TRE STORIE DI RAGAZZI ALL’OMBRA DEL V.A.R.T.
( Anno 1980)
Conosco tre storie, tutte uguali, con protagonisti che ho avvicinato di persona e tutte, purtroppo, con un fondo comune: la droga.
Le ho conosciute attraverso il VART di Pandino (Volontari Assistenza Recupero Tossicodipendenti), valorosa associazione che, sotto la guida del signor Giampiero Paiardi e di un giovane medico di Spino, dottor Erno Bombelli, si è data da fare, per anni, in un’opera altamente meritevole, coinvolgendo un gruppo di giovani pandinesi che ha sempre lavorato con entusiasmo e amore.
Voglio narrare le tre storie perché in due di esse, le ultime in ordine di tempo, c’è senz’altro una nota di speranza ed è giusto che la gente lo sappia.
Si tratta di tre ragazzi poco più che ventenni: Lea, Lorenzo, Roberta.
Lea l’ho conosciuta bambina: bella, vivace, chiacchierina. Poi l’ho persa di vista.
L’ho rintracciata un giorno, anni e anni dopo, tragicamente, tra le pagine fotocopiate di un fascicolo redatto dal Tribunale, che aveva indagato su “la morte improvvisa di una giovane donna”. Me l’aveva mostrato, con la morte nel cuore, il nonno di Lea.
Nel fascicolo c’erano i rapporti impersonali di carabinieri, magistrati, medici che ne avevano scandagliato la breve esistenza e sezionato il corpo durante l’autopsia.
Lea è stata trovata morta in una piccola città di provincia, lontana chilometri e chilometri da casa, proprio nel giorno del suo compleanno.
Al paese l’aspettavano mamma, papà e una figlia bambina.
L’hanno trovata con la siringa ancora in mano e una goccia di sangue sopra un piccolo foro nell’avambraccio sinistro, all’altezza del polso.
Dopo una breve indagine, per carabinieri, medici e magistrati il caso è stato considerato chiuso: uno dei tanti. Alla gente, purtroppo, non fa più alcuna impressione, purtroppo.
I benpensanti dicono.
“Ma come è possibile? Ormai lo sanno che dietro l’eroina, presto o tardi, arriva la morte. Perché non la smettono?”
Eppure Lea aveva provato a smettere, una, due, tre volte. Ma c’era sempre ricaduta. Lo sapevano tutti in famiglia che si drogava e sicuramente avranno cercato, a modo loro, di aiutarla: ma hanno perso la battaglia.
Ripensando alla bella bambina che, d’estate, veniva dai parenti a passare qualche giorno di vacanza, rabbrividisco rivivendo, durante la lettura del fascicolo, il suo dramma.
Ma quello descritto nei fogli stampati è stato solo l’atto finale: il dramma vero vissuto da Lea è durato per lunghi anni, con qualche rara speranza e molta, molta disperazione.
L’altra storia che voglio narrare è quella di Lorenzo, più recente e con finale relativamente più sereno.
Lorenzo, orfano dalla prima infanzia, passa da un istituto assistenziale all’altro, poi, maggiorenne, si mette in giro per il mondo. Cerca lavoro, ma incontra di tutto, anche la droga.
Quando ritorna al paese trova una casa, ma è solo e disoccupato. La droga gli serve ora più che mai e ogni astuzia è buona per procurarsi la dose che ritiene vitale.
In paese la voce si sparge. C’è chi critica, chi condanna, ma c’è anche qualcuno che vuol dargli una mano. Lorenzo, d’altronde, è allo stremo e accetta l’aiuto.
Così un giovane medico, qualche ragazzo, due coppie di sposi si mettono d’impegno. Non lo lasciano solo un minuto, si alternano al suo letto ventiquattro ore su ventiquattro, anche solo per guardarlo dormire. Nel braccio ha infilato la flebo disintossicante che dovrà ridargli la vita.
Passano i giorni, la cura finisce. Egli deve uscire di casa, stare con gli altri, trovare un lavoro che gli stanchi il corpo e la mente e distolga il pensiero dall’estasi momentanea che la droga può dargli.
Ed ecco: una coppia di sposi gli offre un posto in famiglia, figlio tra i figli. Un amico gli affida un lavoro in campagna, con lui, su e giù coi trattori, a rivoltare il fieno e a mietere il grano.
Poi c’è il gruppo dei ragazzi che lo vuole nella squadra di calcio, mentre si sta disputando un campionato tra amici.
Dopo qualche tempo Lorenzo sembra un altro. Tutti ne sono felici.
Poi arriva un provvedimento importante: è stata trovata per lui una comunità di recupero che ha un posto disponibile.
Lorenzo accetta la nuova sistemazione e gli amici vanno, tutti insieme, ad accompagnarlo. Resterà laggiù almeno due anni. Tornando troverà, certamente, ancora tutti ad aspettarlo e forse ci sarà per lui, finalmente, una vita nuova.
L’altra storia riguarda Roberta. Era sconosciuta a tutti in paese, fino ad un paio di mesi prima.. Veniva dalla metropoli, anzi, dai marciapiedi della metropoli. Aveva anima e corpo a brandelli.
Qualcuno dice: ”A Pandino c’è un gruppo che forse può darle una mano”.
Così Roberta viene “depositata” in paese, tra ragazzi costernati e una famiglia generosa che si offre di accoglierla.
Anche per Roberta incomincia la dura prova della disintossicazione.
La famiglia che l’ospita trepida per lei, i ragazzi del gruppo le sono vicini.
Finalmente la cura finisce. Ora, però, necessita un posto in una Comunità che l’accolga.
Si cerca, si telefona, si chiede.
La risposta è sempre una sola: ”Per ora siamo al completo. Aspettate l’autunno.”
Ma Roberta ha fretta, non resiste più.
Si cerca allora anche all’estero e il posto si trova, ma occorre una cifra iniziale cospicua, che i ragazzi non hanno.
Che fare?
Qualcuno si attacca al telefono e chiede aiuto agli amici e il miracolo si compie nel giro di un giorno.
“Come è buona la gente”, vien fatto di dire.
Roberta ora ha tutto ciò che le serve: la voglia di guarire, il posto dove andare, il denaro necessario per farvisi accogliere.
Fra qualche mese i ragazzi andranno a trovarla al di là delle Alpi.
Prima di partire Roberta ha detto agli amici di Pandino: “Siete voi la mia casa.”
E’ stato il grazie migliore.
Tre storie uguali e diverse nello stesso tempo. E’ diverso il finale, ma sono identici gli anni di morte passati nel tunnel più nero che esista.
Lea non ha trovato, al momento giusto, ciò di cui aveva bisogno. Lorenzo e Roberta sì. E non c’è voluto molto, credete: pochi ragazzi quasi spaventati al primo approccio col drogato, due coppie di sposi col cuore grande così, un giovane medico sempre disponibile.
Tutto qui, ma è bastato.
P. S. - Riordinando questi miei racconti a distanza di anni, sono costretta a fare, purtroppo, un’aggiunta: Lorenzo ha sì superato la crisi della droga, pareva diventato un ragazzo sereno; ma, sotto sotto, covava un male mortale legato alla droga. Lorenzo è morto, dopo anni di disperazione e di speranze, di AIDS, nel 1995.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento