sabato 1 marzo 2008

XIV

XIV°

Le giornate di gennaio passarono pigre, gelide e solitarie.
A don Angelo bastava il forestiero e la sua chiesa, a Laura il ricordo di Franz e la sua scuola.
A Michele e agli altri bambini del paese bastavano i cento e cento compagni di Gorla che ogni mattina ritrovavano, sorridenti, in classe ad aspettarli.
Il gran freddo tappava in casa uomini e bestie.
Le donne, per risparmiare la legna, portavano gli sgabelli nella stalla e sferruzzavano rapide, mentre gli uomini mungevano, rigovernavano o riparavano gli attrezzi di lavoro per la prossima stagione.
La stalla era il regno incontrastato dei contadini di Vecchia Strada. Raramente il padrone vi entrava.
L’aria, satura di calore umidiccio e di odor di ammoniaca, li avvolgeva. Gli abiti si impregnavano, un poco alla volta, fino alla saturazione, sicché essi poi, dovunque andassero, portavano con sé, come un marchio indelebile, quel tipico odore di stalla.
Ai primi di febbraio cominciò a piovere.
La neve sulla strada si era indurita e la pioggia la faceva sciogliere a poco a poco. I carri che vi passavano sopra, vi lasciavano solchi profondi, che, durante la notte, appena la pioggia smetteva, gelavano di nuovo rendendo faticoso il camminarvi sopra.
L’acqua gocciò dalle gronde con insistenza alimentando ruscelli lungo la strada. La neve si sciolse nel fango e il fango si appiccicò agli zoccoli dei bambini ed entrò nella scuola.
Laura aveva costantemente la scopa in mano per rifare bella quella povera scuola di campagna.
Ogni mattina c’era qualche bambino che piagnucolava perché aveva i piedi bagnati e infreddoliti. E lei doveva levare gli zoccoli, strizzate le calze e far stendere i piedi, a turno, verso la stufa.
Vennero per Laura serate di solitudine. Michele veniva ancora, come un cagnolino fedele. Ma aveva poco da dire e spesso si appisolava chinando la testa di lato e lei doveva scuoterlo forte per rimandarlo a casa.
Quando era sola girava la poltrona verso il quadro di Nannina, quello che Franz aveva disegnato per lei, e riandava con la mente al tempo in cui era tanto felice e non lo sapeva.
Don Angelo per diversi giorni non si fece vedere alla scuola. La gioia che in lui era esplosa improvvisa nell’accorgersi che i tedeschi non cercavano il forestiero nascosto in sacrestia, non era stata condivisa dal suo ospite.
Egli era rientrato nella sua stanzetta con l’aria più torva che mai, pallido e stanco come se quelle ore d’attesa lo avessero svuotato da ogni energia.
Le spiegazioni del prete, il resoconto particolareggiato della conversazione che si era svolta, ebbero lo strano effetto di insospettirlo di più. Un sorriso ironico gli balenò per un attimo nello sguardo, mutandone l’espressione. Poi ridivenne serio, assente, gli voltò le spalle e tornò a fissare lontano, com’era ormai sua abitudine.
Don Angelo si accorse che il suo gran parlare neppure sfiorava quello strano individuo e smise di colpo. Gli venne un’altra volta sulle labbra la domanda che gli urgeva dentro da tempo:
“Insomma, chi sei, figliolo?”.
Ma tacque, ben sapendo che anche se avesse parlato, l’uomo non avrebbe risposto.
“Povero prete”, disse tra sé, “questo sono cose proprio più grandi di te …”.
Con immensa umiltà accettò la strana situazione. Certo, il torto doveva essere suo, non aveva scuse per la sua ignoranza, per la sua mancanza di tatto.
“Debbo pregare”, disse tra sé, “ecco cosa debbo fare. Il Signore deciderà per il meglio …”
Tutto preso da queste preoccupazioni, don Angelo non era certo nelle migliori condizioni di spirito per recarsi da Laura. Approfittando di quella pioggia insistente, che cadeva sulla neve sciogliendola più del calore del sole, rimase chiuso in canonica, dedicandosi alla preghiera e alla meditazione.
Proprio in quei giorni giunse a Laura una nuova lettera da Santa Maria del Colle: i genitori di Nannina le rivolgevano un’ultima preghiera:
“Finché l’inverno dura, la guerra rimane ferma e la strada ti rimane aperta. Perché non vieni? Qui avresti protezione, affetto e famiglia. Nannina non vorrebbe che tu fossi lasciata sola. Tra poco la guerra ci dividerà. Come potremo aver pace sapendoti in mezzo a tante insidie? Ascoltaci. Tutti ti aspettiamo. Ti ci riporteresti un poco di Nannina, un po’ della sua giovinezza, del suo cuore. Perché non vuoi darci un po’ di consolazione, Laura cara?”.
Terminata la lettura, Laura aveva le lacrime agli occhi. Come avrebbe voluto accontentarli! Ma ciò avrebbe significato lasciare, forse per sempre, un mondo pieno di ricordi. A primavera le rive del fiume sarebbero rifiorite, le gemme si sarebbero aperte un mattino, d’improvviso, ed ella le avrebbe, in un certo modo, tutte riconosciute, con tenerezza. Ad ogni rondine che tornava nel nido sotto la gronda delle scuole, avrebbe sorriso. Avrebbe visto, di anno in anno, i suoi bimbi diventare più grandi.
E poi lì l’avrebbe pensata Franz, seguendola col pensiero in ogni ora della sua giornata. Lì sarebbe tornato, sicuro d’essere atteso.
Oh, Franz! Laggiù, a Santa Maria del Colle, non avrebbe potuto parlare di lui e se lui l’avesse cercata, non avrebbe potuto ritrovarla.
No, no, partire non poteva! E poi c’era la scuola, quella viva e quella che ormai apparteneva al paradiso. L’una e l’altra la tenevano avvinta al piccolo paese coi vincoli forti del ricordo.
Nannina lei l’avrebbe ritrovata anche lì, ad ogni istante. Sarebbe bastato uscire nel sole, salire l’erta erbosa che l’amica sfiorava appena col piede, scendere al fiume, fermarsi sotto l’immensa cupola cinguettante del vecchio platano che affondava le radici sull’argine di Grumone, andare per viottoli e sentieri, per sentirsela vicina, viva, più che nella grande casa di Santa Maria.
No, assolutamente no! Non poteva partire. Se le ore della tristezza fossero sopraggiunte, le avrebbe
affrontate insieme alla sua gente, coi suoi bambini.
Ma, forse, non sarebbero venute. Forse un mattino, alzandosi, si sarebbe accorta del miracolo poiché al di sopra delle frontiere, delle trincee, degli odi, c’era ancora una possibilità di intendersi.
Anche per questo sarebbe rimasta. Per assistervi dalla ‘sua’ terra.
Tutti i fiori dei giardini, dei viottoli, dei prati sarebbero entrati nella sua scuola quel giorno; avrebbero inondato di profumo e di colori i bimbetti di Gorla che sorridevano dalle pareti.
Con questa certezza nel cuore Laura si apprestò a scrivere, a Santa Maria del Colle, una lettera traboccante di fiducia e di speranza.

* * * * *
Già alla fine di febbraio, lungo le siepi spoglie, correvano le prime lucertole coraggiose. Sgusciavano tra le foglie secche e fuggivano col batticuore per il rumore stridulo che sollevavano.
L’erba rinverdiva, il sole colorava di dolcezza la campagna. Era bello uscire nelle ore più tiepide, con la lunga fila degli alunni verso il fiume. Tra poco sarebbe stata primavera, finalmente! L’aria si sarebbe riempita di strilli, di gridi, di canti.
Tra i campi deserti le voci dei bambini dilagavano giù dai pendii, si posavano sulle acque del fiume e scendevano a valle, rimbalzando, come un augurio di primavera.
Don Angelo, quando sentiva passare i ragazzi, smetteva di lavorare e usciva sulla piazzetta rotonda della chiesa. Osservava la fila snodarsi giù dalla stradina dalle carraie profonde e dai rovi ancora irti e diceva tra sé:
“Ecco la promessa del Signore: bambini e sole. I bambini ci daranno un mondo più bello e il sole ci porterà una nuova primavera”.
Stava appoggiato al muretto con occhi pieni di desiderio, finché la lunga fila si scioglieva e i ragazzini si sperdevano nei prati. Allora rientrava con un sospiro e spesso saliva nella stanzetta dell’ospite per additarglieli. Dalla sua finestra si vedeva distintamente tutto l’argine, fino alla Bicocca, ora che non c’era la nebbia e gli alberi erano ancora spogli.
Ma il forestiero non dimostrava d’interessarsi allo spettacolo. Al contrario, quando vedeva i campi popolati di bambini, si ritraeva dai vetri e si coricava.
“Poveretto,” pensava il prete. “Ora che il tempo è buono, vorrebbe forse uscire, godersi un po’ di sole …”.
E attribuiva a ciò la rudezza delle sue risposte, i suoi gesti nervosi, il pallore del suo volto.
Il povero don Angelo non sapeva più come fare con quello strano inquilino. Gli aveva offerto la sua casa, mutando ogni sua abitudine, sprangando la porta notte e giorno per evitare visite inopportune, Gli aveva ceduto la stanza migliore, l’aveva nutrito, servito, incoraggiato. L’aveva difeso contro ogni sospetto, s’era fatto bugiardo per lui, temeva persino lo sguardo della sua gente, incontrandola e credendola capace di leggergli negli occhi il suo segreto.
Eppure tutto ciò era inutile.
“Deve esserci qualcosa di sbagliato nel mio comportamento”, diceva a Laura. “Il mio modo di fare non lo convince, ecco perché è così strano. Sono un povero curato di campagna e le cose complicate non ne comprendo. Mi perdoni Iddio!”.
Ma Laura era di tutt’altro parere, anche se non manifestava i suoi sospetti.
Michele le aveva riferito alcune frasi dei discorsi dei suoi fratelli. Essi dovevano sapere chi era lo sconosciuto e ne parlavano con un senso di profondo rispetto. Inoltre doveva esserci qualcuno, al di là del fiume, che chiedeva regolarmente sue notizie. Egli, quindi, non era solo e lo sapeva.
Si era a metà marzo e Michele, tutto affannato, picchiò a sera molto avanzata, alla porta di Laura.
La maestra stava correggendo i compiti degli alunni, ma era stanca e, di tanto in tanto, la matita le cadeva di mano e gli occhi le si chiudevano. Soltanto la pigrizia di salire quelle due rampe di scale la tratteneva dall’andare subito a dormire.
Udendo la voce del ragazzo che la chiamava, gridò:
“Sto andando a letto, Michele, è tardi …”.
Ma i colpi sull’uscio si fecero più insistenti.
“Maestra, apri ti dico”.
“Ma no, Michele, sono stanca …”.
“Apri, apri subito, maestra!”.
La voce del ragazzo tremava e Laura, con una vaga agitazione, si fece sull’uscio. Egli la spinse da parte e ordinò:
“Chiudi, chiudi subito!”.
Si appoggiò alla parete col respiro pesante. Aveva il viso pallido e i capelli irti.
“Cosa succede, Michele? Ti hanno fatto paura?”.
“Sì, maestra. Una paura da morire”.
“Tu scherzi, vero?”.
Ma anche Laura stava spaventandosi. Non aveva mai visto Michele così.
Fece sedere il ragazzo al solito posto, sul gradino del focolare, si sforzò di sorridergli e gli fece una carezza. Ma Michele non si calmava. Tremava in tutto il corpo come se avesse un gran freddo. Impietosita, Laura gettò un bracciata di sterpi sulle brace e, al calore della fiamma le parve di essere più tranquilla. Poi chiese:
“Allora, Michele, mi vuoi raccontare cosa ti è successo?”.
E il ragazzo raccontò.
Quella sera i fratelli erano usciti per prendere le rane. A lui piaceva molto andare con loro a reggere il lume. Ma essi stavolta non l’avevano voluto. Dicevano che la sera era fredda, che c’era umido, che sarebbero andati lontano.
La madre si era coricata e Michele l’aveva seguita, ma non riusciva a dormire. Sicché si era alzato e, con gli zoccoli in mano, aveva ridisceso le scale ed era uscito sulla strada.
“C’erano tante stelle, maestra. Era buio, ma sai che io non ho paura a la strada del fiume io la faccio anche con gli occhi chiusi”.
Così era disceso dalla china che andava verso l’argine.
Mani in tasca, passo svelto, aveva aguzzato la vista per scorgere, giù, verso la palude, il lume dei fratelli per poterli raggiungere. Ma non si vedeva nulla ed era strano.
Michele aveva camminato per lungo tempo, senza incontrare anima viva. La luna non c’era, ma ci si vedeva abbastanza.
“Si stava così bene, maestra, che mi ero quasi dimenticato dei miei fratelli. Ma ad un tratto sento Pippo …”.
Pippo era lo strano apparecchio che, ogni notte, solitario come uno spettro, sorvolava la campagna, gettando spezzoni incendiari su qualsiasi lume apparisse.
I contadini di vecchia Strada, che già riconoscevano il suo ronzio anche da lontano, s’affrettavano a chiudere porte e finestre, o a spegnere le lampade, perché la luce non trapelasse e Pippo se ne andasse in fretta senza far danni.
