sabato 1 marzo 2008

II

II°

Nannina Silenti e Laura Landi erano amiche fin dagli anni della scuola. Avevano studiato insieme, nello stesso collegio e si erano diplomate nello stesso anno. Ma mentre Nannina era rimasta in città, Laura aveva preferito la campagna. E Vecchia Strada sembrava creata apposta per lei, per la sua grazia silenziosa, un poco romantica, forse, e d’altro tempo.
Ogni estate, per un mese almeno, Nannina veniva dall’amica. Giungeva allegra, profumata, canora.
“Faccio un tuffo nella semplicità “, diceva ridendo.
Ma, in realtà, pareva un colpo di vento disceso a spazzare in lungo e in largo il vecchio paese.
Già tutti la conoscevano: i bimbi la chiamavano per nome, i vecchi le sorridevano. Era un vero piacere per gli occhi stare a guardarla quando passava. Aveva poco più di vent’anni, ma pareva ancora più giovane. La sua grazia innata, unita ad una luminosa bellezza di bruna, la rendevano indimenticabile.
“ Tu sai muoverti e parlare come se dovunque ti trovassi a tuo agio. Come fai, chi ti insegna?“, le chiedeva Laura ammirata.
“Mah! Segreto!”, esclamava Nannina.
Gli occhi nerissimi sprizzavano felicità e il largo, candido sorriso avrebbe conquistato chiunque.
A Vecchia Strada, infatti, non c’era chi non le volesse bene e se un anno tardava a venire, tutti chiedevano di lei.
Laura aveva perso da tempo i genitori e, sola al mondo, si era definitivamente stabilita al paese che le era stato assegnato dopo il concorso. Non aveva stentato ad abituarsi, poiché, col suo carattere timido e silenzioso, era venuta a trovarsi a suo agio tra i lunghi viottoli campestri, dove raramente veniva fatto di intrecciare conversazioni. Poche parole e molti pensieri. E molti sogni, anche.
Nannina aveva, invece, numerosi parenti in una grossa borgata emiliana: padre, madre, fratelli, sorelle, nipoti. Diceva ridendo:
“Entro nell’alveare, chissà come ne uscirò!“ alludendo al suo ritorno in famiglia.
E aggiungeva :
“Vedi, Laura? Per me una sosta a Vecchia Strada è indispensabile. Se non esistesse, dovrei inventarla, proprio così com’è. Mi distende i nervi.”.
Insegnava alla periferia di Milano, a Gorla, posta tra l’immensa città e gli opifici di Sesto San Giovanni.
“Zona pericolosa”, spiegava all’amica. ”Metti il caso che un aereo sbagli d’un paio di secondi e sganci le sue bombe. Addio Gorla! E addio Nannina, naturalmente.”.
Era l’estate del ’44, l’anno più tremendo nella storia della guerra.
Ma a Vecchia Strada la sirena dell’allarme aereo non c’era, non c’era telefono, né suonavano le campane a martello. L’unico collegamento col mondo della guerra era il Centro-Radio tedesco, accampato in una baracca poco discosta dalla scuola.
Ma il tenente Franz non amava discorrerne, naturalmente. E se passavano le formazioni dei bombardieri, alte nel cielo, i bambini si divertivano a contarli; solo gli adulti pregavano o maledicevano. Ma preghiere e maledizioni erano fatte in sordina, poi la vita quieta riprendeva, tra il campo da seminare, o le bestie da condurre al pascolo.
“E’ così lontana, qui, la guerra! Talvolta mi pare solo una storia inventata dai grandi per spaventare i bimbi cattivi“, diceva Laura.
Ma Nannina la conosceva la guerra, e bene. Si era trovata a Milano, in centro, durante un tremendo bombardamento a tappeto. Aveva visto estrarre i morti a brandelli da sotto montagne di macerie. Rabbrividiva ancora al solo pensarci. Per questo non ne parlava mai.
Iniziando il viaggio, quel mattino, le due ragazze si erano preparate a stare piuttosto scomode. Ma più che scomodo, quel viaggio, risultò quasi impossibile.
