IV°
Ed ora vecchia Strada veniva incontro a Laura, nel buio incipiente, con volto amico.
Nessuno stava ad attenderla. C’era solo qualche volo di rondini attorno al campanile e un ciangottar di passeri tra le fronde dei vecchi alberi che fiancheggiavano la via.
Laura con la sua valigetta sciupata, affrettava il passo. Era infinitamente stanca.
Nannina le aveva trovato un compagno di viaggio: era uno dei soldati convalescenti dell’ospedale di Santa Maria, che andava a Milano in licenza. Con lui si era sentita più tranquilla.
Avevano viaggiato quasi sempre su autocarri militari tra continui sballottamenti e scossoni. Nessun incidente aveva turbato il lento andare. Anche la zattera sul Po aveva mutato aspetto: era semideserta e nessun aereo era venuto a far acrobazie su di essa.
Pigiata in mezzo ai soldati, Laura non aveva avuto modo di scambiare molti discorsi. Solo il suo compagno gli mostrava, di tanto in tanto, paesi e città, rovine e postazioni antiaeree. Con lui parlò anche di Nannina, di Silvio, del dottor Silenti. Quando egli proseguì in treno per Milano, ella cercò, un po’ spaurita, un altro mezzo che la portò, finalmente, a pochi chilometri da casa. Poi si era incamminata a piedi.
Ma ora Vecchia Strada era lì a due passi, con la sua pace silenziosa, come un paese dipinto in un quadro. Le sue due stanzette, fresche ed amiche, le sorrisero appena ebbe acceso le lampade. Le parevano persino più belle.
Si preparò un po’ di cena e mangiò, semi sdraiata sulla poltrona posta vicino alla finestra.
Insensibilmente gli occhi le si chiusero: una dolce sonnolenza l’avvolse ed ella non reagì. Era così bello lasciarsi afferrare dall’onda del sonno.
Ad un tratto un passo noto risuonò sul marciapiede, una mano picchiettò sui vetri, leggera.
Ella si svegliò di colpo.
“Bentornata, Lauretta …”.
“Oh, Franz!”.
Si alzò rapidamente, aprì le imposte e i vetri.
Col volto tra le sbarre dell’inferriata l’ufficiale sorrideva.
“Bentornata,” ripeté.” Buono il viaggio?”.
“Abbastanza, Franz, ma avevo una gran voglia d’essere a casa.”.
“Stanca?”.
“Molto. Mi ero addormentata qui sulla poltrona … ”.
“Buon riposo, allora.”.
“Grazie, altrettanto a voi, Franz.”.
“Ci vediamo domani?”.
“Certo. Non parto più, ormai.”.
“Molto felice. Immensamente felice!“.
Le tese la mano attraverso l’inferriata.
Non era bello, Franz, troppo biondo, forse, come slavato sotto il gran sole lombardo. Ma quando sorrideva mutava espressione e gli occhi prendevano luce.
Laura chiuse adagio i vetri, avvicinò le imposte, poi spense le luci e salì nella sua stanza.
Tra i bambini che frequentavano la scuoletta di Laura c’era anche un ragazzo che aveva ormai quattordici anni. Era Michele, l’innocente, come lo chiamava il parroco, o Miche, il fedelissimo, come amava definirlo la maestra.
Da quattro anni ella insegnava a Vecchia Strada e da quattro anni se lo vedeva giungere, puntuale, ogni mattina, con la cartelletta piccola piccola, di tela, cucita da sua madre, ed un corpo esuberante, che a malapena restava chiuso negli abiti lisi e sbiaditi.
Abitava nelle immediate vicinanze della scuola, in uno di quei cortili dove, a sera, si chiudevano i portoni perché uomini e bestie riposassero insieme, in pace.
Da quattro anni occupava lo stesso banco accanto alla cattedra ed era pronto a raccogliere il gesso se cadeva, a spolverare la sedia se Laura doveva sedersi, ad abbassare l’imposta se il sole le dava fastidio. Le preparava la legna per la stufa d’inverno, correva al pozzo più profondo del paese per riempirle il secchio d’acqua fresca d’estate. Camminava ore ed ore per cercare le lumache o le rane, i fiori o l’insalata campestre. Affondava gli stivali nell’acqua dei fossi per afferrare i minuscoli pesci così saporiti, che Laura poi cucinava. Spesso sedevano insieme, maestra e scolaro, a consumare la povera cena.
Michele aveva due occhi scuri, umidi e sporgenti e pareva che ad ogni istante le lacrime dovessero uscirne a fiotti. Le lunghe braccia, un po’ scimmiesche, gli pendevano inerti come se non sapesse bene cosa farne.
Solo il corpo, poderoso e robusto, sarebbe stato perfetto, se egli non avesse avuto l’abitudine di camminare curvo, il capo affondato tra le spalle, con una andatura dondolante, che dava modo a tutti di riconoscerlo anche al buio.
La sua intelligenza, diceva il parroco, si era fermata all’età di sei anni. Il corpo, invece, era cresciuto col passare del tempo. La mente s’era chiusa in se stessa ed egli parlava, pensava e agiva come un bimbo ingenuo e innocente.
Quella povera donna di sua madre, che aveva messo al mondo una fila di ragazzoni lavoratori e capaci, non sapeva spiegare il perché di quella maledizione di Dio.
“Non è una maledizione, Agata,“ le diceva Laura, “quante pene gli risparmia la vita. Potessimo tutti restare col cuore dei bambini, senza conoscere il male e senza soffrirne. Michele non soffre; non dovete patirne neppure voi, Agata, se gli volete bene.”.
Laura se lo teneva accanto come un cagnolino fedele. Talvolta gli parlava dei suoi sogni. Si sfogava con lui. Egli la guardava con gli occhi lucidi e devoti e diceva di sì col capo, scrutava intorno per scoprire ciò che potesse farle piacere e sempre trovava qualcosa che la faceva sorridere.
Spesso, la sera, sedeva sotto la sua finestra e cantava con la sua voce stonata.
“Ciao, Michele,” gli diceva la gente nel passare. ”Cosa fai ?”.
“Faccio compagnia alla maestra,“ rispondeva invariabilmente, anche se la maestra non c’era, anche se già dormiva da un po’.
Quando arrivava l’ora di chiudere il portone della cascina, sua madre andava a prenderlo. Egli si alzava, ubbidiente, e mentre si incamminava, gridava:
“… ‘notte, maestra!“.
Poi seguiva sua madre, serenamente, come un bimbo pieno di sonno, che non vede l’ora di mettersi a letto.
Settembre era tanto dolce a Vecchia Strada!
Le donne andavano in campagna con gli enormi cappelloni di paglia e le solite antiche canzoni sulle labbra. Le vecchie, sedute al sole, sferruzzavano o rammendavano, con un occhio al lavoro e l’altro alla gente che passava, con una preghiera da recitare, o un pettegolezzo innocente da sussurrare.
E i bambini! Oh, gli stupendi bambini di Vecchia Strada, arditi e timidi insieme, garruli come passeri o profondamente pensosi se avevano due capre, o un branco di pecore da portare a pascolare.
Essi riempivano di vita la contrada, di risa, di strilli, di grida i campi e i cortili.
Anche quel mattino, mentre Laura usciva di casa, seguita dall’immancabile Michele, la breve piazza ne era piena. Scalzi e spettinati si stavano rincorrendo.
“Michele, dove vai? Vieni a giocare con noi!“, gridavano i compagni.
“No, faccio compagnia alla maestra” egli rispose tranquillamente.
Anche Laura si trattenne in mezzo a loro, fingendo di rincorrere ora l’uno ora l’altro, per la gioia di sentirli ridere.
Ad un tratto un rombare possente fece tremare la terra sotto i piedi.
Michele guardò in su e cominciò a tremare. Laura lo prese per un braccio e lo strinse a sé. Tutti i bambini le corsero vicino e sembravano pecore accanto al pastore.
Tanti occhi innocenti cercarono, in alto, nell’azzurro, gli aerei carichi di morte.
Ed ecco: dopo un attimo d’attesa spuntarono. Erano pochi, in ordine sparso, come in fuga. Poi si riunirono, quasi cercandosi.
Il gruppetto dei bambini era là, al centro della piccola piazza, macchia viva e invitante nella gran pace dei campi.