Michele udendolo si era impensierito. Se i fratelli avevano acceso il lume, dovevano stare in guardia. Con Pippo non si scherzava.
Intanto che scrutava tutto intorno, ecco, all’improvviso, una luce che si alza dalla parte opposta del fiume e si drizza verso il cielo. Un attimo solo, poi scompare. Michele crede di aver visto male e si frega gli occhi. Come? Arriva Pippo e quelli accendono la luce? Ma Pippo si avvicina e deve essere molto basso perché fa un rumore molto forte:
“Ho preso una paura, maestra, una paura … Tu sai cosa mi fanno venire in mente gli aeroplani, vero? Ho pensato ai bambini di Gorla … Pareva proprio che Pippo cercasse me, maestra ….”.
Il discorso di Michele si fece più imbrogliato, non si capiva cosa volesse dire, tremava e balbettava.
Ma Laura aveva capito il senso di quel parlare: sembrava chiaro che, dopo quel segnale luminoso, fosse volato giù qualcosa di chiaro.
“Un pallone, maestra, grande … non era un pallone, ma sembrava un ombrello che veniva giù piano piano. Era un fantasma, maestra, un fantasma che veniva a cercarmi … E io sono scappato, scappato fino qui e tu non mi aprivi …! C’era anche una barca, sì, una barca perché ho sentito che remava e faceva ciac ciac nell’acqua … veniva verso la riva … cercava me … cercava proprio me , maestra … sono scappato … ho perso gli zoccoli nell’erba e i piedi adesso mi fanno male e sono freddi …!”
Ora Michele singhiozzava col viso striato di lacrime. Laura gli accomodò sulle spalle una coperta e mise sul fuoco una pendola con l’acqua. Sarebbe servita per lavargli i piedi, povero Michele!
Ma la storia non era finita. Nel cervello sconvolto del ragazzo i ricordi affioravano un po’ per volta ed egli li metteva insieme piano piano.
Continuò:
“Davanti alla chiesa, maestra, ho visto il diavolo!”.
“Ma, no, caro”!.
“Ti dico di sì! Tu non c’eri! E’ venuto fuori dalle robinie senza far rumore. Mi è passato vicino e non toccava terra. Era tutto nero come l’inferno. Il mantello gli volava intorno come le ali …”
Ora era tanto pallido che la maestra temette di vederlo svenire. Gli versò un goccio di marsala e lo costrinse a berlo. Ma i nervi di Michele erano a pezzi. Cominciò a singhiozzare forte, a chiamare sua madre, a strapparsi i capelli. Si alzò a piedi nudi, cominciò a girare attorno al tavolo gettando occhiate terrorizzate negli angoli bui, alla finestra chiusa, alla porta serrata, alla cappa nera del camino.
Laura era seriamente preoccupata. Per di più un terrore senza nome le stava avvinghiando il cuore.
Era assurdo credere alle fantasie di Michele. Chissà cosa aveva visto il poveretto. Certo gli erano tornate in mente tutte le paure di quell’altra notte alla Bicocca. Pensò a Franz, alla sua sicurezza, alla sua fiducia e si augurò di poterlo avere accanto. Egli, sicuramente avrebbe riso di tutto ciò.
Si fece coraggio e afferrò Michele per un braccio. Bisognava trattarlo duramente, se si voleva distrarlo dalle sue fantasie malate.
Lo fece sedere a forza, fece la voce grossa e solo quando gli vide i grandi occhi fissi su di lei con stupore, capì d’essere quasi padrona della situazione.
“Tu non hai visto il diavolo, Michele, ma un uomo che andava a pescare. Certo anche lui si era spaventato per Pippo e si era nascosto tra le robinie. E là sull’argine, non hai visto nulla. L’apparecchio è passato, come sempre. L’ho sentito anch’io, cosa credi? Che sia una novità? E cosa pretendi d’aver visto in cielo col buio che c’era? Tu hai paura di tutto. Non devi più andare da solo in campagna di notte. I ragazzi stanno bene a letto, non in giro. Ora fai un bel bagno ai piedi, così ti passa il male, poi ti accompagno a casa. E spero che i tuoi fratelli non siano ancora tornati e che tua madre non sia sveglia …”.
A poco a poco la paura lasciava gli occhi del ragazzo: si faceva strada in lui un senso di confusione, di disorientamento. Le immagini che prima lo avevano turbato, gli sembrarono lontane, svanivano come inutili fantasie.
“Dici davvero, maestra?”.
“Certo, Michele!”.
“Sono tanto stanco … Ho tanta sonno …”.
