sabato 1 marzo 2008

IX

IX

L’indomani piovigginava. Il cielo si era incupito durante la notte ed ora gravava come una cappa di piombo sopra Milano in lutto.
Laura e Franz erano partiti da Vecchia Strada all’alba e subito avevano trovato un automezzo che li aveva accolti a bordo e trasportati fino alle porte della città. Le strade lucide e scivolose della periferia apparvero semideserte. Gli scarsi passanti andavano in fretta, col capo affondato nel bavero rialzato e coi berretti calati sugli occhi.
Si informarono, chiedendo di Gorla.
“E’ da tutt’altra parte. Dovrete attraversare quasi tutta la città.“
Ebbero, ad ogni modo, qualche numero di tram e proseguirono lungo il viale che si andava via via popolando. Laura era esausta. Camminava quasi senza averne coscienza. Non parlava, non chiedeva, non piangeva. Pareva portasse sulle sue esili spalle tutto il tragico destino del mondo.
Franz la guardava, pensoso. Avrebbe voluto offrirle il braccio, ma non osava. In poche ore sembrava essere diventata un’estranea.
A mano a mano che si avvicinavano al centro, la gente si faceva più rumorosa. Esclamazioni, maledizioni, commenti, qualche rara battuta, qualche confidenza fatta sottovoce.
Franz non afferrava tutto ciò che si diceva attorno a loro e gli spiaceva. Temeva che qualcosa di troppo doloroso colpisse Laura all’improvviso, senza che egli potesse addolcirla di speranza.
Quando, a Piazzale Loreto, dovettero scendere di nuovo dal tram e attendere quello che portava a Sesto, gravava sulle cose un senso di desolata tragedia.
Gente senza un sorriso stava schierata sull’orlo dei marciapiedi, additando il viale, laggiù.
Passavano di tanto in tanto, ululando, ambulanze della Croce Rossa, automezzi dei pompieri, automobili private e macchine militari. Ad esse tutti facevano largo e i vigili fermavano il traffico appena ne udivano le sirene.
Laura s’era appoggiata alla vetrina di un negozio, senza neppure curarsi di chiedere cosa stesse succedendo. Franz ne approfittò per avvicinarsi ad un militare che aiutava a tener sgombra la strada.
“Vengono da Gorla?“.
“Sì, tenente. Dalla scuola”.
“Sono state molte le vittime?“.
“Molte? Tutte. Quelli che erano a scuola a quell’ora son rimasti tutti quanti sotto“.
“Dove li portano?“.
“Li hanno sparpagliati qua e là, nei vari ospedali e cimiteri. Cercate, forse, qualcuno?“.
“Sì. Una giovane maestra“.
“Mi spiace. Temo proprio che nessuna sia stata estratta viva fino ad ora. Me lo diceva un Vigile del fuoco, che ha avuto il cambio proprio stamattina all’alba. Mi spiace molto, tenente“.
Salutò militarmente e riprese a sorvegliare la gente, che non scendesse dai marciapiedi.
Laura era ancora là, appoggiata alla vetrina. Non s’era neppure accorta, forse, che egli si era allontanato.
Era assurdo portarla sul posto in quelle condizioni. Neppure don Angelo, la sera prima, aveva potuto darle consolazione e conforto. Si era chiusa in quel mutismo assurdo e non c’era stato modo di scuoterla. Forse era meglio prepararla al terribile spettacolo che tra poco l’avrebbe colpita.
“Laura“, le disse prendendole una mano, “lo sapete chi c’è su quelle ambulanze che passano?“.
“Certo. Sono i bambini di Nannina“.
“Ho chiesto poco fa dove li stanno portando. Alcuni all’ospedale, altri al cimitero“.
“Delle maestra avete chiesto, Franz?“.
“Sì …“.
“Nulla, vero? Nulla di buono …“.
“Nulla , Lauretta …. “.
“Nannina è morta, ne sono certa … da ieri“.
“Bisognerà che vi facciate forza, se proprio volete andare sul posto. Non avete mai visto la guerra voi … “.
“Capisco, ma non posso lasciarla sola, vi pare ? Sarebbe assurdo. Io e Nannina eravamo come due sorelle. E lei non ha nessuno qui vicino“.
“Se andassi io, Laura? Forse a Gorla non c’è più …“.
“E’ vero …”.
“Se andassi io, allora?“.
“Credete che sia meglio?“.
“Certamente. Voi restate qui: vi cerco io un luogo dove possiate stare un po’ tranquilla. Io vado sul posto, mi informo, chiedo, mi faccio dare gli indirizzi degli ospedali, poi vi vengo a riprendere. Va bene così?“.
Laura parve riflettere.
Ma proprio in quell’istante passò ululando una macchina militare. Sul predellino stava un soldato armato, col volto duro, con tracce di fango e terriccio sulla divisa nera.
“No, Franz, non posso restare qui. Non è giusto che della gente estranea, che magari non conosce alcuna delle vittime, vada e guardi e soffra mentre io sto qui ad aspettare. Vengo con voi e sarò forte, vedrete”.
“Va bene, se volete così …“.
Quando il tram arrivò, fu preso d’assalto, senza riguardo per nessuno. Laura si infilò, spinta dalla sua disperata decisione, tra due operai che andavano al lavoro e che puzzavano di olio e di benzina.
Franz restò sul predellino, sotto un’acqueruggiola fitta e sottile che gli rigava il volto.
Nell’avvicinarsi a Gorla, venivano incontro rovine e squarci recenti. Già sul Viale Monza, qua e là, c’erano montagne di macerie, travi divelte, gente affannata tra i rottami.
“Siamo a Gorla“, gridò il bigliettaio.
Un movimento agitato passò tra la folla che si accalcava. Franz scese con un balzo e tese la mano a Laura, tenendola ben stretta sotto braccio, ben deciso ad esserle accanto con tutto il suo affetto.
Si poté far a meno di chiedere. Coloro che erano scesi, ed erano parecchi, si avviavano tutti verso un’unica direzione.
Autocarri carichi di operai e militari si stavano dando il cambio. E tanto chi si allontanava, come chi sopraggiungeva, aveva impresso sul volto un dolore muto e straziante.
Ecco la piazza: la scuola è là, squarciata, nuda, con le sue aule aperte, con le pareti crollate e si offre tutta agli sguardi di chi cerca, cerca invano.
“Là c’era il mio piccino … forse quel banco era il suo … Ecco la lavagna dove, forse, ha risolto il suo ultimo problema … Laggiù c’è il grembiule nero di una maestra che non c’è più, si muove al vento, pare vivo... Ecco la cattedra col vaso di fiori rovesciato … Ecco la Croce, ancora appesa al chiodo … E Tu guardavi il mio piccino, Signore ... Te pregava la mia bambina … Perché non li hai salvati?“.
Perché? Quest’unica domanda pareva correre di bocca in bocca, dinanzi al silenzio disumano di quel nido di bimbi. Perché, Signore? C’è un tuo disegno segreto in tutto ciò? Può il mondo divenire migliore, quando una strada di sangue che va dalla terra al cielo separa ormai l’umanità?
Un cordone di padri e di madri, stravolti, impazziti dall’ansia , s’addossava alle macerie e risentiva nel proprio cuore ogni colpo di piccone battuto per aprire un varco.
Ma che scopo aveva attendere ancora? Tutta la notte alla luce delle torce, con picconi, badili e mani nude, si erano rimosse pietre su pietre, adagio, per non far male a chi ancora si lamentava piano, sempre più piano.
Ma ora tutti dormivano là sotto. Nessuno piangeva più. Era inutile aspettare ancora. Chi aspettava non nutriva più speranze.
Ora cominciava un’altra ricerca: si doveva iniziare la vera via crucis; camminare, camminare, chiedere, scrutare lunghi elenchi di nomi, passare di lettino in lettino, chiamare, urlare, finché, allo stremo delle forze, un viso, il -suo- viso, sarebbe balzato da una fredda lastra di marmo.
Eccolo! E’ lui! Ed ora che è ritrovato, è perduto per sempre.
Attorno alle rovine c’era chi aspettava ancora. Di tanto in tanto, ma sempre più raramente, una barella veniva portata fuori, coperta da un drappo bianco.
“Chi è? Chi è?“, urlava la folla .
Ma chi portava la barella non poteva fermarsi, non poteva dire che sotto quel drappo c’era, ormai, solo un piccolo corpo straziato, sfigurato, a brandelli.
“Aspettate, Laura, vado a vedere“, disse Franz alla fanciulla tra la folla assiepata, “non muovetevi da qui, in modo che possa ritrovarvi“.
Una parte del rifugio della scuola era stata liberata.
Nella polvere che si sollevava durante gli scavi, borghesi e soldati si muovevano come ombre.
Ogni tanto qualcuno risaliva col volto stravolto.
Un Vigile del fuoco, già coi capelli bianchi, si trascinò fino ai piedi di Franz :
“Aiuto … muoio,” rantolò.
Si teneva le mani avvinte sul cuore:
“E’ orribile! E’ orribile!“.
Venne caricato subito sopra una barella e portato d’urgenza al più vicino ospedale.
Inutilmente. La lunga via che portava al cielo non si era ancora chiusa. Anche il Vigile dai capelli bianchi andò col suo vecchio cuore a chiedere a Dio il perché.
Una donna lì accanto, vestita di scuro, sta da tempo frugando tra le macerie. Ma le sue mani, che già sanguinano, non riescono a concludere nulla. Raspano, sollevano, ammucchiano senza ordine, senza una ragione apparente. Un tremito invincibile le fa assomigliare alle mani di un paralitico. Già due volte i militi hanno cercato di allontanarla, con parole gentili, con gesti delicati. Ma lei no. Li guarda con gli occhi rossi e risponde:
“No!“.
Una semplice sillaba, ma il suo sguardo intimidisce anche i soldati. Così continua a cercare e
, a intervalli, chiama ad alta voce:
“Mario! Oh, Mario!“.
Mario è il suo bambino. Ieri mattina a scuola non voleva proprio andare.
“L’ho fatto piangere, perché diceva che aveva il mal di testa. Ma non era vero. Gli ho messo il pane con la marmellata nella cartella, l’ho accompagnato fin qua, io, sua madre …l’ho accompagnato a morire!“.
E riprende a frugare, senza scopo, rompendosi le unghie e chiamando senza pace :
“Mario … Mario!“.
Ma Mario non c’è più. L’han trovato ieri sera. O meglio, di lui han trovato, intatto, solo il braccio con la manina che stringeva ancora la cartelletta di cartone con dentro il panino imbottito di marmellata. Null’altro. Ma alla madre come possono dirlo ?
Così lei continua a cercarlo.
Ma ecco un’altra barella. Sta passando proprio accanto a Laura. Sporge dal drappo bianco un nastro azzurro che lega ancora una treccia biondissima.
Si alza un urlo tra la folla. La madre l’ha riconosciuta . E’ lei , la sua piccina che ieri ha pettinato là, davanti alla finestra. Le aveva messo il nastro azzurro e l’aveva annodato stretto: per questo non s’è sciolto.
La gente la trattiene, l’abbraccia, la portano via, ma le sue grida continuano a sentirsi.
“Andiamo, Laura”, grida Franz, “ andiamo via. Io so dov’è Nannina!“.
Riecco le strade lucide e scivolose, i tram stracarichi, i volti chiusi e duri di chi ha visto da vicino la tragedia. Poi il giro negli ospedali, coi lunghi elenchi dei morti e con le bende insanguinate sui lettini. Poi, da ultimi, i cimiteri.
Nel cimitero Nannina c’era.
Aveva il viso bianco chiuso tra le bende, come una piccola suora, con le mani giunte sul grembiule nero della scuola .
Nannina!
E pensare che bastava socchiudere gli occhi per rivederla balzare, viva, stillante d’acqua, sull’argine assolato sotto il platano centenario.
Nannina!
Nel grande silenzio pareva di sentire la sua risata felice quando, con Franchetto, scendeva in bicicletta giù dal pendio di Santa Maria del Colle, col vento tra i capelli.
Com’era strano vederla immobile , fasciata dalle bende, silenziosa, composta su quella fredda lastra di marmo.
Franz teneva stretta Laura, sbatteva le palpebre e inghiottiva. La mascella era tesa, dura. Gli occhi azzurri erano freddi come l’acciaio.
Laura si mosse piano. Egli l’assecondò.
Insieme furono accanto al volto di Nannina. Laura ne sfiorò le ciglia, le guance fredde.
Franz cercò, dietro le bende, la zazzeretta nera: la sentì dura, piena di polvere, di fango, di sangue.
Un coagulo piccolo piccolo le si era fermato all’angolo della bocca.
“Ora glielo tolgo“, sussurrò Laura.
“Perché? Pare un fiore dell’argine, di quelli che amava cogliere a Vecchia Strada“.
Attorno a Nannina si allungava la fila degli innocenti. Qualche parente piangeva, aggrappato ad un bimbo, che era andato a scuola felice e che ne era uscito così.
Ma altri, molti altri bimbi attendevano ancora che la loro -via crucis- terminasse e che i genitori arrivassero per l’ultimo saluto. Rari cartelli segnavano un nome. Ai piedi di Nannina una mano incerta aveva scritto: -Nannina Silenti, maestra di prima-.
Nella vasta sala bianca si udiva, a tratti, uno scalpiccio incerto, poi più rapido, poi disperato: un singhiozzare solitario, poi un coro di voci, di lamenti, di nomi, sussurrati, gridati, urlati perché arrivassero al cielo.
Alle spalle di Laura e Franz si fermarono alcuni passi incerti.
“E’ qui”, sussurrò una voce d’uomo.
“Com’era giovane, Signore!“.
“Permettono?“. La voce timida dell’uomo fece voltare Franz.
“Prego . . . “.
“Vorrei mettere dei fiori. . . “.
La donna che era con lui, ne aveva le braccia colme.
Spiegò con voce bassa e armoniosa :
“Aveva detto ieri mattina alla mia bambina: -A mezzogiorno, Marina, ti porterò dei fiori per la tua mamma -. Io l’ho aspettata con la mia piccina, sul portone. Ma lei non è più tornata …“.
Si avvicinò alla tavola di marmo, depose i fiori un po’ dovunque, come attorno ad un altare.
Laura, Franz e l’ometto pallido guardavano la donna muoversi con delicatezza.
“Ora basta“, le disse ad un certo punto Franz, toccandola sulla spalla, “Nannina sarebbe felice se donaste un fiore anche ai suoi bambini.”
E indicò col gesto la sfilata dei corpicini muti e freddi.
La donna ubbidì, chinando leggermente il capo. Passò silenziosa, esile, con gli occhi bassi e le labbra che tremavano.
Ad ogni bambino mise il suo dono e quand’ebbe finito ritornò presso il marito e gli prese le mani.
“Chi sono io, “singhiozzò “, che ho fatto per meritarmi questa grazia? Io che la mia piccina l’avevo abbandonata! L’avrei potuta ritrovare qui e non avrei avuto il coraggio nemmeno di toccarla …“.
L’uomo stringeva le mani della moglie e guardava lontano. Piangeva quieto, senza singhiozzi.
“Ora sei tornata. Sei tornata in tempo … e l’hai salvata“.
Non lui l’aveva salvata, non lui che per due anni non si era staccato dalla figlia neppure per un istante, che per lei aveva sofferto, tremato, trepidato. Non lui l’aveva salvata! Anzi, egli, inconsapevolmente, l’avrebbe condotta a morire.
Laura ascoltava e non capiva. La donna si avvicinò a Nannina, si chinò sul suo viso e pianse, pianse a lungo, senza ritegno.
Franz si voltò dall’altra parte. Ma dovunque c’era gente che poteva vederlo.
Allora si allontanò in punta di piedi, uscì nel camposanto sotto la pioggia, si appoggiò ad una croce e pianse col volto nascosto tra le mani.
Le cose da fare, prima che il giorno finisse, restavano parecchie e Franz se ne preoccupava.
Voleva, anzitutto, cercare l’abitazione dove Nannina aveva alloggiato, per sentire se qualche familiare fosse arrivato o avesse telegrafato. In caso contrario bisognava avvertirli immediatamente.
Santa Maria del Colle era lontana, giù, giù verso Bologna. Forse là già si sentivano tuonare i cannoni, tanto la guerra si era fatta vicina. Sarebbe stato difficile salire fino a Milano, ma era necessario che il padre e la madre sapessero della sorte toccata a Nannina.
Con Laura risalì sui tram sovraccarichi, mentre, nell’ombra incipiente, la pioggerella pareva mutarsi in nebbia.
A Gorla rintracciarono la strada e la casa. L’alto fabbricato con qualche lume velato alle finestre, parve a Laura straordinariamente triste: grigio, impersonale, silenzioso. Nell’entrare sotto il portone pensò con tenerezza struggente che lì l’amica era passata, lì, forse aveva sostato e su quei gradini si era posato il suo passo leggero.
Ed ora non c’era più !
Davanti alla porta dell’appartamento suonò il campanello. Subito una giovane donna dal viso sconvolto, venne ad aprire.
“Chi siete? Non c’è nessuno, non c’è più nessuno …“.
“Siete Maria, vero? Io sono Laura.”
“Ah, Laura! Se n’è andata, sapete, anche lei, con Rosalia … non ci sono più … “.
Dall’interno una donna anziana si era avvicinata, abbracciando la povera mamma e facendo cenno ai visitatori di farsi avanti. Nella piccola cucina si sedettero. Faceva freddo e il debole lume metteva tristezza.
Franz girava e rigirava il berretto tre le mani e Laura cercava intorno, in ogni angolo, la traccia di Nannina.
“Rosalia gliel’hanno trovata tra le braccia. L’aveva presa lei, per difenderla …, lei che non era la sua mamma … E io non c’ero“.
“Non tormentarti più. Era destino“.
”Lei avrà sentito le sue ultime parole … Lei l’avrà baciata per l’ultima volta … “.
“Datti pace, Maria“, continuava a ripetere la donna.
“Ieri mattina sono andate via insieme, come sempre. Rosalia era contenta quando stava con lei, le voleva bene. Lei è stata prescelta dal Signore per starle vicina. Io no. Non potrò dire a suo padre, quando tornerà: -Per te l’ho cresciuta, per te l’ho fatta diventare grande, bella , gentile …- “.
Fu uno strazio quel colloquio. Franz avrebbe preferito essere lontano.
Seppero, finalmente, che nessuno si era fatto vivo da Santa Maria del Colle. Era dunque indispensabile avvertire immediatamente.
“Forse non sarà necessario … Sento che suo padre sarà qui prima che sia notte ...“.
Tuttavia Franz decise di telegrafare.
C’era buio ormai. Laura venne invitata a restare, c’era la stanzetta di Nannina per lei. A Franz dispiaceva lasciare la fanciulla in mezzo a tanta tristezza. Ma non poteva essere diversamente.
Salutò e uscì nella notte.
La città si stava avvolgendo di silenzio. I rari fanali, oscurati, spandevano una luce bluastra, che rendeva i volti dei rari passanti simili a spettri.
Il passo cadenzato dell’ufficiale picchiava sui selciati sconnessi e risvegliava echi paurosi tra le case e i cortili deserti. La pioggia pareva cessata.
All’ufficio telegrafico fece e rifece il testo del messaggio. Nessuna parola gli pareva che andasse bene: immaginava l’ansia di chi lo avrebbe letto e il cuore con cui sarebbe risalito fino a Milano, sospeso tra la disperazione e la speranza.
Finalmente il testo fu compilato e lo firmò col nome di Laura.
Poi riprese a vagabondare per le strade senza sentire stanchezza, come se il corpo l’avesse abbandonato. Il suo cuore non cessava di chiedere:
“Perché, perché, Signore? Potrà da tanto male nascere amore?“.
Ma per le sue angosciose domande non trovava risposta.
Camminò senza tregua. L’oscurità l’avvolse nel suo mantello ed egli scomparve, piccola cosa insignificante, nel mistero della notte.
Laura aveva indovinato. Il padre di Nannina con Franchetto erano giunti che l’alba schiariva appena il cielo. Avevano viaggiato ore ed ore, con soste interminabili nelle stazioni o in aperta campagna, col pauroso traghetto sul grande fiume .
Ma erano giunti, distrutti dal sospetto, terrorizzati dalle notizie che dovunque raccoglievano.
Al piccolo appartamento avevano suonato con una tremula, incerta speranza nel cuore.
Trattennero il fiato dietro la porta chiusa. L’avrebbero riconosciuta al passo, al profumo, al respiro, se Nannina fosse stata lì, viva. La chiave girò nella toppa e apparve Laura. Ogni speranza crollò.
Franchetto s’appoggiò allo stipite e cominciò a piangere. Suo padre tese la mano a Laura e disse:
“Troppo tardi, vero?“.
La fanciulla chinò il capo, senza una parola. Si trasse da parte e li fece entrare.
Appena fu giorno chiaro, tornò Franz. Il padre di Nannina gli strinse le mani e Franchetto lo abbracciò. Già Laura aveva detto loro quanto grande fosse stata l’amicizia che aveva unito Nannina all’ufficiale e di quanto aiuto le fosse stato in quelle ultime ore.
Insieme ripresero il triste pellegrinaggio fino al cimitero.
Nannina li aspettava sepolta tra i fiori, con lo stesso viso bianco tra le bende e le labbra dolcissime come in preghiera. Franz e Laura si trassero da parte. Li lasciarono soli per l’ultima volta con la loro incommensurabile angoscia.
Quel giorno era domenica. Il cielo si era un poco schiarito. Ma ora non importava più.
Sulle strade bagnate, sui viali coperti di foglie gialle, sui negozi chiusi per -lutto cittadino-, sul volto della gente, nello sguardo dei sopravvissuti, c’era un’unica immensa desolazione.
“Essi“ non c’erano più!
Le campane del Duomo diedero il primo segnale. Da tutte le torri della grande città risposero le mille campane che suonavano a morto. Passarono le mamme sui marciapiedi affollati, stringendosi i figli vicino, passarono giovani e vecchi, gente umile e gente importante, poveri e ricchi, sconosciuti e uomini potenti. Il Duomo si innalzava dalla piazza come un gigantesco altare dalle innumerevoli candele. Milano affannata, sconvolta, smarrita, in lunga processione, entrò nel tempio.
L’organo pianse le sue lacrime d’argento.
Un coro di preghiere vasto come il mare, spaziò sotto le guglie e trovò, finalmente, la via del cielo.
Venne deciso che Nannina sarebbe stata sepolta a Milano, in mezzo ai suoi piccoli alunni. Pur così lontana dalla sua famiglia, non le sarebbero mancati fiori e lumi.
Suo padre e Franchetto partirono dopo i funerali, portandosi via tutte le sue piccole cose. Due valigie sole: questo restava di Nannina. E questo dovevano restituire alla madre che attendeva.
Anche Laura e Franz lasciarono Milano subito dopo.

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