La lunga tradotta, ove le normali carrozze erano state sostituite con carri bestiame, procedeva a stento, tra improvvise fermate in aperta campagna e rapide partenze senza preavviso. Sicché, spesso chi era sceso per sgranchirsi le gambe, rischiava di rimanere a terra.
Le soste nelle stazioni, anche se piccolissime, erano eterne e apparentemente senza motivo.
Sembravano fatte per dar modo a tutti di osservare gli ampi squarci nei fabbricati, le finestre senza vetri, le piante mozze e le enormi buche seminate dovunque nel terreno.
Dappertutto, lungo la linea ferroviaria, la guerra era passata.
Qualsiasi fiumiciattolo da attraversare diveniva un pericolo per la vita di tutti. Gli alti ponti traballanti, che avevano sostituito in fretta quelli bombardati, parevano trapezi da circo, su cui quel lungo treno facesse esercizi mortali.
La gente, affacciata ai carrozzoni, guardava giù, atterrita, tra le rotaie sospese nel vuoto e tratteneva il fiato.
Nannina e Laura erano capitate in un carro poco affollato e questa era già una fortuna.
C’erano, nell’interno, due panche addossate alle pareti e un po’ di paglia sparpagliata all’intorno. Due contadine, con ampie sporte nascoste sotto le vesti, stavano nell’angolo più buio e sbarravano gli occhi ad ogni fermata.
Appoggiati alla sbarra che divideva a metà la porta scorrevole, stavano due militari italiani ed uno tedesco. Di tanto in tanto si rivolgevano la parola, ma più che altro si intendevano a cenni. I due italiani erano giovanissimi e portavano la berretta rossa dei bersaglieri, col fiocco azzurro. Erano allegri e avevano la risata pronta e spontanea. Il tedesco era anziano, aveva i capelli grigi e un’aria triste e rassegnata. Guardava passare paesi e casolari come chi è stanco di vedere case straniere, identiche all’aspetto, ma sconosciute e forse nemiche nell’intimo.
C’erano, poi, un vecchio con due ragazzini ed una valigia logora, tenuta chiusa con una corda, e poi due fanciulle dall’aria contadina e una lunga zitella che guardava i suoi compagni di viaggio dall’alto del suo dignitoso isolamento.
La compagnia per le due amiche non era eccessivamente allegra. Ma che altro si sarebbe potuto pretendere in tempo di guerra?
Il viaggio per giungere a Santa Maria del Colle, dove risiedevano i parenti di Nannina, durava, di solito, quattro ore. Ma stavolta minacciava di non finire più.
Era mezzogiorno, ormai. Laura e Nannina si sentivano stanche e impensierite. Il treno attraversava ora ampie distese di campi, con paesini sperduti sotto il sole.
Qualche casetta, tinteggiata di rosa o di bianco, veniva incontro al convoglio e subito fuggiva via, tra lo starnazzare agitato delle galline.
Ad un tratto da una di quelle case si vide uscire gente spaventata, che, con gesti terrorizzati, indicava il cielo, cercando poi rifugio in piena campagna.
Il treno con uno stridio di freni si fermò.
Un grido, che pareva venire da sotto terra, si insinuò tra le porte spalancate dei vagoni.
“Gli aerei !”.
Come foglie che si staccano dai rami, in novembre, dopo una notte di brina, o come formiche in fuga dal fuscello che prende fuoco, così dai carri scesero alla rinfusa esseri umani sbiancati, urlanti, spingendosi, cadendo, piangendo.
In un attimo il treno fu spoglio. Rimase fermo sui binari luccicanti con un’aria di desolata rassegnazione, come chi sa di essere votato al supplizio. Dall’alto veniva un rombo pesante.
Ogni siepe, ogni fossato, ogni albero diventava un rifugio, e più lontano era dalla linea ferroviaria, più sembrava sicuro.
Con l’agilità dei loro vent’anni, Nannina e Laura avevano raggiunto e sorpassato la casa colonica.
Il rombo degli aerei era paurosamente vicino. Già si udiva il sibilo caratteristico della picchiata.
“Gettati a terra, Laura!“, urlò Nannina.
Ambedue strisciarono tra l’erba folta al fragile riparo di un filare di viti.
La prima bomba parve vicinissima. E dopo quella un’altra, un’altra ancora. E, frammischiate ad esse, si udiva il crepitio delle mitragliatrici.
Nuvole di polvere densa si alzarono attorno a loro. Nessuno aveva più la forza di gridare.
Passarono alcuni minuti che parvero eterni. Quando, finalmente, Nannina alzò il capo, gli aerei si stavano allontanando.
“Se ne vanno, Laura!”
Adagio si tirarono su a sedere, guardandosi intorno sbalordite. S’accorsero allora, con stupore, che non erano sole. Altri volti, altri occhi si sollevarono come per incanto tra l’erba alta.
Una voce disse :
“C’era un ponte, appena più in là, devono averlo colpito.”
“E guardate il treno!“.
Tra la polvere che si dissolveva, ora si vedeva chiaramente la locomotiva rovesciata, alcuni vagoni fracassati ed altri già in preda alle fiamme.
Nell’aria, dopo il fragore del bombardamento, c’era un silenzio quasi irreale.
Con occhi sbarrati tutti fissavano il convoglio, sul quale avevano viaggiato per tante ore.
Sarebbe bastato un attimo di ritardo nel fermarlo e la morte sarebbe scesa dal cielo, inevitabile, anche per loro.
“Forse niente morti”, disse all’improvviso una voce dal duro accento straniero.
Tutti si voltarono. Era l’anziano soldato tedesco che veniva dall’aver perlustrato la zona bombardata.
“Forse niente morti,“ ripeté, “molta fortuna … “.
“Ed ora che si fa?“, chiese uno.
“Bisognerebbe almeno staccare i vagoni ancora intatti, altrimenti brucia tutto,“ disse uno dei giovani bersaglieri, “chi viene con me?“.
Alcuni uomini, militari e civili, si staccarono dal gruppo e lo seguirono.
Al di là del campo, intanto, sulla strada che correva parallela alla ferrovia, già stavano arrivando autocarri militari. Alcuni soldati si avvicinarono al gruppo dei passeggeri.
L’autolettiga della Croce Rossa giunse ululando. Ordini, grida, richiami si intrecciarono nell’aria.
Dalla vicina casa colonica, solo un po’ sbertucciata dalla mitraglia, venne una vecchia con una bottiglia di grappa ed un bicchiere. Si avvicinò alle donne offrendo loro da bere.
“Tanto per rincuorarsi un po’”, andava dicendo, ”non fate complimenti.”.
Nannina e Laura cercarono di rassettarsi gli abiti alla meglio.
“Come ci siam ridotte! E pensare,“ disse Nannina, “ che tu potevi essere tranquillamente a Vecchia Strada a quest’ora! Sono stata un’incosciente a chiederti di accompagnarmi.”.
“E’ stata un’esperienza un po’ dura, “ rispose l’amica, “ma forse ci voleva. Non mi ero ancora resa conto di quello che è la guerra.”.
“Ed ora che si fa ?”.
“ Già, che si fa ?”.
Questa domanda se la stavano ponendo un po’ tutti .
Chi era giunto quasi al termine del viaggio, essendo pratico dei luoghi, aveva deciso di proseguire a piedi e già si incamminava.
Gli altri si erano avvicinati ad un capitano del Genio, appena giunto, che pareva volersi assumere la responsabilità del loro viaggio.
“C’è il fiume a circa cinquecento metri. Penso che tutti riescano a raggiungerlo. Là verrete traghettati, poi vedremo.”.
Come un gregge dietro ad un pastore, tutti si ammassarono alle sue spalle. I galloni d’oro del suo berretto e le spalline luccicavano al sole. Egli pareva un gigante tranquillo e sicuro e gli altri una folla di gnomi.
Nannina aveva già ritrovato il suo spirito allegro. Già riprendeva a scherzare.
“La barca di Caronte, Laura!”, gridò vedendo l’enorme traghetto avvicinarsi alla riva.
“Gesù Maria,“ strillò una donna, “quanto è grande il fiume, io ho paura!“.
