all’argine.
“Maestra!“.
Fu un urlo, moltiplicato dal terrore, un accorrere come di passeri alla prima fucilata del cacciatore.
Laura si raccolse i bambini attorno, li guidò sotto gli alberi, guardando verso il cielo. Il rombo degli aerei avanzava. Gli aerei venivano avanti, belli, lucenti, tutti in fila . Erano i padroni del cielo.
Laura li contò: dieci, venti, trenta, quaranta...
Passarono a picco sul fiume. Le ombre nere, a croce, macchiarono l’erba dei prati.
Passarono, rimpicciolirono, scomparvero.
Il rombo si fece ronzio, sussurro. Tacque.
“ Maestra, dove andranno?“.
“Di là c’è Milano, bambini …“.
“Milano, maestra? Dove stanno i nostri compagni?”.
Tutti furono presi dal panico.
“Andiamo a scuola, maestra, facciamo presto a mandare le letterine. . . “.
Pareva che ognuno volesse dire, senza averne il coraggio:
“Arriveranno prima loro, arriveranno prima gli aeroplani!“.
Ma Vanina, la più piccina della classe, si fece vicina a Laura e le tirò il vestito:
“E’ inutile, sai, correre a scuola. Forse è meglio pregare, qui, adesso“.
C’era ancora del fango sull’argine, le mamme, a casa, avrebbero forse sgridato i bambini perché si erano sporcati. Ma non si poteva fare a meno.
Così i bambini di Vecchia Strada, giunsero le mani, che serravano i piccoli fiori per i loro compagni di Gorla, e si inginocchiarono sull’erba umida al cospetto del cielo. La maestra pregava, lentamente, e i bambini ripetevano in coro le sue parole:
“Signore che tutto vedi e tutto sai, accogli la nostra preghiera. Allontana dai bimbi del mondo pericoli e pianti. Tocca il cuore a chi si prepara a far loro del male. Manda i tuoi Angeli a fermare la morte che vola”.
Poi tornarono a scuola. Nessuno più faceva chiasso per la strada. Laura contava i minuti sul suo orologio e calcolava mentalmente il tempo che sarebbe occorso agli aerei per andare e tornare da Milano. Più tempo passava e più c’era la possibilità che essi fossero andati oltre, magari al di là delle Alpi.
Si avvicinava mezzogiorno.
Don Angelo, dall’alto della piazzuola della chiesa, agitò la mano in segno di saluto:
“Non viene, Laura? Ho abbozzato San Francesco che predica agli uccelli … Venga …“.
Ma lei non poteva fermarsi, Michele glielo ricordò sussurrandole all’orecchio:
“Andiamo, maestra. Bisogna impostare le lettere“.
“Verrò un’altra volta, reverendo, forse domani”.
“Arrivederci!“.
Il paese era deserto. Neppure lo scalpiccio dei bambini richiamò la gente sulle porte.
“Ancora cinque minuti . . . ancora quattro . . . poi scoccano le dodici. Se fossero andati a Milano, sarebbero già qui. Certo sono andati oltre“.
A scuola fecero appena in tempo a chiudere le margheritine e i ranuncoli tra le lettere. Misero tutto in una busta grande e Laura vi scrisse l’indirizzo. Michele ebbe l’incarico di imbucarla.
Il mezzogiorno suonò insieme dal campanili di Vecchia Strada e della Pieve.
I bimbi sciamarono contenti, ora che la lettera era pronta per partire: sarebbe certamente giunta in tempo.
Ben presto la strada fu deserta.
Franz stava sulla porta della sua baracca.
“Visti, Laura?“.
“Dove saranno andati?“.
“La direzione era Milano“.
“Ma sarebbero già tornati, non credete?“.
Come spiriti maligni, evocati per magia, gli aerei ricomparvero d’improvviso. Il suono delle campane ne aveva nascosto il rumore. Ora viaggiavano più spediti e più alti. Erano più leggeri. La morte non era più a bordo, ormai.
Laura impallidì.
“Oh, Franz, sento che è successo qualcosa a Nannina!“.
“Ma che dite? Nannina è a scuola a quest’ora …”.
Gli aerei nel frattempo erano scomparsi: parevano, ormai, solo puntini piccolissimi, brillanti come minuscole stelle d’argento nel grande cielo azzurro.
“Certo, sono una sciocca. Nannina è a scuola a quest’ora. E una scuola non è un obiettivo da colpire “.
