VIII°
Nannina e Rosalia venivano lungo via Asiago con passo gioioso. Il sole le inondava, le vestiva di splendore. Rosalia saltellava, battendo i piedini, ritmiticamente, sul marciapiede sconnesso, segnando il tempo alla canzone che Nannina canterellava sottovoce. Qua e là, i grembiulini bianchi dei bambini che si recavano a scuola, parevano grandi margherite sbocciate per miracolo sulla strada cittadina. Grida, risate, richiami squillavano nello stupore del mattino.
“Oggi è bello stare al mondo, vero Rosalia?“.
“Oh, sì ! Mi piacerebbe andare sui prati stamattina.”
“Vi andremo dopo la scuola. Vuoi?”
“Certo!“
Le mamme attendevano la maestra sulle soglie delle case, con i piccini per mano che scalpitavano impazienti.
“Signorina, oggi le daranno da fare. Hanno il sole nel sangue“.
“Ce l’ho anch’io, non dubitate. Vuol dire che faremo un po’ di baldoria insieme. Che ne dite bambini?“.
“Benedetta da Dio … “ mormoravano le mamme guardandola allontanarsi in mezzo ai bambini.
Da uno dei vicoli, con passo affrettato, sbucò improvvisamente Giulio.
“Ciao,“ gli gridò Nannina, “non mi aspetti?“.
“Non posso, devo vedere i gemelli prima di entrare.“
“E’ così importante?“.
“Certo. Cosa crede?“.
Il ragazzo allungò il passo, anzi, ad un certo punto, si mise a correre. Teneva la cartella con grande delicatezza. Strano: di solito la prendeva a calci. Chissà cosa conteneva?
Le bambine attorno a Nannina scoppiarono in una risata. Giulio si voltò, mise fuori la lingua e riprese a correre.
Davanti al portone di Marina quella mattina non c’era nessuno. Forse la piccola s’era attardata. Era meglio gettarle un richiamo.
“Marina, o Marina!“.
Una donna si affacciò ad una finestra e bisbigliò :
”Signorina, non lo sa? E’ tornata la mamma …“.
“Davvero?“.
“Sì, ieri sera. L’avesse vista! Ha chiesto perdono in ginocchio.“
Proprio in quell’istante Marina volò fuori dal cortile, trasfigurata.
“Maestra, è tornata la mamma. Non va più via!“.
Dietro la piccina veniva l’ometto pallido: aveva due occhi raggianti che dicevano tutto.
“Oggi teniamo a casa la piccola. Ce lo permette, vero? Da due anni non vedeva la mamma”.
“Ma certo, certo! E quando ritorno, a mezzogiorno, porterò tanti fiori per la tua mamma, Marina. Sono molto contenta anch’io, lo sai?“.
“Ciao, Marina!“ le gridarono i compagni in coro.
In via Ponte Vecchio era difficile aprirsi il passaggio, tanta era la vivacità dei ragazzi, elettrizzati anche dalla mattinata stupenda.
“Buona giornata, Nannina!“ la salutò Serena.
“Ciao, Rosalia,“ disse Carlo col sole che gli danzava tra i ricci, “Sono riuscito a scappare, la mamma non voleva che venissi. Io ho scuola al pomeriggio. Ma figurati ! Con questo sole … “
Sulla piazzetta stava giungendo la Direttrice. La sua chioma bianca pareva un’aureola. Camminava con passo lento e rispondeva continuamente ai saluti che salivano attorno a lei. Le dava il braccio una giovanissima insegnante, che svolgeva mansioni di segretaria nella scuola di Via Redipuglia. Non era neppure ventenne e la chiamavano Titti: un nome da passeretta, una voce acerba, tutto qui. E invece sarebbe stata la prescelta, tra poco, l’unica baciata in fronte dal miracolo.
Il maestro della quinta maschile stava al centro di un gruppo di colleghe. Raccontava qualcosa di molto piacevole, certo, perché tutto il volto gli rideva.
Nannina pensò:
“Ecco Consonni che parla della sua bambina“.
Non si sbagliava, infatti.
“Non ci crederete, ma assomiglia tutta a me. Mi prende le dita coi suoi pugnetti e stringe, stringe … Ha una forza! Mi guarda con quegli occhi scuri e sembra che mi riconosca già”.
“Eh, maestro, forse esagerate! Ma se ha solo una settimana!”.
