III°
Era già sera quando un autocarro militare depose Nannina e Laura ai piedi della salita che portava a Santa Maria del Colle: una sera tranquilla, coi grilli che cantavano nei prati e le lucciole in giro sulle rive.
La strada si snodava dolcemente, a grandi curve ed era bianca sotto la luna.
Sulla spalletta di un ponte due vecchi fumavano la pipa e alcuni ragazzi suonavano degli zufoli di canna.
Due file di pioppi vestiti d’argento frusciavano alla brezza e salivano pigramente verso il paese.
Un gruppo di case fiancheggiava per un tratto la strada. Erano basse, tinteggiate di chiaro, con porte e finestre spalancate. Sulle soglie c’erano le donne che ninnavano i più piccini.
Nannina respirò a pieni polmoni l’aria di casa sua, poi prese l’amica per mano e cominciò a salire.
“Vieni, Laura: la mia casa è la prima per chi viene dalla valle. Ora saranno quasi tutti a dormire, ma domattina vedrai! C’è una fila di bambini che non finisce più. Il babbo ha la barbetta bianca a punta: sembra Mefistofele! E la mamma è una santa. Chissà che festa vedendoti!”.
La stanchezza dell’interminabile viaggio, Nannina l’aveva lasciata giù, a valle. Laura, invece , era ancora stordita.
“Mi sembrano mille anni da che ho lasciato Vecchia Strada!”.
Tacque un poco, pensosa.
“A quest’ora i miei scolari staranno rincorrendo le lucciole, e Franz fumerà la sua sigaretta davanti alle scuole.”.
“ Rimpiangi, vero?”.
“Oh, no,“ si scusò turbata Laura.
Ma nell’ombra era arrossita. Rimpiangeva, sì, rimpiangeva tutto di Vecchia Strada, uomini e cose, lucciole e stelle. Eppure uomini e cose, lucciole e stelle c’erano anche quassù …
D’un tratto, ad una svolta, sbucò un ragazzetto in bicicletta, correndo all’impazzata.
Nannina si fermò a guardarlo, poi gridò, agitando le braccia:
“Franchetto! Franchetto!”
Il ragazzo si fermò, appena gli fu possibile, poi risalì verso le due amiche, spingendo di corsa la sua bicicletta.
“Nannì!”.
Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro.
“E’ il mio fratellino” disse Nannina quando potè liberarsi dall’abbraccio. ”E’ il mio fratellaccio, il più matto della compagnia. Ma lo dico a papà come corri con la bici! Vedrai!”.
Franchetto non si spaventò. Probabilmente credeva poco alle minacce della sorella. Tese la mano con serietà a Laura, presentandosi :
“Franco Silenti, studente”.
La risata di Nannina uscì schietta e dilagò, come una cascata di perle, lungo la strada deserta.
Franchetto era un ragazzo sui quindici anni, bello, bruno, vivace, molto simile alla sorella.
Afferrò la valigia delle due ragazze e chiese:
“Preferite che vi accompagni, o che vi preceda? Potrei dare l’annuncio a casa.”.
“Per carità, resta, resta. Sveglieresti l’alveare e allora addio pace!”.
Camminando affiancati i due fratelli si raccontarono tutte le novità.
In breve Nannina fu informata del lavoro di papà, della scarlattina superata da Annarella, del primo dente spuntato a Giovannino, della serva, che nascondeva le uova per non consegnarle all’ammasso e di mille altre piccole cose, che la parlantina incessante di Franchetto andava sciorinando con freschi e sagaci commenti.
Il paese ora era vicino. Già se ne vedeva biancheggiare il campanile tra il nero di un folto d’alberi.
“Ecco Santa Maria, Laura. Alla prima svolta vedrai casa nostra”.
Affrettarono il passo, quasi senza accorgersene.
Un suono di campane giunse dal basso. Subito rispose, dall’alto, un nuovo tocco, poi un altro e un altro ancora.
I due cori si confusero nell’Ave Maria della sera, come madri che unissero i loro pianti nel ricordo dei figli lontani. Nannina, con voce un po’ roca, disse piano:
“L’unica cosa che mi commuove quando sono lontana, è proprio il ricordo di queste campane. Non ne ho mai udite di uguali. Ne sento tanto la mancanza quando sono a Milano”.
La melodia pareva giungere da ogni cosa lì intorno. Sembrava sgorgare dal ruscello, dal fruscio dei pioppi, dall’armonioso andare delle lucciole: s’accompagnava al cri-cri dei grilli, si addolciva nel lume della luna, faceva sbattere le palpebre alle stelle.
E quando il coro tacque, lasciò i tre giovani attoniti, mentre sul volto di Nannina scorrevano le lacrime. Franchetto prese il suo fazzoletto, un poco sporco, e glielo passò sugli occhi.
“Siamo a casa, sorellina”, le sussurrò.
Laura si sentì estranea e sola. Le pareva di essere una lucciola vagante e forse, al par di lei, desiderò d’esser presa da qualcuno che le dicesse:
“Vieni con me, andiamo a casa … “.
Era così presa dai suoi pensieri, che trasalì quando Nannina le afferrò una mano con tenerezza, mormorando:
“Vieni, siamo a casa, ormai.”.
La grande costruzione bassa e solida pareva attendere le due ragazze impassibile, senz’ombra di commozione. Non c’era alcuna finestra illuminata e sembrava deserta.
Laura rimase meravigliata nel vedere quant’era grande.
La fila di finestre nere sulla facciata le dava l’aspetto di un collegio. Dietro ad ognuna di esse si poteva facilmente immaginare una fila di lettini bianchi allineati.
Nannina aveva affrettato il passo, dapprima insensibilmente, poi sempre più rapida. Infine si mise a correre. Laura restò indietro col ragazzo.
“Pare una farfalla.”, mormorò egli come tra sé. “Io dico che è troppo bella“, aggiunse volgendosi alla fanciulla. “Le voglio tanto bene, sa!”.
“ Lo credo.”
“Siamo più che fratelli io e lei, siamo i più cari amici del mondo. Io sentivo che doveva arrivare. Lo dicevo alla mamma, ancora a cena. Lei diceva di no, che era troppo tardi. Ma io avevo qualche cosa qui … Lei non può capire … “.
“No,“ pensò Laura con tristezza, “ io non posso capire … Non ho nessuno, io.”.
La voce acuta di Nannina li raggiunse, mentre ella spariva dentro la casa.
“Sveglia“, gridava, “sveglia, gente! Mamma! Papà!”.
Franco si fermò sulla soglia per lasciar passare Laura. Nannina era sommersa tra le braccia di una grossa signora dai capelli tutti bianchi. Intorno stavano giovani donne, uomini, ragazzi.
“Ci sembra tutto il paese,” pensò.
La stanza era ampia, adatta ad una famiglia patriarcale, qual era quella dei Silenti. Ma pareva rimpicciolita dallo straordinario assembramento.
“Vede? Questa è casa nostra!” disse con orgoglio Franchetto.
Depose la valigia per terra, poi si fece largo tra la folla che circondava la sorella, dicendo a voce alta:
“Non siate maleducati. Abbiamo un’ospite.”.
Nannina riemerse dalle braccia della madre e presentò l’amica con un sorriso felice.
Era tutta spettinata e la corta zazzeretta nera le ricadeva sulla fronte, dando ai grandi occhi riflessi ancora più fondi.
Laura passò da un abbraccio all’altro, strinse mani e mani, accarezzò bimbi e bimbette. Non si raccapezzava più.
Allegramente e con una sollecitudine incredibile, data la grande ressa nella stanza, venne apparecchiata la tavola, mentre le due amiche furono condotte di sopra a ripulirsi e rinfrescarsi.
Quando tornarono, Nannina era raggiante e Laura ancora sbalordita.
“Ho bisogno d’un lungo sonno,“ disse, “mi pare di non essere più io.”.
Le pareva così lontana Vecchia Strada! Un mondo da fiaba, di cui si è sentito parlare da piccini, che è rimasto nell’anima come un bel sogno.
Finita la cena, salirono, finalmente, nella loro stanza, dove gli alti letti di ferro erano profumati di buon bucato campagnolo.
Nannina sprofondò in un sonno quasi immediato, ma a Laura tornarono alla mente, ad una ad una, le impressioni di quella giornata terribile, col treno, gli aerei, la zattera, il fiume. Risentì l’urlo della donna che voleva gettarsi in acqua, la maledizione gettata da quell’uomo contro il cielo, il fragore delle bombe, il grandinare dei colpi di mitraglia, e poi sussulti, tremori, lamenti di persone atterrite.
“Dio mio, basta!“.
Basta con quel treno sospeso su ponti simili a trapezi da circo, basta con le rotaie divelte, le arcate tronche , le rovine ammassate attorno ai piloni, il ronzare solitario di quel piccolo ricognitore …
“Basta di tutto ciò, Signore”, pregò dentro di sé.
Continuò a girarsi e rigirarsi, le venne da piangere senza riuscire a scacciare gli incubi di quella eterna giornata. Cercò, allora, qualcosa di dolce, di buono a cui aggrapparsi per dimenticare.
Così le vennero incontro i lunghi viottoli del suo paese, il fruscio dei piedi nudi sull’erba, il sussurrare dei pioppi e lo scorrere lento del fiume. Mai il suo piccolo mondo le era apparso tanto bello.
A poco a poco rumori e voci giunsero a farle compagnia.
“Ciao, maestra … “, sussurrò una voce di bimbo.
“Auf wiedersehen, Lauretta … “.
S’addormentò, così, sognando Franz con le spalline d’oro scintillanti al sole e due occhi chiari che si confondevano col cielo.
* * * * *
L’indomani Laura fece la conoscenza col resto della famiglia: i nipotini, la nonna, il padre di Nannina.
Il padre era medico e dirigeva una clinica, modernamente attrezzata, in Santa Maria. Egli viveva per il suo ospedale e ne era orgoglioso, dato che esso godeva di molta rinomanza nei dintorni.
La particolare posizione del paese, poi, rendeva la clinica quasi sicura contro i pericoli della guerra. Era, quindi, un posto ideale per un luogo di cura.
Un’ala della costruzione era destinata al reparto Maternità ed i bimbi vi nascevano in un ambiente sano e sereno.
“Magari“, soleva dire il vecchio medico, “magari portassero nella vita la serenità che qui li accoglie alla nascita!“.
Esternamente pareva una grande villa dai viali alberati, coi fiori nelle aiuole e le tendine alle finestre. Guardava dall’alto del colle la valle sottostante e da lassù le case parevano giocattoli per bambini e le strade nastri candidi posti giù per i pendii. Internamente tutto era uno splendore: luccichio di pavimenti, scintillio di cromature, iridescenze di cristalli.
Nei corridoi e nelle corsie Nannina venne accolta festosamente.
“E’ arrivata la primavera!”, esclamò un giovane medico tendendole la mano.
“Questo è Silvio”, disse la fanciulla presentandolo all’amica.
Era un ragazzo simpatico, abbronzatissimo, con due strani occhi tra l’azzurro e il verde e un corpo atletico chiuso nel camice bianco.
Afferrò Nannina per le spalle e se la strinse al cuore ridendo.
“Finalmente, Nannì! Non tornavi più quest’anno. Vieni, c’è una sorpresa per te.”.
Tenendola per mano e invitando Laura a seguirli, se la portò lungo i corridoi, fino all’ala estrema della villa.
“Visto che ti piacciono tanto i bambini, tuo padre ed io abbiamo pensato di fartene trovare un paio proprio stamattina, nuovi nuovi, appena portati dalla cicogna.”.
Sempre ridendo, entrò in una stanza tutta inondata di sole, dove due batuffoli rosa strillavano con tutto il fiato dei loro giovani polmoni.
“Meravigliosi!“ esclamò Nannina, sollevando prima l’uno e poi l’altro.
“Maschietti?“ chiese Laura.
“Oh, no! Crede che urlerebbero tanto? Femminucce.”.
“Maleducato!” rise Nannina.
“E figurati che questa è figlia della Rosa, la settima, e la vuol chiamare Nannina !”.
“No!“.
“Sicuro! Io ho cercato di spiegarle che già dimostra d’essere una piccola peste, senza bisogno che le mettano il tuo nome. Ma la Rosa si ostina … Peggio per lei, povera donna … “.
Così dicendo, afferrò la fanciulla per le spalle e le scompigliò con forza i capelli.
“Basta, Silvio, guarda che chiamo papà … “.
“Ecco, così mi piaci di più. Sembri una passeretta scarduffata.”.
Con grande tenerezza, quasi incredibile in quel giovane gigante, le posò un bacio sui capelli.
Laura, imbarazzatissima, non sapeva più dove guardare. Giocherellava con le manine delle due piccine, le quali non smettevano di lanciare strilli.
“Fai arrossire Laura, vergognati Silvio”, mormorò Nannina.
“Oh, mi spiace, signorina .”.
Ma si capiva benissimo che non gli spiaceva affatto.
“Sa, questo è il suo castigo. Si fa sempre troppo attendere. Temo che da un giorno all’altro non torni affatto. Milano è una divoratrice di uomini … e di donne, naturalmente. Ma Nannina non è una donna, è metà passero e metà farfalla. Forse per questo mi è dato di rivederla di tanto in tanto.”.
Dal corridoio avanzava il dottor Silenti e i tre giovani gli si fecero incontro.
“Voglio mostrarvi, “ disse, “ l’altra novità dell’ospedale. Abbiamo ricoverato anche alcuni soldati. Due sono convalescenti da ferite. Gli altri ammalati di malaria.”.
Insieme riattraversarono sale e corridoi e giunsero al reparto riservato ai militari.
“Vedi, “spigò Silenti alla figlia, “quei tre laggiù sono tedeschi, gli altri sono italiani, i due convalescenti stanno in giardino. Li potrai vedere uscendo.”.
