sabato 1 marzo 2008

V

V °

Alla fine della prima settimana di ottobre si riaprirono le scuole. Laura attese i suoi alunni sulla porta della classe. Michele c’era, come sempre. Troneggiava in mezzo ai piccoli compagni, come un pastore in mezzo a un gregge di agnelli.
“Maestra“, le sussurrò all’orecchio, “ti devo dire una cosa.”.
Aveva un’aria così misteriosa, che Laura ne rise.
“Non ridere, maestra!”, la rimproverò il ragazzo, “E’ una cosa importante, sai!“.
Laura l’accarezzò sui capelli:
“Va bene, Michele, dopo mi dirai.“.
Ma una volta in classe se ne scordò. Il gran segreto di Michele scomparve dietro le aste da insegnare ai piccini di prima, la tabellina da dettare a quelli di seconda e i verbi da coniugare con quelli di terza.
Ella era, infatti, la sola maestra di Vecchia Strada e riuniva tra i suoi banchi tutti i fanciulli con obbligo scolastico. Le classi successive le avrebbero poi frequentate al capoluogo.
Ma Michele era inquieto e la maestra avrebbe dovuto accorgersene: dimenticava le piccole incombenze che erano sempre state sue, non raccoglieva il gesso se cadeva, non cancellava la lavagna e lasciava che il sole scherzasse tra i biondi capelli di Laura, senza correre ad avvicinare le imposte.
A mezzogiorno, quando il campanile rovesciò sul paese la sua cascata di suoni, tutti i ragazzi sciamarono sulla piazzetta e raggiunsero rapidamente la propria casa. Già Laura stava per chiudere il portone, quando si trovò davanti Michele, nascosto nell’atrio in penombra.
“Maestra, non ti ho detto ancora quella cosa“.
“Già. E’ proprio tanto importante, Michele? Non è meglio andare a mangiare, ora?”.
“No, prima te la devo dire. Poi vado a mangiare.”.
“Ebbene, vieni in casa. Intanto che preparo, tu mi racconti. Va bene?”.
In silenzio il ragazzo la seguì. In cucina c’era tutto da preparare. Laura accese il fornello, mise la pentola sulla fiamma. Stese la tovaglia, preparò piatti, posate, bicchiere.
“E allora, maestra, te la dico questa cosa, sì o no?”.
La voce del ragazzo tremava di rancore. Mai aveva sentito Michele parlare così!
Laura s‘impressionò.
“Certo Michele. Sediamoci qui e racconta.”.
Egli sedette, composto e solenne. Si schiarì un po’ la voce e si guardò attorno, con fare circospetto.
“Maestra, giù al fiume c’è un uomo che è scappato di prigione.”.
“Che dici, Michele!“.
“L’ha detto mio fratello.”.
“Quando l’hai sentito?”.
“Stanotte.”.
“Come ha detto, Michele, tuo fratello?“.
“Ha detto così, maestra : -madre, domani mattina presto preparami un po’ di polenta e del salame. Nella boschina c’è un poveretto mezzo morto. E’ scappato di prigione e lo cercano. Ha paura di essere preso.- La mamma ha detto di sì. Io ho sentito perché ero sveglio. Cosa facciamo, maestra?“.
“Oh, Michele, sai che è cosa grave ciò che dici? Sei certo di aver capito bene?”.
“Maestra!“.
Offeso il ragazzo si alzò. C’era qualcosa nel suo sguardo innocente, che stupì Laura e la commosse.
“Scusami, Michele. Ora va a mangiare. Ci penserò io, vedrai. Ma non dire niente a nessuno, capito? Per carità, taci, taci con tutti.“.
“Non pensarci, maestra.“.
“Bravo. Corri a casa ora.”.
Quando fu sola, esitò un poco. Poi, decisa, spense il fornello e uscì, dirigendosi verso la canonica.
Giungendo in fondo al paese la strada si biforcava. Un ramo, quasi un viottolo, in dolce discesa, andava fino all’argine tra spessi cespugli di robinie. L’altro, in ripida salita, portava alla chiesa, che era preceduta da una piazzetta rotonda riparata da un muretto.
