XVII°
Nelle stanzette alte dell’appartamento di Maria, Laura giunse stremata.
Fu accolta come una sorella ed ebbe assegnata la stessa camera di Nannina.
La mamma di Rosalia non le fece domande e Laura era così spossata, che non aveva fiato neppure per parlare.
Lassù l’eco dei fatti sanguinosi, che si susseguivano nell’Italia settentrionale in quei giorni di passione, giungeva attenuato.
Maria andava e tornava, sempre affannata, sempre col pensiero fisso a Rosalia che non c’era più ed era come assente nel mondo che l’attorniava.
Laura stava ore ed ore coricata sul suo letto, cercando di scacciare pensieri e ricordi. Voleva dimenticare, rifarsi un cuore per la nuova vita: un cuore freddo e senza amore, dato che si era messa nella mente un motto: chi non ama, non soffre.
Si proibiva di sognare, di sperare. E se l’immagine di Franz tornava ad affacciarsi tra i suoi pensieri, non esitava a scacciarla. Franz era un sognatore, pensava; un idealista incorreggibile, credeva nell’amore, nella fratellanza universale! Povero illuso!
Ora Laura sentiva il vuoto attorno a sé e dentro di sé, ma non aveva pace.
“Debbo insistere” si diceva, ”non debbo farmi prendere dallo sconforto. La pace verrà quando avrò tutto dimenticato”.
Per alcuni giorni visse così e Maria la fissava costernata quando le vedeva il ciglio asciutto nell’ascoltarla parlare di Rosalia e di Nannina. Temeva che il troppo soffrire le avesse sconvolta la mente e pregava il Signore che tale pena le fosse risparmiata.
Intanto i primi giorni di maggio sfolgoravano.
Il sole irrompeva dalle finestre spalancate. Le rondini sfrecciavano come ebbre di gioia. I prati della periferia si riempivano di verde smeraldo tra i caseggiati grigi.
“Oggi vado al cimitero. Vuoi venire con me?”, chiese un giorno Maria.
Laura se ne stava sdraiata sul suo letto, con le mani sotto la nuca e gli occhi fissi al soffitto. Erano giorni e giorni che non usciva.
“Ti farebbe bene un po’ di sole”, insistette Maria.
“E perché no?”, disse tra sé. Poteva essere una prova.
Rispose:
“Vengo, se non ti spiace”.
“Figurati! Devi scacciare i brutti pensieri, la vita continua per tutti.”.
In breve Laura fu pronta.
Camminarono per le strade a fianco a fianco, col sole che le baciava sul viso. Furono sui tram affollati, sui marciapiedi tiepidi, sotto gli alberi ormai carichi di foglie e d’uccelli.
Nel cimitero di Greco, Maria andò sicura nel quadro riservato alle tombe, che avevano accolto i piccoli Martiri di Gorla.
Laura se li vide attorno all’improvviso, con quei loro visetti ormai familiari, come se fossero sorti d’incanto per darle il benvenuto.
Ne ebbe un urto al cuore. Per un attimo credette di sognare. Restò sola nel piccolo viale, mentre Maria si avviava sicura verso la sua piccina.
Ecco: lì c’era ‘Mario di Milano’, proprio lui, con quello stesso sorriso che tanto la incantava nella scuola di Vecchia Strada Ed ecco Pinuccia dalla treccia bionda, col nastro ben stirato di fresco. E qui Lucia … e là Giuseppe … Proprio loro! Tutti quanti!
Senza quasi accorgersi, cercò con gli occhi quelli che ancora mancavano: i due fratellini biondi di Michele dov’erano? E il grosso Giulio dall’aria impacciata … e Rosalia con quel faccino da bambola …
Si accorse di cercarli col batticuore. E, trovatili, sorrideva loro, come a vecchi amici e muoveva le labbra per ripetere con dolcezza i loro nomi, che sapevano di sole e di mamma.
E ancora … ancora … Stefano, Aldo, Giovanni, Marco, Ornella , Sandrina … Dio mio, quanti erano!
E Nannina, Signore? Perché non c’era? Dov’era Nannina?
La cercò con gli occhi smarriti.
Maria che la stava a guardare da dietro una bassa siepe, piangeva e sorrideva insieme. Per la prima volta, dopo giorni e giorni, la vedeva viva.
“Laura”, la chiamò sommessa, “Laura …”.
Laura si voltò e si trovò, viso a viso con Nannina. La fissò ammutolita. Come aveva potuto credere di soffocarne il ricordo? Di scordarne il sorriso, di vivere senza più amarla?
Le parole di Nannina, la risata di Nannina, l’entusiasmo di Nannina le furono d’un tratto così vicino, che credette quasi di poter toccare l’amica con le mani.
Quanto si era ingannata! Credeva di poter vivere con l’anima senza sentimenti, col cuore vuoto!
Si inginocchiò sulla tomba dell’amica e sciolse finalmente in lacrime il nodo che le serrava la gola da tanti giorni.
Quando si alzò, s’accorse di star meglio. Mille e mille ricordi tornavano vivi e presenti: le immagini della sua vita felice, la tenerezza di uno sguardo, di un saluto. Come aveva creduto di poterne fare a meno?
Ritornando verso la casa di Maria, si accorse del passo ansioso della donna e del suo viso attento e teso e le chiese:
“Cosa c’è, Maria?”.
“Oh, Laura, sapessi! Ogni volta che mi appresto a rientrare, trattengo il fiato per meglio udire. Mi pare sempre che Rosalia stia nascosta dietro la porta e che mi voglia fare una sorpresa. Per questo salgo sempre di corsa e mi avvicino alla porta in punta di piedi …”.
Laura, commossa, le strinse la mano senza parlare.
“Vedi”, continuò Maria, “mesi e mesi ho vissuto qui sola. Tu non crederai, ma la mia piccina me la sono sempre sentita vicina, in ogni istante. Sfaccendavo per la casa e dietro di me sentivo il suo passettino leggero che mi seguiva. A lei narravo le mie pene, con lei ho aspettato che il suo papà tornasse dalla guerra. Ed ora sento che sarà qui presto. Rosalia me lo dice”.
Tacque mentre introduceva la chiave nella serratura.
“Verrà presto il giorno in cui saremo in due a parlare di Rosalia. Il mio amore la farà rivivere anche per lui, che da anni non la vedeva. Gli dirò: lì in quell’angolo di tavolo si sedeva a mangiare, qui la pettinavo, vicino alla finestra. Lì si sedeva quando le narravo una fiaba e laggiù giocava con la sua bambola di pezza. Ci sono tante cose che suo padre non sa. Dovrò dirgliele tutte, lui deve sapere. Quando sono sola, a volte faccio le prove. Gliele dirò con parole gentili, sorridendo. Sai, dovrò insegnargli a perdonare e io so quanto costi. Ma dovrà imparare; non si può vivere soltanto con l’odio nel cuore. Ed è difficile imparare. Io lo so, Laura, oh, se lo so!”.
Ora che Laura andava ritrovando, ogni giorno, un poco di se stessa, Maria le faceva lunghi discorsi.
“Vedrai che torna, Laura! Starà poco ad arrivare, lo sento.” .
Maria, diceva Laura tra sé, aspetta qualcuno. Solo io non attendo più nessuno. E pian piano le rinasceva dentro la nostalgia del suo piccolo paese con tre case, la scuola, la chiesa e due cascine.
Quella sua scuola fatta di bimbi vivi e di bimbi in paradiso, con Franz che picchiettava sui vetri per salutarla, con Michele che le gridava ogni sera la buona notte e don Angelo che passava, dopo l’Ave Maria, col rosario tra le mani, arrivando fino al piccolo cimitero che stava lassù.
C’era poi il chiacchierio dei passeri sul grande gelso della piazzetta e il trillo delle allodole alte sui prati e il tranquillo cri-cri dei grilli nelle calde sere d’estate.
Quante cose da insegnare e da far capire ai bambini della sua scuola, che sarebbero diventati uomini domani!
Ora che la guerra era finita, la pace e il silenzio sarebbero scesi sul piccolo mondo di Vecchia Strada. Gli assenti sarebbero tornati, senza rancori, forse. La gioia d’essere di nuovo a casa, avrebbe fatto tutto scordare.
Anche Franz sarebbe tornato!
Dio mio, certamente l’avrebbe cercata, avrebbe chiesto di lei ad ognuno dei bambini in fila davanti alla porta chiusa della loro scuola ad aspettarla invano.
E i bambini di Gorla dentro quell’aula fredda e scura … Per loro non era maggio se mancava il sole, se i fiori appassivano, se non udivano il parlottare allegro dei compagni che tenevano loro compagnia.
Doveva proprio tornare, ecco, tornare subito! Non avrebbe atteso che un altro giorno passasse.
Con ansia febbrile si diede a preparare le sue robe e a chiuderle nella valigetta sciupata.
Quando arrivò Maria la trovò così, affannata e felice, già con l’abito migliore indosso, pronta per partire.
“Me ne vado, Maria. Torno a vecchia Strada. Avevo sbagliato tutto. Non sapevo che senza amore non si vive e che l’amore perdona, mille volte perdona”.
Ma anche Maria aveva, quel giorno, la sua parte di gioia. Per la prima volta, dopo tanti mesi, aveva ricevuto la lettera che aspettava: il babbo di Rosalia tornava! Aveva già attraversato la frontiera!
“Me ne vado contenta, Maria, so di non lasciarti sola”.
“Non sono mi stata sola, Rosalia non si è mai allontanata, lo sai …”.
Si lasciarono così, ansiose ambedue di ritrovare il loro mondo di un tempo.
* * * * *
Vecchia Strada sembrava dipinta su un fondale di fuoco. Immobile, aggraziata, minuscola contro il vasto cielo illuminato da un tramonto eccezionale, attendeva.
Laura avanzava e aveva sui sandali la polvere della lunga strada percorsa. Ma ad ogni passo una tristezza le era caduta dal cuore ed ora era leggera, nuova, rinata.
Il suo sguardo assorto non sapeva staccarsi da quella visione da fiaba che le stava davanti.
Il campanile aguzzo pareva essersi fatto più ardito durante la sua lontananza: ora scalava il cielo con orgogliosa fierezza e non c’erano bandiere rosse a sventolare al di sopra delle campane.
I tetti delle case sembrano quasi star chini sotto quell’alta sentinella.
Laura sembrava avanzare portata da ali nascoste. Camminava sul ciglio erboso, senza far rumore.
Una vecchia sbucò da un viottolo col grembiule colmo di radicchi di campo.
Le disse sorridendo:
“Riverisco … Che bella sera,vero maestra? Rosso di sera, bel tempo si spera, che ne dice?”.
Così, come se nulla fosse avvenuto, come se l’assenza non fosse stata neppure notata.
Laura proseguì, sforzandosi d’andar piano per ritrovare ad ogni passo i ricordi.
Dal campanile giunse, d’un tratto un suono di campane. Le volò incontro come per darle un festoso benvenuto.
Laura immaginò, con un sorriso, don Angelo appeso alla corda, giulivo, con la porta del campanile spalancata verso il fiume per assaporare fino all’ultimo raggio quel fiammante tramonto.
Quando la campana tacque, le rondini si fecero più frettolose nel tornare ai nidi e tra poco avrebbero taciuto anche i passeri sul gelso.
Poi sarebbe venuta la notte e il cielo avrebbe aperto le porte alle stelle.
Che gioia sapersi finalmente a casa!
Nell’ultimo tratto di strada, passando accanto al grande gelso, lo sguardo le corse a quel quadrato d’erba su cui poggiava la baracca di Franz.
“Sono tornata, Franz … Come potevo pensare di stare lontana da tutto ciò …?”.
Nella piazzetta il suo passo fece scricchiolare la ghiaia.
Un ragazzo, accoccolato sul marciapiede della scuola, alzò il capo, sbatté le palpebre e si alzò incerto.
“Oh, maestra, sei tu? Hai fatto proprio bene a tornare. Tu non sei una maestra come tutte le altre, lo sai. Hai due scuole, tu!”.
“Caro, caro Michele,” esclamò Laura e l’accarezzò sul viso.
Poi aprì la porta ed entrarono insieme.
“Ti preparo l’acqua, maestra. Tu siedi che sei stanca …”.
Spalancò i vetri ed entrò l’aria tiepida, a fiotti.
Tutto come prima, senza domande e senza spiegazioni. Proprio così aveva sperato che fosse il ritorno.
Domani sarebbe stato un giorno veramente nuovo. E se il cielo era rosso stasera, ci sarebbe stato buon tempo domani!
Bambini, speranze e sole! Tutto qui. Non ci poteva essere altro nel minuscolo mondo dei suoi sogni.
Ma questo per Laura significava, ormai, la felicità.
sabato 1 marzo 2008
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