Il tenente sorrideva. Erano loro due soli sulla piazzetta. Egli avrebbe voluto prendere Laura per mano e dirle:
“Andiamo, Lauretta. C’è tanto sole e siamo vivi. Dobbiamo essere felici“.
Stava per aprire bocca e parlare, quando ella dichiarò, decisa:
“Domani vado a Milano. Lascio a casa i bambini e vado a vedere.“
“Ma questa è pazzia! Non ci sono treni, lo sapete bene, e il viaggio è pericoloso“.
“Se l’ha fatto Nannina, potrò ben farlo anch’io, no?“.
“Ripensateci, Laura. Intanto io provo a telefonare a Milano …“.
“Ve ne sarei tanto grata“.
“Oh, sono -immensamente- felice di farvi un favore“.
“Grazie, Franz, siete un amico“.
Poi rientrò, a capo basso, col cuore pieno di timori e di ansie.
Si buttò sulla sua poltrona senza mangiare. Non voleva piangere. Non era mai stata una visionaria.
Eppure il terrore la attanagliava: forse erano stati i sogni della notte, o il gran parlare fatto in classe coi bambini, o quelle letterine scritte col cuore, e poi quei quaranta aerei dal rombo pesante: tutto ciò le aveva scosso i nervi.
Per calmarsi cercò in un cassetto un vecchio Rosario che non usava mai. Si segnò con devozione e sgranò le -Ave Marie- sottovoce, ad occhi chiusi, una dietro l’altra.
Nella baracca di Franz due soldati austriaci, anziani e taciturni, stavano quasi sempre con la cuffia della radio incollata alle orecchie. Sopra un tavolo c’erano carte e registri, in ordine perfetto. Appoggiata alla parete stava una branda, su cui dormivano a turno.
Alcune cassette erano ammucchiate l’una sull’altra. L’arredamento della baracca era tutto qui.
La stanzetta di Franz era sul retro, in un bugigattolo senza finestre. Anche qui stava una branda, alta un palmo da terra, una cassetta per sedile ed un attaccapanni alla parete, da cui pendeva un pastrano stinto.
La baracca era sistemata sul ciglio di un viottolo, che sboccava nella piazzetta delle scuole. Attorno ad essa vi erano alti gelsi dalla folta chioma. Durante tutta l’estate i militari erano stati svegliati, ogni mattina, dal cinguettare forsennato dei passeri. Non valeva neppure nascondere la testa sotto il cuscino. Come comari chiacchierone, pareva che tutte le confidenze dovessero farsele proprio allora, quando persino l’alba giungeva in punta di piedi per non destare la gente che dormiva.
Quel giorno, rientrando nella baracca, Franz vide un cenno fattogli con la mano dall’austriaco che, attraverso la cuffia della radio, stava ricevendo un messaggio. Gli si avvicinò, scrutando, da sopra la spalla, il foglio che egli andava rapidamente riempiendo.
“Zona periferica di Milano colpita da bombardamento indiscriminato“.
Solo questa frase, tra le altre di carattere tecnico, colpì Franz come una mazzata.
Quando il soldato si levò la cuffia, gli ordinò:
“Presto, chiedi quale zona periferica è stata colpita. Chiedi precisazioni“.
I tasti del telegrafo ticchettarono sotto le dita dell’uomo. I minuti che passarono nell’attesa della risposta, parvero eterni al tenente.
“Alzati, faccio da me“, disse bruscamente.
L’austriaco si alzò lentamente. Non capiva la fretta del suo superiore. L’aveva già sentito, no? “Bombardamento indiscriminato alla periferia di Milano “. Si fosse trattato di Amburgo, l’avrebbe capito. Ma Milano! Una città sconosciuta, legata al destino di cento altre, altrettanto sconosciute, pullulanti di gente magari nemica …
Appena Franz si fu sistemato al posto del telegrafista, udì il noto segnale che chiamava il posto- radio per la risposta.
“Pronto, sono in ascolto“.
“La zona bombardata è Gorla. Colpite case, un ospedale, scuole. Sono iniziate operazioni di soccorso. Si prevede elevatissimo il numero vittime. Completamente distrutta la scuola di piazza Redipuglia, completa di alunni e personale. Stop“.
La fronte dell’ufficiale si era imperlata di sudore. L’austriaco lo guardava spaventato.
“Che succede, tenente?“.
Egli levò la cuffia e spinse verso di lui il foglio su cui aveva tradotto il terribile comunicato.
“Ebbene …?”.