Il campanello trillò, gioioso. Persino il custode si sentiva più allegro. Prolungò il trillo, lo interruppe, tornò a suonare, lo punteggiò di esclamazioni.
“Ma che fa Giuseppe? Sembra che suoni la fanfara dei bersaglieri!“.
“E dai, coi bersaglieri! Per te non ci sono che loro al mondo!“.
La risata delle maestre si frantumò nei corridoi. Ognuna di loro aveva un sogno nel cuore: un sogno d’amore, naturalmente. E la giovane collega il suo amore l’aveva tra i bersaglieri.
Ognuna di loro se ne andò in classe, in quel mattino, portando il suo sogno con sé, poiché quello era un giorno diverso dagli altri. E separarsi dal sogno non si poteva, non si doveva, poiché non l’avrebbero più ritrovato uscendo.
Infatti i morti non sognano più e nessuna di loro sarebbe uscita viva da quella soglia.
Nannina ritrovò Giulio sui gradini. Teneva aperta la cartella e mostrava ai gemelli e agli altri piccoli curiosi, una meraviglia nascosta in fondo ad essa. La maestra capitò alle loro spalle inavvertita.
Allungò il collo e sbirciò nella cartella. Non si vedeva bene. Ma sul fondo c’era qualcosa di bianco e di vivo.
“Oh, Giulio, cosa ci porti a scuola stamattina?”.
Allarmatissimo il ragazzo chiuse di scatto l’apertura della borsa.
“Niente!“.
“Come niente? Ho visto qualcosa che si muoveva lì dentro“.
“Non fa niente. Vado al Naviglio e li butto“.
“Oh, no!“ gridarono insieme i due gemelli stendendo le mani.
“Se la maestra non li vuole in classe, che posso farci?” rispose con un pizzico d’arroganza il ragazzo.
Si capiva che esagerava di proposito, contando sulla commozione dei due fratellini. La signorina non avrebbe potuto resistervi.
“Signora maestra, li ha portati per noi! Sono due micini vivi!”.
“Due micini! Ma sei pazzo, Giulio? Che cosa ne facciamo di due gattini a scuola?“.
“L’ho detto io! Ma mica li avevo portati per tenerli. Me li hanno dati perché li faccia annegare. A me non fa impressione veder morire i gatti!“.
Fece il gesto di alzarsi, ma Daniele e Giuliano l’afferrarono.
“Macché annegare,“ disse un po’ brusca Nannina“, sono creature di Dio anche loro ed hanno il diritto di vivere. Perché vorresti essere crudele, Giulio?“.
“Io, maestra? Ma io avevo pensato di regalarli ai gemelli. Chissà, però, se in casa dei ricchi c’è posto per le bestie! Capacissimi di gettarli sulla strada perché sporcano i tappeti”.
I due piccini si guardarono turbati. Ma, ad un tratto, Giuliano si illuminò:
“Li terremo in cucina. Non ci sono i tappeti in cucina!“.
“Allora ve li do”.
Con immensa precauzione, trasse dal fondo un batuffolo candido per volta e lo pose, con religiosa delicatezza, sulle palme aperte dei gemelli.
Nannina guardava stupita. Dunque questo era Giulio, il ragazzo che avrebbero, forse, chiuso in un riformatorio finita la guerra?
Spinta da un irrefrenabile impulso, si chinò su di lui e lo abbracciò stretto, mormorando:
“Sei tanto caro, Giulio ... “.
Lo sentì sospirare profondamente, come se il suo cuore, soffocato da rancori e ingiustizie, si sforzasse di rompere i lacci per tornare a vivere.
“Ma ora andiamo in classe, bambini. Siamo rimasti gli ultimi, guardate … “.
Il corridoio, infatti, si era fatto deserto; da dietro le porte chiuse, venivano le voci dei bambini che recitavano le preghiere. In punta di piedi salirono le scale. In classe i due ospiti inattesi vennero sistemati, con molte precauzioni, nel cestino della carta straccia.
Ma Giulio dichiarò:
“Ci stanno male. C’è troppo duro“.
Si tolse il fazzoletto di tasca, lo distese per bene e vi adagiò le due bestiole tremanti.
“Maestra, se hanno freddo, bisogna metterli al sole“.
“Certo, Giulio“.
Un bel raggio cadeva proprio in mezzo all’aula.
“Bisogna metterli qui“, decise il bambino.
Trasportò con attenzione il cestino al centro della macchia luminosa.
“Ecco, così va bene”.
Soddisfatto ritornò al suo banco, in fondo al quartiere.
Tutti lo guardavano con ammirazione e rispetto.
Anche la maestra indugiò, con occhi pensosi su quella testa rapata a zero, su quella fronte sfuggente.
“Sotto, sotto, c’è la molla segreta. Bisognerebbe proprio saperla trovare “, pensò con commozione.
Alle undici la Direttrice guardò il suo orologino da polso.
Era molto vecchio quell’orologio. L’aveva fatto adattare lei, da alcuni anni, ma era ancora lo stesso che il suo povero marito le aveva regalato quando si erano fidanzati. Allora si usava portarlo al collo, legato ad un cordoncino lungo e nero.
“Possa sempre segnare le ore felici che vivremo insieme”. Così stava scritto sul biglietto che l’accompagnava.
Le ore felici erano venute, ma erano state così brevi che l’orologio non si sentì di chiudere così presto il suo cuore metallico, ed aveva continuato, impassibile, a segnare il tempo. Il suo povero marito, infatti, appassionato di montagna, era morto durante un’escursione, poche settimane dopo le nozze.
Erano passati più di quarant’anni da allora, ma lei viveva ancora nel ricordo di quelle poche giornate di sole. Dopo vi era stata solo nebbia e tristezza per lei. Per questo la vecchia Direttrice invocava spesso la morte. La giovanissima Titti, la segretaria, rabbrividiva quando la udiva conversare con essa.
Alle undici di quel venti ottobre, guardando l’orologio la Direttrice sospirò. C’era il pranzo da preparare, come ogni giorno. Così accese il fornello elettrico sistemato in un angolo dell’ufficio e vi mise il pentolino dell’acqua a bollire.
A mezzogiorno pranzava sempre a scuola. Poca cosa, si sa: un piatto di riso e un uovo al tegamino, quando c’era. Però doveva ancora dare una disposizione, prima che le lezioni finissero.
Suonò, quindi, il campanello e chiamò la bidella:
“Pregate il maestro Capogruppo di venire in Direzione.“
Dopo qualche minuto il maestro di quarta bussava alla porta.
“Oh, bravo. Dovete andare in Municipio, sapete. Bisogna sistemare la faccenda della refezione”.
“Ma sono le undici, signora … “.
“Appunto. Arriverete prima che chiudano“.
“Non potrei fare domani?“.
“E perché poi? State diventando pigro? Il mio povero marito …“.
“Ho capito,“ troncò in fretta il maestro ,“vado subito“.
Sapeva , per esperienza, che se cominciava col -povero marito- , ne avrebbe avuto per mezz’ora, poi si sarebbe commossa, avrebbe dichiarato che gli uomini d’oggi non hanno più cuore e tante altre cose. Per cui tanto valeva ubbidire subito e filare.
Passò giù, al piano sottostante, dalla segretaria e si sfogò un poco, borbottando:
“Coi tram zeppi, con l’appetito che sento, con la fretta che ho d’arrivare a casa, eccoti l’incarico di andare in municipio. Verrà l’una prima che mi sbrighi. Non poteva mandarmi domani?“.
Ma poi, dato che per un maestro, anche se i tram sono zeppi, anche se sente appetito e muore dalla voglia di arrivare a casa, quel che conta è il dovere, si mise il cappello e uscì.
Sul portone incontrò il custode. Andava a far provviste per le maestre che pranzavano in classe.
“Che giornata, vero,“ gli gridò, “pare dipinta col pennello!“.
“Magari domani cambia. Non può durare“.
“Godiamoci il bello, intanto che c’è !“.
“Certo, certo …“.
“Arrivederci, maestro“.
“Arrivederci, Giuseppe“.
Fece appena in tempo ad aggrapparsi al tram che veniva da Sesto. Restò metà fuori e metà dentro, un po’ scomodo, in verità. Borbottò ancora qualcosa tra i denti. E non immaginava neppure che quel tram era come un’ancora che la vita gli gettava perché vi si aggrappasse. Quando la Morte, tra poco, sarebbe venuta dal cielo, egli sarebbe stato lontano, afferrato a quel tram che fuggiva, carico d’umanità, verso la salvezza.
