sabato 1 marzo 2008

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Don Angelo attendeva i due amici con indicibile ansia. Quando li vide, gli bastò uno sguardo per capire che anche Nannina era con gli altri.
Dai giornali aveva già saputo la tragica verità. Ma nell’angolo più nascosto del suo cuore c’era, senza che avesse il coraggio di confessarlo, una tenace speranza: che Nannina fosse scampata. Chissà come, chissà perché. Ma Nannina poteva essersi salvata.
Invece no. Tutto era finito, ormai. Una piccola folla di bambini che don Angelo, sostituendo la maestra, aveva raccolto in quei giorni tra i banchi della scuola, assistette muta all’incontro.
Nessuno parlò, nessuno pianse. Solo Michele andò vicino a Laura e le toccò una mano:
“Maestra,“ domandò, “non c’erano più, vero?“.
Laura scosse il capo. Come se tutti avessero atteso quel cenno per esserne certi, immediatamente, si fece il vuoto attorno a Laura. Ogni bambino corse a casa per dirlo alla mamma.
Sulla piazzetta restarono loro tre soli. Laura mormorò:
“Sono tanto stanca“.
Tese la mano ai due amici ed entrò in casa. Anche Franz salutò il sacerdote.
Sulla porta della baracca uno degli austriaci scattò sull’attenti. Il tenente raddrizzò le spalle e si disse che doveva mostrarsi uomo. Si sedette al suo tavolo di lavoro e cominciò a sfogliare le carte rimaste inevase.
Don Angelo attraversò il paese e, ad ogni passo, ripeteva dentro di sé :
“Perdona al tuo servo, Signore …“.
Chiedeva perdono per aver troppo osato, troppo sperato. Chi era lui perché Dio lo ascoltasse?
La scuola si riaprì, come ogni giorno, ma la tristezza della maestra pesava come una cappa di piombo sulla serenità dei bambini. Laura passava stancamente tra i banchi, stava lungo tempo affacciata alla finestra guardando lontano. Nei giorni seguenti non uscì più di casa, eppure le giornate si erano rifatte buone.
Non parlava con nessuno. Solo agli alunni diceva lo stretto indispensabile ed essi non avevano neppure più il coraggio di rivolgerle la parola.
Don Angelo, che aveva bussato quasi ogni sera alla sua porta, non aveva avuto risposta.
Franz, che picchiettava sui vetri tutti i giorni, otteneva solo un debole sorriso.
Finché una mattina Michele le disse:
“Senti, maestra. Non si può andare avanti così. Io domani a scuola non ci vengo più”.
Laura non parve udirlo ed egli prese posto nel suo banco con la faccia scura.
Potevano essere le undici quando qualcuno bussò alla porta. Era incarico di Michele correre ad aprire. Lo fece anche stavolta, trascinando i piedi e sbuffando, come per far capire alla maestra che non era contento di lei.
All’entrata stava il postino con in mano una gran busta gialla.
Michele la prese e il suo volto si illuminò. Per un istante si disse:
“Sono loro! Ci hanno risposto!“.
Si volse verso Laura trasfigurato.
La maestra prese la busta mentre tutti i bambini avevano lasciato i banchi per correre a vedere.
La busta era un poco sgualcita, ma l’indirizzo si leggeva chiaro:
“Ai bambini della scuola elementare di Gorla“.
E sotto una mano incerta aveva scritto:
“Respinta al mittente.“
“Sono le vostre lettere, bambini: ce le hanno rimandate, non sono giunte in tempo“.
Un mormorio passò per la classe.
Laura lacerò la busta e ne vuotò il contenuto sul piano della cattedra. Fogli , figurine e fiori uscirono tutti insieme.
“Fratellino mio … “.
“Carissimo Mario di Milano … “.
“Caro compagno sconosciuto ... “.
“Bisognerebbe mutare indirizzo, mettere: - Scuola in Paradiso-”.
Così pensò Laura, ma non aprì bocca. Alzò gli occhi e rivide chiaro ogni particolare di quel giorno di terrore.
Quel “Mario di Milano “ non c’era più.
