VI°
Da quando Nannina Silenti si era stabilita in città per occupare il suo posto di maestra, alloggiava presso una famigliola composta da padre, madre e una bambina.
Il padre era militare e da parecchio tempo non tornava a casa, né dava notizie di sé. La madre, una esile donna stanca e sciupata anzi tempo, s’era adattata ad affittarle una stanzetta per arrotondare un poco il salario che percepiva lavorando presso un negozio di calzature. La piccina, Rosalia, restava affidata per la maggior parte della giornata a Nannina, poiché la mamma usciva di casa al mattino e rientrava solo verso sera.
L’abitazione sorgeva alla periferia di Milano e gli innumerevoli ragazzi che popolavano il rione, avevano a disposizione molto verde per giocare.
Ogni mattina Rosalia e Nannina se ne andavano da casa tenendosi per mano. La signora Maria, la mamma, era già uscita da un po’, dato che il negozio ove lavorava apriva alle otto. Aveva incartato il suo scarso desinare, aveva baciato la sua piccina ed era volata giù dalle scale. Abitavano al quinto piano e non c’era ascensore. Quei gradini ella li sfiorava appena , sempre col cuore in gola. Eppure ringraziava il cielo d’averle fatto trovare quel lavoro, poiché in tal modo non aveva il tempo per pensare e neppure per piangere.
La sua vita passava così, come un fiume troppo rapido, che sbatte la foglia con violenza, logorandola ogni giorno un poco di più, ma senza avere il coraggio di frantumarla e distruggerla.
Maria cominciava a rivivere solo la sera, quando, con le ossa rotte dalla fatica, risaliva quei molti gradini e apriva la porta di casa sua.
Rosalia cinguettava dietro di essa, Nannina canterellava e la tavola era apparecchiata. La prima cosa che chiedeva entrando, era:
“C’è posta?“.
Ogni volta Nannina scuoteva il capo, cercando di mitigare con un sorriso la tristezza della risposta.
Ma Rosalia non lasciava il tempo alla mamma di immalinconirsi. Le saltava al collo e la baciava sugli occhi: sembrava quasi che avesse atteso tutto il giorno quell’istante.
Rosalia era una bimbetta timida e restia. Era difficile farsela amica. Pareva avesse sempre qualche pena nascosta: forse era la lontananza del papà, oppure erano le lacrime frequenti della mamma a darle quell’espressione pensosa. A scuola rideva raramente e quando parlava con le compagne diceva poco di sé e delle sue cose. Ma alla sera, quando sentiva la chiave girare nella serratura , tutto il suo visetto bruno si illuminava e le gambette smaniavano nell’ansia di correre alla porta. Allora sì, trovava mille cose da dire: tutta la sua giornata si sgranava davanti alla mamma con gesti, parole e sorrisi a non finire. Nannina stessa si stupiva che ricordasse tutto con tale precisione, mentre la madre beveva ogni sillaba che usciva dalla bocca della sua bambina.
Soleva dire: “Ringrazio il Signore d’aver trovato te, Nannina. Che ne sarebbe della mia Rosalia se tu non ci fossi?”.
“Abbiamo tanto bisogno gli uni degli altri, Maria . Anche per me Rosalia è necessaria, cosa credi?“.
La cena era sempre assai frugale. Le due donne lottavano continuamente con le tessere annonarie e i generi razionati. Ma era così per tutti e da tempo si erano abituate al pane nero e alla minestra mal condita. Quasi non ci facevano più caso. Per di più la vita in città stava diventando un inferno, poiché gli allarmi aerei si susseguivano sempre più frequenti. Proprio qualche giorno innanzi gli aerei avevano gettato bombe incendiarie tutto intorno alla città, lungo i viali periferici, circondandola con un anello di fuoco ed essa aveva brillato a lungo in una diabolica sarabanda di luci. Tra la gente correva voce che quello era un segnale: il segnale della distruzione.
“Tutto entro il cerchio di fuoco verrà distrutto, dobbiamo fuggire …“.
Così al calare delle prime ombre, altre ombre sconvolte e frettolose si erano avviate l’indomani verso i prati della periferia, come in una interminabile processione di fantasmi. Nannina e Maria avevano guardato dalla loro finestra quel formicolio di umanità impaurita che cercava scampo all’aperto. Tutta la notte esse attesero, alzate, pronte a fuggire se fosse suonato il grande allarme. Ma non successe nulla, forse perché s’era messo a piovigginare e grosse nuvole basse correvano sopra le case.
Col giungere dell’alba l’angoscia passò. La vita di ogni giorno riprendeva. Ed erano vivi!
Febbrilmente Maria aveva di nuovo sfiorato i gradini per correre al lavoro. Di nuovo Nannina e Rosalia, tenendosi per mano, erano tornate baldanzose alla scuola.
Centinaia di bimbi invadevano ogni vicolo, ogni strada, ogni piazza. Erano, come ogni giorno, ignari e felici come se andassero ad una festa.
“La vita si tinge di speranza ogni mattina,“ diceva Nannina alla sua piccola compagna .
Rosalia non capiva, ma alzava verso di lei i suoi grandi occhi da bambola e sorrideva.
Nonostante gli stenti di quell’anno di guerra, la mamma della piccina aveva voluto che prendesse lezioni di piano. Il padre era un appassionato dilettante e sapeva suonare diversi strumenti. Aveva sempre detto che voleva far crescere la figlia con la musica nel sangue.
A Gorla, poco distante dalla loro casa, abitava una giovane insegnante, cieca dalla nascita, che si era appena diplomata in pianoforte. Ella fu scelta come prima maestra di Rosalia. La bimba aveva iniziato le lezioni da un mese e già le sue manine paffute cercavano sulla tastiera le note misteriose, mentre il suo cuore batteva pieno di emozione.
“ Rosalia, “ le diceva la maestra, “ sento il tuo cuore che fa tum-tum. Che succede? Hai paura?“.
La piccina arrossiva e mormorava:
“Oh, no, signorina … “.
Ma in realtà quell’ignoto mondo di suoni in cui si apprestava ad entrare, guidata da una giovane cieca, le appariva misterioso, anche se pieno di fascino. La maestra Rina, che non aveva mai visto i colori, le luci, la dolcezza degli occhi di sua madre, amava passare sul volto di Rosalia le sue dita per seguirne i tratti delicati, per sentire il battere delle sue ciglia, per studiarne sulle labbra il sorriso.
Poi si metteva a suonare, solo per lei, qualcosa di nuovo che alla piccina pareva bellissimo. Sicché alla fine ella diceva:
“Quando sarò grande farò la maestra di piano.“
La scuola elementare di Gorla era sull’angolo, tra due viuzze piuttosto strette. Si diceva che fosse stata, molti anni innanzi, un convento ed infatti, nei sotterranei, si notavano ancora le grandi arcate delle volte e i lunghi corridoi stretti e corrosi.
Ma ai piani superiori la vecchia costruzione era stata tutta ristrutturata. Ampie finestre si spalancavano sulla piazzetta piena di sole, coi gerani sui davanzali e i vetri scintillanti. Le aule erano tutte modernamente attrezzate e le pareti ridevano per stampe e disegni, mentre piante sempre verdi erano disposte lungo i corridoi.
Ma il vero ornamento della scuola erano i bambini coi loro grembiulini bianchi dai grandi fiocchi rossi o blu, coi loro ricci biondi o bruni e i loro visetti sorridenti.
Poiché i bambini erano tanti e le aule poche, a Gorla si facevano i doppi turni di lezione.
Il rione, infatti, si poteva dividere con facilità in due gruppi di case. Il primo comprendeva un vasto complesso di fabbricati, tutto chiuso entro una cinta , simile ad un vero e proprio villaggio. Erano le case della Fondazione Crespi-Morbi, destinate alle famiglie numerose. Infatti, per avervi assegnato un appartamento, occorreva aver un minimo di cinque figli. Da soli, quindi, i ragazzi della Fondazione Crespi bastavano per riempire la scuola di Gorla .
L’altro gruppo comprendeva i restanti bambini del quartiere, provenienti dalle varie strade che si dipartivano da Viale Monza.
La Direttrice didattica aveva perciò stabilito che i ragazzi della Fondazione Crespi si recassero a scuola nel pomeriggio e gli altri a quello del mattino. Così mese per mese: di volta in volta il turno sarebbe cambiato. Pareva una cosa da nulla, una decisione di ordinaria amministrazione, quella presa dalla anziana direttrice:
“Questi al mattino e quelli al pomeriggio”.
Ed era, invece, la mano del destino che segnava con una croce nera i registri della scuola:
“Di qua la vita, di là la morte“.
Ma Gorla, un po’ città e un po’ campagna, neppure immaginava l’orrenda sorte che l’attendeva.
* * * * *
Le mamme di Gorla erano tranquille mentre affidavano i loro bambini, sul portone della scuola, alle maestre che attendevano e per la strada, spesso, dovevano affrettare il passo per adeguarlo a quello ansioso dei piccini. Gran parte di essi giungeva passando sul piccolo ponte del Naviglio, che scorreva appena al di là della piazzetta. Era un ponticello rustico e romantico da cui si ammirava il lungo canale che, nelle mattinate di ottobre, si copriva di un leggero velo di nebbia.
“Il canale fuma!“ dicevano ridendo i bambini.
E per loro era un amico, che li guardava ogni giorno passare, che borbottava ai loro capricci e rideva di sottecchi alle loro birichinate. Passava via svelto ed era sempre uguale e sempre nuovo. Vedeva tutto e sapeva tutto. Accoglieva le barchette di carta fatte dai bambini coi fogli dei quaderni e ne leggeva dettati e problemi, voti belli e voti brutti. Viveva anche lui, si può dire, la vita della scuola, senza dar noia a nessuno e senza fare prediche inutili. Non c’era bambino che, passando, non si fermasse a guardare e le mamme dovevano trattenere i più piccoli perché non si sporgessero troppo.
Nannina Silenti, maestra di prima, era, ogni mattina, la più attesa. Durante il tragitto le si affiancavano bimbe e maschietti, facendo a gara per starle vicino. Le mamme le affidavano i figli e la seguivano poi con gli occhi per un tratto.
C’era sempre, sotto un portone, un ometto giallo e stento, che teneva per mano la sua figliola.
Nannina lo conosceva bene, poiché dal primo giorno lo vedeva là, immobile, ad aspettarla.
Ma quando ella giungeva, non le affidava la piccina come gli altri genitori. Si levava rispettosamente il berretto, muoveva appena le labbra per dire -buon giorno- e le si metteva dietro, tenendo stretta la manina della figlia, come se avesse paura di perderla. Era un po’ ridicolo, pensava la maestra, ma molto commovente.
La piccina si chiamava Marina ed era nella sua classe. Era scontrosa e con un’aria malaticcia.
Nannina si era incuriosita ed aveva cercato nei documenti qualche indicazione sulla sua famiglia. L’aveva creduta orfana di madre. Invece no. La madre c’era. Era viva, almeno.
Aveva cercato di interrogare la piccina con discrezione:
“E’ malata la tua mamma, Marina?“.
Ella le aveva spalancato in viso due occhi spaventatissimi:
“Perché, maestra?“.
“Oh, nulla … Non la vedo mai ad accompagnarti … “.
“Viene sempre papà“, aveva risposto chinando subito lo sguardo.
“Già, vedo … “.
Il discorso era finito lì e Nannina era rimasta con la sua curiosità inappagata.
Anche quando era l’ora di uscita , tra i genitori in attesa, c’era sempre quell’ometto solitario, che non parlava mai con nessuno. Se ne stava sul marciapiede di fronte al portone e i suoi occhi si muovevano con straordinaria rapidità, cercando tra la marea dei bambini, la sua piccina.
Anche la bimba, nel discendere i gradini, correva subito con lo sguardo al solito posto al di là della strada. I due si vedevano, si sorridevano, senza alcun gesto scomposto, solo con gli occhi.
Il padre attraversava la via, la prendeva per mano, sollevava il cappello per salutare e se ne andava a piccoli passi, tenendosi ben vicina Marina.
Nannina ne aveva parlato con qualche collega.
“Mi incuriosisce quell’uomo …“.
“ Ragazza mia“, le aveva risposto una maestra anziana, “non è bene voler entrare a tutti i costi nel mondo del nostro prossimo”.
“Ma la piccina è nella mia classe …“.
“E con ciò?”.
“Se ne sapessi di più, potrei capirla meglio ed aiutarla … “.
“Amala, figlia mia, amala molto. Può darsi che ne abbia bisogno più degli altri. Con l’amore si finisce col capire tutto“.
Nannina ci era rimasta un poco male.
“Amala!“. Ma lei l’amava già quella piccina, eppure non riusciva a toglierle quello sguardo spaurito che le metteva pietà.
Nannina aveva un cuore estremamente giovane e fiducioso: la sua presenza, il suo sorriso, spandevano tra colleghi e bambini un’atmosfera di serenità. Tutti la guardavano con simpatia quando arrivava col codazzo di scolaretti, tenendo occupato tutto il marciapiede per un lungo tratto.
Pareva lei pure una ragazzina, con la zazzeretta nera, corta, col viso senza trucco e le scarpe basse, sportive. Saliva sempre di corsa i gradini della scuola elettrizzando maschietti e femminucce, sicché non pareva che si recassero allo studio, ma ad un gioco a lungo atteso.
Ed era, infatti, un gioco per lei insegnare in una prima elementare. S’era adeguata ai metodi più moderni, con la spavalderia coraggiosa propria dei più giovani. Mentre le anziane colleghe ancora facevano riempire pagine e pagine di puntini, aste, uncini, filetti così che i quaderni sembravano campetti ben arati, diritti, coi solchi perfetti, gli scolaretti di Nannina già scrivevano mamma, sole, fiore ed altre brevi parole con le grosse lettere incerte che andavano su e giù, oltre le righe, come smaniose di prendere il volo.
Dalle pareti dell’aula ridevano, già dai primi giorni di scuola, i cartelloni con tutti i suoni dell’alfabeto.
“Ecco il sole, maestra! E guarda la mela che rossa . . . E l’elefante come è grande!“.
Sui quadernetti alle parole si alternavano i disegni pieni di vita e di movimento: fiori, alberi, case spalancate al sole, prati verdi e mari azzurri con certe barchette simili ad ali di gabbiano in bilico sull’onda. Ogni quaderno era una sorpresa.
Non c’era costrizione nella sua scuola. Ricordava ancora troppo bene l’ansiosa fatica di quando era piccina, nello stare lunghe ore con le mani -in seconda- e lo sguardo fisso alla lavagna. Non voleva che lo stesso senso di oppressione pesasse anche sui suoi alunni. Li lasciava liberi di aggirarsi tra i banchi, di toccare i fiori nei vasi, di affacciarsi alle finestre per seguire il volo delle rondini, di attorniare la cattedra della maestra per sfogliare i suoi libri illustrati. Potevano scambiarsi pastelli e figurine, si aiutavano l’un l’altro, guidando la mano ai più incerti e se uno piangeva, tutti gli erano intorno per consolarlo.
Rosalia era nel primo banco ed accanto Nannina le aveva messo la piccola Marina e stava a vedere commossa i primi approcci tra le due bambine. La timidezza di Rosalia si volgeva, delicatamente, verso la ritrosia un po’ misteriosa dell’altra. Già si scambiavano qualche sorriso, arrossendo se la maestra lo scopriva. Un giorno ella si accorse, persino, che Rosalia portava a scuola, di nascosto, qualche giuggiola che la mamma le regalava e la passava sotto il banco a Marina.
“Ciò che non posso fare io“, si diceva Nannina, “saprà farlo la sua piccola compagna. Bisogna aver fiducia nei bambini“.
E di fiducia lei ne aveva in abbondanza.
Aveva fiducia persino in Giulio, il ragazzo che da tre anni, ormai, ripeteva la classe prima. Egli non aveva conosciuto la mamma, l’aveva perduta quand’era ancora molto piccolo. Il padre, alle prese coi figli da allevare e col lavoro, che lo teneva lontano da casa per molte ore al giorno, aveva affidato i ragazzi ai vicini di casa. Giulio, il più giovane, era cresciuto così, tra la casa di una vicina bisbetica e la strada affollata di monelli. Nella prima aveva imparato a fingere, nell’altra a difendersi a qualunque costo. Aveva l’astuzia pronta e i pugni solidi ed usava l’una e gli altri con troppa frequenza. La cattiva alimentazione di quegli anni di guerra aveva alterato la sua salute e una malattia, superata a malapena, aveva intorpidito la sua intelligenza.
A scuola era irridente, svogliato, astuto ed era il terrore dei maestri di Gorla. In tempi normali lo avrebbero affidato ad una scuola speciale: ma c’era la guerra. Ed essa spazzava via tutti i piccoli problemi che turbavano la vita di quella scuola di periferia. Giulio aveva la mano abilissima e il passo silenzioso per giungere a frugare nelle tasche dei compagni, asportandovi i piccoli oggetti che sono la delizia dei bambini. Strappava, quando la maestra non c’era, i germogli nei vasi dei gerani, nascondeva sotto i banchi topini morti, liberava tra i capelli delle compagne lucertole e cavallette per la gioia di sentirle strillare. Poi sapeva fingere con aria così candida, che Nannina ogni volta si chiedeva come potesse essere stato lui.
Era molto alto, con la testa a pera rapata a zero ed una faccia pallida con due occhi maliziosi.
I suoi quaderni erano veri capolavori. Non vi si vedeva una sola sillaba; pareva che in tre anni di scuola non avesse neppure appreso a fare una -o- tonda, o una -i- col puntino. Ma quelle sue pagine erano terribilmente vive. Ora che aveva incontrato una maestra che dava al disegno una importanza tanto grande, egli poteva sfogare, senza timore d’essere rimproverato, il suo mondo interiore tutto fatto di pupazzetti e bestiole, alberi e montagne, case e motori. Aveva preso un gusto particolare per gli aeroplani. Ad ogni pagina ne appariva uno, o col muso alzato verso il sole, o inclinato nella picchiata come un uccello rapace che si buttasse sulla preda. E tutto intorno pupazzi in fuga con le braccia alzate per il terrore.
A formare uno stridente contrasto con Giulio, c’erano, nella classe, due fratellini gemelli, Giuliano e Daniele, due amori. Piccoli, tondi, rosati, biondi come spighe di grano, con occhi che parevano pezzetti di cielo.
Appartenevano ad una delle famiglie migliori del quartiere. A scuola occupavano il primo banco della fila dei maschietti ed erano così simili, che Nannina non riusciva a distinguerli se non per l’iniziale ricamata in rosso sui grembiulini. Ciò che faceva l’uno, ripeteva l’altro, se uno parlava, l’altro lo fissava attento ed era pronto a proseguire il discorso se il fratello di interrompeva.
Giulio, strano caso, li aveva presi in simpatia. Non era difficile, in verità, avere per loro una predilezione. Ma che Giulio amasse qualcosa al di fuori delle sue monellerie era perlomeno insolito. Ai due piccini non aveva ancora fatto uno scherzo, né detto una parola cattiva. Quando si formava la fila per uscire, li aiutava a mettersi i cappottini e il berretto e per le scale andava sempre a mettersi in mezzo a loro, tenendoli per mano.
Nannina che lo seguiva con occhi trepidanti, non poteva fare a meno di ripetersi, con assoluta convinzione: “Bisogna aver fiducia nei bambini!“.
All’inizio di quell’anno Nannina aveva fatto mille propositi, uno più bello dell’altro ed era smaniosa di tradurli in realtà.
“Benedetta giovinezza“, esclamava la collega anziana scuotendo il capo. “Io mi sento stanca da morire e mezzo impazzita dall’ansia. Con tutto quello che c’è attorno a noi, non mi regge il cuore di far progetti. Ho l’impressione della fine, ragazze mie. Mi sembra così vicina, che ogni entusiasmo mi muore nell’anima prima ancora di esprimerlo in parole”.
Era un’ insegnante agli ultimi anni di servizio. Viveva sola, ma questo non l’aveva resa arida d’affetti: una maestra non potrebbe esserlo, neppure se volesse. La schiera dei bimbi popolava la sua casa anche di notte. Anche nel buio occhi limpidi e curiosi la circondavano, la interrogavano, le tenevano compagnia. Per questo la vecchia maestra di Gorla non aveva avuto il tempo di inaridire in solitudine.
Nel gruppetto delle colleghe di Nannina ve n’era anche una che era sposa da poco. Aveva sempre un’aria sognante e quando parlava trovava modo, ogni volta, di introdurre nel discorso il nome del marito. Al suonar della campanella, volava giù dai gradini, usciva sulla via e ticchettava svelta sul marciapiede, ansiosa di giungere a casa. Insegnava in una quarta femminile e la sua aula pareva, a sentire la Direttrice, una gabbia di usignoli. Aveva invitato, all’inizio delle lezioni, le colleghe a visitare il suo appartamentino. C’era stata solo Nannina, fino ad ora, poiché nell’andare a casa vi passava proprio davanti. Era una casetta da nulla, in un cortile vecchiotto e scuro, zeppo di finestre e ballatoi. Ma dentro c’era il sole anche se fuori pioveva.
“ Un sogno di casetta “, spiegò Nannina alle colleghe. “ Si respira solo amore là dentro. Sconsigliata la visita alle zitelle“, aveva terminato ridendo. “ Verrebbe voglia di piangere al pensiero di ciò che si è perduto“.
Nel gruppo che l’ascoltava c’era una maestra sui quarant’anni, che da quindici, almeno, lottava tra lo stipendio troppo scarso, il marito malaticcio e i quattro figli, tutti ancora agli studi, tutti da mantenere, tutti da sorvegliare.
“Sentimentalismi, cara mia! Sogni che crollano ad uno ad uno lasciandoti stremata. Ma è bene che ognuno si goda la sua primavera intanto che c’è”.
“Poveretta, “pensava Nannina, “è invecchiata, ha perso la poesia della vita“.
Ma non poteva immaginare ciò che era quella donnetta scialba nella sua casa. Quando entrava, con la voce sempre un po’ roca per il gran parlare fatto in classe, il volto del marito si illuminava, e il figlio maggiore la liberava subito da pacchetti e pacchettini che ella aveva acquistato sulla via del ritorno. La più piccina delle figlie,le abbracciava le ginocchia e le due più grandicelle si affrettavano a stendere la tovaglia, gridandole festose:
“Ciao, mamma!“.
Finiva allora d’essere la maestra e ricominciava ad essere mamma. Durante tutto il pomeriggio lavava , stirava, rammendava, confortava il marito, riguardava i compiti ai ragazzi, preparava la cena ed il pranzo per l’indomani. A notte, poi, anche lei sognava: bimbi e bimbe, un giardino fiorito di fanciulli, tra cui i figli suoi si confondevano con gli altri.
Ma la collega che Nannina amava di più era quella della seconda maschile. Aveva poco più di trent’anni e si chiamava Serena. Era una creatura dolcissima: capelli neri ed occhi scuri e luminosi con una voce piana che sembrava fatta solo per dire cose buone. Nannina le si era affezionata in modo particolare e diceva spesso:
“Se non mi piacesse tanto esser Nannina, vorrei essere Serena!“.
Esse avevano le aule vicine e i loro scolari sentivano la simpatia che correva tra le due maestre ed anch’essi si volevano bene, si scambiavano cortesie e sorrisi quando formavano le file nel corridoio e quelli di seconda avevano sempre l’aria di voler proteggere i piccoli di prima.
Serena aveva il marito militare e la sua vita solitaria ella la dedicava tutta alla scuola.
Da qualche giorno Nannina la vedeva arrivare a scuola accompagnata da un ragazzino che non conosceva, una specie di arcangelo riccioluto. Egli le camminava appresso con passo gioioso.
Poteva avere nove anni e non passava certo inosservato neppure in una piazza affollata di bambini come quella di Gorla.
Quando venne presentato a Nannina egli tese la mano, arrossendo, e sorrise.
“Questo è Carlo, il figlio di una mia amica. La mamma me lo ha affidato perché lo accompagni. Frequenta la terza, ma lo scorso anno, essendo stato sfollato in campagna, non ha frequentato regolarmente, sicché quest’anno dovrà lavorare un poco di più, vero Carlo?“.
Rosalia, appiccicata alla gonna della maestra, alzava verso il nuovo compagno i suoi occhi spauriti.
Carlo le sorrise:
“Come sei piccolina … Abiti lontano?“.
“Non molto … là in fondo, vicino ai prati … “rispose la bambina.
“A me piacciono i prati. Qualche volta ci vado a giocare”.
“Anch’io, quando la mamma ha tempo … “.
“ Se verrai a giocare con me, io porterò il pallone. La mamma me l’ha comprato grosso così … “.
E allargò le braccia come se volesse racchiudervi il mondo.
Dalla scuola, intanto, giungeva il trillare dei campanelli. Subito la folla dei bimbi si incolonnò verso il cancello e ben presto la piazzetta restò vuota.
sabato 1 marzo 2008
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