Alle undici e un quarto, appena in tempo per l’appuntamento finale, giunse dalla vicina scuola di Precotto, un maestro in bicicletta. Doveva ritirare del materiale da distribuire ai suoi alunni.
Salutò cordialmente il custode che era venuto ad aprirgli ed esclamò:
“Che sole, vero? Via, suonate il campanello, che escano tutti a goderselo, intanto che c’è!“.
“Ancora poco …“, rispose l’uomo, guardando l’orologio del corridoio, “una mezz ’oretta, forse meno …“.
Il maestro salì i gradini a due a due e bussò all’ufficio della segreteria.
C’era, nei corridoi, quel brusio che di solito preannuncia lo squillo della fine delle lezioni.
Si indovinavano, dietro le porte chiuse, le maestre che dettavano le lezioni e i compiti per il giorno dopo. I bambini scrivevano, col capo un poco chino da un lato, nello sforzo di far bella l’ultima paginetta della giornata. Il più grandicello già puliva la lavagna, spazzandovi via numeri e disegni: via tutto! Che la Morte la trovi linda, come nuova. Che non si sporchi di gesso quando passerà, tra poco, nel suo folle volo.
Per le strade di Gorla già si avviavano le mamme, coi bimbi più piccoli accanto, per godersi quel sole ed accogliere, all’uscita, gli scolaretti irrequieti. Camminavano piano, poiché il giorno era tranquillo e tiepido.
C’era anche un nonnetto curvo, che sorrideva come un fanciullino. Teneva per mano un nipotino che, appena appena, si reggeva nei primi passi.
“Su, su, il nonno scappa … Come sei bravo! Quasi quasi mi prendi … Op, op, cavallino …“.
Il piccino lanciava gridolini di gioia, muovendo un passetto dietro l’altro, dondolandosi sulle gambette storte.
Su, su, dovete arrivare anche voi all’appuntamento! Manca poco, ormai. Dovete affrettarvi.
Sul ponticello dalle spallette ricurve, una mamma tratteneva per la vestina una bimba di qualche anno.
“Non viene ancora Silvana?”, domandava la piccina di tanto in tanto.
“Ancora un poco: sentiamo il campanello da qui“.
“Mi deve portare le barchette di carta da mettere nell’acqua. Credi che si ricorderà?“.
“Ma certo, vedrai“.
Una rubiconda vecchietta dalla tipica aria campagnola si affrettava, con lo scialletto nero sulle spalle e le pianelle lustre ai piedi. Richiamava alla mente immagini dimenticate di fattorie perdute nella campagna lombarda, con l’aia piena di galline e coi ragazzi che si rincorrevano attorno ai pagliai. Guance tonde e colorite, grembiule nero di satin lucente lungo fino alle caviglie, pianelle a punta, di vernice,col tacchetto basso e sottile e le grosse calze nere lavorate in casa, che appena si intravvedevano nello sgonnellare rapido e risoluto: tutto faceva di lei una figura fuori posto.
La gente, già ferma sulla piazzetta, la guardava incuriosita.
La nonnetta era ciarliera, parlava nel dialetto lombardo più schietto, non era né timida, né spaurita. Tutt’altro. Era venuta a trovare la figlia sposata in città e a rivedere i nipotini.
“Oh, si è sistemata bene”, spiegava a chi le stava accanto, “non c’è niente da dire. Erano anni che non la vedevo. Si sa … c’è la guerra. Ma i bambini no, quelli hanno passato tutta l’estate in cascina. Erano tre folletti. Dopo un po’ che erano là, sapevano già tutto sulla stalla, sulle bestie, sul pollaio. Andavano in campagna con gli uomini e mi tornavano a casa sui carri pieni di fieno, sudati, sporchi e affamati. Io li lavavo al fosso … Sapete … noi non abbiamo le vasche da bagno. Ma mia figlia sì. Tutta con le piastrelle bianche e basta girare un rubinetto e vien giù l’acqua come la vuoi tu, calda o fredda. Pare una stregoneria ! Ma noi no, noi si va al fosso. Io dico che è più salute. Adesso i miei nipoti non sanno che sono arrivata. Mi metto qui, proprio davanti alla porta. Sono curiosa di vedere le feste che mi faranno”.
Un distinto signore arrivava in quel momento sulla piazzetta. Guardò l’orologio.