“La maestrina che era qui un mese fa …“.
“A Gorla?“.
“Sì …“.
“Capisco …“.
Poi afferrò la bianca striscia di carta e rilesse, sottovoce, parola per parola, sperando quasi di
avere inteso male.
“Mi spiace molto, tenente! Pareva l’immagine della gioia … “.
“Già … Gioia di vivere …“.
Come se queste parole avessero rotto un incantesimo, Franz si alzò, furioso, urlò un comando, parlò fitto fitto, come tra sé, imprecò, percorse a grandi passi la stanza, gettò a terra l’unica sedia che stava dietro il suo tavolo. Solo allora si trovò, viso a viso, con la fotografia di sua madre, che teneva tra carte e registri. Ne fu come folgorato.
“Uscite!”, gridò volgendosi ai due soldati.
Quando la porta fu chiusa, Franz sollevò quasi con dolcezza la sedia che era caduta, si sedette, appoggiò i gomiti sul tavolo, prendendosi i viso tra le mani.
“Nannina! Era la gioia di vivere. Ed ora come farò a dirlo a Laura? Ho fatto male a perdere il controllo, vero mamma? Ma pensa che quei maledetti mi sono passati sul capo, tranquilli come per una passeggiata. Li ho visti andare, li ho visti tornare. Sono gli stessi, forse , che vengono anche lassù, a casa nostra. E tu , mamma, sei sola e io non posso difenderti. Mi sento inutile a tutti. Ma tu prega, mamma. Chissà che l’Altissimo salvi Nannina …“.
Quando si affacciò sulla porta della baracca, si era perfettamente ricomposto. I due austriaci erano seduti sull’erba, sul ciglio del fosso. Vedendolo si alzarono.
“Restate in contatto continuo con Milano. Fatevi dare tutte le notizie possibili sui lavori di soccorso alla scuola di Gorla”.
Era l’una e mezza passata ormai, e i bambini ancora strillavano e si rincorrevano per la strada.
Forse Laura stava piangendo, pensò Franz, e non aveva sentito la campana.
Si fece largo tra i ragazzi e bussò ai vetri della finestra.
“Che fate, Laura? Non aprite?“.
La maestra si affacciò:
“Non mi sento di far scuola, Franz. Ho solo voglia di piangere. Deve essere successo qualcosa a Nannina, lo sento …“.
Si era alzata dalla poltrona e stava aggrappata all’inferriata.
“Aprite, Lauretta. I bambini non possono star qui. Se tornassero gli apparecchi, sarebbe pericoloso”.
Aveva toccato l’unico tasto capace di farla reagire.
“Oh, sì! Che sbadata! Avete ragione, Franz!“.
Si precipitò a spalancare il portone, picchiò le mani nel solito richiamo e non aspettò neppure che i bambini componessero la fila.
“Dentro, dentro bambini, presto!“.
Franz, accanto al marciapiede, la guardava con tenerezza e ancora una volta avrebbe voluto gridarle: “Andiamocene, Laura, noi due soli! Siamo vivi, dobbiamo esserne felici!“.
Ma erano bastate le poche righe registrate poco prima, perché neppure quella semplice frase si potesse più dire. Tra loro c’era Nannina, indimenticabile, Nannina fiduciosa, Nannina felice di vivere, Nannina con la zazzeretta nera e la risata schietta, Nannina che usciva dal fiume da sotto l’albero centenario, Nannina che camminava sull’argine, tutta nel sole, che saliva l’erta, leggera come una farfalla. Nannina … Nannina … Nannina …
La piazzetta s’era fatta deserta. Dalla finestra veniva un vivace cicaleccio, come da una grande gabbia d’uccelli. Egli immaginava Laura, seduta alla cattedra, come svuotata di volontà, con gli occhi che guardavano senza vedere. Sentì il bisogno di consolarla. Aprì un poco l’uscio dell’aula e le mormorò:
“Debbo andare a Milano domani. Venite con me?“.
“Oh, Franz! Certo, certo!“.
Non era vero. Non doveva andare a Milano. Non avrebbe neppure potuto. Ma sarebbe riuscito ad ottenere il permesso. Ora, però, era necessario recarsi da don Angelo per informarlo. A Laura avrebbero parlato insieme, più tardi. Chissà che frattanto non giungessero notizie rassicuranti …

* * * * *
Don Angelo stava in piedi sopra un asse gettato su due cavalletti, nella Cappella di San Francesco.
