martedì 12 febbraio 2008

LA MADONNA DEL TOMMASONE

Breve storia dell’Apparizione e del Santuario della Madonna del Riposo
(Anni 1432-1997)

Un vecchio cascinale

C’era una volta, a Pandino, persa nella campagna, una vecchia cascina, proprio sulla curva, dove la strada si biforca : a destra si va ad Agnadello, diritto si arriva a Rivolta.
Per quasi duecento anni l’avevano abitata varie famiglie di agricoltori.
Si chiamava “Cascina Tomasone” e il nome le derivava da una vecchissima storia, tramandata dalla gente di padre in figlio.
Nel lontano 1432, quando Pandino aveva da pochi anni un Castello, pur essendo un piccolo borgo di soli quattrocento abitanti, nel cascinale abitava Tomaso Damici, un giovanotto robusto, detto anche Tomasone.
Era da poco rimasto orfano di genitori e conduceva la terra, che suo padre gli aveva lasciato, meglio che poteva.
A questo giovanotto, una notte, è apparsa la Madonna col Bambino in braccio, seduta sopra il ceppo di un noce, che un furioso temporale aveva abbattuto qualche giorno prima.
Quella notte egli stava andando a incendiare la cascina del suo vicino, Gaspare della Falconera, col quale aveva avuto un dissidio. Per tre volte egli è uscito di casa, tenendo delle brace accese in un coppo.
Ma giunto al cancello , ogni volta s’accorge che una bella signora forestiera sta riposandosi con un bimbo sulle ginocchia ed un libro in mano, proprio lì, su quel ceppo di noce che egli, a fatica, aveva trascinato in cascina, dopo averne a lungo discusso col vicino, che ne reclamava la proprietà. E ogni volta rientra in casa, sperando che la signora se ne vada.
Ma la terza volta la Madonna lo ferma , gli parla, si fa riconoscere , lo induce al perdono e chiede che venga costruita una chiesa, proprio lì, sul posto, come segno di pace.
Tomaso cade in ginocchio e si pente del gesto malvagio che stava attuando. Quando rialza la testa, la bella Signora è scomparsa. Ai piedi del ceppo di noce è sgorgata una fonte che prima non c’era.
Alle prime luci dell’alba, Tomaso corre in paese, parla con la gente, racconta a tutti la strana apparizione. I capi di Pandino insieme a donne, uomini e bambini, corrono al Tomasone.
E’ vero ! Lì c’è una pozza d’acqua cristallina che non c’era mai stata.
Arriva anche Ubone degli Uberti , il marmista, da sempre zoppicante e sofferente : arriva arrancando, dietro a tutti, con le sue stampelle : pieno di fiducia , immerge la gamba dolorante nella fonte del miracolo e la ritrae guarita. Butta le stampelle e grida il suo grazie a Maria.
Le madri pandinesi, nel corso dei secoli, hanno raccontato la storia di questo lontano miracolo ai figli bambini e poi, ogni volta, li portavano nella piccola chiesa di Santa Marta, di fronte al Castello, davanti ad una statua di legno dorato e dicendo :
“Ecco, questa è la Madonna del Tomasone, fermiamoci a dire un’ Ave Maria” :
Così i ragazzini pandinesi sono cresciuti per decenni, forse addirittura per secoli, con quel racconto nella mente e, probabilmente, l’hanno ritenuto una fiaba, di quelle che si narravano, nelle sere d’inverno, davanti al camino.
A scuola, poi, i maestri, nel parlare del paese, riprendevano quella storia, l’arricchivano di particolari, ne citavano date, nomi, fatti e documenti.
La Madonna raffigurata, nella bella statua di legno dorato, così come Tomaso l’aveva descritta, venne chiamata “Madonna del riposo”, dato che Maria, quella notte, lì si era fermata a riposare, seduta sul ceppo del noce.
Da anni ed anni, ogni volta che si passava davanti a quella vecchia cascina, si ripensava all’antico miracolo e alla chiesa che là era stata costruita nel 1432, alle processioni della gente, che vi accorreva ad ogni scoppiar di battaglie, così frequenti in quei primi secoli, dato che questa nostra terra era zona di confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.
E pareva quasi che quell’andare e venire di carri agricoli e di bestie al pascolo, fosse un poco simile ad un sacrilegio : là dove era apparsa la Madonna, là dove era esistita per secoli una chiesa, non era giusto che non fosse rimasto neppure un segno, che tutto fosse solo affidato, ormai, alla fantasia della gente e alle storie raccontate ai bambini.
Poi la vecchia cascina venne abbandonata. Si era attorno agli anni settanta. Erano passati quasi due secoli da quando il piccolo santuario del Tomasone era stato sconsacrato e trasformato in casa colonica, dopo gli editti napoleonici dell’inizio ‘800. Ed ora anche quell’antica casa colonica aveva esaurito il suo compito. La gente se ne andava a vivere in paese.
Di anno in anno crollava un pezzo di tetto, si scrostavano le pareti, gli infissi venivano strappati via dal vento, l’acqua, durante i temporali, entrava nelle stanze e rovinava i pavimenti.
Il vecchio Tomasone andava alla rovina e pareva proprio che a nessuno importasse.
Poi i campi tutti intorno, un po’ alla volta, si riempirono di cantieri, di macchine scavatrici, di betoniere, di impalcature : un nuovo villaggio stava occupando, metro dopo metro, i campi ridotti a sterpaglie.
Ma il cascinale restava là, con accanto il grande gelso che ogni anno metteva foglie e more e che aveva quasi duecento anni, stando ad un ingiallito documento trovato in archivio.
Stava là, il vecchio cascinale, terrorizzando la gente che passava, poiché pareva proprio che da un momento all’altro, potesse crollare addosso a qualche curioso ragazzino, che , magari, vi entrava per gioco. Se le cose andavano avanti così, presto sarebbe stato abbattuto e sulle sue rovine sarebbe sorta una palazzina piena di finestre e di balconi, ricca di sole e di modernità

Un nome scritto nella storia
Ma nel destino del Tomasone stava scritto il nome di un prete straordinario, curioso della sua storia, innamorato della Vergine Maria, che credeva con forza a quell’antico racconto della Apparizione durante la notte della vigilia della domenica in Albis del 1432. E gli piangeva il cuore nel veder morire, sepolto sotto ville e palazzi, ciò che restava di quel luogo benedetto.
Il nome di quel prete, scritto nella storia segreta dell’Apparizione, era quello di don Gino Alberti.
E poi, a Pandino, c’erano alcuni curiosi, appassionati di storia locale : non si rassegnavano a far distruggere quel cadente cascinale dalle ruspe impietose. Cercavano qualcosa che confermasse le loro supposizioni. Se lì c’era stata, per secoli, una chiesa, qualche segno si doveva trovare : un dipinto, un pavimento, un arco, una colonna, chissà !
E così, sfidando le travi corrose e in bilico, si diedero a cercare, non sapevano neppure loro cosa, sicuri, però, che un segno doveva pur esserci , che alimentasse le loro speranze.
Fu così che, grattando sotto gli intonaci, trovarono, con un tuffo al cuore, i colori degli antichi affreschi coperti da varie mani di pittura, o rosa, o azzurra, o verdolina, vecchie di secoli, con cui generazioni di contadini avevano rinfrescato le pareti affumicate delle stanze.
E poi ci fu una previdente Amministrazione Comunale che, concedendo i permessi per costruire il nuovo villaggio residenziale nei terreni adiacenti, si riservò un certo numero di metri quadrati da adibire a verde pubblico, proprio lì, attorno al vecchio cascinale.
Fu allora che a quel prete straordinario, da una decina d’anni Parroco di Pandino, venne un’idea alla quale si aggrappò con tutte le sue forze : ecco là, proprio là , doveva sorgere un nuovo Santuario a Maria, a quella Madonna del Riposo che, più di cinquecento anni prima, in quel luogo era apparsa a Tomaso.
Un’idea quasi impossibile da realizzare, che egli, però, comincia a cullare nel cuore, pregando, perdendo il sonno la notte, pensandoci e ripensandoci, senza avere quasi il coraggio di parlarne durante le pause del suo impegnatissimo vivere quotidiano.
Un sogno, dunque ? Soltanto un sogno ?
Ma giunge l’autunno del 1992. Da mesi don Gino Alberti pensa, prega, si entusiasma, si abbatte, reagisce.
Poi comincia a parlarne : prima ai suoi più stretti collaboratori, i giovani sacerdoti don Angelo Storari e don Massimo Calvi, poi ai vari Consigli, Gruppi, Associazioni.
Che ne pensano i collaboratori più vicini al loro Parroco ?
C’è chi si entusiasma , ma c’è anche chi ha dei dubbi.
Poi se ne accenna in Curia. Certo l’idea è bella, ma come farà, don Gino ? La Curia non ha mezzi finanziari da offrire.
“Faremo da soli”.
L’affermazione sembra azzardata, ma chissà... Pandino è generosa...
Poi si interpella il Comune : che ne dite di quel terreno da adibire a verde pubblico ? Sono circa diecimila metri quadri, ci starebbe il Santuario e anche il verde pubblico...
Certo, la cosa si potrebbe fare, ma attenzione : non vi potranno essere contributi neppure qui...
E allora ? E allora coraggio, don Gino ! Faremo da soli !
La gente a poco a poco si appassiona all’idea. La povera gente, dapprima.
C’è una anziana pensionata che assicura :
“Il primo milione glielo voglio dare io”.
E ce n’è un altro che dice :
“Dal mio guadagno detraggo ciò che mi serve per vivere e il resto glielo porto ogni mese, non dubiti. Io vivo con poco.”
E alla sua morte, lassù in montagna, durante un’escursione, si scopre che alla Parrocchia, per il Santuario, egli ha lasciato in eredità la sua casa.
C’è poi una vecchia signora dalle ampie possibilità, che dice :
“So che serve una cifra importante per avere l’autorizzazione a cominciare i lavori. Gliela offro io con tutto il cuore”.
La vecchia signora è la proprietaria della Cascina Falconera. Che destino ! E’ la stessa cascina che Tomaso, quella sera, si accingeva a incendiare ! Don Gino comincia a sperare.
Il primo annuncio ufficiale appare su “Collegamento”, il Bollettino Parrocchiale del paese, nel dicembre del ’92. Scrive il Parroco :
“L’idea suggestiva di un piccolo Santuario al Tomasone, corredato da opportune articolazioni logistiche, noi la poniamo vicino alla culla del Divino Infante: che sia solo un sogno, una speranza, o una probabilità fattiva, lo diranno la grazia del Signore e la buona volontà dei pandinesi.”
E due mesi dopo, nel febbraio ’93, sempre su “Collegamento”, si può leggere a firma -don Gino- :
“Debbo confessare che, pur fiducioso e pieno di speranza nel dare l’annuncio, mai mi sarei aspettato una accoglienza tanto pronta e concorde, proveniente da tutti i settori della comunità. Sembra che la Madonna stessa si sia incaricata di aprire, subito e da ogni parte, le vie che conducono a quella realizzazione, tanto rapidamente si son venuti creando, attorno all’iniziativa, entusiasmo e disponibilità.”
Passano i mesi : arrivano gli incontri mariani di maggio, uno dei quali si tiene proprio là, sul campo dove tra poco arriveranno, si spera, le ruspe per dare il via ai sospirati lavori.
La folla guarda e prega : qui è apparsa Maria, qui ha avuto la sua prima Casa pandinese, qui ritornerà con l’aiuto di Dio e col sostegno della nostra gente.

Canzone di architettura
Nel febbraio ’94, ecco, finalmente, la notizia che son pronti i progetti preparati da cinque architetti, uno più bello dell’altro. Difficile scegliere.
Don Gino, che nel frattempo è stato fatto Monsignore, non vuole averne la responsabilità e non vuole influenzare alcuno. Forma una commissione di esperti, tutti estranei all’ambiente pandinese. Decidano loro in base alla propria competenza.
Ed ecco il responso : l’opera scelta è quella dell’architetto Claudio Bettinelli di Crema.
Don Gino nel darne notizia, nella Pasqua del ’94, intitola il suo scritto “Canzone di architettura”.
Le fotografie del progetto, pubblicate su “Collegamento”, riprendono tutto l’insieme da ogni lato. Pare davvero un canto che nasce tra il verde e sale verso l’azzurro.
Giunge il 1995 . Ruspe al lavoro, autocarri che vengono e che vanno e prime delusioni, purtroppo : il terreno ha bisogno di lavori straordinari prima che si gettino le fondamenta.
Un’opera di palificazione costosa e imponente è indispensabile.
Ma facciamoci coraggio !
Si va avanti e ben presto sul prato sconnesso c’è una grande spianata in cemento, su cui, poi, si appoggeranno le mura portanti.
E’ qui che arriva, il 23 aprile ’95, domenica in Albis, il nuovo vescovo di Cremona, mons. Giulio Nicolini per porre la prima pietra.
E’ festa grande !
La folla sul piazzale è enorme , la primavera sta sbocciando dovunque : nei giardini, nei campi, nei cuori.
Il nostro Santuario è al nastro di partenza, benedetto dal Vescovo, sotto lo sguardo sorridente della nostra Madonna !
D’ora in avanti i lavori non hanno soste. Vediamo nascere le mura, svettare il campanile. Il grande tetto, simile ad un manto, attira l’attenzione della gente, e poi il colonnato del portico, caldo di sole nei suoi mattoni a vista, l’abitazione del Cappellano, la sala-ragazzi, la sala-ristoro, la Cappella delle adunanze, gli appartamenti della Casa dell’Accoglienza, voluta da benefattori forestieri, amici di vecchia data di don Gino. Proprio loro vorrebbero che tutto fosse come allora nel Santuario Mariano. Nessuno aveva pensato, per esempio, alla fontana che sgorgò dove la Vergine aveva posato i piedi : una spesa che si era stati costretti ad eliminare per motivi di risparmio. Ebbene, ci penseranno loro, questi amici preziosi . La fontana ci sarà.
Il 1996 trascorre tra il batticuore del Parroco, che si accentua ad ogni scadenza dei pagamenti, e la “corsa” dei pandinesi per arrivare in tempo a coprire le spese.
Goccia su goccia si riempie il mare !
I milioni previsti, purtroppo, diventano miliardi. Ma don Gino dice :
“Quando sono in pena mi rivolgo a Maria e, improvvisamente, ecco arrivare la mano di Dio. Giunge un’offerta che non mi aspettavo.”
Per la domenica in Albis del 1997, ritorna il Vescovo per benedire le nuove campane : esse sono cinque e il loro suono si spargerà nella campagna circostante, toccherà i cascinali sparsi, arriverà fino al paese : una voce benedetta che ci riempirà di gioia.
Quel giorno la festa è grande, la folla è al di sopra di ogni previsione : giornata splendida, cielo terso, sole caldo e un vento allegro e pazzo che sembra scherzare con tutti.
Il Parroco è commosso fin quasi alle lacrime. Il Vescovo, entusiasta, parla alla gente col cuore in mano. Un “campanaro” pieno di brio, improvvisa un festoso concerto che il vento si porta lontano.
Ogni campana ha i nomi dei Santi cari alla nostra devozione : c’è la più grande, dedicata a Cristo Redentore ; poi quella che ricorda la Vergine del Riposo con a lato le immagini del nostro Castello e del nuovo Santuario. La terza porta i nomi di San Giuseppe, San Pietro, San Paolo e San Francesco, patroni della Chiesa universale e di quella italiana.
Poi c’è la quarta con i protettori di Pandino e della Diocesi, Santa Margherita, Santa Marta e Sant’Omobono.
Ed infine la più piccola, col Beato più recente, Francesco Spinelli, e col Santo protettore della gioventù, San Luigi Gonzaga.
Il tutto per il ragguardevole peso di 950 chilogrammi, con un concerto “pesante” in si bemolle, destinato a farsi sentire a distanza col suo suono armonioso e gentile.

Ho fatto un sogno .. .
Giunge così, finalmente, dopo un’estate laboriosa, tutta dedicata a rifiniture preziose ed attente, la prima domenica di ottobre del 1997 : il nuovo Santuario pandinese della Madonna del Riposo, viene benedetto e inaugurato dal vescovo mons. Nicolini.
Il voto è stato sciolto.
L’avevano fatto, quel voto, prima di don Gino, costruendo o restaurando l’antico Santuario e tenendone viva la storia, altri Parroci di Pandino nel corso dei secoli e i loro nomi sono ricordati in antichi manoscritti.
C’è, per primo, don Gottardo Valtorta che nel 1432 accoglie le parole di Maria , riportate da Tomaso, e si accinge subito alla costruzione della prima chiesa, lì, sul posto.
C’è poi don Stefano Zuvadelli che, nel 1610, fa riprodurre integralmente gli appunti di don Gottardo in cui si narrava la storia dell’Apparizione e della costruzione di quel primo Santuario.
Troviamo più avanti don Giuseppe Calleri che, nel 1710, benedice i restauri del tempio che i parrocchiani avevano effettuato per ringraziare la Vergine del Riposo, la quale li aveva protetti durante una furiosa epidemia.
Nel 1783 c’è don Giovanni Pavesi, guarito da una grave malattia dopo novene fatte dai parrocchiani alla Madonna del Tomasone. In segno di riconoscenza , ci furono quell’anno, a Pandino, quattro giorni di solenni cerimonie, culminate con l’incoronazione della statua della Vergine del Riposo.
Poi troviamo don Francesco Zanenga che, nel 1779, dice nelle sue memorie : “Lascio scritto che la festa della domenica in Albis si farà ogni anno in grande solennità, fino alla consumazione dei secoli”.
E ancora, nel 1891, il Parroco don Pietro Martire Frosi, che “con l’aiuto dei divoti del paese”, fa restaurare la statua quattrocentesca della Madonna.
Ora, negli annali del Tomasone, si scriverà questa data, 5 ottobre 1997, quando tutto un popolo esultante si è stretto attorno al suo parroco, Monsignor Gino Alberti, che un giorno disse di aver fatto un sogno...
Era un sogno “impossibile” ed egli l’ha cullato per mesi, per anni, ora incerto, ora trepidante, ora sicuro di sé ed entusiasta.
Ha affrontato notti insonni, timori ed ansie, dubbi e speranze, ha pianto ed ha sorriso.
Ha parlato, pregato, predicato , incitato la sua gente, ringraziato.
E’ vissuto nell’attesa di questo giorno ; non per sé, certo. Egli, infatti, ripeteva spesso :
“Io sono solo un povero prete...E’ la Madonna che agisce servendosi di me.”
Ora il Santuario della Vergine del Riposo è qui, nuovo, alle porte del paese, bello come una visione, ricco come una promessa.
Maria l’aveva chiesta questa sua “casa” più di cinquecento anni fa e poi aveva posto quel sogno nel cuore di un prete e l’aveva aiutato a vincere tutte le difficoltà confortandolo nei momenti di mortificazione e di delusione.
Gli ha dato speranza, ha spinto la gente verso di lui e poi ha riempito quel mare di necessità pian piano, quasi per rendere il suo aiuto più desiderato e prezioso.
Ed ecco, il miracolo s’è avverato, il sogno si è realizzato !
Don Gino se n’è andato improvvisamente e tragicamente, vittima incolpevole di un incidente stradale, due anni dopo l’inaugurazione del nuovo Santuario, il 17 dicembre 1999. Ma questo tempio di pietra resta e parlerà di Lui per anni e anni e dovrà diventare un tempio di anime, un tempio vivo, così come Lui l’aveva sognato
Sarà ancora necessaria, certamente, l’opera di Maria, che chiami tutti a Cristo, e l’opera dei suoi sacerdoti , che riempiano il tempio di sacre preghiere, di inviti, di incontri.
Insomma, un sogno che continua : un sogno pieno di fascino, destinato a durare nel tempo.

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