Gli aerei avevamo il muso aguzzo drizzato verso l’alto. Erano belli da vedere. Quando volgevano al sole i vetri della carlinga, sprizzavano scintille. Bambini e maestra ne erano come affascinati.
“Laura!“, gridò ad un tratto una voce terrorizzata, “Via, Laura!“.
Franz s’era affacciato alla baracca del posto-radio. Aveva visto il gruppo indifeso e il volteggiare sospetto degli aerei. Il grido gli era uscito dall’anima.
Come se la sua voce avesse tirato invisibili fili, i ragazzini si staccarono da Laura e si sparpagliarono come foglie portate dal vento, scovando angoli d’ombra in cui rintanarsi col cuore in subbuglio.
Per ultima si mosse Laura. Pareva che il terrore l’avesse tenuta inchiodata al centro della piazza.
Vide Franz correre come un pazzo verso di lei. Allora fuggì lei pure, riparandosi sotto l’arco di un portone.
Un attimo ancora, poi nessuno capì più nulla. Uno sfolgorio di sole scese, scese, scese. Una sventagliata di colpi si sparse a raggera, spargendo schegge e frantumi tra nuvolette di polvere.
Poi più nulla.
L’aereo lucente si alzò nel sole e sparì raggiungendo i compagni che già spaziavano nell’azzurro di quello splendido cielo lombardo.
Quasi subito accorsero dai campi donne affannate e uomini col batticuore.
I bimbi si alzarono storditi. Franz sollevò un piccino che piangeva e lo ripulì dalla polvere col suo fazzoletto.
Laura, bianca come un cencio, osservava il centro della piazzetta, là dove prima erano fermi i bambini, c’erano alcune graffiature nel terreno. Sul muro della scuola, sui tronchi degli alberi che la fiancheggiavano, erano chiari i segni della mitragliatrice.
“Questo è odio“, disse come fra sé.
“O sì, questo è odio, terribile odio … “, le rispose Franz che l’aveva udita.
E aveva gli occhi duri, quasi cattivi, mentre fissava il cielo.
Il mitragliamento a Vecchia Strada turbò molto gli animi Ne parlarono anche i giornali della zona. Quell’inutile sfoggio di barbarie venne condannato da tutti.
A Laura lasciò un tremore nell’anima, che offuscava la sua solita serenità. Ella, che non aveva mai saputo odiare, temette di esserne capace. Inutilmente cercava nel suo intimo una giustificazione al gesto inumano.
“Avranno sbagliato,“ si diceva, “ il pilota avrà perso la direzione, ci avranno scambiato per soldati.”
Ma ciò era assurdo e anche ridicolo. Se ne rendeva conto e sentiva ingigantirsi nel cuore quella incapacità di perdonare, che non era mai stata nel suo carattere.
“Temo di diventare cattiva”, confessò un giorno a don Angelo.
“Male, male, figliola!“, la rimproverò bonariamente il prete, “sarebbe un gran peccato, ragazza mia!“.
Don Angelo era il Parroco del paese. Piccolo, rotondo, roseo, passava con la sua veste un poco stinta lungo i viottoli di campagna, infaticabile.
Teneva il tricorno, il classico berretto da prete, ben indietro sulla nuca e la fronte, troppo ampia per la precoce calvizie, riluceva tutta. Il suo volto ridente, dalle guance colorite e rubiconde, ispirava fiducia e serenità.
“E’ più largo che lungo!“, dicevano i contadini.
Ma lo dicevano senza cattiveria e don Angelo, che lo sapeva, scuoteva il capo in tono di scherzoso rimprovero, mettendo a repentaglio la stabilità del suo tricorno.
Il sacerdote aveva l’abitudine di camminare con le braccia aperte, come per accogliere in un gesto d’amore, chiunque incontrasse. E così, grande come il suo abbraccio, doveva avere il cuore.
Abitava in una minuscola canonica a ridosso della chiesa. Come facesse a muoversi lì dentro, era un mistero. Eppure in canonica egli trovava il posto per tutti: dal gatto al cagnolino, dai piccioni ai pulcini, dal mendicante al bimbetto che non imparava la dottrina, dal fuggiasco politico all’ ufficiale tedesco che veniva per discutere del dogma cristiano.
Una vecchissima Perpetua, ciabattando, trascinava i suoi molti anni da una stanzetta all’altra.