Pinuccia aveva la treccia bionda sporca di fango sotto il lenzuolo bianco e la sua mamma rideva ancora, impazzita per il dolore.
Rosalia giaceva accanto a Nannina col visetto di cera.
Eccoli tutti in fila, coi volti bianchi, freddi, silenziosi, immobili.
Il cuore di Laura non poté reggere allo strazio e, dimenticando d’essere a scuola, si accasciò sulle letterine e singhiozzò disperatamente. I bambini si guardarono costernati. Poi Vanina cominciò a piangere, chiamando la mamma. Piano piano tutti le fecero eco. Solo allora Laura alzò il capo e disse: “Andate a posto, bambini, io non piango più“.
Quando suonò mezzogiorno, Michele si avvicinò alla cattedra e mormorò:
“ Domani vengo ancora, vedrai”. E Laura lo accarezzò sui capelli .
Ma alla sera la maestra aveva la febbre alta. Michele, spaventatissimo, era corso a chiamare la sua mamma.
La povera donna, tutta agitata, non sapeva cosa fare.
Aiutò la fanciulla a mettersi a letto e le preparò un infuso di camomilla. Poi spedì il ragazzo a chiamare il prete. Don Angelo accorse, col fiato grosso. Le sentì il polso, le toccò la fronte.
Laura col volto congestionato, non parlava e teneva gli occhi chiusi. Sembrava volesse assopirsi.
Venne deciso che Michele e sua madre avrebbero pernottato a scuola e che don Angelo sarebbe stato chiamato se ve ne fosse stato bisogno.
La febbre continuò a salire e nella notte venne il delirio: urlava nomi sconosciuti, si sollevava per gettarsi dal letto, parlava concitata tendendo i pugni contro un invisibile nemico. Poi si accasciava priva di forze. Quando, finalmente, suonò l’Ave Maria, Michele e sua madre respirarono di sollievo.
“Va, corri dal prete, digli di venire “.
Il ragazzo si infilò gli zoccoli e giunse al campanile che stavano ancora battendo gli ultimi tocchi.
Don Angelo usava suonarsela da solo l’Ave Maria delle cinque, perché il campanaro era vecchio e gli spiaceva rubargli un’ora di sonno.
“Reverendo, la maestra sta male. E’ tutta notte che grida.“
“Vengo subito, Michele“.
Abbandonò la corda, che dondolò come un lungo serpente, e seguì il ragazzo.
La febbre era sempre alta, ma ora Laura era tranquilla. Don Angelo, però, decise che bisognava chiamare il medico, appena fosse giorno.
Nell’uscire dalle scuole pensò che sarebbe stato opportuno avvertire Franz. Ma dalla baracca non veniva alcun segno di vita: certo il tenente dormiva e gli spiacque disturbare.
“Prima dirò la Messa, poi tornerò“.
Sulla piazzetta della chiesa alcune donnette infreddolite aspettavano che egli aprisse la porta.
Entrarono subito, ciabattando, e presero posto nei soliti banchi. Mentre don Angelo accendeva le candele, si chiesero l’un l’altra:
“Cosa sarà successo alle scuole?“.
“Il prevosto è venuto di là … “.
“Che sia malata la maestrina?“
Quando il Parroco apparve coi paramenti sacri, tutte tacquero.
Nella fredda alba autunnale un coro di preghiere si alzò nella chiesetta che guardava il fiume.
Preghiere in latino, mal dette e mal comprese, mentre i chicchi del Rosario passavano e ripassavano
tra le dita legnose delle vecchie contadine. Ogni tanto, nel loro stretto dialetto, dicevano al Signore:
“Questa Ave Maria è per la maestra, se è ammalata …“.
Franz era andato a chiamare il medico, al paese vicino, poi era rimasto ad attendere, davanti alle scuole, il risultato della visita.
Non è nulla di grave, per ora. E’ l’effetto dello choc. Le ho prescritto dei calmanti. Bisogna lasciarla assolutamente tranquilla.
Don Angelo decise di inviare le sua Perpetua per l’assistenza. Non aveva di meglio e gli spiaceva approfittare delle altre donne del paese, tutte sovraccariche di lavoro. Ad ogni modo Michele si rifiutò di lasciare la scuola e siccome era assai pratico della casa, si rivelò molto utile.
In classe venne inviata una supplente ed i bambini camminarono in punta di piedi, entrarono e uscirono senza far rumore per non disturbare la maestra malata.
La febbre si mantenne alta per alcuni giorni. Ma il medico constatò che non erano sopravvenute complicazioni, consigliò di continuare con la medesima cura e di lasciarla assolutamente tranquilla.
Alla fine della settimana la febbre diminuì, il delirio notturno cessò. Laura poté sollevarsi un poco sui cuscini col viso scavato tra i capelli scomposti.
Franz venne per la prima volta per portarle un dono. Aveva il volto sorridente e gli occhi gli brillavano.
“Lauretta,” le disse, “se vi porto un regalo siete contenta?”.
“Oh, certo, Franz …“.
“Promettete?”.
“Va bene, prometto!”.
“Guardate!”.
Sollevò con tutte e due le mani un grosso foglio bianco, che aveva tenuto arrotolato e nascosto dietro la schiena.
“Oh, Franz!”.
Dal foglio rideva, viva, Nannina. Nannina nel costume da bagno stillante d’acqua, sotto i rami del platano gigante mentre usciva dal fiume. Era lì viva, felice, monella come lo era stata nell’ultimo giorno di permanenza a Vecchia Strada. Quante volte l’aveva chiamata quel pomeriggio perché uscisse dal fiume! E sempre ella rispondeva:
“Ancora un minuto, Lauretta, un minuto solo!”.
“Vi piace?”, chiese l’ufficiale avvicinandosi.
“E’meravigliosa!”.
“E’ vostra. Dovrete vederla e pensarla sempre così Nannina”.
“Grazie, Franz. Siete tanto caro”.
Subito Michele fu spedito alla ricerca di due stecche di legno, ben levigate e piallate, dal vicino falegname. Il grande foglio venne disteso e incollato, Franz piantò un chiodo nella parete di fronte al letto e Nannina fu là, viva e parlante, di fronte all’amica.
“Così non sarete più sola, Laura”.
La fanciulla era commossa e il tenente pure. Aveva lavorato con tanta passione in quei giorni. Era sicuro che le avrebbe fatto piacere.
La convalescenza fu lenta, ma Laura riprendeva contatto con la vita serenamente. Pareva che il gran chiamare e piangere che aveva fatto nel delirio, le avesse svuotato l’anima da ogni orrore. Restava una malinconia dolce, un senso d’amore per tutti, un languido bisogno di lasciarsi accarezzare dall’ultimo sole d’autunno, così, senza pensieri, senza tormenti, quasi senza sogni.
Era paga della dolcezza delle sue giornate, dell’amicizia di Franz, della sollecitudine di don Angelo, del devoto attaccamento di Michele.
Era grata a Nannina di sorridere lì, davanti al letto e quando un raggio di sole la sfiorava, socchiudendo gli occhi, le pareva di vederla muoversi tutta scintillante di gocce iridescenti.
Tutto ciò che aveva visto a Gorla le pareva un sogno lontano, il tempo aveva addolcito lo strazio e velato l’orrore.
Solo ai primi di dicembre Laura poté riprendere l’insegnamento. Ogni bambino aveva voluto portarle per l’occasione un suo regalo: un cestino con le uova, la torta fatta in casa, il fragrante pane cotto nel forno. Nessuno era venuto a mani vuote.
Alcune mamme addossate all’angolo della piazzetta, la stavano a guardare sorridendo. Laura se ne rese conto con gioia. Dunque le volevano bene ancora! Sentì un gran bisogno di tenerezza e avrebbe voluto abbracciare tutti i bambini che le stavano davanti.
Li guardò sfilare entrando nell’aula e a tutti regalò una carezza. Le mamme, ferme all’angolo, erano commosse.
I piccini, in classe, dovevano raccontarle tante cose. Era stato lungo quel mese di assenza. Tutti andavano a gara nel metterla al corrente di ciò che era avvenuto a scuola e nel paese.
Michele ascoltava tutto con aria di superiorità. Lui non aveva nulla da raccontare! Giorno per giorno era stato accanto alla maestra, lui!
La giornata era fredda, ma nel cielo un poco velato cercava di farsi largo il sole. La stufa era stata accesa dal bidello molto per tempo e spandeva un consolante tepore. Persino il pavimento era stato lucidato con la cera. Si sentiva un profumo di resina, che riempiva i polmoni di soddisfazione.
I grembiulini dei bambini erano stirati, i collettini candidi, le scarpette e gli zoccoletti lucidi: tutto pareva essere stato preparato per far festa alla maestra che tornava.
Quando le cose più importanti furono dette, tutti tacquero.
Ora doveva parlare lei. C’era una cosa che doveva assolutamente dire. Se ben ricordava, l’ultimo giorno, prima che si ammalasse, aveva chiuso nel cassetto della cattedra un mucchio di letterine candide. Che si doveva fare? Non si poteva rinunciare così ad un bel sogno. Che trovasse una soluzione la maestra, che dicesse qualcosa. Era tempo, ormai. Anche per questo l’avevano attesa.
Gli occhi lucenti dei bambini la seguivano in ogni suo movimento. Ogni volta che mostrava di volersi avvicinare al cassetto, che era rimasto chiuso a chiave per tanti giorni, quegli occhi si riempivano di speranza. Ma come mai la maestra non capiva?
Girava tra i banchi, sorrideva, si stupiva di tanto silenzio, ma non diceva una parola. Bisognava, forse, ricordarglielo? Che se ne fosse dimenticata?.
Finalmente Elena, una bimbetta bruna e fremente come una zingara, si fece coraggio. Arrossendo, chiamò:
“Signorina …”.
“Sì … “.
“Signorina, per piacere …”.
“Sì, cara …”.
“Per piacere, le letterine …”
“Oh, ci stavo pensando …”.
“Come faremo?”.
Laura si avvicinò al cassetto chiuso a chiave, lo accarezzò leggermente, ma non lo aprì.
“Lasciamolo chiuso ancora per qualche giorno, bambini: voglio prepararvi una sorpresa. Potete aspettare, vero“?
Con un po’ di delusione tutti risposero di sì.
“Sarà una bella sorpresa, vedrete”.
Gli occhi dei bimbi smisero di seguire ansiosi tutti i movimenti di Laura. Si chinarono sui libri, docili ai comandi e cominciarono il lavoro di ogni giorno. Le penne andarono su e giù. Le paginette si riempirono di segni neri, tutti in fila, come soldatini. I numeri si incolonnarono ubbidienti, ognuno al proprio posto.
Ma la speranza no, non se ne stette quieta: ansiosa batteva nei cuori e si chiedeva se un miracolo era ancora possibile. Ci sono tante cose sconosciute nel mondo, tante macchine, tante scoperte che sembrano stregonerie … Che la maestra avesse trovato davvero il modo di far giungere le letterine lassù, in paradiso? Sotto i grembiulini i cuori battevano come uccellini in gabbia.
Laura aveva davvero ideato una sorpresa, ma le occorreva qualche giorno di tempo. Voleva che i piccini di Gorla diventassero familiari ai suoi alunni, non solo nei nomi, ma anche nei volti.
Doveva perciò scrivere a Gorla e incaricare qualcuno della raccolta delle fotografie e immaginette ricordo. La persona più adatta era il parroco. Decise quindi di scrivergli immediatamente.
L’indomani e i giorni successivi, quando apriva il portoncino della scuola per accogliere i bambini infreddoliti, subito i loro occhi l’assalivano di domande.
“E allora …”?.
“C’è la sorpresa”?.
“Sarà per oggi, maestra”?.
“Quanti giorni ancora”?.
“Portate pazienza, bambini, portate pazienza …”.
Lei si sentiva colpevole nel dover deludere così, ogni mattina, l’attesa dei suoi alunni. Avrebbe dovuto pensarci prima, approfittare della sua convalescenza. Ora, però, era inutile fare recriminazioni. Bastava aspettare ancora qualche giorno.
Finalmente, in un nebbioso mattino di mezzo dicembre, alla porta dell’aula picchiò il postino.