“Macché paura”, rispose calmo il capitano, “per ora non tornano, non c’è pericolo.“.
Ma intanto il panico si stava nuovamente diffondendo. Un ragazzino si mise a piangere forte. Un altro gli fece eco chiamando la mamma.
“Io non salgo,” si impuntò una ragazza deponendo a terra il suo fagotto.
“Su, su “, tornò a dire il capitano, “non facciamo sciocchezze. Restar qui è pericoloso, ci può essere qualche bomba inesplosa.”.
Alcuni militari cercavano di sollecitare i più dubbiosi, spingendo, portando bagagli, prendendo in braccio i bambini. L’anziano soldato tedesco frugò nello zaino e ne estrasse un pezzo di cioccolata.
“ Prendere”, disse rivolto al piccino che invocava la mamma,” mangiare, molto buono.”.
Un po’ per volta la zattera si riempì. Il barcaiolo mollò le corde e azionò il motore.
La folla sudata, tremante e pallida stava ammucchiata al centro della imbarcazione.
Nannina e Laura, appoggiate al parapetto, osservarono il ponte. Le arcate pendevano tronche, i mozziconi dei piloni affioravano dall’acqua, pezzi di rotaie si scagliavano verso il cielo come punti interrogativi. Il fiume era ampio, e l’acqua profonda correva via scura e liscia. Solo giungendo al ponte urtava contro l’ammasso delle macerie e rimbalzava indietro, con gorghi e cascate improvvise.
L’imbarcazione era giunta al centro del fiume, quando una donna, terrorizzata, urlò:
“Gli aeroplani!”.
Tutti gli occhi si levarono al cielo.
Su, su, tra uno sfolgorare accecante, si vedeva un piccolo aereo. Già se ne udiva il pulsare solitario.
“Aiuto!”, gridò qualcuno.
Tutta la folla ondeggiò.
“Aiuto! Aiuto!”.
Il grido si fece urlo. La barca ondeggiò pericolosamente. Il gruppo era solo e nudo su quel grande fiume.
“Calma”, gridò il capitano, “è un ricognitore!”.
Ma la sua voce neppure si udì. Allora con un cenno diede un ordine ai militari. Essi rapidamente circondarono il gruppo.
Una vecchia contadina con gli occhi da pazza, con uno scatto improvviso si scagliò contro il parapetto per gettarsi in acqua. Un soldato ebbe appena il tempo di afferrarla per la gonna.
“Siete impazzita?” gridò.
“State calmi, state calmi,“ si affannava a ripetere il capitano.
Gocce di sudore gli imperlavano la fronte. Di tanto in tanto si mordeva le labbra e lanciava occhiate supplici al barcaiolo perché facesse presto.
“State fermi! Non muovetevi, per carità! Affonderemo tutti,“ ripetevano i soldati“. Non è nulla ! E’ un ricognitore. Già se ne va, guardate.”.
Ma quel maledetto piccolo aereo andava e tornava, girando come un falco in cerchio sulla preda.
Nannina, afferrata Laura, guardava in alto e ripeteva:
“Non aver paura, Lauretta. Quello se ne va, se ne va davvero … ”.
L’acqua gorgogliava contro i fianchi del traghetto e il motore ansava, affannato.
“Lasciatemi, lasciatemi … traditori, mi volete morta !” continuava a urlare la vecchia, dibattendosi tra le braccia del soldato.
Un uomo, col pugno teso verso quel piccolo uccello d’acciaio, gridò:
“Che tu sia maledetto, assassino!”.
Una mamma con due bimbetti accanto, cominciò a pregare:
“Ave Maria, piena di grazia … “.
Qualcuno la intese e si unì ad essa :
“… il Signore è con te, tu sei benedetta tra le donne …“.
“… e benedetto è il frutto del seno tuo, Gesù …“.
Una gran calma si fece sulla barca. Il capitano estrasse un fazzoletto e si asciugò la fronte.
L’aereo si alzava ed abbassava, s’allontanava e ritornava, come indeciso.
La riva opposta si faceva sempre più vicina.
Quando il coro giunse al “… così sia “, il barcaiolo gettò la corda e la zattera approdò.

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