lunedì 11 febbraio 2008

"DIVERTIMENTI VARI, LIRE QUATTROCENTO"

“DIVERTIMENTI VARI, LIRE QUATTROCENTO”
(Anno 1949)
Oggi con quattrocento lire non si può comprare un quotidiano e neppure si può bere una tazzina di caffè espresso.
Allora, nel 1949, con quattrocento lire, in un giorno di sagra, si divertiva tutta quanta la famiglia composta da tre adulti e da una piccolina di poco più d’un anno.
Questo risulta da un vecchio registro-spese che, a quei tempi, in quel di Gradella, avevamo la buona abitudine di tenere aggiornato e che oggi ho ritrovato, per caso, in un cassetto. Alla data 19 marzo, quindi in occasione della Sagra di San Giuseppe, trovo scritto: “divertimenti vari, lire 400”.
A quei tempi avevamo una Vespa e due biciclette, di cui una col seggiolino di vimini appeso al manubrio per il trasporto della piccina.
Abitavamo alla frazione di Gradella da un paio d’anni e al capoluogo si teneva, in quel giorno, e si tiene ancora, la Sagra di Primavera.
Certamente eravamo partiti tutti e quattro, con Vespa e biciclette, per passare qualche ora fuori dall’ordinario.
Sul prato del Castello c’era il solito parco dei divertimenti con giostrine, autodromo, banchetti di dolciumi e di giocattoli, baracca del tiro a segno e numerosi venditori che reclamizzavano a gran voce le merci più diverse.
Il tutto nel vivace frastuono di musiche e canzoni diffuse dagli altoparlanti, in mezzo a gente allegra che, dopo l’incubo della guerra, trovava che era molto bello far festa insieme.
I “divertimenti vari” segnati sul registro saranno sicuramente stati un giro o due sulle giostrine, forse una corsa sull’autopista, qualche tira-molla o uno zucchero filato comprato sul banchetto dei dolciumi, una girandola o una trombetta per la bimba e, quasi certamente, qualche colpo sparato al tiro a segno per vincere un pesciolino rosso o la scimmietta di peluche. E alla fine, passando davanti alla chiesa di Santa Marta, l’acquisto di un paio di biglietti alla Pesca parrocchiale.
Il tutto per quattrocento lire e, a casa, poi, il bisogno di segnare la cifra tra le spese ”straordinarie”.
Nel vecchio registro trovo parecchie altre cose interessanti: gli stipendi d’allora, per esempio. Essi andavano, per un’insegnante elementare e un impiegato comunale dalle 25 alle 28 mila lire mensili. E le “spese ordinarie per alimenti” che trovo segnate in fondo alla colonna, ammontavano a 42.187 lire! Pare incredibile!
Qualche pagina più avanti, nel mese di giugno, trovo un’altra annotazione che mi invita a ricordare. C’è scritto, infatti “Gita al Ghisallo”.
Ricordo che la facemmo in Vespa. Io ho sempre avuto il terrore dei viaggi in moto. Mi pareva, ogni volta, che la velocità fosse eccessiva e i sobbalzi pericolosi, o che le curve fossero prese male. Vedevo solo l’ora di arrivare a destinazione, dopo di che mi assaliva l’incubo del ritorno, magari col buio, o con guasti alla Vespa...
Durante queste gite si mangiava al sacco: panini portati da casa e bibite comperate sul posto.
Ebbene, la gita al Ghisallo di quell’anno ci costò lire 450.
Un’altra pagina mi porta nel cuore una ventata di dolci ricordi.
Qualche volta, in quei primi anni di matrimonio, venivano a trovarci amici cremonesi. Era sempre una festa. A quei tempi ci sentivamo un po’ spaesati nel nuovo ambiente e anche la semplice parlata di casa nostra ci allargava il cuore.
In data sei febbraio del 1949 vedo segnato sul registro-spese: “Festeggiamenti frati”, dicitura sbrigativa per indicare gli amici più cari che avevamo in quel periodo, i Padri Saveriani delle Missioni Estere di Parma.
Non ricordo quali, in particolare, fossero venuti da noi quel 6 febbraio: la piccina compiva un anno proprio quel giorno, probabilmente erano venuti per questo.
Forse si trattava di padre Mario Sguazzi, oppure di Padre Luca, o di Padre Cocci, o di Padre Dante oppure di qualche altro Padre ancora, tra i molti che ci avevano aiutato negli anni difficili del dopoguerra appena trascorsi.
Per noi essi erano più che persone di famiglia e in queste occasioni si stappava una bottiglia di vino speciale, si compravano le paste e si apparecchiava la tavola col servizio buono.
Anche quel giorno, certamente, avvennero le stesse cose con una spesa straordinaria, che, come al solito, venne regolarmente registrata in lire settecento.
I miei figli si divertono ora a sfogliare le pagine ingiallite del vecchio quaderno. Certo, i tempi sono molto cambiati, non par vero.
Io guardo, ora, quella scrittura minuta e ordinata e mi rivedo, china sotto la lampada di casa, a dettare a Paolo la nota delle spese fatte durante il giorno, scrupolosamente, meditando su ogni cifra, calcolando se si poteva, magari, sopra di esse, risparmiare qualcosa la prossima volta.
Così, giorno dopo giorno, per anni, dicendoci l’un l’altro :
“Questo potremmo farlo...quest’altro no...questo lo rimandiamo al mese prossimo se tutto funziona a dovere”.
E ad ogni mese, al rendiconto finale delle entrate e delle uscite, mettevamo un sogno nel cassetto: sogni piccoli, semplici, innocenti come qualche pranzetto in trattoria, una gita al lago, qualche oggetto nuovo per la casa.
Ma i sogni nel cassetto si coprivano pian piano di polvere e quando, dopo mesi, si tentava di tirarli fuori, avevano perduto il loro smalto e non esercitavano più alcun fascino.
Magari ne subentravano altri, che facevano poi la stessa fine. E così per anni e anni, poiché dopo il primo figlio venne il secondo e poi il terzo e il quarto.
E i sogni, lo sappiamo tutti, al confronto coi figli, contano proprio nulla.

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