Aveva abbozzato gli alberi del fondo e lo spiazzo erboso su cui il Santo si sarebbe fermato a predicare. Certo, non era un gran pittore don Angelo, non di quelli, almeno, che allestiscono mostre e vendono quadri a prezzi rilevanti ; ma era un vero artista, di quelli che traggono dall’anima poesia e bellezza e la regalano a piene mani a chiunque ne voglia godere: anche a quattro contadini che magari puzzavano di stalla. Che importava!
Era così intento nella sua opera che non udì il passo dell’amico. Franz dovette chiamarlo, sottovoce:
“Reverendo …“.
“Che bella sorpresa! Venite a darmi consigli, tenente? Guardate … Che ne dite?“.
Scese dal palchetto e gli si fece incontro. Solo quando gli fu vicino si accorse del suo volto serio e del suo pallore.
“Cosa succede? C’è qualcosa che non va? Andiamo, andiamo in casa“.
“ No, forse è meglio qui. Qui, davanti a Dio perché mi senta. La scuola di Gorla è stata bombardata, oggi, poco prima di mezzogiorno. Nannina era in classe …”.
“Mio Dio! Ma sarà stata in rifugio … Non c’è scuola senza rifugio a Milano … E i rifugi sono sicuri“.
“No, reverendo. Le ultime notizie dicono: -Completamente distrutta la scuola elementare di Gorla in Piazza Redipuglia, completa di alunni e personale- “.
“Oh, no! Non è possibile! Forse Nannina aveva lezione al pomeriggio …. Sì, sì … Mi disse che dovevano fare i turni …“.
Cercava disperatamente un appiglio, una speranza.
Franz scosse tristemente il capo.
“No. Laura aveva detto che aveva il turno del mattino”.
“Laura … Bisognerà avvertirla …“.
“Per questo sono venuto. E’ in uno stato pietoso. Sospetta già e domani vuole andare a Milano.“
“A Milano? Da sola? A cercare tra le macerie? E’ impossibile!“.
“L’accompagnerò io, reverendo“.
“Oh, potete?”
“Debbo potere. Nannina era tanto cara a tutti e due.“
“Era … Ma no! Signore, che ci vedi lì dall’altare, Tu non devi permettere! Nannina! La fiducia, la speranza, la gioia di vivere … E impossibile! E’ assurdo! Signore, non può essere vero“.
Aveva parlato con irruenza, quasi con prepotenza. E mentre parlava si andava avvicinando all’altare, finché giunto ai primi gradini, si inginocchiò stringendosi il viso tra le mani.
Pregò e pianse in silenzio.
Franz lo lasciò sfogare, poi gli andò vicino, toccandolo leggermente su un spalla. Il sacerdote alzò il volto verso il tabernacolo.
“Perdonami, Signore!“ disse a voce alta. “Chi sono io per chiederti il miracolo? Chi sono io a confronto di tutte le mamme, di tutti i padri che ti stanno invocando in questo momento? Come posso osare, Dio mio, di fare un nome, un nome solo, quando centinaia di innocenti invocano aiuto? Eppure ti prego, Signore: prendi la mia vita, ma salvali. Lo so, la mia vita non vale molto, ma è tutto quello che posseggo. Ti ho servito in umiltà, per tanti anni, davanti all’altare. Perché non ho fatto di ogni istante della mia esistenza, di ogni mio respiro, un gradino per avvicinarmi di più a Te? Ora Ti sarei così vicino che Tu non potresti rifiutare la mia offerta”.
Poi tacque e nella chiesa regnò un silenzio profondo: pareva quasi di udire i battiti del cuore dei due uomini, così diversi eppure così uguali in quel momento di dolore.
“Perdonami, Signore. Tutto quello che dico è inutile, vero? La mia voce è come un soffio che passa in mezzo all’uragano. Le mie lacrime si perdono nel mare di pianto che sta inondando il mondo...”.
Dietro di lui l’ufficiale tedesco si era inginocchiato, mentre le lacrime gli scorrevano senza ritegno sulle guance.
Quando don Angelo si rialzò, prese Franz per un braccio e lo fece alzare. Poi lo abbracciò.
Davanti a Dio non erano più un prete cattolico e un soldato protestante, un italiano ed un tedesco: erano due fratelli con la stessa sofferenza nel cuore e la stessa preghiera sulle labbra.
Dicevano, nella stessa lingua, quella che Dio intende da qualsiasi parte si alzi:
“Salvali, Signore! Salvali!“.

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