domenica 10 febbraio 2008

POSTO TELEFONICO PUBBLICO

POSTO TELEFONICO PUBBLICO
(Anni ‘20- ’60 )
Io ho un ricordo dolcissimo del Posto telefonico pubblico di Pandino, ospitato, allora, in Via Umberto I°, dove attualmente c’è una pescheria.
Era la primavera del ’46. Ero arrivata alla nuova scuola dopo la triste esperienza della guerra e del dopoguerra. Ero sola, dormivo in uno sgabuzzino, presso le scuole elementari : giungevo al lunedì e ripartivo al sabato.
Paolo, ogni tanto, mi telefonava dal paese durante la pausa del pranzo.
Ricordo l’avviso che mi portavano dal Posto Pubblico :”Ore 13, chiamata da Robecco”.
Io mi presentavo puntualissima e la signora Giovannina, o sua figlia Emi, mi facevano accomodare in cabina, dove la voce e l’affetto di Paolo mi ridavano il sorriso.
Ora, a tanti anni di distanza, mi piace rivivere un po’ di quelle emozioni, facendomi raccontare dalla signora Emi Zanaboni, le piccole avventure vissute presso quel “Posto Pubblico”, custode di tanti incontri, di tante sorprese, di tanti segreti.
La signora Emi parla volentieri : racconta di quando sua madre aveva preso possesso di quello stanzino, chiuso da una vetrata, in un angolo del Bar “La frasca”, gestito da suo fratello Ambros, davanti alla chiesa.
Erano gli anni venti e la signora Giovannina era l’unica operatrice del centralino telefonico. In seguito la sede venne spostata e passò in un ufficio più grande, dove, insieme alla madre, iniziarono a lavorare anche i figli, prima Emi, poi Angelo, poi Renata.
La signora Giovanna Lualdi Zaniboni era una figura molto nota in paese : alta, robusta, dalla voce forte e dal carattere deciso, molto devota e collaboratrice dei vari Parroci dell’epoca.
Viveva per il suo “telefono”.
Era anche la custode di molti segreti. Nell’ambiente piccolo in cui lavorava, con quelle due cabine a pochi passi di distanza, con qualche porta che, magari, non chiudeva bene, o con qualche cliente che alzava troppo la voce, era inevitabile udire, a sprazzi , i discorsi fatti.
Io personalmente rammento che una volta, mentre ero in attesa della chiamata, vidi entrare in cabina una certa signorina, che si ostinava, gridando a piena voce, a cercare un giovanotto, dicendo, forse alla madre che chiedeva chi volesse il figlio, di essere “un amico”, per non insospettirla. Noi seduti sulla panca, testimoni incolpevoli del colloquio, ridevamo, ben sapendo che quell’amico era, in effetti, un’amica e che quella madre , all’altro capo del filo, aveva ben ragione di essere sospettosa.
La signora Emi mi narra di uno dei momenti più dolorosi del suo lavoro. Fu quando al centralino giunse un avviso della Polizia stradale, in cui si pregava di avvertire la famiglia Roldi che era successa una disgrazia.
Maria “postina”, una ragazza amica di Emi, aveva avuto un incidente, mentre era in moto col fidanzato ed era morta.
La signora Emi ne rimase sconvolta, era confusa , non sapeva come fare ad avvertire la madre : si affacciò sulla porta e con le lacrime agli occhi fermò una donna di passaggio e la pregò di portare la notizia alla povera madre, che era la portalettere del paese.
Ricorda anche un episodio di tutt’altro genere, che ancora oggi le mette allegria.
C’era un tipo speciale al quale piaceva fare scherzi.
Il giorno in cui suo fratello aveva inaugurato l’allacciamento al telefono, la cui chiamata, però, doveva sempre passare dal centralino, pensò di fingersi, addirittura , il Vescovo di Cremona. Il fratello era molto devoto e il Vescovo era appena stato in paese per le Cresime.
Commosso per il grande onore, il fratello non smetteva di ossequiare Sua Eccellenza, mentre quel tipo burlone cercava di imitarne la voce e farfugliava, essendo anche balbuziente, benedizioni su benedizioni, facendo ridere di gusto la centralinista.
Un altro episodio ci riporta, invece, ad un giorno molto triste per Pandino.
Era la fine di aprile del 1945. La guerra era giunta alla sua conclusione e i soldati tedeschi erano in ritirata, armati di tutto punto e regolarmente inquadrati.
Si era sparsa la voce che una colonna sarebbe passata per la via centrale del paese, diretta verso Treviglio. La raccomandazione delle autorità del momento era che nessuno uscisse , per alcun motivo, e che fossero sbarrate porte e finestre. Il Comando tedesco aveva assicurato che , se non ostacolata, la colonna sarebbe passata senza far danni.
Il “Posto pubblico”, però, doveva restare aperto per ogni evenienza e, per tranquillizzare la centralinista, venne assegnato un “rinforzo armato”.
Solo che, racconta la signora Emi, questo ”rinforzo” era il marito della “Geba”, un ometto timido e discreto al quale era stato affidato un fucilino , che egli, tremando, non sapeva neppure come maneggiare.
“Avevamo più paura della sua inesperienza e del suo terrore, che dei tedeschi in arrivo. Gli abbiamo detto :- Per carità, mettilo giù, vieni dentro e nasconditi , che non ti capiti di fare una sciocchezza -“. E, nonostante gli ordini, sbarrarono la porta e se ne restarono in silenzio a sentir passare quell’esercito in ritirata, tra passi cadenzati e rombare di motori.
Quando tutto sembrava finito senza guai, si udirono alla periferia del paese, alcuni colpi.
Due pandinesi si erano affacciati alla porta dell’osteria della “Madonna” per rallegrarsi della ritirata e furono presi a fucilate dalla retroguardia, morendo sul marciapiede.
Il servizio al “Posto pubblico” permetteva anche di avere “incontri” che facevano fantasticare.
Le centraliniste conoscevano appena le voci di chi stava all’altro capo del filo e , qualche volta, erano voci interessanti. Come quella di un abbonato di Crema , di cui , naturalmente si conosceva solo il numero di telefono .
Dice Emi : “Aveva una bellissima voce che ci mandava ogni volta in estasi. E così, telefona oggi, telefona domani, io e una mia amica accettammo di incontrarlo. Sarebbe venuto a Pandino, una sera, con la sua automobile e avremmo potuto conoscerlo. Un appuntamento, insomma, molto romantico, all’insaputa della mamma, naturalmente. L’abbiamo aspettato col cuore in gola per l’emozione, come si aspetta il principe azzurro.
Ma quando arrivò con una sfolgorante spider rossa, che delusione ! Era così piccolo di statura che nella macchina quasi non si vedeva.
Egli insistette perché accettassimo una passeggiata per conoscerci meglio.
Ognuna di noi tentò di passare l’invito all’altra : - Vai tu...no, vai tu...-
Finché il giovanotto dalla bella voce capì che il suo tentativo era fallito e se ne andò senza insistere oltre”.
L’orario di servizio al Posto pubblico era impegnativo : aveva inizio alle 7,30 e terminava alle 22, per sette giorni la settimana.
Negli anni ’50 venne introdotto anche il servizio notturno e venne assunto un “notturnista” A svolgere questo lavoro così scomodo fu chiamato Agostino Seresini, allora poco più che ragazzo, che lavorava di notte e studiava di giorno e che dava regolarmente gli esami come privatista : un bravissimo studente che si diplomò e frequentò l’università e che, in seguito, sempre presso la Società del telefono, occupò posti importanti.
Gli abbonati durante gli anni ’30 - ’40 erano pochi, una trentina soltanto e dovevano , comunque, sempre passare dal centralino.
La signora Emi li ricorda tutti, tante furono le volte che li ha chiamati e ascoltati.
Le comunicazioni dirette del nostro Posto Pubblico si avevano solo con Crema, Lodi e Treviglio. Per le località più lontane bisognava aspettare che detti centri attuassero i collegamenti, che molto spesso si facevano attendere a lungo.
Alcuni abbonati, come Umberto Signorini o Amedeo Orsini, che erano commercianti con affari in zone relativamente lontane, spesso perdevano la pazienza e gridavano, sollecitavano, andavano di persona al centralino a far fretta.
Il signor Umberto, poi, per farsi perdonare le sue sfuriate, portava alle centraliniste...caramelle al cioccolato !
Quanti ricordi ! La signora Emi rivede volti e riascolta voci nella sua mente, ancora adesso, e ne parla con dolcezza e nostalgia .
Il Posto telefonico pubblico venne soppresso nel 1963.
La signora Giovannina, la mamma, ne soffrì moltissimo perché dovette lasciare il lavoro. Il “suo” Posto pubblico era diventato, per lei, la seconda casa e gli abbonati erano i suoi amici. Le loro voci le avevano tenuto compagnia per anni e anni.
Questo è un altro “pezzo” della storia di Pandino che è giusto ricordare.

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