Don Angelo era là, chino in avanti, a scrutare giù dalla collinetta, tra gli arboscelli spinosi. Osservava con tale ansia, che non avvertì i passi di Laura sulla ghiaia.
Si sporgeva al di là del muretto e la veste gli lasciava scoperte le gambe dai calzerotti neri e le scarpe infangate.
“Buon giorno, reverendo.”.
Egli, senza voltarsi, agitò una mano con forza, facendo segno di star zitta, per carità.
La fanciulla si avvicinò in punta di piedi e si chinò lei pure a guardare.
C’erano foglie secche, sterpi, spini, qualche raro fiore autunnale. Null’altro. Chissà cosa ci vedeva don Angelo!
“Che c’è, reverendo?”, sussurrò.
“Là, guardi là … “ segnò col dito verso un mucchietto di foglie giallastre.
“Sì … “.
“Non vede?“.
“Ma …“.
“Ma c’è un passero! Dev’essere ferito. Ha paura, poveretto … “.
Infatti qualcosa tremava laggiù. Scarruffìo di piume, o agitarsi di fogliame caduto?
“Se potessi passare tra questi spini, andrei a prenderlo. Ma son troppo grosso, farei rumore.”.
Si drizzo e guardò, sospettoso, verso la canonica.
“E poi mi strapperei la veste …“.
Si capiva che la vecchia Perpetua lo teneva ancora in soggezione.
“Potrei andare io, reverendo.“.
“Benedetta figliola! Non poteva dirmelo prima?“.
Laura sorrise. Agilmente scavalcò il muretto, che scendeva a precipizio per un paio di metri.
“ Faccia piano … Se si spaventa, scappa … “.
Ma ella sapeva come fare. Decine di volte aveva visto i suoi ragazzi calarsi così, mettendo un piede dopo l’ altro nelle sconnessure del vecchio muro ed afferrandosi ai cespugli.
In breve fu giù. Le foglie crocchiarono leggermente. Uno sbattere d’ali le frullò quasi sul viso.
Tese le mani ed il passero, col cuore in subbuglio, vi rimase preso, inconsapevolmente.
“Brava“, gridò il parroco, “venga su, le tendo la mano.”.
Quand’ebbe l’uccello sul cuore, respirò di sollievo:
“Era mezz’ora che lo stavo a guardare. Lo porto in casa e guardo cos’ha.“.
“Reverendo, io dovevo parlarle di una cosa grave e urgente“, si affrettò a dire Laura.
“Davvero? E allora venga in casa, benedetta da Dio, venga dentro …“.
Quando ella ebbe riferito lo strano discorso di Michele, don Angelo si fece serio.
“Non mi vogliono più bene a Vecchia Strada. Altrimenti sarebbero venuti a confidarsi con me. Debbo aver fatto qualcosa che a loro non è piaciuta.“.
Stette un poco pensoso, come in un muto esame di coscienza.
“ Siamo così misera cosa! Sbagliamo e non sappiamo neppure di sbagliare … Ma lei, maestra, ha fatto bene a venire. Ci penso io, ora. Lo vado a prendere e lo porto qua. Dev’essere un ricercato politico … “.
“Avevo pensato, reverendo … se ne parlassimo al tenente? Ne avremmo certo un aiuto.“.
“No, no, figliola! Franz ha un alto senso del dovere. E’ un militare e siamo in tempo di guerra. Non mettiamo dei dubbi nella sua coscienza, figlia mia!“.
Laura restò confusa. Non ci aveva pensato.
“Perdoni, don Angelo. E se avrà bisogno di me, ci conti.“.
“Grazie, e stia zitta, zitta con tutti!“.
“D’accordo. La riverisco.“.
Uscì nella stradetta piena di sole. Già i bambini l’avevano invasa, schiamazzando e rincorrendosi.
Laura non aveva ancora mangiato, ma s’accorse di non avere più nemmeno appetito. Si sentiva l’anima triste. E non sapeva spiegarsi il perché.
A casa trovò che era giunto il postino. Le aveva infilato sotto l’uscio una lettera di Nannina. Ella era a Milano ormai, pronta a ricominciare le lezioni e diceva che avrebbe avuta assegnata una prima classe. Si era sistemata presso la stessa famiglia degli anni passati ed invitava l’amica ad andarla a trovare nei giorni di vacanza.
Raccontava, in quattro pagine fitte, impressioni e fatti con tanta vivezza, che la stanza sembrava, di colpo, essersi trasformata. Pareva di vederla, Nannina, per le strade della città.
Laura pensava che tutti dovessero voltarsi a guardarla.
“La mia padrona di casa“, scriveva, “ha una bimbetta che quest’anno verrà nella mia classe. Si chiama Rosalia. Una bambola, ti dico. S’è fatta ancora più graziosa durante questa estate. Ce ne andremo a scuola insieme e ci daremo molta importanza, vedrai. Rosalia ne è tutta agitata. Se pensassimo sempre che grande cosa è per i bimbi la scuola! Non la prenderemmo mai alla leggera.“.
Con quest’ultimo pensiero nella mente, Laura si apprestò a riaprire il portone, poiché il campanaro di Vecchia Strada non poteva sapere che la maestra non aveva ancora mangiato e che si sentiva l’anima triste, e stava già suonando a distesa la sua campanella.
“Che grande cosa è per i bimbi la scuola!“.
Eccoli lì, i suoi scolari, tutti in fila, con gli occhi fissi su di lei, come se da lei s’aspettassero tutto: serenità, sicurezza, comprensione, vita. Tutto.
A Laura venne voglia di piangere.
Oh, se avesse potuto andarsene, scendere al fiume, cercare nel bosco quel poveretto che vi moriva di fame e di paura, e portarlo al Tenente e dirgli: “E’ un nostro fratello, Franz. Che importano i regolamenti, gli ordini, la guerra? Ha bisogno di noi. Aiutatelo, Franz.“.
Ma non poteva.
Tra i cuori che si cercavano stava una legge assurda, crudele: la legge della guerra.
Che valeva, allora, insegnare ai bambini -Amatevi gli uni gli altri come fratelli-, se poi si doveva dire : -Quello però è un nemico. Lasciatelo perdere-.
Che valeva ripetere:
“Siamo figli dello stesso Padre“, quando ti venivano dal cielo uomini come noi che ti sventagliavano addosso una scarica di mitra?
Quante domande urgevano nel cuore di Laura: e tutte senza risposta. Le pareva che i suoi ideali le stessero tutti quanti crollando addosso.
Il cicalare dei bimbi ora le dava noia.
Gridò, più forte di loro:
“Basta!“.
Zittirono tutti, coi grandi occhi spalancati.
“Maestra“, le sussurrò Michele, “non fare così. Mi fai spaventare, sai?“.
Don Angelo non andò, quella sera, a recitare il solito Rosario al cimitero. Laura e Franz l’attesero invano. A quell’ora egli era ancora sull’argine, ma nessuno del paese lo sapeva. Girava tra i cespugli, scrutava dietro gli alberi, si chinava verso il fondo dei fossati.
Di tanto in tanto sussurrava:
“Amico … Fratello …“.
Ma non giungeva alcuna risposta.
Già nel pomeriggio, col suo breviario in mano, era andato su e giù lungo il fiume. Si era anche recato a casa di Michele per avere qualche informazione più precisa.
La risposta era stata una sola, diffidente:
“Non si preoccupi, reverendo. Se n’è andato.”.
Non c’era stato verso di levar loro di bocca una parola di più. Che delusione, povero don Angelo. Avrebbe voluto sprofondare, sparire.
“Ma che ho fatto, figlioli? Perché non avete fiducia in me?“.
Ma le labbra stavano serrate, come se tutta la famiglia si fosse passata parola. Così al Parroco non era restato che andarsene col cuore pesante.
Era ritornato sull’argine quando già imbruniva ed aveva ripreso la sua paziente ricerca, chiedendo ad ogni passo perdono a Dio, perché doveva aver certamente peccato, forse di superbia, o di impazienza, o per mancanza di carità, se la sua gente diffidava in tal modo di lui.
A tratti, sembrandogli di udire un rumore, tendeva l’orecchio. Bastava che svolasse un passero o si muovesse una lucertola, perché in lui risorgesse la speranza. Inutilmente.
Abbaiò un cane, dall’altra parte del fiume. Una civetta singhiozzò dalla cima di un pioppo. Qualche rana si tuffò in acqua al rumore dei suoi passi.
Intanto si era fatto così buio che era impossibile continuare la ricerca. Non c’era luna in cielo e non sarebbe spuntato che molto tardi il primo quarto d’ottobre. Troppo esile, ad ogni modo, la sua luce, per poter vedere nell’intrico del bosco.
Chiamò un ultima volta:
“In nome di Dio, fratello, rispondi!“.
Attese trattenendo il fiato. Ancora nulla.
Allora le lacrime, che per tutto il giorno gli avevano gonfiato il cuore, sgorgarono senza ritegno.
Poi, a passo lento, si incamminò verso Vecchia Strada.

* * * * *

“Maestra“, disse Michele la mattina dopo, a scuola, “lo sai che mio fratello mi ha picchiato, ieri, perché ti ho detto quella cosa?“.
“Mi spiace tanto, Michele. E perché l’ha fatto?“.
“Non dovevo dirtelo, perché tu vai col tedesco.”.
“Ma Michele! Cosa stai dicendo?“.
“L’ha detto mio fratello, maestra.”.
Poi, con l’ingenuità dell’innocenza, si sedette tranquillo nel suo banco, estrasse il quaderno e si preparò alla lezione. Non si avvide che Laura si era fatta pallida. Nessuno dei bambini se ne accorse. Stavano cinguettando come passeri, rubandosi quasi le parole di bocca.
Le ore di quella giornata trascorsero lente, pesanti, come fatte di piombo. Laura se ne stette quasi sempre davanti alla finestra, guardando lontano. Un tumultuare di pensieri e di rancori, di ribellioni e di lacrime le faceva battere forte il cuore. La gente che passava sulla strada, lungo i viottoli, nei campi le parve improvvisamente nemica.
“Non dovevo dirtelo perché vai col tedesco!“.
“Vai col tedesco! Vai col tedesco!“.
Come far capire a questa gente che non c’è straniero nel mondo di Dio, che non dobbiamo innalzare barriere, che l’anima non ha confini?
Ma lei non poteva spiegare niente a nessuno. Era un controsenso perché c’era la guerra. Era la guerra che tracciava i confini, anche quelli del cuore. Diceva:
“Di qua sono amici, di là sono nemici.“.
E come rimproverare alla povera gente di Vecchia Strada quell’odio che, insensibilmente, prendeva un po’ tutti, se lei pure, la maestra, già capiva di cominciare ad odiare? Poteva dire: “Perdonate”, lei che non sapeva più perdonare?
Quando venne l’ora di rimandare i bambini a casa, Laura aveva fatto la sua scelta. Voleva essere sincera con se stessa. Stimava, apprezzava, capiva Franz. Ebbene, gli sarebbe rimasta vicina, qualunque cosa fosse accaduta. L’amicizia di Franz stava d’altronde per divenirle una necessità.
Lasciò sciamare i suoi alunni, guardandoli con occhi più sereni. Dalla baracca Franz la vide e si levò il berretto salutandola.
Don Angelo passò, quando fu buio, col suo solito rosario tra le dita.
Andava verso il cimitero, come ogni sera. Laura, che l’aveva atteso, lo pregò di permetterle di accompagnarlo.
L’aria era già fresca.
“Si copra, figliola, tra i campi c’è umido.“.
Insieme percorsero la strada che era poco più d’un viottolo, pregando sottovoce. Don Angelo diceva -Ave Maria piena di grazia …-, Laura rispondeva -Santa Maria, madre di Dio, prega per noi …-.
Non c’erano più lucciole, ormai, e neppure i grilli si udivano più. Dal fiume veniva una leggera foschia e la brezza scrollava dai pioppi le prime foglie ingiallite.
Il cancello del cimitero era chiuso e solo un lumino mandava gli ultimi guizzi sopra una tomba recente. Don Angelo si afferrò alle sbarre, appoggiandovi la fronte. Pregò in silenzio, dimentico di tutto ciò che lo circondava.
Laura l’attese, seduta sopra una panchina, con la schiena al camposanto e gli occhi alle stelle. Quand’era bambina la mamma le diceva che quelle erano le finestre a cui si affacciavano gli angeli per guardare i bambini buoni. E da quando la mamma era morta, ella aveva imparato a scegliere la stella più bella sopra la sua casa, per dire:
“A quella si sta affacciando la mamma.“.
La voce del parroco la scosse :
“Torniamo, figliola?“.
Ripresero a camminare, tutti e due un poco assenti.
“Lo sa, maestra,“ disse ad un tratto il prete, “che quel poveretto non c’era più ieri sera?“.
“Davvero? Mi spiace, don Angelo.“.
“Pazienza, figliola …“.
“E dove è andato?“.
“Lo sa Iddio …“.
Non parlarono più fino alle scuole. Franz non c’era ad attenderli. Si salutarono con un -buona notte- pieno di tristezza.
Poi il parroco se ne andò, con la sua rotonda figura un po’ buffa, sotto le rare lampade schermate di blu che punteggiavano la via.
Laura entrò in casa, stanca come se avesse percorso chilometri e chilometri. Doveva scrivere a Nannina, ma non se la sentiva. Forse era meglio rimandare a domani. Domani era un altro giorno e si spera sempre che il giorno nuovo sia migliore di quello che se n’è andato.
L’indomani pioveva.
Il cielo si era rannuvolato nella notte, senza che nessuno se l’aspettasse, l’acqua veniva giù cheta e grigia, come fosse anch’essa stanca e annoiata d’essere al mondo. I bambini vennero a scuola con le scarpe infangate e i grossi ombrelli stillanti. Parevano, visti da lontano, enormi funghi in cammino.
Il paese era deserto. Solo all‘interno dei cortili, sotto i grandi portici, uomini e donne andavano e venivano, si chiamavano a voce alta, si stiravano pigramente le membra, felici, sotto sotto, dell‘ inatteso riposo.
Continuò a piovere per tutto il giorno.
Rapidamente i viottoli divennero impraticabili. Lungo l’unica via scorrevano rivoli d’acqua giallastra ed i cortili presentavano un ben misero spettacolo, con paglia fradicia, letame e fango puzzolenti.
Alla sera faceva già freddo. Un umidore malsano penetrava nelle ossa e veniva il desiderio d’accendere il fuoco nelle case.
Anche Laura aveva nella sua stanzetta un enorme camino, di quelli tipici delle campagne lombarde.
Michele portò giù dal solaio la legna e la fanciulla accese un gran fuoco, che subito crepitò con festosa allegria, riempiendo di sfavillanti monachine la cappa nera. Poi spostò la poltrona e la mise proprio davanti al ceppo acceso e vi prese posto, con Michele accoccolato sul gradino.
La pioggia picchiettò ai vetri per vari giorni, con rare interruzioni: pareva un passante malinconico che chiedesse di entrare.
Tra la fanciulla e il ragazzo c’erano pochi discorsi, ma nessuno dei due ne sentiva la mancanza. Ognuno aveva un suo mondo e poteva viverci in pace.
Una sera vennero don Angelo e Franz, insieme. Picchiarono ai vetri e quando Laura ne vide i volti sorridenti al di là dell’inferriata, si rianimò tutta. Corse ad aprire, mentre Michele gettava altra legna sul fuoco. I due amici entrarono, stillanti d‘acqua e scrollandosi di dosso freddo e umidità.
“Benedetta figliola, io e il tenente la credevamo morta!“.
“Che dovevo fare, reverendo? Qui ho la casa, qui ho la scuola. Michele mi aiuta ed io impigrisco.“.
Don Angelo si accomodò sulla poltrona.
“Che bel fuoco, mette allegria! Ne sentivo proprio il bisogno.“.
Si distese, allungando le gambe verso la fiamma.
“Che facevate, Lauretta, qui sola sola?“, chiese Franz sedendosi sul gradino del focolare.
“Cercavo l’isola deserta“, rispose sorridendo.
“E l‘avete trovata, almeno?“.
“Non ancora, ma l’ho intravista.“.
“Allora siamo stati importuni, non si doveva venire.“.
“Oh, no! Che dite?“.
“Ma che strani discorsi fate, ragazzi? Che c‘entrano le isole deserte?“ intervenne il parroco.
Laura e il tenente risero.
“Come se Vecchia Strada non fosse abbastanza solitaria. Ora che piove , poi …! Pare dimenticata da tutti.“.
“Pare, ma non è,“ commentò Franz.
“No, davvero“, continuò Laura. “C’è sempre qualcuno che ne scopre l’esistenza: odio, gelosia, rancore, sospetto. Questi strani visitatori vengono anche da lontano a popolarla. No, no. Ci vuol altro, don Angelo! Occorre veramente l’isola deserta. Bisognerebbe potercela fabbricare.”.
“Non fabbricarla, ma scoprirla. C’è già, Laura. E’ dentro di noi“, rispose il tenente.
Don Angelo si stirò con aria soddisfatta.
“Non parliamo difficile, ragazzi! C’è già, al di sopra di noi, Colui che dispone ogni cosa per il meglio. Occorre soltanto confidenza e abbandono. Tra le Sue mani siamo come dei bambini addormentati tra le braccia della mamma. Certo, certo …“, aggiunse con un velo di malinconia , “ci sono momenti nella vita in cui si vorrebbe chiedere il perché al Signore, in cui la vicinanza dei nostri simili ci procura sofferenza, ma sono attimi, solo attimi passeggeri.“.
Michele si andava appisolando. Laura lo scosse dolcemente e lo accompagnò fin sulla porta, osservandolo mentre attraversava la strada ed entrava nel portone del suo cortile.
Quando rientrò i due uomini stavano parlando dei più recenti bombardamenti.
“Da tanto tempo non avete notizie di Nannina?”.
“Oh no, ha scritto anche stamattina. Una letterona! Vorrei avere la sua esuberanza e la sua gioia di vivere. Vede il bello in ogni cosa. Mi parla degli allarmi aerei con una serenità che commuove. Io sarei terribilmente paurosa. Cosa vuol dire, reverendo? Che non ho fiducia in Dio?“.
Rimasero accanto al fuoco finché questo si consumò. La notte, fuori, era scesa parlottando con la pioggia, sottovoce.
Quando Laura accompagnò i due amici alla porta, s’era alzato un leggero vento. Una imposta sbatteva e, di tanto in tanto, pareva che il cielo schiarisse.
“Domani avrà smesso“, sentenziò don Angelo, “già le nuvole se ne stanno andando, guardate.“.
“Speriamo, reverendo.”.
“Buona notte, amici!“.
“Buona notte!“.
Laura dormì male quella notte. Il vento s’era fatto più forte e c‘ era quell‘imposta che non voleva star ferma. Pareva un colpo d’ala picchiato con forza in qualche angolo della casa. Il ticchettio della pioggia, che non smetteva ancora, era più rado, ma più pesante nel silenzio notturno.
La fanciulla si voltava e rivoltava nel letto e, se appena si appisolava, le appariva in sogno Nannina. Nannina che correva, ridendo, tra il cadere delle bombe. Nannina che la chiamava tra un fragore d’uragano. Nannina che si stringeva sul cuore bambini e bambini, tanti da esserne soffocata.
Allora Laura si metteva a urlare e si svegliava. Poi si accorgeva, con sollievo, che era soltanto il vento a far rumore e cercava di riassopirsi.
Verso l’alba non c’erano più nuvole in cielo. Il vento l’aveva spazzato con forza. Per quel motivo aveva urlato tutta la notte. Ma ora non si poteva fargliene un rimprovero. Infatti laggiù, verso nord, i monti scintillavano come gemme nel primo sole.
Il mondo era lavato, pulito, buono. Ridevano i pioppi vicino al fiume. I prati luccicavano, le siepi erano rosse di bacche, ogni filo d’erba aveva la sua perla iridescente. Pareva il giorno più bello mandato da Dio sulla terra per riaprire gli animi alla speranza.
Ed era, invece, l’alba del 20 ottobre 1944.
Giorno di tragedia e di sangue.

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