IL BOTTEGHINO CHE NON C’E’ PIU’
(Anno 1949)
Tanti anni fa c’era, a Pandino, un botteghino piccolo piccolo, in cui entravo di tanto in tanto negli anni ‘49-’50 per spese minime, in un ambiente pieno di simpatia.
Si apriva sull’angolo tra Via Umberto I° e Via Castello, proprio là dove ora, alla fine del millennio, sta il bel negozio di fiori di Egidia Orso.
Lo gestivano due anziane signore, sempre vestite decorosamente di scuro, le due sorelle Stroppa, , le quali, durante la bella stagione, portavano fuori, sullo stretto marciapiede, due seggioline e là stavano in attesa dei clienti, guardando la gente che andava e veniva, o che entrava nell’ufficio Postale, proprio lì di fianco, diretto dagli indimenticabili e carissimi signori Vaini.
Ricordo che nei pomeriggi d’estate le due signore del negozietto, quando l’ombra cominciava a scendere dalle case di fronte, si facevano vento con due ventagli scuri, dalle piegoline fitte fitte, che ora non si usano più.
Una era la vedova Barbesti, mentre l’altra, la sorella, credo fosse nubile.
La signora Barbesti, la più anziana, era la mamma di Carluccio, che poi divenne caro amico del mio Paolo e che fu Segretario Comunale assai apprezzato.
Allora io, Paolo e Mariarosa, mia sorella, abitavamo a Gradella, nell’appartamento sopra le scuole elementari, ora deserte.
Io, giovane mamma, venivo spesso in paese con la piccola Raffaella sul seggiolino appeso al manubrio della bicicletta, per fare qualche spesa: cosucce da poco, perché la vita allora era difficile e si viveva quasi di niente. Era l’epoca in cui, come risulta da un nostro vecchio registro di cassa, bastavano quattrocento lire per far festa, in un giorno di sagra, con tutta la famiglia.
Mariarosa ed io appoggiavamo le biciclette contro il marciapiede e spesso ci fermavamo nel botteghino delle due signore: vendevano aghi, filo, nastri e pizzi, calzini e piccola biancheria per bambini.
Spesso ci capitava di comprare calzini o nastri per la piccina e le due proprietarie, sempre gentili, scambiavano volentieri due parole con noi.
Si parlava anche di Gradella, quel piccolo centro che pareva, allora, fuori dal mondo. La vita, infatti, vi scorreva in modo tutto speciale, sotto lo sguardo vigile e severo di un prete d’altri tempi, don Francesco Mantovani.
Egli sapeva tutto di tutti e ci voleva poco, a dire il vero, dato il ristrettissimo numero delle famiglie, tutte contadine, dipendenti dall’Azienda Agricola del Conte Ajmo Maggi.
Una stranezza delle pretese di questo sacerdote era quella di richiedere, per entrare in chiesa, la “modestia” più assoluta, niente gambe, né braccia nude, né scollature, naturalmente.
Neppure ai bambini era permesso di mostrare, nella Casa di Dio, anche durante la gran calura dell’estate, pelle scoperta che non fosse quella del viso e delle mani.
Le signore del botteghino, a questo proposito, ci mostravano delle lunghe calze scure, di grosso cotone, che esse tenevano ancora nei cassetti.
“Ormai nessuno le vuole più in paese, ma dobbiamo tenerne una scorta per Gradella. Là le usano per i ragazzi che non hanno ancora i calzoni lunghi: le debbono mettere per poter entrare in chiesa.”
Ed era vero!
Ricordo che la mia piccolina, affidata, mentre noi eravamo a scuola, alle Suore dell’Asilo di Gradella quando appena sapeva camminare, fu una volta “bardata” in modo così strano da Suor Gemma per entrare in chiesa, che io neppure la riconobbi. Aveva sulle gambe e sulle braccia quattro mezze maniche, di quelle che le suore si infilavano per non sporcare la veste nei lavori di casa.
Altri tempi, altra gente e...altre botteghe. Tutto un mondo che oggi non c’è più.
domenica 10 febbraio 2008
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