GINETTO
(Anni 1938-1996)
A Pandino era chiamato semplicemente così, Ginetto.
Ma il suo nome era Luigi Ghetti, aveva 56 anni quando è morto e da ben trentatrè stava percorrendo un suo durissimo calvario. Forse nessuno come lui ha tanto sofferto e per così lungo tempo.
Eppure Ginetto era stato un ragazzo sano, come gli altri, fino a ventitrè anni. Allegro, vivace, giocatore di calcio, appassionato di motociclette, amante della musica, suonava la batteria nel complesso di Stelio De Paoli.
Era figlio unico , legatissimo a sua madre.
Ha cominciato a lavorare a quindici anni, come operaio, a Milano , subito dopo aver terminato di frequentare la Scuola d’Avviamento Professionale di Pandino.
Fece regolarmente il servizio militare a Gorizia ; era porta - ordini e usava la moto come mezzo di trasporto rapido. E ne era entusiasta.
Quando parlava di quel periodo della sua vita si illuminava tutto.
Era cresciuto in Oratorio quando don Orlando Boccoli ne era il Curato : un Prete che aveva ben amalgamato il gruppo dei suoi giovani, dando loro una impronta duratura. Lo si è visto anche di recente, a fine giugno, quando don Orlando è tornato dalla sua Missione in Brasile per celebrare la Messa d’oro nel nostro Santuario, circondato dai suoi “ragazzi” di allora, che non l’hanno mai dimenticato.
Anche Ginetto era molto legato al suo Curato. Mi è stato raccontato che spesso, anche negli ultimi mesi della malattia, quando il dolore e la tristezza lo aggredivano, bastava cantargli in sordina le vecchie canzoni degli “Aspiranti “ , che don Orlando aveva insegnato, per vederlo sorridere e cercare di batterne il tempo con la mano.
Anche parlargli dei ricordi di scuola, delle partite di calcio, delle gite fatte insieme, lo rasserenava. Le amiche e i compagni di quegli anni lo sapevano e gli facevano spesso compagnia, riandando a quei giorni.
Quando la malattia non era ancora giunta al massimo della sofferenza, i suoi amici più fedeli, tra cui Emilio Monti, Vico Bressani, Guido Moro, Danilo Orsini, Corrado Sala e qualche altro, lo volevano con loro dovunque andassero per gite o svaghi : Ginetto era già in carrozzella, non riusciva più a parlare, era paralizzato in metà del corpo, ma per loro non fu mai un problema.
Negli ultimi anni , dato che era un amante del “liscio” , una volta fu persino accompagnato nella discoteca “Studio Zeta” di Caravaggio. La musica gli teneva sempre molta compagnia.
Aveva 23 anni ed era il 1961, quando si manifestò il primo attacco del male : all’inizio si parlò di epilessia, ma poi si scoprì che si trattava di un tumore al cervello.
Operato al “Besta” di Milano, tornò a casa camminando col bastone. Ma non era finita : qualche tempo dopo il tumore si riformò. Rioperato tornò a casa privo della capacità di parlare.
Allora sì, vedemmo Ginetto veramente disperato. Che sforzi faceva per farsi capire, per comunicare con gli altri !
Ma poi si rassegnò, accettò il suo nuovo handicap, anche se non perse la speranza. Fece lunghi esercizi di logoterapia, con tenacia , pareva anche che migliorasse.
Ma per la terza volta il tumore si ripresentò : operato di nuovo, tornò a casa definitivamente in carrozzella.
La sua vita pareva davvero finita. Ma egli tenne duro, parlava con gli occhi, gestiva con l’unico braccio sano, si aggrappava a chiunque gli mostrasse un po’ di simpatia.
Aveva bisogno di sua madre in tutto. E sua madre era sempre a sua disposizione , giorno e notte, con una costanza e un amore meravigliosi. Nulla doveva mancare a suo figlio : lei lavorava, andava a servizio, esauriva i suoi risparmi, soprattutto dopo la morte del marito, anch’egli stroncato da un tumore.
I ricoveri in ospedale di Ginetto, oltre le tre dolorosissime operazioni, sono stati innumerevoli. Persino sua madre, forse, ne ha perso il conto.
Quando si stava qualche giorno senza vederlo, sulla sua carrozzella, al bar, in chiesa , o per le vie del paese, tutti dicevano :
“Poveretto, sarà un’altra volta in ospedale...”
Ed era così, con crisi cardiache o respiratorie, con dolorose ferite, o piaghe, con umilianti disturbi, o con nuovi piccoli interventi chirurgici. Pareva un povero Cristo sul suo calvario, inchiodato alla sua croce, in attesa della morte liberatrice.
Ma Ginetto la morte non l’ha mai invocata, stava aggrappato alla vita con tutte le sue ultime forze, reagiva, combatteva, sperava, pur nella tragedia senza fine che da anni lo teneva prigioniero.
Ebbe sempre accanto a sé persone amiche, vecchi compagni di scuola, di oratorio, di gioco e di gite, obiettori di coscienza in servizio presso il Comune, sacerdoti, donne generose che si alternavano di notte al suo letto, anche quando era in ospedale, per dare un po’ di sollievo alla madre, perché ogni tanto potesse almeno dormire e , per un po’, forse, dimenticare. Particolarmente preziosa è stata l’assistenza quotidiana del dottor Mattioli.
Pare una cosa da non credere, ma Ginetto, pur nelle sue strazianti sofferenze, non solo era sensibile all’amicizia, alla riconoscenza, ma era anche molto colpito dal dolore altrui : certo, egli era il più adatto a comprendere certe cose. Egli conosceva da tanti anni il sapore amaro, troppo amaro, della sofferenza !
E’ giusto che il paese non si dimentichi troppo presto di Ginetto e che sia vicino a sua madre, la quale ha perso tutto, anche la capacità di piangere, perdendo suo figlio.
domenica 10 febbraio 2008
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