“Le undici e venti“, disse forte, “è un po’ presto ancora“.
E si mise a percorrere, avanti e indietro, il marciapiede davanti alla scuola.
Era un piacere camminare nel sole, col parlottare via via più vivace dei ragazzi, che scendeva dalle finestre spalancate, con le voci pacate delle maestre, che si alzavano di tratto in tratto a punteggiare di dolcezza quella che pareva una pagina musicale.
Ad un tratto il suono della sirena infranse la pace di quel giorno eccezionale.
Il nonnino si affrettò, prendendo il piccino tra le braccia.
La mamma sul ponte strinse la mano della bimba, già pallida in volto, e la trascinò, riluttante, verso la scuola.
Il distinto signore si fermò sui due piedi e tese l’orecchio, guardando in alto.
La vecchietta di campagna che non capiva, chiese spiegazioni a chi le stava vicino, interrompendo il suo cicalare soddisfatto.
Da Viale Monza, da Via Bozzi, da Via Asiago mamme e parenti, affacciandosi, si dicevano l’un l’altro:
”E’ il piccolo allarme, vero? Sarà meglio correre a ritirare i bambini“.
I marciapiedi si riempirono di passi veloci. A tempo coi passi, battevano i cuori . Paura? Oh, no! Gli allarmi erano stati frequenti negli ultimi tempi. Ma nulla di grave era accaduto nella zona.
Nella scuola di Piazza Redipuglia gli insegnanti avevano fatto accelerare i preparativi. Via i quaderni, i libri pieni di voli d’uccelli, i pastelli coi colori dell’arcobaleno. Via, in fretta!
Nella prima classe di Nannina c’era un po’ di subbuglio. Quei due gattini nel cestino della carta straccia erano al centro dell’attenzione. Giuliano e Daniele dovevano portarseli a casa, era inteso. Ma scendere dalle scale, con la fretta che c’era e con le due bestiole in mano, era pretendere un po’ troppo dalle incerte gambette dei due gemelli. Tutti si offrirono d’aiutarli, è vero. Ma due micetti appena nati non erano un bagaglio da trattare con leggerezza.
“Li rimetto nella mia cartella “, decise alla fine Giulio, “la tengo aperta così non soffocano. Quando l’allarme è finito ve li restituisco“.
C’era l’abitudine nella scuola di far scendere subito nel rifugio, al primo segnale, i piccini delle prime e seconde classi. Immediatamente, infatti, squillò dalla Direzione il campanello col trillo caratteristico. Le file cinguettanti si snodarono per i corridoi, colorando la scala di giovinezza.
Erano le undici e venticinque quando l’ululato sinistro del grande allarme, quello dell’immediato pericolo, si alzò come un pianto lugubre nell’aria.
“Via, via … Fate più presto … un poco più presto bambini … Tutti, tutti nel rifugio“.
L’ansia si dipingeva sui volti delle maestre. Si guardavano l’un l’altra, non in pena per sé, e neppure per i bimbi che qualcuna di loro aveva lasciato a casa, ma preoccupate per questi piccini, che ridevano e sciamavano inconsapevoli, che neppure capivano di affrettarsi, che si tiravano per i grembiulini, che si chiamavano per dirsi di aspettarsi, dopo, per la strada.
Qualcuno di loro aveva già visto la mamma, la nonna, il babbo, che il custode aveva fatto entrare al segnale di pericolo.
“Ciao! Siamo qui!“.
Si udivano richiami, si vedevano mani agitarsi, si sporgevano teste arruffate dalla ringhiera delle scale. Sentirono l’avvicinarsi dei quaranta mostri dalle ali lucenti? Forse no. Il cicaleccio dell’innocenza coprì lo sghignazzare della Morte.
La bomba dirompente si infilò nel lucernario, ne frantumò i cristalli, percorse la scala fiorita di bambini, scoppiò nel rifugio ancora semi deserto e scaraventò verso il cielo una pioggia di rovine. Poi le fece ricadere, pesanti, sui vivi e sui morti. E tutto in un solo attimo di terrore. Una nuvola di polvere bianca, immediatamente si alzò, si allargò come un ombrello gigantesco, quasi a nascondere al sole l’orrore che i grandi avevano compiuto sui piccoli.
Poi tutto tacque. Dov’era la vita, si era fatto il deserto.
Gli aerei s’allontanarono, virarono, ripassarono sul luogo del delitto a controllare. Poi rizzarono i musi aguzzi verso il sole e se ne andarono, tranquilli. Ma se c’erano uomini a bordo e non macchine sorde e insensibili, hanno certo incontrato lungo le vie del cielo, le file interminabili degli innocenti, che si affrettavano verso Dio a mostrargli le carni straziate.
Tutti in fila, come a scuola, scortati dalla vecchia Direttrice, dai bidelli, dalle giovani maestre che sognavano l’amore, dal maestro di quinta che aveva, a casa, una bimba appena nata, da Serena, che cercava Carlo nella fila, poiché a lei lo aveva affidato la mamma quella mattina, da Nannina, che stringeva Rosalia fra le braccia perché era la più piccina.
Tutti, tutti, ben allineati , sempre più su.
Avanti, anche tu, Giulio!
Oh, egli si affannava, ma doveva tener sollevato il coperchio della cartella, perché i micetti bianchi non morissero soffocati ed aveva i gemelli che lo tenevano per la giacca. Erano così inesperti! Che avrebbero fatto se Giulio li avesse abbandonati?
Su, su, verso il trono di Dio. Tutti insieme. Il vecchietto col nipotino, la mamma con la piccina che attendeva Silvana con le barchette di carta, il distinto signore che aveva fatto in tempo ad afferrare la mano del figlio e la teneva stretta, la nonnetta di campagna, che chiamava, stupefatta, i nipotini ed allungava il passo per raggiungerli.
“Su, su! Bisogna far presto, dobbiamo giungere inaspettati. Siamo in troppi, chissà se c’è posto per tutti“.
“Signore Iddio”, dicevano gli Angeli, “non si possono contare! Il Paradiso si riempie di innocenza e di sangue. C’è, tra l’azzurro e il sole, un sentiero rosso che si perde in lontananza. Signore Dio, che possiamo fare?“.
“Li voglio accanto a me, tutti vicini. Voglio sentire i loro ultimi pensieri, gli ultimi sospiri terreni. Fate posto, allontanatevi. Più degni degli Angeli sono questi Martiri. Fate posto … fate posto!”.
Centottanta fanciulli dai grembiulini bianchi, quattordici insegnanti con l’ansia dipinta sul volto, cinque inservienti, l’assistente sanitaria, una bianca Direttrice con l’aureola sul capo. Eccoli, eccoli! Stanno per giungere.
“C’è pure un bimbetto, Signore, con due gattini. Che facciamo? Facciamo entrare?“.
“Certo, certo. E fate presto“.
“Ma i gattini … “.
“Dovevo gettarli nel canale, ma sentivo pena al cuore a farli morire. Così li ho portati. Ho fatto male?“.
“Oh, no, piccolo caro …“.
“Un momento, non chiudete! Sta arrivando un arcangelo biondo …“.
Carlo, col cuore in gola, ma non per paura, oh, no, s’affretta solitario sul sentiero di sangue.
“Temevo di smarrirmi. Perché non mi hanno aspettato?“.
“Che facevi laggiù? Cosa attendevi? Aspettavi che venisse papà, non è vero?“.
“Oh, sì! Ma non ditelo più, non fatemi piangere …“.
“Qui non si piange più, piccolo, non lo sapevi? Ma ora su, su. Dobbiamo stringerci attorno al trono dell’Altissimo, dobbiamo parlargli. -Ecco-, diremo -ci volevi? Noi si stava tanto bene anche laggiù, sai? Il nostro piccolo paradiso era là, nella nostra casa, con due finestrelle sole, con mamma e papà, coi nostri giochi, coi quadernetti fioriti e i libri con le rondini. Cosa credevi? Che si stesse male laggiù? Ma ora chiudi presto le porte del cielo, che non si senta piangere, che non si sentano mamma e papà che ci chiamano. Se no come faremmo a star qui con Te, in pace? Chiudi, chiudi presto, Signore.- “.
Gli Angeli stesero, allora, una cortina d’argento: quassù il Paradiso, laggiù l’ Inferno. E diedero fiato alle trombe d’oro, perché il coro dei pianti saliva, saliva, saliva dalla terra. E i bimbi non dovevano sentire. Che almeno questo fosse risparmiato ai piccoli innocenti. Almeno questo!
sabato 1 marzo 2008
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