Tutti i malati erano giovanissimi. I loro occhi, pure lucidi di febbre, sorridevano alle due ragazze.
“Che visita gradita, dottore,” esclamò uno dal forte accento meridionale , “con due infermiere così, sento che mi passerebbe anche la malaria!“.
Conversarono un poco, allegramente. Anche i tedeschi cercavano di farsi comprendere, usando le loro scarse cognizioni della lingua italiana.
“Tornate ancora,“ dissero nel salutare.
“Auf wiedersehen!“.
Nel passare dal giardino si fermarono a salutare i due convalescenti, uno dei quali camminava con le stampelle: poi, dato che era quasi mezzogiorno, i medici rientrarono e le due amiche tornarono a casa.
Le giornate a Santa Maria del Colle trascorrevano allegre e movimentate. La numerosa famiglia di Nannina e soprattutto Franchetto, non permettevano mai alle due ragazze d’esser sole, o di provare malinconie. Nannina pareva uno spiritello scatenato: non era ferma un istante. La casa, le strade, l’ospedale risuonavano della sua schietta risata, dei suoi richiami, dei suoi canti.
Tutto il paese sapeva che Nannì era tornata. Grandi e piccini la chiamavano per nome, la stuzzicavano, le sorridevano. Era un poco come se fosse figlia di tutti a Santa Maria. Franchetto non la abbandonava un minuto. La faceva salire sulla canna della sua bicicletta e scendevano giù a rotta di collo fino a valle. Tornavano accaldati e ripartivano subito verso la campagna. Da quelle gite la fanciulla ritornava con enormi mazzi di fiori campestri.
Le serate a Santa Maria del Colle erano deliziose.
Sul grande prato i più piccini si addormentavano presto in braccio alle mamme. I più grandicelli o rincorrevano le lucciole, o ascoltavano, con l’orecchio tra l’erba, il canto di un grillo.
Canzoni e serenate scoppiavano improvvise con risate e giochi, ricordi e fiabe. Tutta la casa pareva aver ripreso vita col ritorno di Nannina.
Come sembrava lontana la guerra !
Eppure anche a Santa Maria suonavano di tanto in tanto le campane a martello dell’allarme aereo e le formazioni dei bombardieri passavano alte, dirette verso il nord.
La radio recava ogni giorno tristi notizie: arretramenti di linee, paesi distrutti, profughi in fuga, soldati caduti.
Ma Nannina , quando ne udiva la voce, correva a spegnerla.
“Basta!“ gridava. “ Tra poco, a Milano, avrò la guerra fin dentro la scuola; ora voglio scordarla.”
E ci riusciva alla perfezione. Si godeva la sua vacanza con una pienezza di vita che incantava.
Laura, invece, ne era stravolta. Non si riconosceva più. Tutta la sua esistenza pensosa e solitaria pareva mutata.
A notte, quando tutto si faceva finalmente silenzio attorno a lei, tornavano i ricordi. Ricominciava, allora, a ripensare a Vecchia Strada, alla lunga quiete dei suoi tramonti, ai taciturni viottoli accanto al fiume. E desiderava ardentemente d’essere di nuovo a casa.
“Domani me ne vado, Nannina,“ disse un giorno, improvvisamente.
“Te ne vai? E perché?“ chiese l’amica stupefatta. “Non stai bene qui?”.
Laura sorrise:
“Non è questo . . .”.
“Ho capito !” gridò Nannina con uno sguardo birichino. “E’ per Franz!”.
“Oh, no!“ replicò con forza Laura, arrossendo.” Che discorsi fai, Nannina …”.
“E allora, perché?”.
“Non saprei dirtelo … Non so … Forse desidero solo un po’ di silenzio.”.
“Mi dispiace, ne sono mortificata, ma da domani, qui, li faccio star zitti tutti. Basta che lo dica a papà.”.
“No, no … !”.
Era assurdo, infatti, pensare a casa Silenti taciturna, quando la sola presenza di Nannina elettrizzava tutti, uomini e cose.
“Si era pure intesi che ti avrei solo accompagnato a casa.”.
“E tu vuoi rifare quel tremendo viaggio da sola … ?“.
Questo era il segreto terrore di Laura: rifare da sola quel cammino eterno, ripassare sugli stessi ponti traballanti, salire sulla stessa zattera carica di umanità disperata.
L’amica vide l’incertezza nel suo sguardo.
“Resta almeno fino all’inizio delle scuole, poi ripartiremo insieme.”.
“E’ impossibile, Nannina.”.
“Lascia allora che trovi qualcuno che faccia il tuo stesso viaggio. Capita , talvolta, che si debba andare verso il nord. Oggi ne parleremo a papà.”.
sabato 1 marzo 2008
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