LE MONDINE
(anni ‘30-’60)
“Nel cielo si ridesta - l’alba tutta d’oro
mondina che passi cantando - con cuore giocondo,
la brezza dell’alba accarezza - i tuoi riccioli d’or.
Sull’aia rivivi il tuo piccolo mondo,
nell’acqua rispecchi il tuo volto più bello di un fior...”
La strofa , con relativo ritornello, me la accenna in sordina Silvia Moroni, gradellese, dalla quale mi piacerebbe ascoltare i ricordi di quando andava a fare la mondariso.
“ Ma più di me”, mi dice, “gliene può parlare la Giacomina. Io sono andata alla “monda” per due anni soltanto, lei l’ha fatto per quasi tutta la vita, lei era la -capa-“.
E allora vado a parlare con Giacomina Sangiovanni, 86 anni, ma vivace e con la memoria vivida come una ragazzetta.
Abita a Gradella da una vita : qui è rimasta vedova, giovanissima, con sei figli da allevare. L’ultima, alla morte del marito, aveva solo diciotto mesi. Mi ripete i loro nomi, contandoli sulla punta delle dita : Gabriele e Gabriella, Pino e Berto, Rosetta e Teresa.
La ricordo anch’io la Giacomina di quegli anni, con quella sua nidiata di bambini : qualcuno di loro ha frequentato la mia scuola. E lei, povera donna, sempre in movimento, sempre a gridare, richiamando ora questo , ora quello, col botteghino di frutta e verdura, ricavato in una stanzetta della sua povera casa . Sempre coi debiti da pagare, come mi dice Pino :
“Quando anche noi, poco più che ragazzini, andavamo con lei alla “monda”, tornavamo col nostro piccolo gruzzolo, guadagnato facendo servizietti qua e là. E cosa si doveva fare appena a casa ? Dovevamo mettere i nostri quattro soldi sul tavolo e lei ci diceva : -Ecco, con questi paghiamo il fornaio, con questi il droghiere, con questi altri paghiamo il “Banì” , che ci forniva la frutta e la verdura per la bottega, e con questi comperiamo gli zoccoli a tutti...-“
Ora Giacomina ha una bella casa, in questa piccola Gradella di sogno, con tutte le abitazioni ristrutturate, ma col fascino di una volta ancora intatto.
Tutti i suoi figli si sono sposati, hanno una buona famiglia, lavorano e stanno bene in salute. Lei vive con Pino, con la nuora che le vuole bene e con due giovanissimi nipoti. Farla parlare di quando faceva la “mondina” , è come invitarla a nozze. E’ un fiume di parole, di ricordi, di battute, bisogna spesso rimetterla in carreggiata, altrimenti il discorso la porta lontano . Ottantasei anni di vita ! Cose da raccontare ne ha, e come ! Basta aver il tempo per ascoltarla.
Giacomina cominciò a fare la mondariso a quattordici anni, quando ancora abitava a Capralba. Erano gli anni venti - trenta.
Allora si partiva a metà maggio, col treno, in vagoni speciali, tutti per loro. Erano in sessanta, settanta e più e andavano in Lomellina.
Ma gli anni di cui parla più volentieri sono quelli passati a Castel d’Agnona, nel novarese, sempre con lo stesso proprietario, il signor Luigi Cerri, molto buono, comprensivo e generoso. Egli , con la moglie, la signora Mariuccia, era sempre sull’argine della risaia a controllare, a dare consigli, a richiamare all’ordine, se necessario.
Il nome del signor Cerri ricorre spesso nei discorsi sia di Silvia che di Giacomina.
“Anzi”, mi dice la nuora, “guardi qui la sua fotografia”.
E prende un quadretto, sistemato su un mobile, tra quelli di alcuni stretti parenti :
“E’ morto due anni fa, improvvisamente. Giacomina ne ha sofferto come per una persona di famiglia” .
Nei primi anni le “mondine” dormivano in un grande capannone, sul “paglione” : solo successivamente ebbero grandi stanze con tutti i servizi.
Si alzavano alle quattro e partivano subito per le risaie.
