XVI°
Al calar delle prime ombre, don Angelo bussò sui vetri.
Se credeva di trovare i due giovani allegri e fiduciosi per la perquisizione finita bene, si sbagliava.
Argenti, rannicchiato sul gradino del focolare, aveva i gomiti puntati sulle ginocchia e il volto tra le mani. Picchiava nervosamente un piede sul pavimento e i capelli gli cadevano disordinatamente sulla fronte. Neppure all’entrata del prete alzò il capo.
Laura, dal canto suo, stava fissando ostinatamente fuori dalla finestra, voltando le spalle al suo ospite. Girò il capo soltanto per salutare don Angelo.
“Beh, figlioli, cosa succede?”, chiese il sacerdote. “ E’, forse, accaduto qualcosa di brutto? Sono arrivato fin qui col batticuore, sebbene fossi certo che i soldati se n’erano andati da soli. Mi volete spiegare?”.
Laura fissò con occhi fiammeggianti il suo ospite:
“Su, parlate”, disse quasi con ira, “raccontate a don Angelo le vostre prodezze”.
Ma Argenti non accennava a muoversi, né ad aprire bocca.
“Per carità! Avete litigato? Buon Dio che gioventù”, esclamò sorridendo il sacerdote.
“Macché, reverendo! Le pare che si possa aver avuto il tempo di litigare, con quello che c’è stato?”.
“E allora?”.
“E allora, ecco”, dichiarò d’improvviso Argenti. ”Ho deciso di andarmene. Stasera, subito …”.
Si era alzato in piedi, con le mani dietro la schiena e gli occhi lucenti, come sfidando tutti quanti a trattenerlo.
“Volete andarvene? Ma perché in nome di Dio?”.
Siccome il giovane non gli rispondeva, don Angelo si rivolse a Laura.
“Non vorreste raccontarmi con calma ciò che è accaduto? Dopo potrei consigliarvi per il meglio”.
Laura lo fece accomodare, poi gli si sedette accanto e cominciò a narrare come si erano svolti i fatti: la loro ansia, il terrore d’essere scoperti, la semplice astuzia, ma anche la sua sincera commozione, usate per distrarre l’attenzione dei soldati, la sua gioia nel vederli andarsene pieni di ammirazione per lei, il sollievo con cui aveva richiamato fuori Argenti dal suo nascondiglio.
“E lui, pallido come un cencio”, proseguì indispettita, “mi salta fuori a dire che qui non ci sta neppure un’ora in più, che ha provato troppo spavento, che quelli ritorneranno perché lui ha sentito i complimenti che mi hanno fatto: che verranno ancora per mostrare ad altri le fotografie dei bambini, che questa scuola diventerà famosa, che tedeschi e fascisti saranno di casa qui, cominciando da domani. Ecco quello che dice da più di un’ora, reverendo. Prima l’ho trattato con le buone, comprendendo la sua paura: io stessa ero terrorizzata. Poi mi son messa a prenderlo garbatamente in giro, sperando che ritornasse alla ragione. Infine mi sono arrabbiata. E’ peggio che parlare con un bambino. Non fa che ripetermi i soliti discorsi. E vuol andarsene subito, non sa dove, non sa da chi, con la paura che ha in corpo. Ma si farà beccare come un pulcino nel primo luogo abitato! Cadrà nella rete del primo rastrellamento, senza neppure accorgersene. Glielo faccia capire anche lei, don Angelo!”.
Ma invano il buon prete cercò in tutti i modi di strappargli di dosso il suo terrore. Bastava che giungesse un rumore insolito dalla strada, che subito balzava in piedi e tendeva l’orecchio. Il suo ritornello era sempre lo stesso:
“Non sono coraggioso, io … Un’altra volta nascosto là dietro, io ci morrò dallo spavento. Lasciatemi andare all’aria aperta. Non voglio morire qui, come un topo schiacciato nel suo buco”.
Inutilmente il sacerdote gli offrì l’alloggio in canonica.
“Per qualche giorno soltanto, figliolo, poi troverò io qualcuno che vi aiuti.
Tutto fu vano. Voleva solo uscire, andarsene. Vedeva pericoli ed ombre dappertutto, pareva che il pavimento gli bruciasse sotto i piedi.
Era ormai notte quando don Angelo e Laura videro Gianni Argenti uscire furtivamente dalla scuola. A stento erano riusciti a fargli accettare un fagotto con una coperta e del pane.
Se ne era andato senza neppure voltarsi indietro a salutare, tutto teso nella ricerca di un viottolo, il più nascosto, il più solitario che ci fosse.
Laura quando lo vide sparire oltre il cimitero, si appoggiò col braccio allo spigolo della porta e singhiozzò. Don Angelo le batté paternamente la mano sulla spalla, senza dir nulla, poi la costrinse a rientrare.
La notte era ancora fredda, il cielo scuro e scintillante di stelle.
“Non c’era nulla da fare, Laura … Che Iddio lo protegga”.
Laura non dormì quella notte. Stette attenta ad ogni passo. Diceva:
“Tornerà. Che deve fare là fuori, solo, senza neppure sapere come fare a passare il fiume …”.
Invece non tornò.
L’indomani era il venerdì santo. Un giorno di tristezza anche se l’aria era chiara e pervasa dal profumo della primavera. Si sarebbe detto che da ogni cespuglio già fossero uscite le viole.
Laura, nella mattinata, si spinse fino al fiume, prima in giù, fino al platano centenario, poi più su fino alla Bicocca. Scrutò qua e là, febbrilmente. Di Gianni Argenti nessuna traccia.
Al ritorno fece l’ultimo tentativo. Le seccava farlo, non era neppur certa che sarebbe stata compresa. Ma non volle rinunciarvi.
Solo i Monforti, infatti, avrebbero potuto aiutare un fuggiasco a mettersi in salvo.
Così, nel passare davanti alla loro casa, vi entrò. C’era Agata che scodellava la minestra al suo vecchio, seduto in attesa. Michele giunse di corsa, poiché l’aveva vista entrare dal portone.
”Maestra, cosa c’è?”, domandò col fiato grosso, prima ancora che Agata avesse risposto al suo saluto.
“Cercavo i vostri figlioli, Agata. Avrei da parlare”.
La donna la scrutò un istante, con gli occhi acuti come spilli, sospettosi,
“Perché?”.
“Una cosa importante, molto importante …”.
“Non ci sono”.
“Potrei tornare più tardi, se non vi spiace”.
La contadina depose il mestolo su un piatto e si mise di fronte a Laura.
“I miei figlioli non ci sono e ringrazi il cielo, maestra, che non son qui a riceverla”.
Aveva una voce così aspra che Laura indietreggiò, spaventata.
“Sì, ringrazi il cielo e non mi faccia dire di più”.
“Oh, ma’?”, strillò Michele mettendosi davanti alla maestra. “Ma è la maestra, ma’!”.
Agata era tornata accanto alla zuppiera fumante e aveva ripreso a scodellare la minestra nel piatto del marito, che, sordo com’era, guardava ora l’una, ora l’altra senza capire.
“Vieni, maestra”, disse Michele prendendola per mano, “vieni che ti spiego io”.
Laura si lasciò guidare da lui fuori dal cortile, con un gran desiderio di piangere.
“Vedi, maestra, ieri i tedeschi hanno fatto scappare anche Lino e Pedro. La mamma dice che ci hanno fatto la spia …”.
Dunque era questo il sospetto che aveva visto balenare negli occhi della donna? Dunque a Vecchia Strada la credevano una spia? E lei che pensava d’essere amata, lei che viveva nell’assurda convinzione d’essere al centro di un’oasi d’amore, di un piccolo mondo che le voleva bene …!
Abbandonò la mano di Michele e corse in casa, nella sua stanza. Chiuse la porta e vi si appoggiò contro, scoppiando in pianto.
Michele picchiò e chiamò a lungo. Poi se ne andò, col grosso capo ciondoloni e una smorfia di delusione sul viso.
Alla breve processione della sera col Gesù morto, la maestra non comparve e don Angelo pensò che fosse rimasta in casa in attesa del suo protetto, perché anch’egli pensava che la sua stessa paura lo facesse tornare.
Il venerdì santo morì in tristezza.
Il corteo col Cristo morto s’era svolto senza lumi, senza suono di campane, col solo salmodiare
lento dei fedeli.
Silenziosamente ognuno pensò, con un po’ di morte nel cuore, alle infinite tristezze di quei giorni di passione, con l’incertezza del futuro, l’ansia per gli assenti, la paura ad ogni rombar di motore.
Che poteva essere il dolore di Laura nella marea del dolore umano? Solo un granello di sabbia sulla riva di un oceano. Null’altro. Chi poteva, dunque, badare a lei?
Per questo pianse e pianse, sola e sperduta, fino a notte fonda, quando il sonno finalmente arrivò a darle un po’ di tregua.
* * * * *
Al sabato santo le campane vennero sciolte e cantarono, giù giù per i pendii, fino ai molti paesi sparsi lungo il fiume.
Le note rimbalzarono sull’argine, tra i pioppi ciarlieri, baciarono l’erba e i petali dei fiori, rimbalzarono sulle siepi spinose mentre, da cento nidi nascosti uscirono pettirossi ed usignoli, passeri e cardellini alzandosi giulivi nel sole.
I ragazzi se ne andarono nei campi alla ricerca di viole e ranuncoli.
Le donne spalancarono le porte delle case in attesa del prete che veniva a benedirle.
C’era ancora speranza nel cuore della gente. Era Pasqua!
Ma ad un tratto, insieme al cantar delle campane, giunse l’ululato delle sirene d’allarme.
Uno, due, tre aerei lucenti, sbucarono da dietro l’ultimo filare dei pioppi, così improvvisi, così lucenti che tutti rimasero senza fiato vedendoli passare. L’ala scintillante nella virata sfiorò quasi i comignoli sui tetti delle case.
I tre aerei si impennarono rabbiosi, salirono col muso aguzzo verso l’azzurro. Poi, subito, quasi per beffare la gente che fuggiva spaventata, tornarono a calarsi, a picco, scivolando di nuovo sui tetti delle case.
Ci fu un fuggi fuggi angoscioso. Le porte delle case si chiusero d’impeto. Uomini, donne e bestie si strinsero insieme, negli angoli più impensati. Piangevano i bambini, balbettavano preghiere le donne.
Poi, fra il rombo dei motori, che continuavano la danza infernale sul povero paese, si intromise un crepitio ritmico, secco, che piovve sui tetti, per la via, col fragore della grandine nei temporali d’estate.