Sorda come una campana, era costretta a lasciare costantemente aperta la porta di casa, perché lo scampanellare del visitatore neppure la sfiorava. Così in casa di don Angelo chiunque poteva entrare senza essere annunciato.
“Non c’è nulla da nascondere, figlioli,“ rispondeva a chi lo rimproverava per questa sua abitudine, “chi viene in casa mia ha certo bisogno di qualcosa e se la trova, meglio per lui … e peggio per me”, aggiungeva sorridendo.
Una volta, infatti, un vagabondo era entrato e, sotto il naso della Perpetua che sonnecchiava, aveva vuotato il cassetto, lasciando don Angelo senza un centesimo.
Unica ambizione del sacerdote era la pittura. Sin da studente coi suoi disegni aveva partecipato a mostre e a concorsi. Quando trovava un po’ di tempo, gli piaceva creare sui fogli mondi sconosciuti, con piante, fiori, colori e volti di bambini. Sicché quando, a Vecchia Strada, si era trovato con una chiesa nuda e bianca, il suo cuore aveva tremato di emozione. Finalmente gli era mandata da Dio l’occasione di popolare, con le creature della sua fantasia, le pareti di un tempio.
La chiesetta si alzava con le sue semplici linee al di sopra del piccolo colle. Vista da lontano pareva nascere, candida e coraggiosa, dalle onde del fiume.
Don Angelo aveva comperato pennelli e colori, si era procurato scale e impalcature, poi, con una tunica rappezzata, era salito lassù, fiero come un sovrano ed aveva cominciato i suoi lavori.
Andava a rilento, poiché amava le sue creature e le faceva belle, complete, le accarezzava col pennello e gli spiaceva separarsene quando il dipinto era ultimato.
In quei giorni di mezzo settembre, gli restava da dipingere l’ultima Cappella, la più cara al suo cuore: quella di San Francesco.
La statua del Santo, piuttosto bruttina, in verità, scrostata e stinta, stava da anni sull’altare. Nella penombra poteva anche sembrar bella e don Angelo lo sapeva. Per il buon cuore della sua gente quel San Francesco non aveva difetti, ma al suo animo d’artista la cappelletta dava un senso di freddo e di desolazione. Da mesi egli veniva meditando, in silenzio, sui due dipinti che avrebbero coperto le pareti laterali. Già le vedeva: una tutta viva d’uccelli, frusciante di teneri cespugli, sorridente di fiori sui prati. E il Santo al centro: semplice come i passeri a cui andava predicando, luminoso nel volto come il sole che dava colore ai fiori, lieve come la brezza tra il fogliame.
L’altra parete doveva avere lo sfondo cupo: dal bosco era venuto il lupo e tutta la natura tremava di paura. Ma, sul viottolo, il Santo alzava la mano a benedire e la ferocia del lupo si ammansiva.
Quest’ultimo quadro, però, lo lasciava alquanto perplesso. Lo faceva e lo rifaceva nella sua immaginazione. Toglieva e aggiungeva , arricchiva e spogliava. Non aveva pace.
Spesso i parrocchiani lo trovavano lì, assorto, davanti al Santo. Che facesse o che dicesse, quando scuoteva il capo o muoveva le labbra, essi non comprendevano.
“Il Prevosto ha qualche pensiero” si sussurravano l’un l’altro, “e prega San Francesco.”.
Le donnette in pena andavano allora ad accendere un lumino, perché il Santo facesse la grazia a don Angelo, poveretto.
Quando il Parroco se li vedeva là, questi lumini tutti accesi, sorrideva tra sé e socchiudeva gli occhi : le fiammelle danzavano, si scomponevano attraverso le sue palpebre abbassate, invadevano la nuda parete e riempivano di stelle il bosco che ancora non c’era.
Don Angelo, allora, s’accorgeva di sognare troppo e umilmente chiedeva perdono al Signore.
* * * * *
Quand’era il tramonto, Vecchia Strada pareva un paesaggio da cartolina.
Il sole incendiava il cielo e inondava di rosso la campagna, colorava deliziosamente le guance dei bambini e metteva scintille negli occhi delle donne.