Michele si precipitò ad aprire.
Il postino aveva una grossa busta gialla, gonfia e piena di bolli e di timbri.
La nebbia era così fitta fuori, che l’uomo, poveretto, era tutto intirizzito e bianco di brina.
“Permettete, signorina, che mi scaldi un pochino?”.
Fu fatto subito avvicinare alla stufa e venne fatto sedere. Michele si precipitò in cucina a prendere un bicchiere di vino. Intanto la busta era là, sulla cattedra, con tutti quei bolli che parevano proprio venire da lontano. Dal paradiso, forse? La busta era proprio identica a quella che era giunta un mese prima e che aveva fatto ammalare la maestra.
I bambini si sollevavano sui banchi, si scambiavano cenni d’intesa, paroline sottovoce. Se soltanto quel postino se ne fosse andato presto …
Invece no. Eccolo vicino alla stufa, coi piedi rivolti alla fiamma, arrossato in volto e felice col suo bicchier di vino in mano. Parla con la maestra del tempo, della nebbia, delle disgrazie che succedono sulle strade.
“Qui, invece pare d’essere soli al mondo. Cammini e cammini su questi viottoli di campagna e non c’è neanche un cane che ti tenga compagnia …”.
“Ora si alza …” pensavano i bambini. “No, si accomoda meglio sulla sedia … La maestra vuol dargli ancora un po’ di vino … Non accetta … prende il berretto … Ecco! Se lo mette in testa e saluta!”.
“Buon giorno!”.
Con che soddisfazione gli rispondono i bambini:
“Buon giorno!”.
Nell’aula si rifà immediatamente silenzio.
Laura infila un tagliacarte nella busta. Si sente il fruscio della carta che si lacera. Poi solleva la busta tenendola per gli angoli. E ne escono a decine piccoli biglietti, fotografie, immagini listate a lutto. Cadono tutte sul piano della cattedra, s’ammucchiano, s’accavallano. Qua e là spuntano occhietti seri o ridenti, labbra aperte al sorriso, riccioli biondi o neri. Tanti, tanti!
“Sono tutti per voi, bambini! Sono i vostro compagni di Gorla! Venite a vedere!”.
I ragazzi si staccano dai banchi come i petali dei peschi alla brezza d’aprile.
“Ora potrete conoscerli i vostri compagni, come se li aveste visti di persona. Appenderemo queste fotografie tutto intorno all’aula e voi vi cercherete gli amici preferiti, uno due tre , tutti quelli che vorrete. Li chiamerete per nome, racconterete loro i vostri pensieri, le vostre piccole cose di ogni giorno. Non potrete più mandare le letterine, bambini. No, non ho trovato il modo di farle giungere in paradiso … Ma ognuno di voi si terrà un quadernetto e vi scriverà tutto quello che vorrà. Dal cielo essi vedranno. Verranno di notte a leggere le vostre parole. Vi vorranno bene più che se fossero vivi. Che ne dite? Siete contenti?”.
“Oh, sì, maestra!”.
“Ed ora adagio, con delicatezza, ognuno prenda qualche fotografia, la guardi, ne legga il nome, l’età. Son tutte vostre”.
Le mani, timidamente, avanzarono sul piano della cattedra. Prima una, poi l’altra. Le labbra si mossero nel sillabare i nomi sconosciuti. Gli occhi frugarono ansiosi alla ricerca di una bimba con le trecce, di un maschietto ‘alto così’, di un bambino che avesse nome ‘Mario di Milano’.
Nessuno restò deluso. Così, come ognuno l’aveva sognato, ritrovarono l’amico sconosciuto, proprio preciso: chi serio, chi sorridente, chi timido, chi baldanzoso. C’era la bambina con la bambola e quella con l’orsachiotto, il bambino in bicicletta e l’altro col pallone, quello coi calzoncini lunghi della prima comunione e quello a piedi nudi sul prato sotto il sole.
Quando a mezzogiorno i ragazzi di Vecchia Strada sciamarono verso casa, non erano più soli. Avevano accanto l’amico nuovo, con lui si assisero al povero desco, con lui si scaldarono alla fiamma del focolare, di lui parlarono a mamma, papà e fratelli. Egli entrò a far parte della famiglia con pieno diritto e il suo nome fu ripetuto da tutti, come se di un vivo si trattasse e non di un bimbo morto.
La buona semplice gente di vecchia Strada fu felice di aprire il cuore a tutta la folla cinguettante di Gorla: bimbi di città, si sa, ma che non ti mettevano in soggezione, ai quali si poteva mostrare, senza vergognarsi, come si mangiava, senza tovaglia, magari, e senza forchetta, e come si dormiva, sul saccone duro nelle stanze dalle grosse travi annerite. Chi viene dal paradiso capisce certe cose!

* * * * *
Anche Franz collaborò ai preparativi.
Laura l’aveva incaricato di tracciare un ritratto col volto di Nannina, così come tutti la ricordavano a Vecchia Strada.
Il tenente cercò tra i suoi schizzi e ne trovò uno somigliantissimo: Nannina teneva il viso affondato in un gran mazzo di fiori campestri e rideva. Pareva l’immagine stessa della primavera. Il ritratto venne incorniciato e messo sotto vetro.
Anche il bidello, che nei ritagli di tempo faceva il falegname, aiutò preparando delle strisce di legno verniciato di chiaro, che vennero appese tutte intorno all’aula. Poi, con amore, i bimbi di Gorla vennero suddivisi, proprio come a scuola: di qua i maschietti, di là le femminucce.
Prima i piccolini, Dio mio quanti erano!, poi, mano a mano i più grandicelli e, in mezzo a tutti, Nannina. Ella fu, in mezzo a tutta quella innocenza, come il simbolo dell’eterna giovinezza, quella che nei maestri non si spegne mai. La gioia degli scolari di Vecchia Strada fu indescrivibile. Essi ebbero subito il permesso di osservare da vicino, ad uno ad uno, quei visetti ignoti e tutti ritrovarono il compagno che si erano scelti il giorno precedente, lo riconobbero tra tutti perché già facevano parte del loro mondo d’affetti.
Il quaderno, che tutti si erano portati da casa, accolse già da quel momento le loro prime ingenue confidenze.
Laura, girando lo sguardo sul suo piccolo regno, arricchito d’improvviso di tanti bimbi nuovi, pensò con commozione:
“Ecco, questo sarà lo scopo della mia attività d’insegnante. Ad ognuno di questi bambini vivi metterò davanti un ideale che sia facile da raggiungere: l’onestà nei piccoli atti di ogni giorno, l’amore per le semplici cose li insegneranno loro, i bambini di Gorla. Ognuno imparerà a chiedersi nel dubbio: ”Che avrebbe fatto ‘lui’ in questo caso?” E siccome lassù, in paradiso, non c’è più maledizione per nessuno, chissà che un giorno sia la legge dell’amore a dominare il mondo, chissà che sia bandito l’odio dai cuori, finalmente!”.

* * * * *

Nei giorni seguenti la scuola di Vecchia Strada fu come meta di un pellegrinaggio.
Prima vennero le mamme, un po’ timide, trascinate dai propri figli che le incoraggiavano perché la maestra era buona e aveva piacere vederle. Esse si fermarono davanti ad ogni fotografia, ne sillabarono i nomi, si asciugarono gli occhi pieni di lacrime.
Verso sera, quando già la scuola era chiusa, vennero gli uomini. Avevano gli zoccoli ai piedi, ma li fregarono a lungo sul marciapiede prima di entrare. Anch’essi passarono e commentarono, sottovoce. Qualcuno si soffiò in naso, qualche altro si schiarì la gola. Ma Laura finse di non vedere e di non sentire: si sa che un uomo si vergogna di soffrire.
Don Angelo si lamentò d’essere stato tenuto all’oscuro. Avrebbe tanto volentieri aiutato.
Michele, quando fu solo con Laura, le disse:
“Maestra, credo che non ci sia nessuno al mondo con tanti bambini come te …”.
Ed era vero.
Vecchia Strada, il villaggio solitario, neppure segnato sulle carte geografiche, aveva, per quel gesto d’amore, un privilegio unico al mondo.

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