“Stanno mitragliando!”.
L’annuncio corse di bocca in bocca e aumentò il tremore e la paura della gente rannicchiata.
Una donna lanciò un grido di spavento, un uomo la zittì, scuotendola forte.
Un ragazzo impazzito s’alzò dal mucchio di paglia in cui si era rifugiato e si diede a correre per l’aia, invocando la mamma che non lo sentiva.
La macabra danza durò un quarto d’ora, ma parve lunga quanto una vita.
Finalmente, con un’ultima sventagliata, l’ultimo aereo si alzò tutto nel sole e si smarrì lontano, facendosi sempre più piccolo. Tutti si alzarono e uscirono dai loro nascondigli: c’erano pallore e paura sui loro volti, ma, nello stesso tempo, vergogna per avere tremato.
Don Angelo sbucò dalla canonica, già con la stola e col chierichetto a lato. Scrutò la via. Non c’era ancora nessuno. Certo in ogni cortile si stavano contando i danni.
Nulla poteva giustificare quella sarabanda infernale.
Egli sospirò, si riassettò la veste e disse al bambino che ancora batteva i denti:
“Coraggio, il più è passato … “.
Intanto anche la gente cominciava a uscire sulla via, uomini, donne, ragazzi e si scambiavano i commenti, si raccontavano i danni subiti, la paura, il pianto dei bimbi, il nervosismo degli animali dentro la stalla. Si mostravano l’un l’altro, i bossoli raccolti, si indicavano a vicenda i vetri in frantumi, le scalfitture nel muro, i buchi sulla strada. E tutti scuotevano il capo. Perché?
Già, perché?
Ma nessuno aveva una risposta da dare. Neppure don Angelo, che disse per tutti:
“Portate pazienza figlioli. Finirà”.
E cominciò a benedire le case che parevano, con le facciate sbertucciate e i vetri in frantumi, degli stanchi volti con le occhiaie vuote.
Era passata un’ora circa dal mitragliamento, quand’ecco sulla via una nuvola di polvere. Due camionette militari venivano sobbalzando e strombettando.
La gente si fece sui portoni e, con grandi cenni, invitò i soldati ad entrare e a non lasciare le macchine all’aperto. Se quelli fossero tornati, sarebbe bastata anche una macchina sola, visibile dall’alto, perché tutto il paese venisse colpito.
Ognuno poi s’affrettò a mostrare, a raccontare, a far cenni, perché anche i tedeschi capissero la paura subita e l’entità dei danni.
“Non c’erano vittime?”.
“No”.
“Non incendi, crolli?”.
“No”:
“Solo vetri rotti, muri scalfiti?”.
“Sì …sì …”.
“E molto spavento, anche …”.
“Oh, sì … “.
Un ufficiale sorrise.
“Meglio … meglio … Fate attenzione, nessuno esca, nessuno si mostri, neppure con un carretto, neppure con una bicicletta, se dovessero tornare”.
“Perché, ritorneranno?”.
“Oh, certo! E’ la loro forza questa …”.
“Come”?.
“Niente, niente …”.
L’ufficiale fece un gesto con la mano, un gesto stanco, come chi sa che tutto è inutile, ormai, che nulla c’è più da fare o da dire …
Poi si volse ai suoi soldati e diede un ordine breve. Essi accennarono di sì col capo e uscirono sulla strada.
La gente stette a guardarli con occhi sbarrati. Avevano i fucili a tracolla e andavano decisamente verso l’argine.
L’ufficiale gettò un’occhiata in giro e tornò a sorridere:
“Niente paura … Normale servizio di perlustrazione … Niente paura …”.
* * * * *
Fu così che Gianni Argenti venne preso. Il terrore degli aerei doveva averlo spinto fuori dal suo rifugio, se rifugio aveva avuto in quei giorni.
I soldati lo videro mentre scappava, saltando come un animale selvatico, attraverso cespugli e fossati, apparendo e scomparendo tra i tronchi dei pioppi.
Gli intimarono l’alt. Inutilmente.
Correva disperatamente, senza mai voltarsi, su e giù, alla cieca, senza meta e senza speranza.
I soldati si sparpagliarono nei campi, cercando di accerchiarlo. Egli certamente si sentiva in trappola e la sua stessa paura, gli dava una forza incredibile.
Di nuovo gli fu gridato di arrendersi, ma, come se l’ordine gli avesse dato una frustata di energia, riprese nuova lena, balzò sull’argine, si voltò con un movimento quasi di sfida e si buttò a capofitto nel fiume. Poteva essere la salvezza, ma poteva essere anche un suicidio.
Dai campi partì un colpo solitario di fucile. Poi un altro. I più veloci tra i soldati avevano raggiunto l’argine. Gianni Argenti era in acqua e tentava di nuotare verso la riva opposta.
Una pallottola fischiò e rimbalzò sull’acqua verde azzurra. Un’altra lo sfiorò. La terza lo colpì.
Con un urlo di dolore alzò le braccia in cerca di un appiglio, scomparve sott’acqua e ricomparve con la bocca spalancata in cerca di aiuto. Ma già un soldato si era tolto scarpe e giacca e si era rapidamente tuffato.
Gianni Argenti fu estratto dal fiume senza più alcuna volontà di reagire, senza forza nemmeno per gridare, come un burattino tra le braccia del militare.
L’eco delle fucilate aveva messo in allarme i contadini. I più coraggiosi si erano spinti fino alla chiesa e guardavano giù, verso l’argine, senza capire.
Don Angelo stava tornando dall’aver benedetto una casa vicina al fiume. Udì gli spari e comprese: qualcuno era in pericolo. Non ci pensò due volte, si sollevò la tonaca e cominciò a correre. Il chierichetto spaurito cercò di seguirlo e perse gli zoccoli sul viottolo erboso.
Così il prete fu il primo a riconoscere Gianni Argenti. Lo vide sanguinante e pallido come un morto, senza più fiato, neppure per chiedere pietà.
Si volse ai soldati e pregò:
“Presto, venite in canonica, dovremo medicarlo. Quest’uomo sta male!”.
Dopo aver cercato di farlo camminare da solo, due soldati, reggendolo sotto le ascelle, lo trasportarono quasi di peso, su per la strada che portava in paese.
Una piccola folla lo vide arrivare, ma nessuno aprì bocca. Michele si staccò dal gruppo e partì come un razzo verso la scuola.
“Maestra”, urlò vedendo Laura, “vieni, hanno preso il tuo amico. E’ ferito, forse muore …”.
Laura si portò le mani alla gola, come se improvvisamente il cuore le fosse balzato su a toglierle il fiato. Le parve, per un istante di sentirsi morire. Ma il ragazzo non le diede il tempo di svenire. L’afferrò per una mano e se la trascinò dietro, sulla via, tra una piccola folla di donne, che mormoravano qualcosa tra loro, segnandola a dito.
Michele, arrivato alla canonica, si fece largo. Spinse da parte gli uomini che guardavano dalle finestre e dalla porta.
“Ecco, vieni. E’ qui!”.
Un soldato col moschetto in mano ostruiva il piccolo corridoio.
“Non si passa!”, gridò.
“Ma noi …”, cominciò Michele.
“Niente, non si passa!”.
Così Laura restò addossata alla porta, con le gambe che tremavano e con una gran voglia di piangere. Dall’interno venivano di tanto in tanto dei lamenti. Ogni volta che li udiva, lei sobbalzava.
Poi un soldato gridò:
“Via … Fate largo …”.
E Gianni Argenti uscì: non era più tanto pallido ora. Si vedeva che aveva ad un polpaccio una fasciatura arrossata dal sangue. Nell’uscire si appoggiava a don Angelo, che gli teneva un braccio attorno alla vita, e ad un soldato.
Passando vicino a Laura i suoi occhi si spalancarono, come quelli di un bambino sorpreso e spaurito. Non disse nulla. La guardò un attimo solo con una espressione indefinibile. Parve persino che sul viso gli passasse un’ombra di sorriso, breve e fuggevole, che un istante dopo non c’era più.
E Laura si chiese se egli avesse voluto davvero sorriderle.
Una camionetta frattanto si era avvicinata, Gianni Argenti fu fatto salire. Il motore ruggì con fracasso e la macchina partì.
La piccola folla si disperse con mormorii e sussurri che a Laura non era dato di intendere.
Ella tornò verso casa, a capo basso, con le gambe che le parevano di piombo.
Voleva far presto per poter essere sola, ma il cammino le pareva lungo, interminabile, eterno.
Michele le si mise dietro e la seguì, come un cagnolino fedele.
* * * * *
Così la pasqua venne e passò senza letizia.
I giorni d’aprile, nati in una nuvola rosa di fiori di pesco, trascorrevano senza gioia, senza scopo, senza speranza. La guerra continuava e le notizie si succedevano più tragiche che mai.
La scuola era aperta e pareva un giardino.
Per i bambini aprile è pur sempre aprile e per i prati la primavera ha sempre lo stesso volto.
Davanti ai bimbi di Gorla, c’erano dovunque vasetti di viole, ranuncoli, pervinche, margherite e non-ti-scordar.
Rami di pesco, di ciliegio, di biancospino ricamavano l’aula di rosa e di bianco.
Il sole entrava dai vetri scintillanti e irrompeva sulle teste bionde o brune degli scolari di Laura, sempre in movimento tra i banchi.
Ma Laura si sentiva inutile, aveva un gran vuoto dentro e una grande incertezza nell’anima. Nulla le sembrava più bello, né degno di essere insegnato in una scuola.
Non odiava, no. Ma neppure amava. Si sentiva vuota dentro, come se tutti i suoi sogni si fossero polverizzati e dispersi.
La guerra si faceva ogni giorno più vicina. C’erano mitragliamenti quotidiani persino sulle piccole strade di campagna: bastava un carretto tirato dall’asino, o il contadino in bicicletta, che tornava dal lavoro, o la massaia che era stata a fare la spesa, ed ecco, uno o più aerei, piccoli e veloci, arrivavano in picchiata e ‘ta ta ta’ mitragliavano e fuggivano. E non sempre si faceva in tempo a nascondersi dietro una pianta o in un fosso.
Franz le scriveva ancora, ma non sempre le sue lettere arrivavano. Quando giungevano Laura leggeva e rileggeva frasi come queste: “fatti coraggio, Laura, verranno giorni brutti …”.
Dio mio, come se questi non fossero già sufficientemente terribili!
Franz era un gran sognatore e un illuso, pensava Laura. Come poteva scrivere che, però, dalle rovine e dal crollo di tante speranze, nascerà il desiderio di non ricadere più negli stessi errori, che sarebbe nato un mondo migliore, che gli uomini avrebbero imparato a volersi bene … Come poteva dirlo?
Lei, invece, si sentiva avvolta solo dai sospetti della gente, dalla paura della solitudine, dall’incertezza del futuro. Si sentiva come stretta in una morsa. Tutti gli altri le parevano più uniti, coi loro sussurri, i loro sguardi furtivi, con le loro paure, ma anche con le loro inconfessate speranze.
Verso la metà del mese la vita si era fatta così difficile anche a Vecchia Strada, che persino la scuola ne era paralizzata. Le incursioni dei veloci aerei da caccia erano così frequenti che riusciva difficile persino andare al lavoro nei campi, o recarsi al cimitero, o in chiesa e persino a scuola.
Le ombre giganti e nere degli apparecchi correvano sui prati, sbucando come razzi da dietro i filari dei gelsi o da sopra i tetti delle case.
Ogni giorno arrivavano notizie terribili. Al crocicchio un giorno un carretto che trasportava paglia, tirato da un asino, era stato mitragliato e l’asino era stato ucciso. Il contadino che lo guidava aveva appena fatto in tempo a buttarsi in un fosso.
Più in giù, sulla provinciale. due donne in bicicletta erano state assalite con tale ferocia e rapidità, che non erano riuscire a mettersi in salvo. Ambedue erano poi state raccolte prive di vita.
Su fiume un barcone carico di legna era colato a picco e il barcaiolo era annegato sotto una sventagliata di colpi.
La voce del popolino raccoglieva e ingrandiva queste terrificanti notizie. Insomma non ci si poteva più fidare neppure ad uscire.
Le mamme cominciarono a trattenere a casa i bambini. La scuola restò per metà vuota.
Laura venne invitata a far uscire i ragazzi, a mezzogiorno, alla spicciolata, uno alla volta e di corsa, dopo aver scrutato il cielo e ascoltato attentamente che non ci fossero ronzii di apparecchi.
La notte, poi, quel maledetto piccolo aereo fantasma che la gente chiamava ‘Pippo’, andava e veniva, partiva e ritornava con una tenacia spaventosa. Diventava impossibile chiudere gli occhi. Se appena ci si appisolava, ecco, di soprassalto, uno scoppio. Ogni notte cadeva qualche spezzone o qualche bomba su casolari isolati, o nei cortili delle cascine, o su qualche stalla piena di bestie.
Una notte cadde persino sul cimitero.
Laura a quello scoppio si svegliò, tremarono persino le pareti della scuola e caddero in frantumi i vetri della sua stanza e i calcinacci del soffitto piovvero sopra il suo letto. Un gran polverone riempì la camera.
Dopo un primo attimo di sbalordimento, balzò dal letto e corse alla finestra gridando aiuto.
In breve il paese si popolò di ombre incerte.
Laura scese in strada, convinta che la bomba fosse scoppiata proprio lì, dietro il muro di cinta, tanto l’aveva sentito vicino.
Invece quelli che si erano spinti per primi lungo la stradetta che, passando davanti alla scuola. giungeva al cimitero, s’accorsero subito che il danno più grosso era stato fatto là. Infatti la cappella centrale era crollata.
La costernazione in paese fu grande. Le bombe sacrileghe non avevano rispettato neppure i morti.
Nessuno dormì per il resto della notte.
Le donne accesero un po’ di fuoco nei camini e vi si rannicchiarono intorno coi bambini insonnoliti e piangenti. Gli uomini si chiusero nelle stalle dove le bestie si agitavano e muggivano.
Tutti pensavano che era meglio, se la morte si fosse di nuovo avvicinata, che li trovasse in piedi, pronti a difendere le proprie vite e le proprie cose, se possibile.
L’indomani tutti avevano il volto tirato e stanco e in ogni sguardo c’era un’accorata domanda: “Fino a quando, dunque, Signore … ?”.
* * * * *
Nell’ultima lettera Franz aveva dato a Laura tutti i consigli che riteneva potessero servirle, ora che gli eventi stavano precipitando. Il suo cuore era straziato al pensiero di saperla sola e indifesa. Tanto volentieri avrebbe abbandonato il suo posto per correre da lei. Ma il suo dovere lo inchiodava là, inutile, forse, sia a sé che agli altri, ma fedele alla consegna ricevuta.
C’era la disfatta nell’aria, nel disordine dei comandi, nell’incertezza degli ordini e dei contrordini. Il telefono urlava giorno e notte, il telegrafo ticchettava impazzito, la radio di campo non taceva un istante. E, come se non bastasse, motociclisti polverosi venivano da lontano con sempre nuovi dispacci, con nuove decisioni da adottare, con secchi e assurdi progetti da far realizzare.
C’era veramente da impazzire. Veniva voglia di gridare:
“Basta, basta finalmente! Non capite che è finita? Gettiamo queste inutili armi, quest’odio innaturale e tendiamoci la mano come fratelli, poiché fratelli siamo, sia di qua che di là della barriera del fuoco”.
Ma non si poteva. La guerra è la guerra …
Di notte, ora, si udiva chiaramente il rombo dei cannoni. E ogni volta si faceva più vicino.
Così Franz restava inchiodato al suo traballante tavolino da lavoro, con la cuffia della radio incollata alle orecchie. Non gli pareva più di essere un uomo, ma una macchina che ancora non si era guastata, che una bomba o una pallottola ancora non avevano centrato. Per questo lavorava e lavorava, ascoltava e trasmetteva con voce fredda, metallica, anonima.
Ma nel cuore aveva Laura. Là dove era ancora vivo, là dov’era ancora uomo, là aveva Laura. E là si rifugiava, come fa il pellegrino nell’oasi di un deserto.
Ora, però, anche quel ricordo cominciava a fargli male. Gli pareva di sentire nelle ultime sue lettere, un tormento che ella non voleva rivelargli, un’ansia, un dubbioso pensare all’avvenire che gli riempiva il cuore di incertezze. Capiva che Laura aveva paura. Perché?
Vecchia Strada era fuori dal mondo. Nulla di quanto poteva accadere avrebbe toccato quelle quattro case sperdute nella campagna. Laura poteva abitarvi tranquilla, tra il sorriso dei suoi scolari e l’affetto delle famiglie. Non vi sarebbero stati a Vecchia Strada ferocie da vendicare, odi da far tacere nel sangue. Gli eserciti in ritirata l’avrebbero risparmiata e quelli in arrivo neppure avrebbero saputo della sua esistenza.
Di chi, dunque, aveva paura Laura? Forse temeva di non rivederlo più? Una grande tenerezza invadeva l’anima di Franz a questo pensiero. E allora che importavano le sofferenze, i dubbi, le incertezze del futuro, se Laura l’amava?
“Avanti, allora,” diceva tra sé, “avanti vecchia macchina arrugginita. Lavora e ubbidisci! Questo ti basti!”.
Nell’ultima lettera che le aveva scritto, le aveva consigliato di non muoversi dal paese, poiché in nessun altro posto sarebbe stata abbastanza sicura. La pregava di non uscire, di non aggirarsi sola vicino all’argine nei giorni in cui gli eserciti si sarebbero ritirati.
“Resta in casa, a scuola, coi tuoi bambini. Possa la mia tenerezza esserti accanto. Non sentirti mai sola, Lauretta!”.
E, invece, Laura si sentiva sola da morire. Neppure la scuola le bastava più. Povera scuola! Non poteva neppure più chiamarsi tale. I pochi scolari rimasti tremavano ad ogni rumore, piangevano senza motivo, tutti avevano i nervi tesi e bastava un nonnulla per farli sussultare.
In classe non si concludeva più nulla. Passava le ore fantasticando o tendendo le orecchie a quanto raccontavano i bambini. Era diventata estremamente sospettosa. Le pareva che tutti parlassero di lei, che la spiassero, che sorvegliassero ogni suo movimento. Ad ogni passo, quando usciva, le sembrava d’essere guardata con palese ostilità. Sicché evitava tutti e cadeva ogni giorno più in grande malinconia.
“Maestra”, le disse un giorno Michele, “perché non ridi più? La guerra sta per finire, sai? Ieri è tornato Marco, aveva una pistola grossa così alla cintura. Era tutto contento. Tra poco comanderemo noi, maestra!”.
“Noi? ‘Noi’chi?, Michele?”.
“Io non lo so. Lo ha detto Marco. Ha parlato nella stalla agli uomini. Ma non mi hanno voluto. I ragazzi li hanno chiusi fuori”.
Questo fu un nuovo cruccio per Laura. Cosa avrà detto Marco Monforti agli uomini chiusi nella stalla? Che ordini avrà dato? Di chi avrà parlato? Di lei, sicuramente.
Un terrore senza nome si andava impadronendosi del suo cuore. Le pareva che persino don Angelo fosse diventato, in quei giorni, più reticente, meno espansivo, meno premuroso.
“Anche lui ha paura” diceva tra sé. “Ha paura a mostrarsi mio amico”.
E intanto aprile trionfava, ignaro. Rideva, come un fanciullo, dai mille ranuncoli gialli che tappezzavano d’oro le rive dei fossi. Cantava senza ritegno attraverso le piccole gole delle allodole.
Un cielo alto e scintillante rovesciava sul mondo tesori di luci: lo tingeva di rosa al mattino, lo vestiva di azzurro e di giallo al meriggio, lo spruzzava di un rosso violetto alla sera.
Laura, seduta sul davanzale, aggrappata alle inferriate , lo guardava quel cielo ad ogni tramonto e si ricordava di un vecchio proverbio popolare che diceva:
“Rosso di sera, bel tempo si spera”
Ma in quale ‘bel tempo’ poteva sperare lei, povera foglia intristita che più non amava la gente, che più non sapeva perdonare, né credere?
Il bel tempo, sì, sarebbe venuto, forse, ma per altri. Per quelli che stavano chiusi nelle stalle ad ascoltare Marco Monforti; per quelli che la spiavano da dietro le imposte socchiuse, per quelli che deviavano il passo, quando la incontravano, per non doverla salutare. Per quelli sì, non per lei e per Franz.
Ma perché restava, allora? Perché Franz la ritrovasse tornando? Era assurdo, ormai. Franz non sarebbe tornato mai più.
Perché, dunque, restava?
Se lo chiese per alcune sere, poi, all’improvviso, decise:
“Domani parto. Me ne vado”.