“Ecco, asciugati bene, ora, e sta tranquillo …”.
Poco dopo Laura accompagnava il ragazzo al portone di casa sua. Bastava attraversare la strada e percorrere pochi passi soltanto, ma il suo cuore batteva all’impazzata mentre tornava, sola, scrutando a destra e a sinistra sulla via deserta.
Per tutta la notte sognò cose orribili. Di tanto in tanto si svegliava col cuore in tumulto. Uno scricchiolio, un batter di fronda, un grido di civetta, bastavano a farla balzare seduta sul letto.
Solo verso il mattino si calmò e le paure notturne le parvero ridicole e sciocche.

* * * * *
Prima ancora che sorgesse l’alba, Vecchia Strada pullulava di soldati. Gli autocarri rombanti erano giunti quando le ultime ombre della notte stavano appena dileguandosi.
Ordini, grida, passi pesanti e rombare di motori, avevano fatto accorrere sui portoni delle cascine e alle finestre delle case la gente assonnata.
Per tutta la giornata la campagna antistante il fiume venne percorsa in lungo e in largo. In ogni casa vi furono interrogatori.
“Che avete fatto ieri sera?”.
“Dove eravate questa notte?”.
“Che cosa avete visto verso il fiume?”.
Ma nessuno sapeva qualcosa.
”Io sono andato a letto presto”.
“Ho dormito tutta la notte”.
“Non ho sentito nulla, posso giurarlo”.
Qualcuno rispose di aver sentito Pippo e di non aver neppure accesa la luce per paura.
Laura, in classe, raccoglieva dalla voce dei bambini notizie e commenti. Cominciava a pensare seriamente alla storia di Michele. Dunque le sue visioni non erano stare le fantasie di un ragazzo malato. Aveva proprio visto il ‘fantasma’ scendere dal cielo e il ‘diavolo’ scappare tra le robinie sotto la chiesa!
Avrebbe voluto interrogarlo meglio, ora che il terrore della notte si era in lui sicuramente attenuato, ma Michele, cosa strana, quel mattino non si era fatto vedere. Il suo posto accanto alla cattedra rimase vuoto per tutta la giornata.
“Sarà andato a curiosare” pensò la maestra”, domani avrà un sacco di cose da raccontare”.
Dopo le lezioni Laura non uscì. Se avevano bisogno di lei, sapevano dove trovarla. Inoltre non aveva ancora deciso se rivelare o meno la storia di Michele, se glielo avessero domandato.
Inoltre le era venuto un dubbio terribile: e se il ‘diavolo’ sotto la chiesa fosse stato il forestiero della canonica? Se i soldati l’avessero scoperto? Se don Angelo venisse accusato?
Restò in casa, accanto alla finestra che guardava sui campi e con un libro sulle ginocchia. Ma l’occhio non seguiva le righe. Guardava la strada, la vedeva bene fino al crocicchio: ogni tanto una camionetta passava rombando con dei soldati a bordo. Cosa stava capitando in paese? Non si vedeva nessun altro per la via, tutti erano sicuramente chiusi in casa o nelle stalle. Non si sentivano altri rumori. Probabilmente stavano cercando lungo il fiume, e in paese c’era, forse, soltanto qualche macchina con alcuni soldati di guardia.
Appena scomparve il sole, Laura chiuse a chiave la porta di casa e cercò di prepararsi un po’ di cena. Era anche preoccupata per Michele che non si era fatto vedere neppure per un attimo. Temeva, ormai, che stesse poco bene, o che la grande paura non fosse ancora passata, oppure che i fratelli avessero scoperto il suo giro notturno sull’argine e l’avessero castigato.
Era così preoccupata, che non si sentì neppure di mangiare.
Si stava preparando per andare a dormire, quando sentì battere i tocchi dell’Ave Maria. Segno che don Angelo si apprestava a dire il rosario. Come ogni sera.
Nulla di nuovo, dunque. I soldati se ne erano certamente andati. Il paese era tranquillo. Meglio così!
Era già a letto e le palpebre stavano già chiudendosi, quando le giunse la voce nota di Michele: “Notte, maestra!”.
Dovrei alzarmi, pensò, e dirgli qualcosa, ma era troppo stanca.
“Non importa, penserà che dormo …”
Il ragazzo fischiettò per un po’ sotto le finestre, con la schiena appoggiata al muro e gli occhi sperduti nel grande buio della notte.
Il fischiettare di Michele si fece sempre più sommesso, ma a Laura tenne compagnia per un bel po’, fino a quando giunse per lei il sonno.

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