Le facciate delle case si tingevano di rosa. Le mucche tornavano dai pascoli a passo lento, col campano appeso al collo, che suonava tranquillo. Dalle finestre aperte sulla via e dalle porte le donne spiavano l’arrivo degli uomini, poi gettavano la farina nell’acqua bollente dei paioli di rame.
Veniva dal fiume una brezza leggera, portando sempre qualche canzone che si dondolava nell’aria con malinconica nostalgia: nostalgia d’altri tempi e d’altri giorni, quando la guerra non c’era e non c’erano posti vuoti attorno alla tavola imbandita, quando l’anima era più serena e il cuore più buono.
Settembre era davvero bello nel piccolo paese.
Don Angelo se lo godeva con la serenità di un fanciullo. Ed anche Franz. Erano due creature che, pur così diverse, ancora si inebriavano di luce e di bellezza, come due assetati mai sazi.
Il primo lo faceva d’istinto, senza rendersene quasi conto, per naturale semplicità di spirito.
L’altro assaporava quegli ultimi sprazzi con l ’avidità di chi teme di morire di sete nel gran deserto della vita. Ed infatti per Franz la vita poteva diventare un deserto, egli lo presagiva. Si sentiva, talvolta, come una foglia trascinata, senza scampo, dalla bufera. Quando queste crisi di sconforto lo assalivano, gli lasciavano l’anima amara. E allora se ne andava, solo, lungo i viottoli, verso il fiume. Camminava sull’argine, specchiandosi nell’acqua verde azzurra e pian piano l’anima si calmava. Il silenzio l’avvolgeva in un mondo tutto suo.
Poi, rifattosi sereno, tornava al paese e ogni volta ne ammirava, come fosse cosa nuova, la chiesetta ardita, la breve strada fiorita di bambini, le vecchiette al sole, l’odor di cucina casalinga che usciva dalle finestre spalancate.
Andava a sedersi, allora, sotto il gelso, a fianco della scuola, dove Laura ricamava o leggeva.
“Salve, Franz,“ lo salutava la fanciulla, “non vi ho visto tutt’oggi. Un po’ triste, forse?”.
“Ora è passata, Laura. Vedete? Troppo spesso cerchiamo la felicità intorno a noi, e sbagliamo. Essa è dentro di noi, qui,“ e si toccava il cuore. “E’ tutto qui il segreto”.
Laura taceva: forse non lo comprendeva abbastanza.
Quasi sempre accadeva che la giovane maestra e l’ufficiale, la sera, dopo cena, si intrattenessero a parlare davanti alle scuole. Laura portava fuori due sedie ed essi stavano di fronte alla campagna ascoltandone i mille piccoli rumori. Spesso nessuno dei due parlava. Lunghe pause di silenzio cadevano tra loro e ognuno seguiva i propri pensieri.
“Io sto bene con voi, Lauretta … “.
“Ed io con voi, Franz … “.
“Vorrei che mi parlaste di voi, se vi fa piacere.”.
Egli allora cominciava a narrare: la sua vita di ragazzo, la sua casa di campagna presso Amburgo, sua madre, le sue fantasie di allora …
Qualche volta non riusciva a trovare la parola esatta e allora Laura l’aiutava, sorridendo.
L’oscurità calava pian piano ed essi se ne trovavano avvolti quasi all’improvviso. Le ultime lucciole e le stelle erano ormai gli unici lumi. Vecchia Strada s’era addormentata.
“Vorrei che questa fosse un’isola, sola e sconosciuta, per viverci in pace con tutti i miei sogni”, diceva Laura sommessa.
“Non occorre l’isola, Lauretta. La portiamo dentro di noi l’isola dei sogni, e il riconoscerla può darci la felicità.“.
Passava sempre, ultimo viandante, don Angelo, che tornava dall’aver detto il Rosario al cimitero.
Sostava presso di loro e spesso accettava di sedersi. Franz non era cattolico, ma col suo animo d’artista, ammirava la poesia e la bellezza delle feste cristiane. E don Angelo, che, ingenuamente, sperava di far di lui un credente, metteva nei suoi discorsi tanto slancio, che Laura nel buio ne sorrideva.
Nessuno più vegliava a Vecchia Strada quand’essi si lasciavano, ogni volta fatti più amici e ogni volta più ammirati gli uni degli altri.
sabato 1 marzo 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento