UN PANDINESE IN VIAGGIO PER L’EUROPA
(1942-1945)
E’ Ferragosto del 1998.
La sera è incipiente, la gente, poca, dato che molti sono ancora in vacanza, esce dal Santuario e si
ferma sul piazzale per salutare gli amici. Ormai ci conosciamo tutti, noi, fedelissimi della Vespertina delle venti. Ed ecco, un amico mi sorride e mi chiede se ho un attimo di tempo : ho detto “un amico” anche se , forse, in tutti questi anni, ci siamo scambiati solo sorrisi e qualche gesto di saluto. Ma tant’è : è anche lui un “amico”, poiché tutti, dopo una Messa raccolta e sentita come questa in Santuario, ci sentiamo più uniti.
Mi dice ; “Oggi sono tutti in ferie, in giro per il mondo. Sa, anch’io ho girato l’Europa in su e in giù, tanti anni fa. Ma non ero in ferie, ero in guerra. Ho scritto un diario, allora. Lei riferisce spesso di fatti d’altri tempi, forse le piacerebbe leggerlo...”
Certo che mi piacerebbe ! Sono sempre curiosa delle cose passate, delle esperienze vissute dagli altri.
“Se domani glielo porto, va bene ?”
“Benissimo, l’aspetto.”
E così Rosolino Bertazzoli, classe 1923, pandinese da generazioni, mi porta due quaderni : uno è scritto a mano .
“Vede, ho riordinato , appena rientrato dalla prigionia, le note che avevo scritto di volta in volta...”
L’altro è dattiloscritto, senza pretese, cucito al centro con l’ago e il filo e chiuso in una semplice copertina di cartone.
“Me l’hanno battuto a macchina i miei figli, così si legge meglio”.
E’ vero e io mi ci metto subito, quasi con golosità.
Anch’io ho vissuto quegli anni di guerra, quelle date le ricordo tutte, ad una ad una.
Quel Natale 1942, per esempio, quando il nostro amico riceve la “cartolina” di richiamo alle armi ; io ero a scuola e facevo la “raccolta della lana” tra i miei scolari per poi confezionare indumenti caldi da inviare ai soldati in Russia.
E quell’otto settembre del 1943, quando egli, a Patrasso, in Grecia, ode la notizia dell’armistizio firmato da Badoglio : notizia che doveva restare segreta e che, invece, trapelò e percorse come una ventata l’Italia, la Russia, l’Africa, la Grecia, l’Albania, la Jugoslavia, dovunque ci fossero eserciti in guerra. Io vidi in quei giorni, per le nostre strade, soldati in fuga, nascosti tra i campi, in cerca di cibo e di abiti borghesi, abbandonati a se stessi, senza ordini, senza guida, senz’altro pensiero che raggiungere le case lontane dove trovare un rifugio .
Rosolino Bertazzoli quel giorno era a Patrasso, in una enorme caserma senza più ufficiali. Che fare ? Da lì era impossibile fuggire e raggiungere casa. Così vennero i tedeschi, che si erano sentiti traditi dagli ex alleati e li disarmarono , li caricarono su lunghe tradotte e, senza dare spiegazioni, li portarono verso il nord.
E’ commovente leggere le frasi con cui egli descrive quel viaggio allucinante. Dalla Grecia alla Bulgaria, da qui in Albania, poi in Jugoslavia, infine in Austria e poi in Germania , su su, fino a Berlino. Un viaggio che non finiva mai, con poco cibo, con tanta ansia nel cuore, con l’Italia che si allontanava sempre più.
Poi ecco i prigionieri in un vastissimo campo recintato, tra migliaia e migliaia di soldati italiani sconvolti : troppo presto ci si era illusi che con l’armistizio la guerra fosse finita.
“Nelle scodelle del rancio c’erano solo barbabietole bollite e qualche pezzo di rapa e, sul fondo, cucchiaiate di sabbia... E poi un filone di pane nero del peso di un chilo e mezzo da dividerci in sette...”
Anch’io ricordo quel pane nero e appiccicoso, che qui in Italia si comprava coi bollini delle tessere annonarie. Eppure come lo si divorava, afflitti come eravamo da una fame sempre insaziata.
Nel campo berlinese per i nostri soldati comincia anche un’altra tragedia : i bombardamenti sulla città.
“Il cielo su Berlino è sempre totalmente coperto di apparecchi, con formazioni che arrivano e altre che se ne vanno dopo aver sganciato le loro bombe”, scrive Bertazzoli.
La città brucia, è tutta un rogo. Appena cessa l’allarme aereo, i prigionieri debbono uscire con picconi e badili a rimuovere le macerie, a sgombrare le strade, a recuperare i morti.
Ricordo anch’io i bombardamenti di quegli anni ; come quando a Gorla, alla periferia di Milano, un aereo sganciò le sue bombe sopra una scuola elementare, uccidendo di colpo 300 bambini con 15 maestri, la direttrice della scuola e due bidelli ! Che strazio...
Arriva il Natale del 1943. Il nostro amico racconta :
“La sera della vigilia ho mangiato la solita minestra di rape. Però la giornata mi era stata propizia : avevo trovato, nel rimuovere le macerie, un pezzo di pane e lo avevo gelosamente custodito in fondo allo zaino per l’indomani, giorno di natale... A mezzanotte in punto il Cappellano del campo celebra la Messa davanti al presepio, tenuto nascosto dietro una tenda fino allo scoccare dell’ora fatale... E’ magnifico ! Sebbene costruito con immagini di cartone dipinte dal tenente medico, sembra quasi vivo e mi fa ricordare i bei presepi della mia chiesa pandinese. Sono emozionato e penso ai miei cari lontani. Chissà che gioia se sapessero che noi siamo qui , davanti a un altare, davanti a Gesù Bambino e preghiamo per loro e perché arrivi presto il giorno in cui potremo riabbracciarli... Alla fine tutti facciamo la santa Comunione. A me viene spontanea una preghiera : -Gesù, tu che sei colui
che pacifica i cuori, porta finalmente la sospirata pace in tutto il mondo e fa che ad ogni madre tornino presto a casa i figli...-“
Passa il Natale, arriva la Pasqua. Crollano i palazzi attorno a loro, bruciano le case, scoppiano le bombe. I prigionieri vivono giornate intere rintanati nei rifugi e quando escono con picconi e badili, pare che Berlino non esista più.
Ma un giorno, dato che era stata concessa una certa libertà ai prigionieri, dopo che avevano accettato di aderire ai “lavoratori liberi” , come richiesto dalle autorità tedesche, ecco la grande occasione !
E’ un pomeriggio di novembre e nel campo sportivo di Westend si disputa la partita di calcio Italia - Francia, tra lavoratori di Berlino.
“Sono presenti” , si legge nel diario, “migliaia di persone e moltissimi sono gli italiani. Mentre seguo la partita, mi sento battere sulla spalla. Mi giro e, sorpresa, mi trovo davanti un paesano, Pietro Zanaboni ! Non si può immaginare la gioia ! L’emozione ci chiude la gola... Anche lui si trova a Berlino, ma dall’altra parte della città... La domenica dopo , con un compagno di Trescore Cremasco che ha un compaesano nello stesso campo, vado a trovarlo. Sembra quasi d’essere al paese.”
Arriva un altro Natale e poi Capodanno. Con Zanaboni continuano a vedersi, si vanno a trovare a vicenda attraversando una immensa Berlino ormai ridotta ad un cumulo di macerie fumanti.
I russi, si sente dire da radio - campo, si fanno sempre più vicini. Il nostro amico scrive :
“Sono ormai a 90 chilometri dalla capitale. La popolazione è atterrita e tutti vengono mobilitati per la difesa di quel che rimane della città... Anche noi siamo trasportati dieci Km. più in là per costruire fortificazioni, trincee, camminamenti, fossi anticarro”.
La guerra sta volgendo al termine. Dopo un’altra Pasqua tra le bombe, arriva la fine di aprile.
I caccia russi passano a volo radente e i bombardieri scaricano bombe su bombe. Si vive ormai solo nei rifugi. Scrive ancora Bertazzoli :
“Il 23 aprile ci portano con seghe ed accette nel grande parco di Tiergarten. La Cancelleria di Hitler si trova a meno di cento metri. Noi veniamo impiegati a tagliare grosse piante e a buttarle in terra per formare delle improvvisate difese. Gli apparecchi russi, sfiorando gli alberi, mitragliano a tutta forza... La situazione si fa critica. Io e alcuni compagni riusciamo ad allontanarci da quell’inferno e rientriamo incolumi al nostro campo... Il bosco di Tiergarten viene tutto raso al suolo. I nostri compagni si sono salvati. Abbiamo avuto solo un paio di feriti.... Nella notte attendiamo con ansia l’arrivo dei russi ; sembrano dietro la porta , ma non arrivano mai....Il due maggio 1945 si ode gridare nel rifugio dove siamo nascosti : - La guerra è finita !-“
Ma per il nostro amico non è proprio così.
Arrivano, infatti, i russi e dopo un paio di settimane giunge l’ordine di partire.
Con una lunga e lenta tradotta, tra binari disastrati, su ponti traballanti, con locomotive che perdono acqua, gli italiani lasciano Berlino.
Ma la tradotta non scende in Italia, come essi speravano. Va , invece, a Varsavia, in Polonia.
Altro campo di raccolta, altre attese, altre speranze. Ma pare che nessuno voglia occuparsi degli italiani : ognuno ha i suoi problemi a cui pensare. Gli italiani devono arrangiarsi da soli.
E così un giorno si mettono in cammino e vanno vanno, a piedi, lungo strade polacche sconosciute, alla ricerca di altri compatrioti che sappiano indirizzarli, togliendoli dallo sbando.
Finalmente a Landsberg trovano un centro di raccolta con un capitano medico che lo dirige.
Altra attesa lunga, monotona.
“Qui muoiono sei compagni”, scrive il nostro amico, “ proprio quando si stava avverando il sogno di far ritorno a casa”.
Finalmente il 16 settembre 1945 arriva l’ordine della partenza.
Altra tradotta lenta, scassata, su rotaie semi distrutte, su ponti ricostruiti in fretta.
“Ma non si andrà in Italia neppure stavolta. Si ritorna a Berlino. I russi ci consegnano agli americani, saranno loro a riportarci in patria... Guardando la metropoli ridotta ad un cumulo di macerie , la mia avventura mi sembra un brutto sogno...La realtà, ora, mi riempie di gioia. Mi viene il desiderio di perdonare a tutti”. Così scrive Bertazzoli nel suo diario.
Alla stazione di Berlino, dopo qualche ora d’attesa, viene cambiata la locomotiva al convoglio e si riparte, stavolta giù decisamente verso il sud. Si attraversa la Baviera, si tocca Monaco, si entra in Austria. L’Italia è vicina ! Ecco il confine, poi Bolzano, Trento, Verona, Milano, Treviglio.
Il nostro amico è quasi arrivato a casa. Lascia la stazione con due compagni doveresi incontrati durante il viaggio, e sale sulla corriera per Lodi.
“E’ piena zeppa di gente,” scrive il nostro reduce, “ ma non ci sgomentiamo. Noi tre siamo abituati ai viaggi scomodi : prendiamo posto sul tetto della corriera, dove si respira aria migliore...In meno di mezz’ora sono nelle vicinanze di Pandino. Ecco il mio bel campanile.... E’ lunedì, giorno di mercato, la gente gremisce la piazza...”
In questo modo il pandinese Rosolino Bertazzoli ha fatto il suo “giro d’Europa” : un tragico giro, che egli non augura ad alcuno.
Meglio , molto meglio, certo, il giro del mondo che tanti pandinesi si sono fatti in questo Ferragosto ’98 per godersi le ferie !
martedì 12 febbraio 2008
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