SEVERINO VILLA
(1915-1998)
speravo di arrivare in tempo per fargli una sorpresa, ma severino è stato più rapido di me .
volevo inserire un suo ricordo in questo libro, che, sia pure in modo incompleto, vuole rendere omaggio a tanti miei concittadini.
invece severino Villa è morto in maggio, qualche mese prima dell’uscita del volume.
E’ stato un vero amico, il nostro severino, di tanti insegnanti e di tanti alunni della scuola elementare di pandino.
per vent’anni, dal 1958 al 1978, ne fu il bidello, quando ancora essere il bidello voleva dire saper fare di tutto, dal pulire le aule, al cambiare una lampada, dal recapitare avvisi, al portare a casa bambini col male di pancia, dall’aggiustare una tapparella, al dare una mano ad un maestro che doveva assentarsi per qualche minuto.
E siccome , data la sua infermità , non poteva arrivare a tutto, ecco la Lina , sua moglie, il suo angelo custode, come egli l’ha definita negli ultimi anni della sua vita.
La Lina sì, arrivava dappertutto : era svelta, attenta, piena di sensibilità e di riservatezza. E anche se, talvolta, trovava Severino in alto, arrampicato sopra una scala per riparare una finestra, lei non drammatizzava, non gli faceva pesare la sua infermità. Si limitava a tenergli la scala, sorridendo.
Quante volte ho visto Severino passare lungo i corridoi con scope, stracci bagnati e panni di lana, spingendoli avanti e indietro, usando il braccio sano e zoppicando, fino a che le piastrelle risultavano linde e brillanti.
Con quel braccio buono spostava tavolini, sedie, cattedre, senza lamentarsene ; anzi, se doveva star fermo ne soffriva.
Severino Villa aveva combattuto nella guerra ‘40-’45.
Era stato richiamato tra i primi e inviato col suo reparto in Grecia e in Albania. Qui venne ferito gravemente alla testa nel ’41 : un proiettile dum-dum gli era penetrato vicino all’occhio e gli era scoppiato all’interno, distruggendogli anche tutto il palato.
Fu trasportato prima a Tirana, poi a Brindisi e infine a Taranto, dove rimase quattro mesi ed ebbe le prime cure.
Infine, date le gravi devastazioni subite, venne inviato all’ospedale del Celio, a Roma, dove rimase ricoverato per otto mesi e dove si tentò il difficile restauro del volto e del palato.
Quando fu dimesso, col treno prima e poi con la corriera, giunse a Pandino col congedo in tasca.
E qui ci fu la sorpresa : davanti alla chiesa, alla fermata del pullman, c’era tutto il paese ad applaudirlo, mentre la banda musicale schierata gli intonò una marcia trionfale.
Severino si commosse fino alle lacrime.
Prima di partire per la guerra egli era un ragazzo sano e allegro. Suonava il mandolino in un complesso che ogni tanto si esibiva nei bar, lavorava come panettiere presso il fornaio Rota, in via Umberto e aveva tanti sogni nel cassetto e tante speranze. Tornando, nulla fu più come prima. Gli pareva che la guerra avesse distrutto la sua vita.
L’Amministrazione comunale dell’epoca, però, gli offrì subito un nuovo lavoro : come invalido di guerra aveva la precedenza su tutti. Diventò messo comunale e imparò a conoscere ogni famiglia, ogni necessità, ogni problema della sua gente. E riuscì ad aiutare molti, a fare del bene senza nulla chiedere in cambio.
In quegli anni Severino fu a fianco del mio Paolo e si instaurò tra loro una sincera amicizia.
Ma nel 1968 , a causa di un ictus, forse conseguenza delle vecchie ferite, le sue condizioni si aggravarono : non era più pensabile fargli fare il messo, sempre in giro, in bicicletta, a recapitare avvisi e documenti.
Si ritenne così opportuno spostarlo presso le scuole elementari come custode e bidello.
Nel frattempo aveva sposato la sua Lina e gli erano nati Antonio e Alberto.
Presso le scuole poteva usufruire anche dell’alloggio.
E’ qui che anch’io ho imparato a conoscerlo e a volergli bene.
Quante volte, al mattino, mi raccontava di essersi alzato in piena notte “perché gli pareva di aver sentito dei rumori”.
La presenza di un custode così solerte, ha sempre risparmiato alla nostra scuola, in quegli anni, furti e atti vandalici.
Coi nostri bambini Severino aveva un tratto particolare : col suo sottile umorismo e la sua aria giocosa, li attirava, li teneva buoni, li faceva ridere spesso.
Chissà quanti dei ragazzini di allora, adesso uomini adulti, ricordano quelle famose ochette che egli, col gesso, tracciava in un solo tratto sulla lavagna : pareva facesse un grande -2- , e ne usciva un’oca che sembrava sorridere.
Ogni volta che doveva sostituire per qualche minuto un insegnante, i bambini gridavano :
“Facci l’ochetta, Severino !”
Mi dice il figlio Alberto :
“Erano bellissime ; da ragazzo ho tentato anch’io di imitarlo, ma non mi riusciva mai.”
Severino ha sofferto molto negli ultimi mesi della sua vita.
Da tempo non usciva più di casa e le rare volte che lo faceva, c’era sempre la Lina, il suo angelo custode, a sorreggerlo, con infinito amore.
La figura di Severino Villa , bidello presso le scuole elementari , è rimasta certamente nel cuore di tanti bambini di quegli anni lontani.
E’ giusto ricordarlo, perché il suo nome e la sua figura restino vivi nel cuore della gente.
domenica 10 febbraio 2008
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