LA VITA IN “ RINASCENTE”
(Anni 1930-1950)
Ho conosciuto la “Cecchina”, o meglio, la graziosa e simpatica signora Francesca Bressani in Grioni, ora residente a Rivolta d’Adda, che ha abitato in “Rinascente” durante tutta la sua infanzia e la sua giovinezza.
Coi suoi ricordi così vivaci e interessanti, si potrebbe scrivere un romanzo, non un solo articolo come io mi propongo di fare. Il suo racconto è un fuoco di fila di notizie, macchiette, episodi, piccole storie che , una volta, prima e durante la guerra del ‘40-45, si vivevano tutti insieme , in comunità di vita e di affetti.
C’erano più di venti famiglie in quegli anni in “Rinascente , ognuna con la sua “fetta” di casa.
Infatti il grande e lungo caseggiato a tre piani, appena al di là di Piazza Castello, aveva tante porte che davano direttamente sull’ampio cortile . Da queste porte ogni famiglia entrava nella sua cucina, saliva una scala e raggiungeva la prima camera da letto , poi, dopo una seconda rampa, arrivava all’altra stanza : stanze sempre affollate perché di figli ce n’erano dovunque parecchi.
“ Ogni abitazione aveva due sole lampadine, una in cucina e l’altra a metà scala. Era questa che illuminava, malamente s’intende , anche le due camere da letto, dove, d’altra parte, la luce non serviva, perché a letto si doveva dormire”, mi dice.
E siccome nelle stanze non vi erano orologi o sveglie, la signora Cecchina ricorda che nella sua il “Giotto” aveva aperto una fessura nella parete verso il campanile e da lì si potevano adocchiare le ore al grande orologio della torre.
In “Rinascente” la Cecchina, con madre e sei fratelli, si era trasferita quando aveva quattro anni. Per lei quella fu un giornata molto triste : suo padre , che faceva il carrettiere al servizio della falegnameria del Conte Premoli, aveva avuto, proprio quel giorno un grave incidente a Milano .
Il carro che guidava, incagliatosi tra le rotaie del tram, si era rovesciato schiacciando l’uomo che era morto sul colpo. La vedova con quei sette bambini, in una casa nuova, senza mezzi per vivere,
non faceva che piangere.
“Ma allora, in paese, ci volevamo più bene. Quante volte il fornaio che faceva il pane proprio lì, all’entrata della “Rinascente”, ci ha sfamato gratuitamente ! In tanti ci hanno aiutato in quel periodo a sopravvivere, anche se di fame, lo confesso, ne abbiamo patita parecchia”, dice la signora.
Tra gli abitanti del grande cortile c’era l’abitudine, nelle sere invernali del tempo di guerra, di riunirsi tutti, per risparmiare la legna, in un’unica cucina.
Quella dei ragazzi Bressani era una delle più accoglienti. Nonostante le grandi difficoltà della famiglia, tutta quella gioventù metteva allegria .
Talvolta, oltre ai vicini , arrivava anche qualche militare del “147”.
Questo “147” mi ha incuriosito e ho chiesto spiegazioni : mi è stato detto che si trattava di un Battaglione di militari cecoslovacchi, tedeschi e italiani che aveva sede in Castello.
Ebbene, una sera d’inverno , mentre la cucina era particolarmente affollata, si sentì arrivare “Pippo”, l’aeroplano solitario così tristemente noto, che non esitava a buttare spezzoni incendiari dovunque vedesse un lume.
In casa quella sera , racconta sempre la Cecchina, c’era anche Mariconti il sarto, che era appena tornato in licenza, dopo un burrascoso viaggio in treno sotto i bombardamenti.
Egli, quindi, pratico di azioni di guerra, sentendo il rombo dell’aereo, subito ordinò :
“Spegnete il lume e tutti a terra, sotto il tavolo”.
E così fu fatto , mentre nelle vicinanze si sentivano già gli scoppi e guizzavano il lampi.
Quando “Pippo” se ne andò, la luce venne riaccesa e tutti si alzarono con grandi lamenti.
Infatti, nella foga di buttarsi a terra, nascondendo il capo sotto il tavolo, qualcuno si era avvicinato troppo alla stufa, che stava al centro della stanza, e si era prodotto scottature e baffi di fuliggine un po’ dovunque.
Alla fine la stanza sembrava essere diventata un campo di battaglia.
Tra i ricordi di guerra della signora Cecchina ce n’è uno che la commuove ancora adesso.
Era un giorno di fine aprile del 1945. La guerra era giunta alla fine e Giuseppe, uno dei suoi fratelli, tornò a casa dalla Germania, dove era stato prigioniero per mesi.
Quella sera entrò in “Rinascente” piangendo e la gente non capiva il perché. Finalmente riuscì a spiegare quello che era appena successo.
Un suo caro amico, Giulio Imberti della cascina Falconera, che era sempre stato con lui nel campo tedesco, era morto, quando già si ritenevano tutti in salvo. Egli stava viaggiando , con altri, su uno dei camion che erano stati messi a loro disposizione per il ritorno in Patria.
In vicinanza di Lonato, quindi già praticamente a casa, Giulio Imberti era seduto con la schiena appoggiata al portellone posteriore dell’automezzo, quando questo, forse chiuso male, improvvisamente si spalancò ed egli fu scaraventato a terra, dove venne investito dal camion successivo, proprio quello su cui viaggiava Giuseppe Bressani.
Giulio morì sul colpo e i commilitoni lo raccolsero pietosamente e lo portarono alla camera mortuaria del cimitero di Lonato, raccomandando che non venisse sepolto, perché i famigliari si sarebbero certamente recati subito a riprenderlo e il sacerdote del posto diede tutte le assicurazioni.
Invece passarono otto giorni prima che i fratelli potessero raggiungere Lonato, a causa dei molti disordini che ancora insanguinavano le nostre strade. Poi, finalmente, Giulio Imberti fu riportato a casa tra la disperazione dei genitori e il compianto di tutto il paese.
Ma c’è anche un altro episodio, di tutt’altro genere, molto simpatico e brioso, che mi racconta la signora Cecchina.
Si era nel 1948, la guerra era finita, nella gente c’era una gran voglia di far festa : feste modeste, come balli sull’aia, sagre, o processioni religiose.
Fu in quell’epoca che vennero organizzate un po’ dovunque le cerimonie della così detta “Madonna pellegrina”. La statua della Vergine di Caravaggio passava di paese in paese, oggetto di venerazione per tutta la gente.
Quel giorno la “Madonna pellegrina” era a Pandino e , uscendo dalla chiesa, prima di partire per il paese vicino, avrebbe sostato qua e là, nei vari rioni.
Quella sera il grande onore sarebbe toccato all’ampio cortile della “Rinascente” : bisognava quindi allestirvi l’altare, ripulire e adornare le case, abbellire il tutto con decorazioni vivaci e colorate.
Le donne della “Rinascente” volevano fare le cose in grande. Erano sere e sere che , in casa di Vittorino Agosti, detto il “Vecio”, tutti si davano da fare per preparare fiori di carta.
Già le corde erano state tese tra i pilastri dei portici, sull’altro lato del cortile, per nascondere stalle e fienili con lenzuola, coperte e tappeti ; già si era deciso di preparare, all’entrata di ogni casa, piccoli altarini con piante, lumini e quadri di Santi.
Ma per l’altare in mezzo al cortile c’era un po’ di preoccupazione, dato che lo si voleva proprio speciale.
Poi a qualcuno venne un’idea. A Cascine Gandini abitava una anziana donna che aveva fatto, per anni, la “Perpetua” di un Parroco dei dintorni. Quando il Parroco morì, lei ebbe in eredità la statua della Madonna che il sacerdote teneva in casa.
Si trattava, racconta la Cecchina, di una specie di manichino, con le mani giunte, che veniva rivestito di volta in volta con abiti femminili.
Si decise, quindi, di andarla a chiedere in prestito per la grande festa.
Con un carrettino spinto a mano, le ragazze della “Rinascente” partirono e durante il viaggio di ritorno, ricoprirono la statua con fronde verdi per non esporla alla curiosità della gente.
Ma una volta a casa la delusione fu grande : la statua era talmente sporca che pareva una “Madonna nera”, e gli abiti erano quasi tutti ridotti a stracci.
Quindi la si portò in cucina e si cercò di lavarla con acqua e sapone.
Ma la Madonna nuda scandalizzò la mamma di Cecchina, che le buttò addosso un grembiule per ricoprirla, recitando giaculatorie.
Una volta ripulita, però, bisognava rivestirla e di abiti lunghi e belli, adatti alla solennità, in “Rinascente” non ce n’erano proprio.
Alle sorelle Moro venne allora in mente di metterle addosso una delle loro camicie da notte, tutta bianca e ricamata.
Provvidero anche alla biancheria intima, ricorrendo ai lavori all’uncinetto di Rosetta “Balilla”, molto nota in paese, che volentieri si prestò. Poi le misero sulle spalle uno scialle azzurro e la loro Madonna, posta sull’altare in mezzo al cortile, fece la sua bella figura .
Questi sono solo alcuni episodi che la signora Francesca Bressani mi racconta con l’entusiasmo della ragazzina vissuta per tanti anni in quel piccolo angolo di mondo, che veniva chiamato “Rinascente”.
Quella “Rinascente” che era rinata dalle rovine della “Valmorta”, dopo un pauroso incendio e dove la “Spezierina”, che ne era la proprietaria, passava ogni anno, nel giorno di san Martino, a riscuotere gli affitti.
In quella “Rinascente”, con venti e più famiglie tutte ricche di figli, in molti avevano trovato riparo, alloggio e calore negli anni difficili della guerra e del dopoguerra.
Qualche ragazza da marito vi aveva trovato anche l’uomo della sua vita, tra i militari del “147” .
In “Rinascente” si era patita la fame, ci si scaldava stando tutti insieme , a turno, nelle varie cucine.
Ma qui si erano anche stabiliti rapporti di amicizia veramente saldi e duraturi : rapporti che ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, fanno inumidire di commozione gli occhi della simpaticissima signora Cecchina.
Ora la “Rinascente”, completamente deserta da anni, sta andando alla rovina.
Probabilmente verrà abbattuta , o ristrutturata, come si suol dire, e chissà che vi si possa ricreare un mondo di affetti e di solidarietà simile a quello degli anni passati.
Anche se , certo, non sarà mai più la stessa cosa.
lunedì 11 febbraio 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento