domenica 10 febbraio 2008

LA MULINARA

LA “MULINARA”
(Anni ‘50 e ’60)
Se mi soffermo a ripensare agli anni ’50 e ’60, quando abitavo ancora in fondo a Via Castello, mi par sempre di risentire il tran-tran di un carretto che aveva un cavallino paziente tra le stanghe e una strana donna a cassetta.
Era il carretto della “mulinara”, al secolo Erminia Bonaventi, un nome, però, di cui nessuno si ricordava mai. Per tutti era la “mulinara” e basta.
Insieme a quel carretto col cavallo paziente e quella donna infarinata a cassetta, passava ogni giorno, sempre ad ore fisse, puntuale come un orologio, anche la “cariaggia” del menalatte, che era , allora, il signor Brega. Qui l’andatura del cavallo era diversa : esso andava sempre al piccolo trotto e i bidoni traballanti producevano un rumore caratteristico, subito riconoscibile.
L’uomo a cassetta era robusto e sempre indaffarato : doveva rispettare orari precisi sia ritirando il latte dai cascinali appena dopo la mungitura, sia consegnandoli , puntuale, ai caseifici della zona per la lavorazione.
Sul passaggio della “cariaggia” le mie figlie bambine regolavano il loro orologio mentale. E se io ritardavo , al pomeriggio, a rientrare dalla scuola, esse, affidate ad una vicina, la cara signora Paola Ferrani, me lo facevano subito notare :
“La cariaggia è già passata da un po’ e tu non arrivavi...”
Ma mentre l’uomo della cariaggia era anonimo e quasi senza volto, la mulinara era sempre perfettamente riconoscibile.
Sul carretto aveva sacchi pieni di farina, che portava ella stessa sulle spalle al momento della consegna ed anche il vestito e il fazzoletto scuro che teneva sulla testa, erano così infarinati che riusciva difficile riconoscerne il colore.
Il suo viso era sempre stizzoso e lo sguardo pieno di sospetto.
La donna abitava alla cascina Torchio, sulla sponda della Roggia Nuova, appena giù da via Borgo Roldi. Stando sul parapetto del ponte, si vedevano , cento metri più in là, un paio di ruote di mulino sempre in movimento. Ce n’era anche una terza, mezzo nascosta dalle prime due.
La corrente le faceva girare con un moto ininterrotto e con un piacevole suono di acqua a cascatella.
La ruota più grande era quella del “torchio”, che metteva in moto il frantoio per i germi di grano e per i semi di ravizzone e di lino e apparteneva alla famiglia Fabbrica.
L’altra, che dal ponte quasi non si vedeva, alimentava il mulino dei Cambiè e la terza, quella più piccola, era, appunto , della mulinara.
La donna, strana e lunatica, faceva tutto da sola e continuava il lavoro che era stato di suo padre e di suo nonno.
Ella percorreva le stesse strade quasi ogni giorno, ritirando il grano da macinare e riportando ai contadini la farina che ne ricavava.
Il cavallo che tirava il carretto era giudizioso e tranquillo ed ella lo guidava senza fatica, preoccupata solo dei ragazzini, che non mancavano di rifarle il verso ogni volta che passava.
I ragazzini, si sa, sono spesso crudeli. La prendevano in giro tutte le volte che la incontravano, le gridavano nomignoli ingiuriosi e qualche volta le lanciavano sassi.
Talvolta ella veniva anche a scuola a raccontarmi questi suoi guai. Pensava che un mio intervento avrebbe modificato l’atteggiamento dei bambini ; in fondo voleva solo che la lasciassero in pace, lei non faceva male a nessuno, compiva soltanto il suo lavoro. Mi diceva tutto questo con la sua strana parlata, in un dialetto così stretto che , qualche volta, mi riusciva incomprensibile e poi se ne andava, fidandosi di me, in un fitto spolverio di farina bianca.
Io allora passavo nelle classi e facevo la “predica” ai ragazzi, cercando di convincerli dei diritti di quella povera donna e pregando i maestri di fare altrettanto.
Così per un po’ la “mulinara” stava tranquilla, poi tornava alla carica : le nostre prediche, probabilmente, non avevano avuto un effetto prolungato.
Questa era la “mulinara”, una figura che tanti pandinesi, ora adulti, ricordano certamente con un sorriso e un po’ di nostalgia, come si fa per tutte le cose della giovinezza, che sembrano belle anche
quando non lo sono.
Anche per me sono ricordi indelebili, che il mio cuore ha fotografato e conservato e ai quali ora penso quasi con dolcezza : la strada bianca di polvere e un po’ sconnessa, che veniva da Cascine, diritta e ombrosa, e i ruscelli ai lati che chiacchieravano coi ranuncoli e i nontiscordar delle rive, mentre io e le mie figlie bambine andavamo piano alla ricerca di fiori e di frescura. E poi quella “cariaggia” che arrivava al piccolo trotto e il carretto infarinato con quella donna nera a cassetta, che alle mie figlie faceva un po’ paura, e quel cavallo paziente e bonario tra le stanghe...
Fotografie di un tempo passato, ma ancora così vive e piene di emozioni !
LA “MULINARA”
(Anni ‘50 e ’60)
Se mi soffermo a ripensare agli anni ’50 e ’60, quando abitavo ancora in fondo a Via Castello, mi par sempre di risentire il tran-tran di un carretto che aveva un cavallino paziente tra le stanghe e una strana donna a cassetta.
Era il carretto della “mulinara”, al secolo Erminia Bonaventi, un nome, però, di cui nessuno si ricordava mai. Per tutti era la “mulinara” e basta.
Insieme a quel carretto col cavallo paziente e quella donna infarinata a cassetta, passava ogni giorno, sempre ad ore fisse, puntuale come un orologio, anche la “cariaggia” del menalatte, che era , allora, il signor Brega. Qui l’andatura del cavallo era diversa : esso andava sempre al piccolo trotto e i bidoni traballanti producevano un rumore caratteristico, subito riconoscibile.
L’uomo a cassetta era robusto e sempre indaffarato : doveva rispettare orari precisi sia ritirando il latte dai cascinali appena dopo la mungitura, sia consegnandoli , puntuale, ai caseifici della zona per la lavorazione.
Sul passaggio della “cariaggia” le mie figlie bambine regolavano il loro orologio mentale. E se io ritardavo , al pomeriggio, a rientrare dalla scuola, esse, affidate ad una vicina, la cara signora Paola Ferrani, me lo facevano subito notare :
“La cariaggia è già passata da un po’ e tu non arrivavi...”
Ma mentre l’uomo della cariaggia era anonimo e quasi senza volto, la mulinara era sempre perfettamente riconoscibile.
Sul carretto aveva sacchi pieni di farina, che portava ella stessa sulle spalle al momento della consegna ed anche il vestito e il fazzoletto scuro che teneva sulla testa, erano così infarinati che riusciva difficile riconoscerne il colore.
Il suo viso era sempre stizzoso e lo sguardo pieno di sospetto.
La donna abitava alla cascina Torchio, sulla sponda della Roggia Nuova, appena giù da via Borgo Roldi. Stando sul parapetto del ponte, si vedevano , cento metri più in là, un paio di ruote di mulino sempre in movimento. Ce n’era anche una terza, mezzo nascosta dalle prime due.
La corrente le faceva girare con un moto ininterrotto e con un piacevole suono di acqua a cascatella.
La ruota più grande era quella del “torchio”, che metteva in moto il frantoio per i germi di grano e per i semi di ravizzone e di lino e apparteneva alla famiglia Fabbrica.
L’altra, che dal ponte quasi non si vedeva, alimentava il mulino dei Cambiè e la terza, quella più piccola, era, appunto , della mulinara.
La donna, strana e lunatica, faceva tutto da sola e continuava il lavoro che era stato di suo padre e di suo nonno.
Ella percorreva le stesse strade quasi ogni giorno, ritirando il grano da macinare e riportando ai contadini la farina che ne ricavava.
Il cavallo che tirava il carretto era giudizioso e tranquillo ed ella lo guidava senza fatica, preoccupata solo dei ragazzini, che non mancavano di rifarle il verso ogni volta che passava.
I ragazzini, si sa, sono spesso crudeli. La prendevano in giro tutte le volte che la incontravano, le gridavano nomignoli ingiuriosi e qualche volta le lanciavano sassi.
Talvolta ella veniva anche a scuola a raccontarmi questi suoi guai. Pensava che un mio intervento avrebbe modificato l’atteggiamento dei bambini ; in fondo voleva solo che la lasciassero in pace, lei non faceva male a nessuno, compiva soltanto il suo lavoro. Mi diceva tutto questo con la sua strana parlata, in un dialetto così stretto che , qualche volta, mi riusciva incomprensibile e poi se ne andava, fidandosi di me, in un fitto spolverio di farina bianca.
Io allora passavo nelle classi e facevo la “predica” ai ragazzi, cercando di convincerli dei diritti di quella povera donna e pregando i maestri di fare altrettanto.
Così per un po’ la “mulinara” stava tranquilla, poi tornava alla carica : le nostre prediche, probabilmente, non avevano avuto un effetto prolungato.
Questa era la “mulinara”, una figura che tanti pandinesi, ora adulti, ricordano certamente con un sorriso e un po’ di nostalgia, come si fa per tutte le cose della giovinezza, che sembrano belle anche
quando non lo sono.
Anche per me sono ricordi indelebili, che il mio cuore ha fotografato e conservato e ai quali ora penso quasi con dolcezza : la strada bianca di polvere e un po’ sconnessa, che veniva da Cascine, diritta e ombrosa, e i ruscelli ai lati che chiacchieravano coi ranuncoli e i nontiscordar delle rive, mentre io e le mie figlie bambine andavamo piano alla ricerca di fiori e di frescura. E poi quella “cariaggia” che arrivava al piccolo trotto e il carretto infarinato con quella donna nera a cassetta, che alle mie figlie faceva un po’ paura, e quel cavallo paziente e bonario tra le stanghe...
Fotografie di un tempo passato, ma ancora così vive e piene di emozioni !

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