sabato 1 marzo 2008

XIII

XIII°

La neve scese silenziosa per alcuni giorni.
Il paese si assopì. In silenzio si lasciò ammantare di bianco, mutò aspetto, si fece quasi irreale.
Quando smetteva lo sventolio dei fiocchi, l’unico segno di vita era dato dal lento allargarsi nel cielo del fumo che usciva dai comignoli. Essi erano enormi sotto il carico della neve. Parevano ridicoli fantocci messi sui tetti per tener lontani i fantasmi.
Laura si chiuse in casa con la sua tristezza. Passava lunghe ora, con gli occhi socchiusi, davanti al ceppo che sul focolare si faceva cenere e, nella penombra della stanza, quel calore poteva sembrare quasi il bacio del sole. E allora pensava a quando sull’argine, tra l’erba, camminava con Franz vicino, e ne risentiva la voce e ne rivedeva lo sguardo azzurro che la seguiva teneramente.
Quando smise di nevicare, il cielo rasserenandosi portò un sole scintillante e freddo, che riuscì soltanto a far brillare i lunghi ghiaccioli, che pendevano dai tetti, come se fossero d’argento.
Nella notte, sotto le stelle lontane, la terra tutta gelava e al mattino il ghiaccio scricchiolava, sotto i passi della gente, come vetro che si spezzi.
Don Angelo, un pomeriggio, raggiunse la scuola: da un po’ di giorni non vedeva Laura e immaginava la sua tristezza.
Quando bussò alla porta, Laura gli aprì sorpresa. Non aveva più visto altri che Michele, da quando Franz era partito e non aveva neppure pensato che la compagnia di qualcuno l’avrebbe aiutata a soffrire meno. Ora, però, vedendo don Angelo il cuore le si allargò di commozione. Anche lui amava Franz. Di lui avrebbero potuto parlare insieme.
Nulla di nuovo aveva turbato o rallegrato la vita di Vecchia Strada: nulla che avesse l’onore di uscire dalla cerchia delle stalle per essere risaputo. I due amici, quindi, non aveva che i loro crucci da raccontarsi: Laura l’assenza di Franz, don Angelo il suo forestiero in canonica.
“Resta in camera ore ed ore, senza fiatare, senza muoversi, senza far nulla. Non riesco a capirlo. A volte mi pare che non mi voglia male, a volte, invece, sento il suo odio seguirmi pesante come il suo sguardo. Chi sarà? Spesso mi incuriosisco e vorrei azzardarmi a chiedergli qualche cosa. Forse potrei aiutarlo meglio. Ma sembra che mi legga nel pensiero! Appena s’accorge delle mie intenzioni, mi volta le spalle e guarda lontano. Mah! La mia casa ha perso la sua serenità da quando c’è lui. La porta è sempre sbarrata, si parla piano, si fa ogni cosa di nascosto. Almeno riuscissi a fargli un po’ di bene, a dargli un po’ di pace!”
Laura parlò di Franz e confidò a don Angelo la promessa che si erano scambiati qualche giorno prima della partenza.
“Benedetta figliola! Credeva che non lo sapessi?”.
“Come! Gliene aveva parlato ?”.
“Ma l’avevo capito da solo! Però, quando è venuto a salutarmi, me l’ha detto chiaramente. Anzi, lei, Laura, è affidata alle mie cure, ora che lui è lontano. Non lo sapeva? Povero prete! Con due cuori così complicati da custodire! Uno laggiù, in canonica, che pare un fantasma, sempre chiuso fra le quattro mura. E un altro qui, che passa giorni e giorni a sognare e a lacrimare …!”.
Don Angelo rideva, ma lo faceva solo per sollevare l’anima della ragazza: però in fondo al cuore aveva una preoccupazione che non riusciva a dimenticare.
Quando si alzò per andarsene, Laura era più serena. La rubiconda figura del prete, i suoi scherzosi rimproveri, la sua costante fiducia nell’avvenire, avevano saputo ridonarle la serenità.
“E’ bella l’isola solitaria, Franz”, disse tra sé, “ma soltanto se si è in due!”.
Laura era cresciuta stranamente sola, senza mai frequentare rumorose compagnie, senza appassionarsi a svaghi e divertimenti. Ma se tornava indietro, col ricordo, negli anni passati, trovava sempre il ricordo di una amicizia sincera e profonda, con la quale mai aveva sofferto di solitudine. Dapprima sua madre, poi qualche compagna di scuola, qualche insegnante, infine Nannina compagna di collegio, quando era morta sua madre. Ed ora era venuto Franz. Solo perché l’aveva sentito tanto amico, gli aveva voluto bene. Stava volentieri con lui, sin dai primi tempi, perché ne aveva intuito la grande sincerità. Non c’erano mai stati tra loro delle finzioni: sempre ciò che il labbro diceva corrispondeva a ciò che il cuore sentiva. Ed ora ritrovava don Angelo, l’amico di cui sentiva il bisogno. Fu contenta che Franz l’avesse affidata a lui.
Don Angelo non era fatto per i grossi problemi di morale, di teologia o di politica. Era un artista. Vedeva il mondo con occhi di fanciullo, innamorato del bello e del buono. Posto davanti ad un grosso problema, ad un grave caso di coscienza, ad un dubbio pesante, forse avrebbe tremato di incertezza. Ma a Vecchia Strada non si erano mai verificate situazioni imbarazzanti e per don Angelo tutto era sempre apparso chiaro e tranquillo.
Ora la preoccupazione del forestiero, che teneva certamente un ben pesante segreto nel cuore, lo rendeva pensoso come non mai. Quell’uomo aveva una personalità ben diversa dalla sua ed egli ne era messo quasi in soggezione. Ogni volta che ci pensava, respirava a fatica come se un macigno gli schiacciasse il cuore. Anche a lui faceva bene parlare con qualcuno e Laura era proprio fatta per capirlo.
“Tornerò qualche volta”, le disse, “se è contenta … “.
“Ma certo! Non può immaginare quanto le sia riconoscente”.
Fuori un sole rosso e lontano calava rapidamente oltre i pioppi stecchiti. Un bagliore di corallo tingeva la neve in distanza. Veniva voglia di andarvi incontro, per sentirsi l’anima avvolta di colore e intrisa di luce. I rami dei pioppi ricamavano di nero la fiammata stupenda del sole al tramonto.
Parevano corde di un magico strumento capace di raccogliere melodie sconosciute che corrono eternamente tra terra e cielo.
Laura, dopo aver salutato il sacerdote, restò sulla porta, abbacinata, fatta inerte dallo stupore, incantata da quel meraviglioso rosso tramonto.
Poi, improvvisamente, il disco fiammante del sole, di colpo, cadde oltre la linea scura dell’orizzonte. Il cielo si fece rosa, divenne un velo di perla azzurrino, si striò di lunghe pennellate più vive. Poi tutto disparve e scese l’ombra fredda da arcani mondi misteriosi.
Il cielo si incupì. Qualche stella balbettò coraggiosa e altre minuscole scintille sbatterono le palpebre, come monachine schizzate su dal grande incendio del tramonto del sole.
Poi vennero , qua e là, quasi di corsa, frangiate nuvolette evanescenti, come aiuole fiorite di bianco nel giardino del cielo. Un soffio frizzante salì dal fiume e spazzò l’unica strada che dalla chiesa lassù arrivava alla scuola e al grande gelso deserto.
Laura rabbrividì.
Rientrò in casa, chiuse la porta adagio, senza far rumore, come per non infrangere quel quadro dipinto sul cristallo del cielo.

* * * * *

Marco Monforti giunse in paese col fiato pesante. Per tutto il tragitto, dal crocicchio fino a Vecchia Strada, non aveva avuto il coraggio di voltarsi indietro. Ma ora che era giunto, poteva.
Senza scendere di sella e sempre pedalando velocemente, girò il capo, sospettoso.
Nessuno. La strada era deserta dietro di lui. Poteva immaginarlo, del resto.
Si diede, silenziosamente, dell’imbecille. Se quelli avevano la macchina con due ruote nel fosso e altre due che giravano a vuoto affondate nella neve, non avrebbero, naturalmente, potuto giungere in paese prima di lui. E poi, chissà dove stavano andando!
Dal crocicchio si staccavano tre altre strade, che portavano in tre direzioni distinte. Perché s’era messo in mente che dovessero proprio andare lì? Ad ogni modo doveva ringraziare il cielo d’averli visti lui per primo. Lui, che sapeva.
Entrò sotto il portone nel cascina e gettò una voce a Michele, che si scorgeva in fondo al cortile. Gli fece un cenno così imperioso, che il ragazzo volò attraverso la neve.
“Bada bene a quello che dico”, gli sussurrò ancora tutto agitato, “va dal prete e digli -Ci sono i tedeschi al crocicchio, forse vengono qui. Che faccia attenzione al forestiero, altrimenti guai a lui!-“.
Michele spalancò i suoi grandi occhi sporgenti in faccia al fratello.
“Vengono qui? Perché?”.
“Non interessartene, ti dico. Va dal prete e fa presto”.
Il ragazzo girava attorno lo sguardo come un animale spaurito.
“Hai capito sì o no? Ci sono i tedeschi al crocicchio. Va a dirlo al prete! Sbrigati, marmotta!”.
Già stava per allungargli uno schiaffone, quando Michele d’un tratto comprese.
I tedeschi? Il forestiero? Guai al prete se non fa attenzione?
Oh, Dio! Era l’uomo della Bicocca che venivano a cercare! Il cuore cominciò a battergli come l’ala di un uccello imprigionato nella rete.
La stessa smania che gli faceva tumultuare il cuore, gli passò nelle gambe. Prima ancora che se ne accorgesse era già sulla strada e andava di corsa, con gli zoccoli che martellavano sul ghiaccio.
La canonica era chiusa. Si attaccò alla corda e tirò con forza la campanella, che squillò a lungo nel corridoio deserto.
Dalla finestra del piano superiore fu scostata una tenda, che subito ricadde.
Finalmente il prete arrivò. Ascoltò il messaggio del ragazzo e si fece pallido. Non lo ringraziò neppure. Gli chiuse l’uscio in faccia e corse, con le gambe che tremavano, su per la scala.
Mai gli era parsa cos’ stretta e ripida e lunga. Bussò alla porta del forestiero ed entrò immediatamente.
“Presto, bisogna scappare! I tedeschi sono al crocicchio!”.
L’uomo balzò verso la scala. Il volto gli era diventato livido.
“Raccogliete tutto, non lasciate niente in giro … Non uscite …Lasciate fare a me …”.
Le frasi mozze del prete, anziché dargli tranquillità, lo mettevano maggiormente in agitazione.
Insieme raccolsero un giornale, un berretto, una sciarpa, il mantello appeso al muro.
“Venite con me … Andiamo in chiesa … Starete in sacrestia, là non verranno … Ci sono tanti posti per nascondersi là …”.
Mentre parlava precedeva lo sconosciuto giù per le scale.
La vecchia domestica li guardava dal basso e gridava, con la caratteristica voce dei sordi:
“Cosa c’è, cosa c’è don Angelo?”.
Il prete la scostò, mettendosi un dito sulle labbra e facendosi rapidamente il segno della croce.
La vecchia probabilmente intese, poiché ripeté subito il segno della croce e si portò l’indice rugoso alle labbra.
Dalla canonica si poteva uscire nel cortile e da qui entrare in sacrestia. Il cortile era pieno di neve, ancora intatta, tranne un sentierino, largo, sì e no, due palmi.
L’uscio della sacrestia era accostato, don Angelo lo spinse e fece entrare l’uomo. Poi corse alla chiesa: non c’era nessuno come prevedeva. Solo la lampada del Santissimo danzava chetamente, con la fiammella ora più alta ed ora meno, quasi parlasse uno sconosciuto linguaggio coi santi nelle nicchie.
Il passo del prete nella navata deserta rimbombò con fragore. Il forestiero, dalla sacrestia, spiava affannato.
“Perdona, Signore”, pregò mentalmente don Angelo, “se chiudo la porta di casa tua a quest’ora insolita. Tu capisci il perché.”.
Tirò il catenaccio, che stridette un poco, e respirò di sollievo. Qui difficilmente avrebbero cercato il fuggitivo, a meno che qualcuno avesse accusato proprio lui: allora sarebbero venuti a colpo sicuro e nessun angolo sarebbe sfuggito alla loro ricerca, ma sperava di no, proprio di no!
“Ecco, qui sarete solo e sicuro. Vi sono mille angoli in cui potrete trovar rifugio. Guardate … lì dietro, sotto quel cumulo di paramenti … Oppure dietro quest’uscio … Là in quell’armadio degli addobbi … o sotto la scaletta che porta al campanile …”.
Mentre parlava indicava ogni cosa col dito e si muoveva agilmente, sfiorando con la lunga veste le panche coperte di polvere, le sedie zoppicanti, gli sportelli tarlati dei grandi armadi.
“Ma non ne avrete bisogno, credete a me. Abbiate fiducia in Dio.”
Sul viso dello sconosciuto parve passare un’ombra di sorriso. O forse era un’ombra di scherno?
Ma subito egli si ricompose, tanto che don Angelo credette d’essersi ingannato.
“Non muovetevi da qui. Verrò io, di tanto in tanto a darvi notizie. E vi porterò il pranzo a mezzogiorno. State tranquillo, figliolo …”.
Gli pose sulle spalle il mantello nero e dovette alzarsi sulle punte dei piedi per raggiungergli le spalle. L’uomo chinò la testa e mosse appena le labbra. Don Angelo credette di capire un ‘grazie’, sussurrato tra i denti.
Senza più aspettare uscì dalla sacrestia.
Lo sconosciuto neppure si volse per guardarlo.

*****

La macchina dei tedeschi che Marco Monforti aveva visto al crocicchio, penzoloni sul fosso ghiacciato, era riuscita a disincagliarsi dopo un’ora di tentativi.
Sicché erano quasi le undici quando giunse a Vecchia Strada. A bordo c’erano tre tedeschi ed un militare italiano.
Al paese tutti li stavano aspettando col batticuore. Non che avessero cose da nascondere, né alcunché da temere. Ma qualcuno immaginava che cercassero il grano non consegnato all’ammasso, altri che volessero censire i maiali prossimi alla macellazione, o forse avevano l’incarico di requisire il lardo.
In tempo di guerra tutto poteva diventare necessario. E tutti sapevano che loro, nelle campagne, erano dei privilegiati. Almeno non mancava il necessario, mentre nelle città si viveva solo con le tessere annonarie.
Le donne temevano persino per quelle poche uova di scorta che avevano nascoste, sotto chiave, nelle credenze.
Sicché nell’attesa dei tedeschi, tutto era stato accuratamente ricontrollato. Ognuno aveva fatto del suo meglio ed un osservatore superficiale non avrebbe trovato alcunché.
L’automobile, giunta in paese, entrò adagio sotto il portico del primo cascinale. Avanzò destreggiandosi tra i mucchi di fieno e le fascine di legna accatastate e andò a fermarsi davanti alla casa padronale, che stava sul lato opposto del vasto cortile.
Le donne spiavano dalle finestre e i bambini si aggrappavano alle gonne della madri, sollevandosi in punta di piedi per guardare. Gli uomini si erano ritirati nelle stalle. L’aia, bianca di neve, era deserta.
La porta della casa del padrone si aprì piano e la testa grigia di una contadina si sporse e subito si ritirò.
Due dei militari, l’italiano ed uno dei tedeschi, scesero dalla macchina e si avviarono verso la casa. Non ebbero bisogno di bussare, perché il padrone, un gigante robusto, nero e ricciuto, aprì e andò loro incontro. Le donne dietro i vetri videro i tre stringersi la mano. Indovinarono, in distanza, il sorriso del padrone e il loro cuore cessò un poco di tremare.
Intanto i ragazzi più grandicelli si erano fatti coraggio e, usciti di casa, si stavano avvicinando alla macchina incuriositi.
La guardarono da tutte le parti, la toccarono e si scambiarono brevi commenti sottovoce.
I due militari rimasti a bordo, li seguivano con lo sguardo. Un piccolino dalle gambe rosse per il freddo, si aggrappò alla maniglia e scalò il predellino, mettendo il naso contro il vetro del finestrino.
Un altro si fece coraggio e picchiettò con le dita sui vetri.
“Cosa volete?”, domandò una bambina, infilando la testa spettinata tra quella dei due maschietti.
Lo disse naturalmente in dialetto, dapprima; ma al sorriso divertito dei tedeschi, lo ripeté in italiano.
Uno dei due girò allora la maniglia e mise fuori le gambe dalla macchina. Era giovane, aveva il volto abbronzato e i capelli biondi.
Sillabò adagio: “Non capire, bambino”.
Il gruppetto si guardò negli occhi e scoppiò in una risata. Confabulò un poco, cercando il modo di formulare meglio la domanda, poi, la solita bambina spettinata ripeté:
“Perché siete venuti?”.
Ma, decisamente, il tedesco non capiva. Rise apertamente, prendendo un’espressione quasi fanciullesca. I ragazzi scossero il capo, scoraggiati. Era impossibile comunicare con quei due.
Uno disse: ”Eppure il tenente capiva tutto …”.
“Si capisce che questi non hanno studiato …”
“Sono dei s …”.
Voleva dire “somari”, ma se quelli avessero capito?
La bambina diventò rossa e si ritirò dietro il gruppo. Allora uno dei ragazzi più alti, si fece più vicino alla macchina, toccò il soldato sul ginocchia e gli disse, serio:
“Auf viedersehen”!.
E aggiunse piano:
“Se non capiscono l’italiano, bisogna parlare tedesco”.
Subito l’uomo prese la mano del ragazzo, la strinse con calore, dicendo:
“Ciao, bambino”.
Finalmente si erano intesi!
Il gruppetto si stava agitando, ognuno suggeriva al compagno ciò che doveva chiedere o dire. Ma inutilmente! Quella era la sola parola che egli sapesse.
Ma che importava, se era bastata per fare amicizia?
Ad un tratto la porta del padrone si aprì ed egli con la sua robusta figura ne riempì tutto il vano.
Vide i ragazzi e gridò:
“Via tutti! E uno vada a chiamare il fattore, svelti”!.
La sua voce tuonò sull’aia e i ragazzi si dileguarono in un baleno. Il fattore uscì dalla stalla e s’affrettò sotto il portico.
La sosta dei tedeschi si fece lunga, troppo lunga per quella gente che tremava per l’ansia.
Le donne inutilmente facevano cenni e mandavano i bambini nella stalla per dire agli uomini che la polenta era in tavola. Nessuno voleva muoversi, se prima non si sapeva cosa erano venuti a cercare.
Solo i Monforti erano in casa. Tutti vicini, dal più giovane al più anziano, con gli occhi chini sul tavolo, come chi non vuol leggere sul volto dell’altro il dubbio, né far notare d’avere paura.
Michele ogni tanto si alzava e guardava dai vetri.
“Sono sempre là”, ripeteva ogni volta.
E dagli uomini chini sui piatti veniva un sordo mugolio, che era rabbia, paura e impotenza insieme.

*****

Quando la macchina uscì dal cortile, tutti respirarono più liberamente. Qualcuno, anzi si fece sul portone e salutò, sorridendo e agitando la mano.
Ma, anziché andarsene dal paese, i tedeschi infilarono il secondo cortile.
Ormai, però, la paura era passata.
L’avevan sempre detto loro che a Vecchia Strada non c’era nulla da nascondere! Quindi niente paura, ragazzi! In fin dei conti è gente come noi. Visto come ridevano coi bambini? Ad uno hanno persino stretto la mano, come a un giovanotto.
Ormai soltanto in canonica e dai Monforti si continuava a tremare.
Quando corse voce che l’automobile si stava avviando verso la casa del prete, i fratelli di Michele strinsero i denti.
“Tu, Michele fa finta di niente e va a vedere”.
Il ragazzo uscì col suo passo dondolante, agitando le braccia troppo lunghe. Era solo sulla strada.
Giunto alla chiesa si sedette sul muretto e attese.
Don Angelo all’arrivo dei tedeschi, era andato ad aprire prevedendo il peggio.
Si era preparato da giorni ad un incontro simile e aveva provveduto a corazzare di coraggio la sua timidezza. Non sapeva se ci era riuscito. Aveva preparato le risposte da dare, aveva studiato i gesti da compiere, gli atteggiamenti del viso nel tentativo di infondere sicurezza.
La vecchia perpetua l’aveva mandata a letto gridandole nelle orecchie:
“Voi siete malata, capito? Molto malata! Non parlate!”.
Ma quando, finalmente, sull’uscio incontrò un sorriso amichevole, anziché una grinta nemica, restò disorientato.
“Scusate”, disse l’ufficiale tedesco, “vi porto i saluti di un amico, il tenente Franz Seefeld”.
“Oh,” poté appena esclamare il povero prete, “Oh! Oh!”.
Si trasse da parte e lo lasciò passare, turbato, confuso, pentito d’aver pensato tanto male.
Al piccolo tavolo della cucina, dove si affrettò a preparare i bicchierini del marsala, l’ufficiale si guardò intorno.
“Franz mi ha parlato molto di voi, della vostra casa, di questo paese. Brava gente, brava gente!”.
Ormai ogni dubbio si era dileguato. Nella felicità del momento don Angelo perdette ogni freno e parlò, parlò e rise.
Ricordò Franz con le lacrime agli occhi, disse di Laura, per la quale egli aveva mandato i saluti, si scusò del freddo, della miseria, del disordine della piccola canonica.
Andandosene il tedesco portò via un’impressione di sincera cordialità e si augurò di rivedere presto quel piccolo prete gioviale.
Don Angelo lo accompagnò fino alla macchina, rosso in viso e sorridente, gli strinse la mano con calore e stette fermo sulla strada a salutare finché l’automobile non scomparve.
Michele, indifferente, sedeva sempre sul muretto. Vide tutto, ma capì una cosa sola: il forestiero non l’avevano trovato. E fu contento.
Saltò giù da parapetto e si avviò verso casa per dar l’annuncio ai fratelli. Poi si incamminò verso la scuola. A Laura che gli aprì, disse:
“Dammi la chiave, maestra. Devo dire grazie ai bambini, di là. Tu non lo sai, ma hanno fatto una grazia. Dopo te lo dico”.
Laura gli accarezzò i capelli e stette a guardarlo dalla fessura.
Con un gran segno di croce, si era chinato a baciare i due fratellini, poi, piegando le ginocchia sul pavimento, cominciò a dire: “Ave Maria , piena di grazia, il Signore è con te …”

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