Sarebbe andata a Milano, nella casa che aveva ospitato Nannina, dalla mamma della piccola Rosalia, quella che Nannina aveva tenuto abbracciata morendo.
Quella povera mamma non l’avrebbe scacciata. Non avrebbe visto in lei la spia, la sospettata, ma soltanto l’amica di Nannina.
Là nelle alte stanzette, così vicine al cielo, avrebbe atteso che tutto crollasse e non avrebbe udito né le grida di trionfo, né gli urli della folla, né il pianto dei vinti.
Là avrebbe ignorato tutto. Per questo doveva andare.
Vegliò gran parte della notte per mettere ordine nelle sue cose: registri, pagelle, quaderni, tutto allineò con diligenza sulla cattedra. Preparò la lettera per i superiori comunicando che chiedeva un congedo fino alla fine delle lezioni, che ormai non sarebbero durate a lungo, e si propose di imbucarla in paese.
Quando ebbe finito girò lo sguardo tra i banchi deserti e ne provò pena. Ma era una sciocca a soffrirne, sciocca a pensare ad altri più che a se stessa, quando gli altri non pensavano a lei.
Che le importava delle treccine bionde di Venia, dei riccioli di Stefano, del viso sorridente di Carlo, di Virginio, di Giacomo o di Giuseppe, degli occhi seri di Mariuccia, della timidissima Gigliola, di Marcello o di Romeo, che forse ne avrebbero sofferto. O di Michele, il suo angelo custode durante tutti quei quattro anni di scuola …
Quei bimbi, quasi certamente l’avrebbero subito dimenticata, travolti dalla gioia di tutti, dall’entusiasmo dei grandi per la guerra finita.
Valeva la pena dare in cambio la propria sicurezza, la propria pace per loro?
“No, sicuramente no. Sono una sciocca sentimentale. Domani sarà tutto passato”.
Ma quando alzò gli occhi verso la lunga fila dei visetti dei bambini di Gorla, che ormai conosceva come se fossero vivi e presenti, sentì un nodo alla gola e fuggì dall’aula per non pensare.
Raccolse la sua poca roba e la chiuse nella valigia. Ciò che rimaneva la chiuse a chiave nei cassetti.
Quand’ebbe finito si sprofondò nella poltrona davanti al camino, affranta. Era stato più duro di quanto avesse immaginato.
Ma ormai la decisione era presa. Sarebbe partita all’alba dell’indomani.
*****
Invece l’alba venne, in punta di piedi e la trovò addormentata. Furono i bimbi col loro chiacchierio a destarla.
Balzò in piedi, spaventata. La lampada al centro della stanza era ancora accesa. Corse a spegnerla e a spalancare le imposte. Doveva essere molto tardi ormai. Non era più possibile partire. Aveva commesso una grande sciocchezza addormentandosi. Avrebbe pianto di stizza.
Le restava un altro giorno e un’altra notte da passare a Vecchia Strada: un giorno pieno di ricordi e una notte piena di paure.
Si sentiva innervosita e stanca. Ma quando la campana suonò, non le rimase che aprire il portoncino della scuola per far entrare i ragazzi. Erano pochi, ciarlieri e distratti. Tutti avevano da narrare qualcosa che avevano udito la sera prima in casa.
“Stanotte attaccheranno la bandiera rossa al campanile!”, annunciò Michele trionfante. “Marco me l’ha fatta vedere. E’ grande così, rossa come il fuoco”.
“Le donne oggi fanno le ciambelle al forno grande dell’aia. Ne fanno tante che non basteranno le ceste per mettercele tutte. Si prepara una grande festa, maestra!”.
Verso mezzogiorno si udì un gran vociare venire dal paese. Laura, ansiosa, fece per uscire, ma Michele la trattenne:
“Resta qui, maestra. L’ha detto Marco che meno ti fai vedere e meglio è”.
Laura avvampò. Sentì il sangue salirgli al viso.
Ma chi credevano di essere quei quattro bifolchi per darle degli ordini? Senza riflettere oltre, alzò la mano verso il ragazzo e lo schiaffeggiò.
Michele, stupito, sollevò verso di lei i grandi occhi sporgenti pieni di lacrime e la fissò a bocca spalancata.
Sussurrò piano: “Maestra …”, ma già lei gli aveva voltato le spalle, mentre tutti zittivano, pieni di timore.
In quel silenzio assurdo caddero i rintocchi del mezzodì. Senza voltarsi Laura fece un cenno e tutti uscirono silenziosamente, girandosi sospettosi a guardarla. Alle lezioni del pomeriggio non venne nessuno.
Poco dopo mezzogiorno, infatti, una compagnia di tedeschi, armati di tutto punto, era giunta in paese. C’era stato tra i contadini un fuggi fuggi generale.
Si poterono udire, per qualche tempo, ordini secchi, richiami, tramestio di scarpe chiodate. Si era anche sparato qualche colpo isolato. Laura non sapeva contro chi, né perché.
Poi la colonna era scesa verso il fiume, il rumore dei passi s’era fatto, mano a mano, più lontano e sommesso.
Il paese restò zitto zitto e Laura si chiese, con un certo tremore, se fossero tutti morti a Vecchia Strada. Poi, però, qualche imposta si schiuse, qualcuno adocchiò dai cortili, qualche ragazzo andò di corsa sulla piazzetta della chiesa per vedere il più lontano possibile verso il fiume.
Dopo poco tornarono tutti urlando:
“Se ne vanno! Se ne vanno!”.
Anche Laura guardava dalla finestra verso il paese. Anche lei li vedeva laggiù, lungo l’argine, in lunga colonna scura.
Uomini e donne si rovesciarono sulla via con cenni e grida festose. Dal portone della cascina di Michele uscì, d’un tratto, un gruppo di ragazzotti gridando a gran voce:
“Largo … fate largo …”.
Poi, dietro di loro sbucò una enorme bandiera rossa fiammante, portata a spalla da Marco Monforti. Scrosciarono battimani ed ‘evviva’. I bambini spiccavano salti da caprioli per riuscire a toccarla. Le donne sventolavano i fazzoletti.
Laura si sentì il cuore pieno di odio e di dolore. Chiuse di scatto la finestra e si buttò sul letto, con la testa sotto il cuscino per non sentire.
Restò a lungo così. Quando si alzò, un sibilo sinistro stava calando sul paese. Poi un rombo pesante fece tremare i vetri. C’erano gli aerei! Corse alla finestra col batticuore.
Essi stavano disegnando una grande curva su Vecchia Strada e si precipitavano col muso aguzzo sopra di alberi dell’argine.
Echeggiò una sventagliata di colpi, poi un’altra ancora. Si chiuse con le mani le orecchie per non sentire. Laggiù, in fondo, sull’argine, la lunga colonna scura era scomparsa, ma certo, tra i ranuncoli d’oro, ci sarebbero stati, domani, numerosi rossi fiori di sangue. Un controsenso nell’armonia dell’aprile.
Che inferno diventava la vita!
* * * * *
La sera cadde su Vecchia Strada come un uccello da preda, ad ali spalancate.
Le ombre rosse del tramonto invasero ogni angolo e Laura chiuse con rabbia le imposte per non vederle. Le pareva che fosse sangue vivo che grondava sulle cose.
Basta, basta davvero!
A Vecchia Strada non sarebbe rimasta un giorno di più. Restassero i vincitori, quelli della rossa bandiera, quelli che pendevano dalle labbra di Marco Monforti.
Lei non chiedeva pietà, né perdono. A testa alta se ne sarebbe andata, lasciando tutti senza rimpianti. Lasciando anche i bambini, i bambini della sua scuola. Bimbi ce n’erano dovunque, e tutti uguali. Altrove avrebbe cercato i sorrisi di Lena o i riccioli scuri del piccolo Marcello.
Attese che il silenzio calasse sul paese.
Attese, con una assurda, timida speranza, che qualcuno venisse a dirle, sotto la finestra chiusa. “Notte, maestra!”.
Non sarebbe rimasta per questo, ma se ne sarebbe andata con un’esile filo di speranza, con un po’ di dolcezza, che le avrebbe impedito di essere assolutamente sola nel vasto mondo.
Invece no: non venne nessuno.
Si stizzì con se stessa: era sempre una incorreggibile sentimentale. Ma nel mondo nuovo non ci sarebbe stato posto per il sentimento. Doveva adeguarsi ai tempi, se voleva sopravvivere. Il mondo non era più degno d’amore. Che grande illuso era Franz, quando parlava di fratellanza, di bontà, di perdono!
Si appisolò e si svegliò a più riprese sulla poltrona che aveva accolto Franz, don Angelo e Gianni Argenti. Essi le parevano, ora, delle povere ombre inconsistenti: Franz con le sue illusioni, don Angelo con la sua ingenua semplicità, Argento col suo terrore di perseguitato.
Lei sola era viva, dura, decisa. Poiché lei aveva capito quello che bisognava fare per adeguarsi ai tempi.
L’alba non era ancora sorta quando uscì e chiuse la porta a chiave alle sue spalle, con un tonfo sordo, come quando si getta una palata di terra sopra una tomba recente.
Il cielo schiariva appena.
Era l’aurora del 25 aprile 1945 e pareva che il sole avesse paura a mostrarsi. Troppe cose avrebbe dovuto vedere nella sua corsa veloce in quel giorno.
Un usignolo cantava da un pioppo, quando Laura svoltò al crocicchio. Ma smise di colpo quando udì i suoi passi.
Ora il paese non si vedeva più e a Laura parve di poter camminare più leggera. Aveva tagliato ogni legame, nessun filo, la teneva più unita a quel mondo.
Tra poco il sole, salendo da sopra i tetti di Vecchia Strada, avrebbe scoperta quella grande bandiera rossa legata alla cima del campanile da Marco Monforti. Per un attimo si sentì commossa pensando all’espressione stupita e triste di don Angelo, quando, uscendo dalla canonica in ombra, avrebbe scorto quella fiamma violenta lassù, a signoreggiare sul suo piccolo mondo.
Fu un attimo solo, però.
Poi gettò indietro la testa, scosse i lunghi capelli ricciuti, scacciò pensieri e ricordi ed allungò il passo.
Era diventata una macchina, una lucida macchina decisa ad andare fino in fondo. E una macchina non ha rimpianti, non ha sogni e non ha tristezze. Con questo cuore Laura cercava di iniziare una nuova vita in un mondo nuovo.
sabato 1 marzo 2008
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