Alle otto c’era una breve interruzione per far colazione con un grosso pane appena sfornato, che un ragazzo portava in un sacco fin sull’argine. E per bere c’era l’acqua che la Silvia andava a prendere con un barilotto nei fontanili, che erano così diffusi in quella zona. Poi di nuovo coi piedi nell’acqua , che talvolta arrivava fino a ginocchio, a strappare, a ripiantare, a mondare dalle erbacce fino a mezzogiorno.
A quell’ora si smetteva e si percorrevano i due o tre chilometri di viottoli polverosi, a piedi scalzi, per tornare alla cascina. E per pranzo sempre minestrone e pane, talvolta con mortadella, o marmellata, (quanta marmellata !), oppure col cioccolato, o con le salamelle bollite : e allora sì che era una festa !
Si tornava al lavoro alle sedici e si lavorava per altre due o tre ore, a seconda delle necessità.
“Nell’acqua delle risaie,” dice Silvia, “c’erano insetti di ogni genere e lunghe bisce d’acqua che mi spaventavano da morire. E per scherzo, le mie amiche le afferravano e me le buttavano addosso . Ero terrorizzata e loro ridevano. Per evitare punture avevamo ai piedi grossi calzettoni , senza né scarpe , né zoccoli, e in testa portavamo dei grandi cappelli di paglia. E per non farci scottare il viso dal sole, ce lo ricoprivamo con una crema bianca che si comprava in farmacia, la “Crema Biancardi”. Quando la gente ci vedeva con quella faccia tutta bianca, ci diceva : -Siete le mondine di Cerri, vero ?- C’eravamo appena noi con quella crema sulla faccia. E pensare che adesso fanno la “lampada” per abbronzarsi !”
La Giacomina ricorda d’essere andata alla “monda” fino agli anni sessanta.
“Ultimamente si partiva col camion ed eravamo in parecchie : ne venivano anche da Pandino, da Nosadello, da Torlino, da Capralba...”
Lei , quando i figli cominciarono a crescere, se li portava con sé, due o tre per volta.
Ricorda quell’anno in cui Berto , troppo piccolo ancora, era stato mandato a Torlino dagli zii. Ma , pur di partire con la mamma, egli scappò che era ancora notte e arrivò a piedi, alle cinque del mattino, a Pandino, dove incontrò il camion delle mondine già in viaggio e lei dovette prenderlo per forza con sé. Berto aveva otto anni. Con lei c’erano già Rosetta e Pino.
La vita, però, era bella anche allora. Si faceva riposo la domenica pomeriggio e alla sera si ballava sull’aia al suono di una orchestrina. Ma alle dieci tutte dovevano essere a dormire.
Il lavoro durava quaranta giorni ; in casi eccezionali anche cinquanta.
Si tornava a casa con un sacchetto di riso pari ad un chilogrammo per ogni giorno di lavoro, e una discreta sommetta : di solito quattrocento lire a testa per stagione.
Qualcuna delle mondine tornava anche a settembre per la raccolta del riso, che durava una quindicina di giorni. Ma questo era un lavoro a cui si dedicavano, generalmente, gli uomini.
A Gradella le mondine erano parecchie e Silvia ricorda che il Parroco, don Mantovani, spostava le celebrazioni del Corpus Domini per aspettarne il ritorno.
Qualcuna di loro, in Lomellina, ha trovato anche l’uomo della sua vita.
Ricordo anch’io l’anno in cui la Lina Pagazzi, una bella ragazza bruna, si fidanzò e poi si sposò con uno dei proprietari : un matrimonio felice e duraturo.
“La Lina , “ dice Silvia, “ era una brava ragazza. Qualcuno l’ha invidiata per la sua fortuna, ma io le volevo bene e penso proprio che quella fortuna se la sia meritata. Non ha messo su “arie” , no. Veniva sempre a salutarci , quando arrivavamo in paese per la “monda”. Lei era una padrona, ma non ce l’ha mai fatto pesare. Era buona e semplice, come sempre .Ho appena saputo che le è morto il marito in questi giorni. Io lo conoscevo, veniva spesso a Gradella con lei. Sia io che Giacomina ne abbiamo sofferto.”
Queste erano le “mondine” degli anni passati.
Ora, il loro lavoro lo fanno le macchine, ma è tutta un’altra cosa. Invece dei cori festosi con canzoni e risate, c’è il rombo dei trattori coi loro gas di scarico.
Tutta un’altra vita.
domenica 10 febbraio 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento