sabato 1 marzo 2008

XIV

XIV°

Le giornate di gennaio passarono pigre, gelide e solitarie.
A don Angelo bastava il forestiero e la sua chiesa, a Laura il ricordo di Franz e la sua scuola.
A Michele e agli altri bambini del paese bastavano i cento e cento compagni di Gorla che ogni mattina ritrovavano, sorridenti, in classe ad aspettarli.
Il gran freddo tappava in casa uomini e bestie.
Le donne, per risparmiare la legna, portavano gli sgabelli nella stalla e sferruzzavano rapide, mentre gli uomini mungevano, rigovernavano o riparavano gli attrezzi di lavoro per la prossima stagione.
La stalla era il regno incontrastato dei contadini di Vecchia Strada. Raramente il padrone vi entrava.
L’aria, satura di calore umidiccio e di odor di ammoniaca, li avvolgeva. Gli abiti si impregnavano, un poco alla volta, fino alla saturazione, sicché essi poi, dovunque andassero, portavano con sé, come un marchio indelebile, quel tipico odore di stalla.
Ai primi di febbraio cominciò a piovere.
La neve sulla strada si era indurita e la pioggia la faceva sciogliere a poco a poco. I carri che vi passavano sopra, vi lasciavano solchi profondi, che, durante la notte, appena la pioggia smetteva, gelavano di nuovo rendendo faticoso il camminarvi sopra.
L’acqua gocciò dalle gronde con insistenza alimentando ruscelli lungo la strada. La neve si sciolse nel fango e il fango si appiccicò agli zoccoli dei bambini ed entrò nella scuola.
Laura aveva costantemente la scopa in mano per rifare bella quella povera scuola di campagna.
Ogni mattina c’era qualche bambino che piagnucolava perché aveva i piedi bagnati e infreddoliti. E lei doveva levare gli zoccoli, strizzate le calze e far stendere i piedi, a turno, verso la stufa.
Vennero per Laura serate di solitudine. Michele veniva ancora, come un cagnolino fedele. Ma aveva poco da dire e spesso si appisolava chinando la testa di lato e lei doveva scuoterlo forte per rimandarlo a casa.
Quando era sola girava la poltrona verso il quadro di Nannina, quello che Franz aveva disegnato per lei, e riandava con la mente al tempo in cui era tanto felice e non lo sapeva.
Don Angelo per diversi giorni non si fece vedere alla scuola. La gioia che in lui era esplosa improvvisa nell’accorgersi che i tedeschi non cercavano il forestiero nascosto in sacrestia, non era stata condivisa dal suo ospite.
Egli era rientrato nella sua stanzetta con l’aria più torva che mai, pallido e stanco come se quelle ore d’attesa lo avessero svuotato da ogni energia.
Le spiegazioni del prete, il resoconto particolareggiato della conversazione che si era svolta, ebbero lo strano effetto di insospettirlo di più. Un sorriso ironico gli balenò per un attimo nello sguardo, mutandone l’espressione. Poi ridivenne serio, assente, gli voltò le spalle e tornò a fissare lontano, com’era ormai sua abitudine.
Don Angelo si accorse che il suo gran parlare neppure sfiorava quello strano individuo e smise di colpo. Gli venne un’altra volta sulle labbra la domanda che gli urgeva dentro da tempo:
“Insomma, chi sei, figliolo?”.
Ma tacque, ben sapendo che anche se avesse parlato, l’uomo non avrebbe risposto.
“Povero prete”, disse tra sé, “questo sono cose proprio più grandi di te …”.
Con immensa umiltà accettò la strana situazione. Certo, il torto doveva essere suo, non aveva scuse per la sua ignoranza, per la sua mancanza di tatto.
“Debbo pregare”, disse tra sé, “ecco cosa debbo fare. Il Signore deciderà per il meglio …”
Tutto preso da queste preoccupazioni, don Angelo non era certo nelle migliori condizioni di spirito per recarsi da Laura. Approfittando di quella pioggia insistente, che cadeva sulla neve sciogliendola più del calore del sole, rimase chiuso in canonica, dedicandosi alla preghiera e alla meditazione.
Proprio in quei giorni giunse a Laura una nuova lettera da Santa Maria del Colle: i genitori di Nannina le rivolgevano un’ultima preghiera:
“Finché l’inverno dura, la guerra rimane ferma e la strada ti rimane aperta. Perché non vieni? Qui avresti protezione, affetto e famiglia. Nannina non vorrebbe che tu fossi lasciata sola. Tra poco la guerra ci dividerà. Come potremo aver pace sapendoti in mezzo a tante insidie? Ascoltaci. Tutti ti aspettiamo. Ti ci riporteresti un poco di Nannina, un po’ della sua giovinezza, del suo cuore. Perché non vuoi darci un po’ di consolazione, Laura cara?”.
Terminata la lettura, Laura aveva le lacrime agli occhi. Come avrebbe voluto accontentarli! Ma ciò avrebbe significato lasciare, forse per sempre, un mondo pieno di ricordi. A primavera le rive del fiume sarebbero rifiorite, le gemme si sarebbero aperte un mattino, d’improvviso, ed ella le avrebbe, in un certo modo, tutte riconosciute, con tenerezza. Ad ogni rondine che tornava nel nido sotto la gronda delle scuole, avrebbe sorriso. Avrebbe visto, di anno in anno, i suoi bimbi diventare più grandi.
E poi lì l’avrebbe pensata Franz, seguendola col pensiero in ogni ora della sua giornata. Lì sarebbe tornato, sicuro d’essere atteso.
Oh, Franz! Laggiù, a Santa Maria del Colle, non avrebbe potuto parlare di lui e se lui l’avesse cercata, non avrebbe potuto ritrovarla.
No, no, partire non poteva! E poi c’era la scuola, quella viva e quella che ormai apparteneva al paradiso. L’una e l’altra la tenevano avvinta al piccolo paese coi vincoli forti del ricordo.
Nannina lei l’avrebbe ritrovata anche lì, ad ogni istante. Sarebbe bastato uscire nel sole, salire l’erta erbosa che l’amica sfiorava appena col piede, scendere al fiume, fermarsi sotto l’immensa cupola cinguettante del vecchio platano che affondava le radici sull’argine di Grumone, andare per viottoli e sentieri, per sentirsela vicina, viva, più che nella grande casa di Santa Maria.
No, assolutamente no! Non poteva partire. Se le ore della tristezza fossero sopraggiunte, le avrebbe
affrontate insieme alla sua gente, coi suoi bambini.
Ma, forse, non sarebbero venute. Forse un mattino, alzandosi, si sarebbe accorta del miracolo poiché al di sopra delle frontiere, delle trincee, degli odi, c’era ancora una possibilità di intendersi.
Anche per questo sarebbe rimasta. Per assistervi dalla ‘sua’ terra.
Tutti i fiori dei giardini, dei viottoli, dei prati sarebbero entrati nella sua scuola quel giorno; avrebbero inondato di profumo e di colori i bimbetti di Gorla che sorridevano dalle pareti.
Con questa certezza nel cuore Laura si apprestò a scrivere, a Santa Maria del Colle, una lettera traboccante di fiducia e di speranza.

* * * * *
Già alla fine di febbraio, lungo le siepi spoglie, correvano le prime lucertole coraggiose. Sgusciavano tra le foglie secche e fuggivano col batticuore per il rumore stridulo che sollevavano.
L’erba rinverdiva, il sole colorava di dolcezza la campagna. Era bello uscire nelle ore più tiepide, con la lunga fila degli alunni verso il fiume. Tra poco sarebbe stata primavera, finalmente! L’aria si sarebbe riempita di strilli, di gridi, di canti.
Tra i campi deserti le voci dei bambini dilagavano giù dai pendii, si posavano sulle acque del fiume e scendevano a valle, rimbalzando, come un augurio di primavera.
Don Angelo, quando sentiva passare i ragazzi, smetteva di lavorare e usciva sulla piazzetta rotonda della chiesa. Osservava la fila snodarsi giù dalla stradina dalle carraie profonde e dai rovi ancora irti e diceva tra sé:
“Ecco la promessa del Signore: bambini e sole. I bambini ci daranno un mondo più bello e il sole ci porterà una nuova primavera”.
Stava appoggiato al muretto con occhi pieni di desiderio, finché la lunga fila si scioglieva e i ragazzini si sperdevano nei prati. Allora rientrava con un sospiro e spesso saliva nella stanzetta dell’ospite per additarglieli. Dalla sua finestra si vedeva distintamente tutto l’argine, fino alla Bicocca, ora che non c’era la nebbia e gli alberi erano ancora spogli.
Ma il forestiero non dimostrava d’interessarsi allo spettacolo. Al contrario, quando vedeva i campi popolati di bambini, si ritraeva dai vetri e si coricava.
“Poveretto,” pensava il prete. “Ora che il tempo è buono, vorrebbe forse uscire, godersi un po’ di sole …”.
E attribuiva a ciò la rudezza delle sue risposte, i suoi gesti nervosi, il pallore del suo volto.
Il povero don Angelo non sapeva più come fare con quello strano inquilino. Gli aveva offerto la sua casa, mutando ogni sua abitudine, sprangando la porta notte e giorno per evitare visite inopportune, Gli aveva ceduto la stanza migliore, l’aveva nutrito, servito, incoraggiato. L’aveva difeso contro ogni sospetto, s’era fatto bugiardo per lui, temeva persino lo sguardo della sua gente, incontrandola e credendola capace di leggergli negli occhi il suo segreto.
Eppure tutto ciò era inutile.
“Deve esserci qualcosa di sbagliato nel mio comportamento”, diceva a Laura. “Il mio modo di fare non lo convince, ecco perché è così strano. Sono un povero curato di campagna e le cose complicate non ne comprendo. Mi perdoni Iddio!”.
Ma Laura era di tutt’altro parere, anche se non manifestava i suoi sospetti.
Michele le aveva riferito alcune frasi dei discorsi dei suoi fratelli. Essi dovevano sapere chi era lo sconosciuto e ne parlavano con un senso di profondo rispetto. Inoltre doveva esserci qualcuno, al di là del fiume, che chiedeva regolarmente sue notizie. Egli, quindi, non era solo e lo sapeva.
Si era a metà marzo e Michele, tutto affannato, picchiò a sera molto avanzata, alla porta di Laura.
La maestra stava correggendo i compiti degli alunni, ma era stanca e, di tanto in tanto, la matita le cadeva di mano e gli occhi le si chiudevano. Soltanto la pigrizia di salire quelle due rampe di scale la tratteneva dall’andare subito a dormire.
Udendo la voce del ragazzo che la chiamava, gridò:
“Sto andando a letto, Michele, è tardi …”.
Ma i colpi sull’uscio si fecero più insistenti.
“Maestra, apri ti dico”.
“Ma no, Michele, sono stanca …”.
“Apri, apri subito, maestra!”.
La voce del ragazzo tremava e Laura, con una vaga agitazione, si fece sull’uscio. Egli la spinse da parte e ordinò:
“Chiudi, chiudi subito!”.
Si appoggiò alla parete col respiro pesante. Aveva il viso pallido e i capelli irti.
“Cosa succede, Michele? Ti hanno fatto paura?”.
“Sì, maestra. Una paura da morire”.
“Tu scherzi, vero?”.
Ma anche Laura stava spaventandosi. Non aveva mai visto Michele così.
Fece sedere il ragazzo al solito posto, sul gradino del focolare, si sforzò di sorridergli e gli fece una carezza. Ma Michele non si calmava. Tremava in tutto il corpo come se avesse un gran freddo. Impietosita, Laura gettò un bracciata di sterpi sulle brace e, al calore della fiamma le parve di essere più tranquilla. Poi chiese:
“Allora, Michele, mi vuoi raccontare cosa ti è successo?”.
E il ragazzo raccontò.
Quella sera i fratelli erano usciti per prendere le rane. A lui piaceva molto andare con loro a reggere il lume. Ma essi stavolta non l’avevano voluto. Dicevano che la sera era fredda, che c’era umido, che sarebbero andati lontano.
La madre si era coricata e Michele l’aveva seguita, ma non riusciva a dormire. Sicché si era alzato e, con gli zoccoli in mano, aveva ridisceso le scale ed era uscito sulla strada.
“C’erano tante stelle, maestra. Era buio, ma sai che io non ho paura a la strada del fiume io la faccio anche con gli occhi chiusi”.
Così era disceso dalla china che andava verso l’argine.
Mani in tasca, passo svelto, aveva aguzzato la vista per scorgere, giù, verso la palude, il lume dei fratelli per poterli raggiungere. Ma non si vedeva nulla ed era strano.
Michele aveva camminato per lungo tempo, senza incontrare anima viva. La luna non c’era, ma ci si vedeva abbastanza.
“Si stava così bene, maestra, che mi ero quasi dimenticato dei miei fratelli. Ma ad un tratto sento Pippo …”.
Pippo era lo strano apparecchio che, ogni notte, solitario come uno spettro, sorvolava la campagna, gettando spezzoni incendiari su qualsiasi lume apparisse.
I contadini di vecchia Strada, che già riconoscevano il suo ronzio anche da lontano, s’affrettavano a chiudere porte e finestre, o a spegnere le lampade, perché la luce non trapelasse e Pippo se ne andasse in fretta senza far danni.
Michele udendolo si era impensierito. Se i fratelli avevano acceso il lume, dovevano stare in guardia. Con Pippo non si scherzava.
Intanto che scrutava tutto intorno, ecco, all’improvviso, una luce che si alza dalla parte opposta del fiume e si drizza verso il cielo. Un attimo solo, poi scompare. Michele crede di aver visto male e si frega gli occhi. Come? Arriva Pippo e quelli accendono la luce? Ma Pippo si avvicina e deve essere molto basso perché fa un rumore molto forte:
“Ho preso una paura, maestra, una paura … Tu sai cosa mi fanno venire in mente gli aeroplani, vero? Ho pensato ai bambini di Gorla … Pareva proprio che Pippo cercasse me, maestra ….”.
Il discorso di Michele si fece più imbrogliato, non si capiva cosa volesse dire, tremava e balbettava.
Ma Laura aveva capito il senso di quel parlare: sembrava chiaro che, dopo quel segnale luminoso, fosse volato giù qualcosa di chiaro.
“Un pallone, maestra, grande … non era un pallone, ma sembrava un ombrello che veniva giù piano piano. Era un fantasma, maestra, un fantasma che veniva a cercarmi … E io sono scappato, scappato fino qui e tu non mi aprivi …! C’era anche una barca, sì, una barca perché ho sentito che remava e faceva ciac ciac nell’acqua … veniva verso la riva … cercava me … cercava proprio me , maestra … sono scappato … ho perso gli zoccoli nell’erba e i piedi adesso mi fanno male e sono freddi …!”
Ora Michele singhiozzava col viso striato di lacrime. Laura gli accomodò sulle spalle una coperta e mise sul fuoco una pendola con l’acqua. Sarebbe servita per lavargli i piedi, povero Michele!
Ma la storia non era finita. Nel cervello sconvolto del ragazzo i ricordi affioravano un po’ per volta ed egli li metteva insieme piano piano.
Continuò:
“Davanti alla chiesa, maestra, ho visto il diavolo!”.
“Ma, no, caro”!.
“Ti dico di sì! Tu non c’eri! E’ venuto fuori dalle robinie senza far rumore. Mi è passato vicino e non toccava terra. Era tutto nero come l’inferno. Il mantello gli volava intorno come le ali …”
Ora era tanto pallido che la maestra temette di vederlo svenire. Gli versò un goccio di marsala e lo costrinse a berlo. Ma i nervi di Michele erano a pezzi. Cominciò a singhiozzare forte, a chiamare sua madre, a strapparsi i capelli. Si alzò a piedi nudi, cominciò a girare attorno al tavolo gettando occhiate terrorizzate negli angoli bui, alla finestra chiusa, alla porta serrata, alla cappa nera del camino.
Laura era seriamente preoccupata. Per di più un terrore senza nome le stava avvinghiando il cuore.
Era assurdo credere alle fantasie di Michele. Chissà cosa aveva visto il poveretto. Certo gli erano tornate in mente tutte le paure di quell’altra notte alla Bicocca. Pensò a Franz, alla sua sicurezza, alla sua fiducia e si augurò di poterlo avere accanto. Egli, sicuramente avrebbe riso di tutto ciò.
Si fece coraggio e afferrò Michele per un braccio. Bisognava trattarlo duramente, se si voleva distrarlo dalle sue fantasie malate.
Lo fece sedere a forza, fece la voce grossa e solo quando gli vide i grandi occhi fissi su di lei con stupore, capì d’essere quasi padrona della situazione.
“Tu non hai visto il diavolo, Michele, ma un uomo che andava a pescare. Certo anche lui si era spaventato per Pippo e si era nascosto tra le robinie. E là sull’argine, non hai visto nulla. L’apparecchio è passato, come sempre. L’ho sentito anch’io, cosa credi? Che sia una novità? E cosa pretendi d’aver visto in cielo col buio che c’era? Tu hai paura di tutto. Non devi più andare da solo in campagna di notte. I ragazzi stanno bene a letto, non in giro. Ora fai un bel bagno ai piedi, così ti passa il male, poi ti accompagno a casa. E spero che i tuoi fratelli non siano ancora tornati e che tua madre non sia sveglia …”.
A poco a poco la paura lasciava gli occhi del ragazzo: si faceva strada in lui un senso di confusione, di disorientamento. Le immagini che prima lo avevano turbato, gli sembrarono lontane, svanivano come inutili fantasie.
“Dici davvero, maestra?”.
“Certo, Michele!”.
“Sono tanto stanco … Ho tanta sonno …”.
“Ecco, asciugati bene, ora, e sta tranquillo …”.
Poco dopo Laura accompagnava il ragazzo al portone di casa sua. Bastava attraversare la strada e percorrere pochi passi soltanto, ma il suo cuore batteva all’impazzata mentre tornava, sola, scrutando a destra e a sinistra sulla via deserta.
Per tutta la notte sognò cose orribili. Di tanto in tanto si svegliava col cuore in tumulto. Uno scricchiolio, un batter di fronda, un grido di civetta, bastavano a farla balzare seduta sul letto.
Solo verso il mattino si calmò e le paure notturne le parvero ridicole e sciocche.

* * * * *
Prima ancora che sorgesse l’alba, Vecchia Strada pullulava di soldati. Gli autocarri rombanti erano giunti quando le ultime ombre della notte stavano appena dileguandosi.
Ordini, grida, passi pesanti e rombare di motori, avevano fatto accorrere sui portoni delle cascine e alle finestre delle case la gente assonnata.
Per tutta la giornata la campagna antistante il fiume venne percorsa in lungo e in largo. In ogni casa vi furono interrogatori.
“Che avete fatto ieri sera?”.
“Dove eravate questa notte?”.
“Che cosa avete visto verso il fiume?”.
Ma nessuno sapeva qualcosa.
”Io sono andato a letto presto”.
“Ho dormito tutta la notte”.
“Non ho sentito nulla, posso giurarlo”.
Qualcuno rispose di aver sentito Pippo e di non aver neppure accesa la luce per paura.
Laura, in classe, raccoglieva dalla voce dei bambini notizie e commenti. Cominciava a pensare seriamente alla storia di Michele. Dunque le sue visioni non erano stare le fantasie di un ragazzo malato. Aveva proprio visto il ‘fantasma’ scendere dal cielo e il ‘diavolo’ scappare tra le robinie sotto la chiesa!
Avrebbe voluto interrogarlo meglio, ora che il terrore della notte si era in lui sicuramente attenuato, ma Michele, cosa strana, quel mattino non si era fatto vedere. Il suo posto accanto alla cattedra rimase vuoto per tutta la giornata.
“Sarà andato a curiosare” pensò la maestra”, domani avrà un sacco di cose da raccontare”.
Dopo le lezioni Laura non uscì. Se avevano bisogno di lei, sapevano dove trovarla. Inoltre non aveva ancora deciso se rivelare o meno la storia di Michele, se glielo avessero domandato.
Inoltre le era venuto un dubbio terribile: e se il ‘diavolo’ sotto la chiesa fosse stato il forestiero della canonica? Se i soldati l’avessero scoperto? Se don Angelo venisse accusato?
Restò in casa, accanto alla finestra che guardava sui campi e con un libro sulle ginocchia. Ma l’occhio non seguiva le righe. Guardava la strada, la vedeva bene fino al crocicchio: ogni tanto una camionetta passava rombando con dei soldati a bordo. Cosa stava capitando in paese? Non si vedeva nessun altro per la via, tutti erano sicuramente chiusi in casa o nelle stalle. Non si sentivano altri rumori. Probabilmente stavano cercando lungo il fiume, e in paese c’era, forse, soltanto qualche macchina con alcuni soldati di guardia.
Appena scomparve il sole, Laura chiuse a chiave la porta di casa e cercò di prepararsi un po’ di cena. Era anche preoccupata per Michele che non si era fatto vedere neppure per un attimo. Temeva, ormai, che stesse poco bene, o che la grande paura non fosse ancora passata, oppure che i fratelli avessero scoperto il suo giro notturno sull’argine e l’avessero castigato.
Era così preoccupata, che non si sentì neppure di mangiare.
Si stava preparando per andare a dormire, quando sentì battere i tocchi dell’Ave Maria. Segno che don Angelo si apprestava a dire il rosario. Come ogni sera.
Nulla di nuovo, dunque. I soldati se ne erano certamente andati. Il paese era tranquillo. Meglio così!
Era già a letto e le palpebre stavano già chiudendosi, quando le giunse la voce nota di Michele: “Notte, maestra!”.
Dovrei alzarmi, pensò, e dirgli qualcosa, ma era troppo stanca.
“Non importa, penserà che dormo …”
Il ragazzo fischiettò per un po’ sotto le finestre, con la schiena appoggiata al muro e gli occhi sperduti nel grande buio della notte.
Il fischiettare di Michele si fece sempre più sommesso, ma a Laura tenne compagnia per un bel po’, fino a quando giunse per lei il sonno.

XV

XV°

Era appena sorta l’alba, quando un batter furioso di pugni sul portoncino della scuola, destò Laura dal sonno.
Una figura scura stava guardando disperatamente verso l’alto.
“Per carità, aprite!”.
“Ma voi, chi siete?”, domandò Laura spaventata.
“Aprite, aprite, per amor di Dio!”.
Era tale il tono della voce dell’uomo, che senza riflettere, s’infilò la vestaglia e scesa a precipizio le scale.
Aprì col batticuore il portoncino e lo sconosciuto scivolò dentro come un fantasma, s’appoggiò alla parete e cominciò ad asciugarsi il sudore che gli gocciolava dalla fronte. Quando la porta fu di nuovo sprangata, Laura si voltò per guardarlo in viso.
Era giovane, stremato e pieno di terrore.
“Che vi succede, posso saperlo”?.
L’uomo si tolse il berretto, lo scosse, si passò le dita tra i capelli che aveva spessi e nerissimi, pettinati all’indietro e leggermente ondulati.
“E’ da ieri che scappo. Mi cercano e dovevo passare il fiume stanotte … non ho fatto in tempo, purtroppo …”.
C’era in tutta la figura di quel ragazzo qualcosa di estremamente indifeso, di terribilmente incerto.
Laura ne ebbe paura, ma sebbene stesse tremando, lo prese per un braccio e lo accompagnò in cucina. Gli accese silenziosamente il fuoco, versò del latte nel pentolino e glielo fece bollire.
Seduto sulla poltrona, con le gambe allungate verso la fiamma, lo sconosciuto seguiva con occhio sfuggente ogni movimento e sussultava ad ogni rumore che all’improvviso Laura faceva.
“Ecco, bevete un po’ di latte. Vi scalderà”.
Gli offrì la tazza e la sua mano tremava. Il forestiero se ne accorse.
“Vi ho fatto paura, vero”?, le chiese con gentilezza, “Ma questa è stata la prima casa che mi sono trovato davanti. Fino al fiume non potevo più arrivare. E’ passata l’ora, ormai. E poi di attraversare il paese non ho avuto il coraggio …”.
“Non pensateci più, ora. Vi aiuterò, se appena posso“.
Mentre egli beveva il suo latte, ella salì per vestirsi. La paura le stava passando e subentrava in lei la decisione di aiutare quel ragazzo, ad ogni costo.
“Ne parlerò a don Angelo”, disse fra sé, “Egli troverà qualcosa che si possa fare …”.
Quando entrò in cucina col suo grembiule nero, già pronta per la scuola, egli stava adocchiando da dietro la tendina, la strada deserta.
“E’ un paese tranquillo, vero?”, le chiese senza voltarsi quando la sentì arrivare.
”Oh, sì”.
“Non viene mai nessuno qua …”.
“Nessuno”, mentì lei.
“Non ci sono tedeschi …”.
“No”.
Solo allora egli tirò un profondo respiro di sollievo e si voltò.
“Dovete perdonarmi: mi chiamo Gianni Argenti”.
E le tese la mano con semplicità.
“Siate il benvenuto. Io sono Laura Landi. Insegno qui a Vecchia Strada da quattro anni.”.
Lentamente il giovane si staccò dalla finestra e tornò a sedersi accanto al fuoco. Laura, senza dir nulla, gettò un’altra bracciata di sterpi sul fuoco e la fiamma si alzò con allegria. Il volto dell’uomo si colorò vivacemente e sulla labbra parve aleggiare un sorriso. Ma fu così fugace, che Laura pensò di essersi sbagliata. Egli chiuse gli occhi e parve volersi addormentare.
Laura, discreta, lo coprì con una coperta di lana. Si aspettava che sorridesse, ma lo strano ospite si era già addormentato.

* * * * *

Le sorprese, quel mattino, non erano però terminate.
Mancava poco più di un’ora all’inizio delle lezioni, quando don Angelo, passando davanti alla finestra, batté con le dita sui vetri.
Laura lo riconobbe e corse ad aprire.
Lo introdusse nell’aula facendogli segno di far piano. Ma il povero prete aveva un’aria così abbattuta, che neppure se ne accorse. Si accasciò su un banco e allargò le braccia.
”Non c’è più … Se n’è andato, se n’è andato come un ladro … senza dirmi una parola … senza avvertirmi …”.
Laura era così presa dal pensiero del suo giovane ospite, che, al momento, non comprese.
“Se ne è andato come un ladro? Ma chi, don Angelo …?.
“Sì. L’altra notte. Io me ne solo accorto solo al mattino, quando sono corso di sopra per dirgli che c’erano i soldati in paese … lui non c’era più … non c’era più niente di suo … L’ho cercato anche in chiesa … E’ sparito senza lasciare traccia!”.
Smise per un attimo, poi riprese:
“I soldati han cercato dappertutto … E’ stata una fortuna, forse. Io non avrei fatto in tempo a difenderlo, credo …”.
Finalmente Laura aveva capito e guardava con gli occhi sbarrati il prete.
Dunque Michele aveva visto giusto!
“Oh!” disse, “io non sapevo nulla. Nessuno mi ha detto che i soldati erano venuti da voi!”.
“Eh, sì, figliola! Non mi hanno fatto del male, s’intende, ma erano sospettosi. Pareva che sapessero. Doveva essere un pezzo grosso il forestiero. Han messo a soqquadro tutto il paese.”.
Gianni Argenti, frattanto, di là doveva essersi svegliato, perché si sentiva che tossiva.
Laura toccò don Angelo sul braccio e gli fece cenno di ascoltare.
“Chi c’è di là? E’ già qui Michele”?.
“No. E’ un fuggiasco. E’ arrivato che io dormivo ancora. Doveva passare il fiume stanotte, ma non ha fatto in tempo. E’ molto giovane.”.
Don Angelo non aspettò che Laura avesse finito di parlare. Si alzò con vivacità, corse alla porta che comunicava con la cucina ed entrò.
Il ragazzo sbarrò in faccia al parroco due occhi atterriti, si afferrò ai braccioli della poltrona, tirò su le gambe pronto a darsi alla fuga.
“Ma no, figliolo, sta tranquillo! Sono un povero prete, non vedi?”.
Lo sguardo del giovane cercò quello di Laura, che gli stava sorridendo.
Subito si calmò. Don Angelo prese una sedia e la portò vicino alla poltrona.
“Dunque, figliolo, ho sentito che avete bisogno di aiuto. Avete qualche programma? C’è qualcosa che possiamo fare”.
Più calmo, il forestiero smise di guardarsi attorno, fissò il fuoco con aria sconsolata e disse:
“Non sono un eroe, io, non lo sono mai stato … ma devo nascondermi o andare in montagna. Mi avevano detto di venire al fiume, il tal giorno, alla tale ora, nel tal posto. Una barca doveva traghettarmi e, una volta di là, qualcuno avrebbe pensato a me. Ma non sono arrivato in tempo …”
“E ora?”, lo incalzò il sacerdote, “Cosa volete fare? Se siete venuto fin qui, dovete aver avuto un buon motivo. Io non vi chiedo quale, non vi domando nulla. Se chiedete aiuto io cerco di darvelo. Cosa volete fare? Volete passare il fiume?”.
“Ormai non mi aspettano più. Se posso preferirei restare, se pensate che sia un luogo sicuro …”.
“Questo non si può mai dire … Ma dopo il trambusto dell’altra notte, speriamo che si possa stare in pace”.
Scosse il capo con tristezza. Pareva essersi fatto, in quei giorni, vecchio e demoralizzato.
“Potrebbe restare qui”, intervenne Laura, “qui non è mai venuto nessuno, mentre lei, don Angelo, ha già avuto i suoi fastidi, non crede?”.
Il prete si fece pensoso. Tentennò il capo, incerto.
“Qui non sono mai venuti, è vero. Ma, scusatemi Laura …”.
S’interruppe confuso. Guardò i due giovani, incerto se continuare o meno.
Tossicchiò, si schiarì la voce e riprese, tutto d’un fiato:
“Ecco, voi siete sola , Laura … siete una ragazza sola, qui … e non sta bene che vi teniate un giovanotto in casa”.
Come sollevato, alzò il capo e sorrise. Laura lo fissò quasi divertita. Il ragazzo girò gli occhi dall’uno all’altra, come se non capisse.
“Ma, don Angelo! Sono ragionamenti da farsi questi? Non dovrebbe nemmeno pensarci, come non ci penso io”.
“Ma immaginate quello che dirà la gente?”
“La gente? Ma non saprà mai nulla la gente! Nessuno deve sapere, reverendo!”.
“Avete ragione … Ma a dormire dove lo metterete”?.
“Qui, sulla poltrona, la stendo e ne posso fare un letto.”
Di nuovo il prete scosse il capo.
“E Michele …?.”.
“Michele è come un cagnolino, povero ragazzo. Sarà muto e cieco se io lo vorrò”.
“Bene, bene … Ma se vengono i soldati, dove lo potrete nascondere?”.
“E perché dovrebbero venire?”
“Chi lo sa … Se ci fosse ancora Franz a Vecchia Strada …”.
L’ombra di Franz entrò così nella stanza. Laura ne vide i biondi capelli appoggiati allo schienale della poltrona, soffici, giovani e pieni di sole. Sentì i suoi azzurrissimi occhi su di sé, mentre la seguivano nella stanza. Il ricordo della dolcezza del suo sorriso quando la guardava, la fece arrossire più del calore della fiamma del camino.
Sospirò profondamente. Anche i sacerdote sospirò.
Il giovane sconosciuto aveva frattanto chinato il capo e socchiuso gli occhi, come quelle fossero cose alle quali non doveva pensare. Gli altri avrebbero pensato e deciso per lui. Non era mai stato un eroe, lo sapeva ed ora era stanco da morire. Era meglio riposare, intanto che poteva.
Quando il prete uscì egli dormiva.
Fuori i bambini cominciavano ad arrivare: si sentivano i loro richiami e le loro grida come ogni giorno. La giornata di marzo era limpida e fresca. Spirava un venticello frizzante che faceva correre, come pecore disperse, le varie nuvolette che infiocchettavano il cielo.
Don Angelo si calcò il tricorno sulla fronte, sprofondò le mani nelle tasche della lunga veste nera, e camminò svelto, scansando i bambini che stavano rincorrendosi.

* * * * *

Michele neppure quel giorno venne a scuola.
Grandi cose erano capitate in casa Monforti e lui non aveva tempo per andare a scuola.
Sua madre, fin da prima dell’alba era andata a scuoterlo nella sua cuccetta, appena su dalla scala.
“Vieni”, gli aveva detto con voce secca, “fai presto”.
Ed egli aveva fatto presto, in un attimo era stato pronto.
La madre, in cucina,teneva già lo scialletto in testa e la sporta infilata al braccio.
“Dove andiamo, ma’?”.
La donna non rispose. Fece solo un gesto con la mano rugosa e scura, come per dire: “Lontano”.
S’incamminarono in fretta e nella strada deserta s’udivano soltanto i loro zoccoli ticchettare sulla terra nuda.
Scesero, accelerando, già dal viottolo che andava all’argine. Passando accanto alle robinie sotto la chiesa, il ragazzo rabbrividì.
“Corri che ti scaldi”, gli disse la madre credendo che avesse freddo.
“No, ma’, non ho freddo”.
I primi raggi del sole saettarono al di sopra dei rami dei pioppi, laggiù, proprio di fronte a loro. Camminarono col rosso del primo sole sul viso, negli occhi, tra i capelli.
L’acqua del fiume di tinse di vermiglio, mutò d’aspetto di minuto in minuto. Fu rossa, dorata, rosa e perlacea, per diventare azzurra e verde e quasi bianca mano a mano che essi lasciavano alle loro spalle il paese.
L’argine, con le sue gobbe erbose, sembrava un grosso serpente sonnacchioso. Seguiva le curve del fiume e qua era nudo ed alto, tutto nel sole, e là ornato di tenere foglie che, dall’alto dei pioppi, punteggiavano di ombre il sentiero.
Madre e figlio camminavano in silenzio. Solo di tanto in tanto Michele imitava il fischio di un uccello e s’attardava un istante per sentire se esso rispondeva. Poi accelerava, raggiungeva la gonna di sua madre che sventagliava tra l’erba rugiadosa con ritmo sempre uguale.
Il sole uscì dalla linea lontana degli alberi, sempre più in fretta. Si scrollò di dosso certe minuscole nuvole bianche, e apparve intero, enorme, sfavillante nel cielo.
Le allodole si alzarono dai prati, cantando. Furono punti neri quasi invisibili nell’oro dell’aria.
“Ho fame, ma’ ”, disse d’un tratto il ragazzo con voce lamentosa.
Senza fermarsi la donna frugò nella sporta che teneva al braccio, ne trasse una fetta di pane scuro e gliela tese.
“Dove andiamo”?, tornò a domandare dopo un po’ Michele.
“Quasi ci siamo. Mangia intanto”.
Il ragazzo cominciò a rosicchiare il pane con energia. Camminava dondolandosi, con le spalle curve e la testa ciondoloni, com’era sua abitudine. Non aveva pensieri, né paure o ansie, anche se i suoi fratelli non erano tornati il giorno prima, neppure per dormire; anche se la mamma aveva pianto vicino al fuoco, anche se i soldati avevano voluto guardare fin sotto i letti, coi fucili in mano, per cercare chissà che cosa.
Ora tutto era finito. Per lui esistevano solo la bella giornata e quel sentiero lungo il fiume che egli percorreva seguendo la madre.
Finalmente spuntò tra gli alberi, giù dall’argine, un po’ più in là, il tetto rosso di una casa.
“Vieni”, disse la donna, “siamo arrivati”.
Scesero balzelloni dal pendio, imboccarono un viottolo polveroso e furono accolti dall’abbaiare di un cane.
“Fermati”, disse la donna senza voltarsi, “il cane può essere slegato”.
Restò ferma anche lei sul viottolo, rigida e nera, fissando la casa.
Ben presto sulla porta della stalla che si apriva sotto un portico ingombro di paglia, apparve un vecchio, con le maniche della camicia rimboccate. Scrutò per qualche istante i visitatori, poi parve riconoscerli. Getto un richiamo al cane, che subito tacque. Fece un cenno alla donna e s’avviò verso la casa.
“Tu fermati qua”, ordinò la madre a Michele. “Siediti e mangia”.
Trasse un altro pezzo di pane dalla sporta e glielo tese. Poi s’accomodò sul capo lo scialletto nero, si passò la mano, lisciandolo, sul grembiule , scosse la polvere dagli zoccoli e si incamminò verso la casa.
Michele rimase tranquillo a sbriciolarsi il pane tra le labbra.
Il sole era salito parecchio nel cielo e l’erba si andava asciugando dalla rugiada della notte.

* * * * *

Agata Monforti rifece la strada del ritorno in assoluto silenzio, seguita dal ragazzo, come da un cane fedele. Non vi era , apparentemente, alcunché di mutato in lei: aveva lo stesso volto rigido e giallo, il fazzoletto nero calato fin sugli occhi, la sottana che sfiorava l’erba con rapidità e la sporta di paglia al braccio. Solo la borsa pareva diversa, meno gonfia, più leggera e la donna la reggeva senza alcuna fatica.
Prima di scendere dall’argine, in vista di Vecchia Strada, prese Michele per mano e gli parlò piano, come se dovesse confidargli un segreto.
“Non dire a nessuno dove siamo stati. A nessuno. Se te lo domandano, rispondi: al mercato, siamo stati al mercato”.
“C’era il mercato, ma’, là giù dall’argine? E cosa hai comprato”?.
“Ho venduto le uova, quella della cova”.
“Va bene, ma’, hai venduto le uova, quella della cova, le hai vendute al mercato”.
La donna lasciò la mano del ragazzo, che arrancò su per il viottolo, sotto la chiesa, a capo basso, lanciano occhiate tra le robinie. Non si scambiarono più una parola fino alla porta di casa.
“Levati gli zoccoli e puliscili con la paglia”, disse la madre.
Anche lei fece altrettanto, poi si tolse il grembiule e lo scialletto, li scosse per bene e disse, a voce alta:
“E’ lunga la strada per andare al mercato. E’ lunga da fare a piedi”.
Alcune contadine, sedute sotto il portico a sbucciar patate o a rammendare, assentirono convinte.
“Meno male che c‘è fresco. Siete andati per il fiume?”.
“Eh, certo! La strada la si accorcia di un bel po’ ”.
“Questo è certo … Se il tempo è buono conviene andare dal fiume …”.
Sul volto di Agata apparve un’ombra di esultanza, che subito scomparve. Le aveva ingannate!
Nessuno doveva sapere che quello sarebbe stato, d’ora innanzi il suo calvario, che per amore dei suoi ragazzi l’avrebbe percorso con qualsiasi tempo, perché essi non si sentissero abbandonati, perché fossero tranquilli nel loro esilio volontario.
Rientrò rapida in casa e, immediatamente, la si udì sfaccendare, poiché s’era fatto tardi e agli uomini bisognava far trovare pronta ogni cosa, quando sarebbero tornati.
Agli uomini …! Il cuore le si strinse di pena.
Erano il suo orgoglio, così alti, forti e belli! Ed ora Renzo e Marco se n’erano andati e a lei non era dato vederli. Se ne stavano nascosti come bestie nelle tane.
Lino e Pedro, invece, a casa dormivano vestiti. la notte, e si voltavano sospettosi ad ogni rumore e lei capiva che anche a loro la terra scottava sotto i piedi. Essi pure se ne sarebbero andati, come cani randagi, senza di che coprirsi, senza mangiare, senza mostrarsi ad alcuno. E lei, la madre, avrebbe dovuto andarli a cercare. Ma avrebbe consegnato ad altri ciò che con amore avrebbe preparato. Da altri avrebbe udito se stavano bene, se non sentivano freddo la sera, se mangiavano abbastanza. Che gran tristezza essere madri in questi tempi!
Così pensava Agata e pareva, a volte , che il cuore le si spezzasse, ma bisognava che gli altri non lo sentissero, povero cuore!
Così anche quella mattina scopò, spolverò, accese il fuoco, vi mise la pentola a bollire, stese la tovaglia sul tavolo come se nulla fosse accaduto.
Gettò una voce a Michele:
“Lavati i piedi, figliolo. Oggi dovrai andare a scuola, lo sai”.
Certo. Era un giorno come tutti gli altri, né più, né meno. La gente non doveva sapere.

* * * * *

Per alcuni giorni tutto fu tranquillo a Vecchia Strada.
Lungo le siepi già metteva i boccioli il biancospino e sul ciglio dei fossi si aprivano le margherite. C’era già anche qualche viola sotto le foglie secche dei cespugli, bastava spostarle e si potevano trovare.
I ragazzi cinguettavano tra i banchi e qualche rondine si era già vista svolare tra le gronde, mentre il sole si faceva di giorno in giorno più tiepido.
Gianni Argenti, l’ospite di Laura, li ascoltava sorridendo, al di là della porta chiusa. Era un buon figliolo, diceva Laura e don Angelo. Non aveva voluto fare il militare ed era fuggito, non sapeva neppure lui perché. Per questo era ricercato.
Don Angelo veniva ogni giorno alla scuola e aveva un tale sguardo preoccupato, mentre girava gli occhi dalla fanciulla al forestiero, che Laura rideva divertita.
Il giorno del giovedì santo, quell’anno cadeva alla fine di marzo.
I ragazzi erano ormai in vacanza, porte e finestre di ogni casa erano spalancate al sole per le pulizie straordinarie della Pasqua e i biancospini, come per incanto, riempivano le siepi di candore.
Laura aveva ricevuto il giorno prima una lunga lettera di Franz che le aveva colmato il cuore di tenerezza. Egli le ripeteva di aver fede, poiché, anche se tutto fosse crollato intorno a loro, il bene che si volevano sarebbe sopravvissuto.
Mentre Laura si accingeva a rispondere, si udivano, fuori, i ragazzi che correvano, a piedi nudi, trascinandosi dietro le lunghe catene nere dei camini. Era un’usanza antica. Forse esisteva già quando il piccolo paese non era che un posto di passaggio tra l’una e l’altra sponda del fiume, quando passavano, scalpitanti sul vecchio acciottolato, i corrieri dei signorotti limitrofi. Allora non c’era che un’osteria, un posto di guardia, l’abitazione del traghettatore e qualche casupola di pastori sparsa tra i campi.
Ma, forse, già da allora i ragazzetti scalzi percorrevano, il giovedì santo, i viottoli polverosi con le catene, nere di fuliggine, legate alla cintura.
Laura a ciò pensava, mentre si apprestava a scrivere a Franz. Anche a lui voleva raccontare la strana usanza.
Quand’ecco, contro l’inferriata, l’ombra di Michele.
“Maestra, me la dai la tua catena?”.
“Certo, Michele! Aspetta un minuto.”
Gianni Argenti salutò il ragazzo col quale aveva già fatto amicizia, poi si alzò per aiutare Laura.
“Michele!” gridò la maestra, “Non importa se le catene sono due”?
“Meglio, maestra! Te le riporto stasera, lucide lucide, vedrai”! I due giovani passarono allora nell’aula deserta. Anche qui c’era, nella parete di fronte alla cattedra, un caminetto minuscolo, che Laura aveva chiuso con un paravento di legno coperto da un foglio di carta a fiori.
La catena venne staccata e Laura la portò, insieme all’altra, al ragazzo che aspettava.
Ogni volta che Argenti metteva piede in quell’aula, si commuoveva fino alle lacrime. Quei cento e cento visetti, tutti i fila, in bell’ordine sulle pareti, egli li conosceva, ormai, uno per uno.
Talvolta si fermava anche a sfogliare i quadernetti degli alunni di Laura e ne leggeva le frasi delicate, affettuose che essi trovavano per i loro compagni di Gorla.
“Mi pare che siano vivi”, disse un giorno.
“Certo! Per tutti noi sono vivi. Non credete, Argenti, che per loro il Signore possa aver creato un paradiso speciale? Con le loro maestre, i loro libri? A me piace pensare, addirittura, che essi lassù tengano dei quadernetti come i nostri e se potessimo sfogliarli, forse, vi troveremmo frasi d’amore e di perdono, proprio come queste dei bambini di Vecchia Strada. Saranno i bambini, questi di quaggiù e quelli di lassù, che insegneranno al mondo una legge nuova … Almeno spero.”
Poi aggiunse, pensosa:
“Bisognerà saper perdonare, però. Molto perdonare e molto amare, amico mio”.
Argenti scuoteva il capo. Certe cose non le capiva. Che occorresse amare tutti, anche i tedeschi che lo mettevano in fuga al loro solo apparire, ecco, questo non lo capiva.
Come richiamato dai malinconici pensieri del giovane, d’un tratto scoppiettò sulla strada un rombar di motori.
Argenti si fece pallido, sbarrò gli occhi in faccia a Laura e balbettò:
“Sono i tedeschi … Mi stanno cercando …”.
Laura si affaccio alla finestra, socchiudendo le imposte leggermente.
Una nuvola di polvere veniva dal crocicchio e sulla strada uno stuolo di galline fuggiva starnazzando verso la campagna.
Non c’era da dubitare. Quelli erano dei soldati. Nessuno aveva motori e macchine così potenti in quell’ultimo anno di guerra.
Si rivolse ad Argenti con la voce incrinata dall’ansia:
“Non abbiate paura, qui alla scuola non sono mai venuti …”.
Ma il ragazzo tremava e si guardava attorno alla ricerca di un posto dove nascondersi.
“Sono chiuse le porte”?
“Certo … certo … Ma ascoltate, sono passati oltre … Andranno al fiume …”.
“Ma possono tornare!”.
“Per forza! C’è solo questa strada!”.
Si sforzava di essere sorridente, scherzosa. Ma dentro era spaventata. Pensava a Michele che le aveva detto due giorni prima: “Maestra, i miei fratelli sono scappati”.
Potevano essere per la campagna, nelle boschine, alla Bicocca, o potevano aver passato il fiume … E se li trovavano, Dio mio ?
Argenti, nel frattempo si era dato, con furia, a sbarrare tutte le finestre.
“Io resto qui, in classe. Se picchiano alla porta mi nascondo. Mi aiuterete, vero? Non mi denuncerete …”.
Le lacrime gli inumidivano gli occhi. Laura si commosse. Gli prese le mani che egli teneva giunte come in preghiera e gliele tenne strette tra le sue.
“Se fossi vostra sorella, Argenti, dubitereste di me?”
“Oh, no!”.
“Ebbene, voi mi siete fratello, il più caro dei fratelli …”.
Egli le lesse in faccia la serietà delle sue parole e, in uno slancio di riconoscenza, le baciò le mani.
“Grazie … perdonate …”.
Insieme tornarono in cucina. Anche qui Laura abbassò le imposte. Riassettò la stanza, cercò intorno
Se vi fossero tracce del passaggio del forestiero, poi spalancò la porta che comunicava con la sua aula. Si sforzava d’essere tranquilla, ma il cuore le batteva forte per l’agitazione.
La lettera per Franz era sul tavolo, appena cominciata. Ella vi si sedette davanti per continuare, ma la mano le pareva di piombo e la penna di fuoco. Allora si appoggiò alla spalliera della sedia e mentalmente cominciò a pregare.
Gianni Argenti, guardando tra le imposte socchiuse era teso e muto, tutt’orecchi per sentire.
Ogni voce, ogni suono, ogni passo gli batteva sui nervi come una frustata. Il suo corpo era come una freccia quando sta per scoccare dall’arco.

* * * * *

Le ore parvero lunghe nella piccola stanza di Laura. Attimi di disperata paura, seguivano a minuti di folle speranza.
Gianni Argenti aveva già percorso la distanza da una finestra all’altra infinite volte. Sudava e rabbrividiva, si accasciava sulla poltrona e balzava in piedi col cuore in gola un attimo dopo.
Laura non aveva potuto resistere in quell’atmosfera d’ansia ed era uscita parecchie volte, scrutando su e giù per la strada deserta.
Le camionette erano laggiù in fondo, vicino alla piazzetta della chiesa. Non si vedeva nessuno sui portoni o nella via. Era già prossimo il tramonto e le siepi dei biancospini si stavano colorando di rosa. Il paese pareva essersi un poco rianimato, qualche voce di bambino risuonava alta, qualche passo pesante di chi tornava dalla campagna, batteva sul marciapiede della scuola.
I due giovani chiusi nella penombra della stanza, sentivano i nervi distendersi.
Quand’ecco, senza preavviso, un battere discreto all’uscio che dava sul cortile. Un rapido intrecciarsi di sguardi, disperato quello dell’uomo, ansioso quello di Laura, un fuggire silenzioso, come uno svolazzar di passeri nel buio. Poi:
“Chi è? Vengo subito”.
La voce di Laura non tremò. Si alzò, smuovendo forte la sedia. Spalancò le imposte che davano sulla via con gesto rapidissimo.
Tre militari, di cui uno italiano, aspettavano davanti alla porta coi moschetti a tracolla.
Parlò l’italiano:
“Ci vorrà scusare, signorina. Abbiamo l’ordine di perlustrare tutta la zona. Vorrà permetterci di dare un’occhiata anche qui …”.
“Oh, qui, nella scuola”?
Sorrise con quanta dolcezza poté.
“Qui non è mai venuto nessuno … Vivo così sola …”.
I tre militari erano nel frattempo entrati e il sorriso di Laura pareva li avesse ammansiti.
“Ci vorrà scusare”, ripeté l’italiano, guardandola con simpatia. “Questo è l’ordine, non abbia timore.”
Laura si trasse da parte. Essi girarono intorno gli sguardi, poi uno dei tedeschi accennò alla scala.
“Prego”, mormorò Laura, “fate pure”. E accese la luce.
Il passo pesante del soldato fece tremare la scaletta di legno.
“E questa porta dove conduce?”, chiese l’italiano indicando l’uscio dell’aula.
“Nella mia scuola”, mormorò in un soffio, “ma ora siamo in vacanza, sapete …”
“Già! Vacanze di pasqua! Bei tempi quando si andava a scuola, signorina! Permette che dia uno sguardo?”.
Laura si appoggiò allo stipite, sentendo, all’improvviso, le gambe tremare.
I soldati passarono davanti a lei e l’italiano si levò il berretto, rispettosamente.
“La scuola è sacra, come una chiesa”, mormorò.
I due tedeschi assentirono e seguirono il suo esempio.
C’era una penombra discreta nell’aula. D’istinto gli occhi di Laura corsero al caminetto.
Respirò di sollievo. Nulla poteva far pensare che là dietro vi fosse una creatura umana.
Subito lo sguardo dei tre uomini si fermò sulla strana teoria di quei volti di bimbi, che sorridevano dalle pareti.
L’italiano si avvicinò, pieno d’interesse per leggere qualche nome e qualche frase.
Immediatamente capì, alzò la testa e guardò fisso Laura:
“Sono i bambini di Gorla? Tutti i bambini del bombardamento di Gorla?”.
Si voltò verso i due tedeschi e parlò con loro fitto fitto. Essi si chinarono verso le piccole fotografie
sillabando forte i loro nomi, le loro giovani età.
Il cuore di Laura batteva all’impazzata. Capì che doveva parlare, parlare, dire qualcosa perché quegli uomini non sentissero il battito del suo cuore e di quell’altro disgraziato nascosto dietro il paravento a fiori.
“Ecco, questa è la mia amica Nannina Silenti. Era maestra a Gorla. Noi, qui a Vecchia Strada, abbiamo vissuto tutta la loro tragedia. I miei scolari hanno scelto un amico, o più di un amico, tra questi che son morti. Ne parlano come se fossero fratelli. Eravamo fuori, sui prati, quando gli apparecchi ci sono passati sul capo per andare a bombardare Milano. Abbiamo sofferto, attimo per attimo, accanto a loro”.
E segnò col dito tremante la lunga sfilata dei bimbi.
“Io sono stata a Gorla. Li ho visti mentre li estraevano dalla macerie, li ho visti sui tavoli di marmo dei cimiteri, nei letti degli ospedali. Ho visto la mia amica abbracciata alla sua scolarina più piccola. E’ stata una cosa tremenda. Per tutta la vita non riuscirò a dimenticare”.
La foga del discorso le faceva tremare la voce. L’ansia, il tormento, l’incertezza delle lunghe ore di quella giornata, ebbero finalmente il sopravvento e Laura scoppiò in singhiozzi, nascondendo il volto tra le mani.
L’ufficiale italiano parlò rapidamente ai due stranieri ed essi assentirono con commossa gravità.
Poi tutti insieme scattarono sull’attenti e salutarono militarmente.
L’ufficiale, con la voce roca per la commozione, disse volgendosi al Laura:
“Le chiedo scusa, a nome pure dei miei camerati. Non volevamo rinnovare in lei tanto dolore. Siamo pieni di ammirazione per ciò che lei sta facendo in questo sperduto paese. Tener vivo il loro ricordo, è tener accesa la fiaccola che, domani, potrà alluminare di nuova luce il mondo. Ci riteniamo fortunati di averla conosciuta, signorina”.
Le tese la mano, con aperta simpatia. Laura gliela strinse con ancora le lacrime sulla guance.
Poi tutti uscirono.
Fuori il paese pareva sorridere: dai comignoli alti e fumanti, dai vecchi muri, dalle siepi profumate, dall’erba lucente sui bordi della via, dagli occhi della gente, veniva a Laura un irresistibile sguardo di allegrezza.
Respirò profondo e lasciò che il sole al tramonto, quel rosso sole della sera, le asciugasse le lacrime che ancora le brillavano tra le ciglia.

XVI

XVI°

Al calar delle prime ombre, don Angelo bussò sui vetri.
Se credeva di trovare i due giovani allegri e fiduciosi per la perquisizione finita bene, si sbagliava.
Argenti, rannicchiato sul gradino del focolare, aveva i gomiti puntati sulle ginocchia e il volto tra le mani. Picchiava nervosamente un piede sul pavimento e i capelli gli cadevano disordinatamente sulla fronte. Neppure all’entrata del prete alzò il capo.
Laura, dal canto suo, stava fissando ostinatamente fuori dalla finestra, voltando le spalle al suo ospite. Girò il capo soltanto per salutare don Angelo.
“Beh, figlioli, cosa succede?”, chiese il sacerdote. “ E’, forse, accaduto qualcosa di brutto? Sono arrivato fin qui col batticuore, sebbene fossi certo che i soldati se n’erano andati da soli. Mi volete spiegare?”.
Laura fissò con occhi fiammeggianti il suo ospite:
“Su, parlate”, disse quasi con ira, “raccontate a don Angelo le vostre prodezze”.
Ma Argenti non accennava a muoversi, né ad aprire bocca.
“Per carità! Avete litigato? Buon Dio che gioventù”, esclamò sorridendo il sacerdote.
“Macché, reverendo! Le pare che si possa aver avuto il tempo di litigare, con quello che c’è stato?”.
“E allora?”.
“E allora, ecco”, dichiarò d’improvviso Argenti. ”Ho deciso di andarmene. Stasera, subito …”.
Si era alzato in piedi, con le mani dietro la schiena e gli occhi lucenti, come sfidando tutti quanti a trattenerlo.
“Volete andarvene? Ma perché in nome di Dio?”.
Siccome il giovane non gli rispondeva, don Angelo si rivolse a Laura.
“Non vorreste raccontarmi con calma ciò che è accaduto? Dopo potrei consigliarvi per il meglio”.
Laura lo fece accomodare, poi gli si sedette accanto e cominciò a narrare come si erano svolti i fatti: la loro ansia, il terrore d’essere scoperti, la semplice astuzia, ma anche la sua sincera commozione, usate per distrarre l’attenzione dei soldati, la sua gioia nel vederli andarsene pieni di ammirazione per lei, il sollievo con cui aveva richiamato fuori Argenti dal suo nascondiglio.
“E lui, pallido come un cencio”, proseguì indispettita, “mi salta fuori a dire che qui non ci sta neppure un’ora in più, che ha provato troppo spavento, che quelli ritorneranno perché lui ha sentito i complimenti che mi hanno fatto: che verranno ancora per mostrare ad altri le fotografie dei bambini, che questa scuola diventerà famosa, che tedeschi e fascisti saranno di casa qui, cominciando da domani. Ecco quello che dice da più di un’ora, reverendo. Prima l’ho trattato con le buone, comprendendo la sua paura: io stessa ero terrorizzata. Poi mi son messa a prenderlo garbatamente in giro, sperando che ritornasse alla ragione. Infine mi sono arrabbiata. E’ peggio che parlare con un bambino. Non fa che ripetermi i soliti discorsi. E vuol andarsene subito, non sa dove, non sa da chi, con la paura che ha in corpo. Ma si farà beccare come un pulcino nel primo luogo abitato! Cadrà nella rete del primo rastrellamento, senza neppure accorgersene. Glielo faccia capire anche lei, don Angelo!”.
Ma invano il buon prete cercò in tutti i modi di strappargli di dosso il suo terrore. Bastava che giungesse un rumore insolito dalla strada, che subito balzava in piedi e tendeva l’orecchio. Il suo ritornello era sempre lo stesso:
“Non sono coraggioso, io … Un’altra volta nascosto là dietro, io ci morrò dallo spavento. Lasciatemi andare all’aria aperta. Non voglio morire qui, come un topo schiacciato nel suo buco”.
Inutilmente il sacerdote gli offrì l’alloggio in canonica.
“Per qualche giorno soltanto, figliolo, poi troverò io qualcuno che vi aiuti.
Tutto fu vano. Voleva solo uscire, andarsene. Vedeva pericoli ed ombre dappertutto, pareva che il pavimento gli bruciasse sotto i piedi.
Era ormai notte quando don Angelo e Laura videro Gianni Argenti uscire furtivamente dalla scuola. A stento erano riusciti a fargli accettare un fagotto con una coperta e del pane.
Se ne era andato senza neppure voltarsi indietro a salutare, tutto teso nella ricerca di un viottolo, il più nascosto, il più solitario che ci fosse.
Laura quando lo vide sparire oltre il cimitero, si appoggiò col braccio allo spigolo della porta e singhiozzò. Don Angelo le batté paternamente la mano sulla spalla, senza dir nulla, poi la costrinse a rientrare.
La notte era ancora fredda, il cielo scuro e scintillante di stelle.
“Non c’era nulla da fare, Laura … Che Iddio lo protegga”.
Laura non dormì quella notte. Stette attenta ad ogni passo. Diceva:
“Tornerà. Che deve fare là fuori, solo, senza neppure sapere come fare a passare il fiume …”.
Invece non tornò.
L’indomani era il venerdì santo. Un giorno di tristezza anche se l’aria era chiara e pervasa dal profumo della primavera. Si sarebbe detto che da ogni cespuglio già fossero uscite le viole.
Laura, nella mattinata, si spinse fino al fiume, prima in giù, fino al platano centenario, poi più su fino alla Bicocca. Scrutò qua e là, febbrilmente. Di Gianni Argenti nessuna traccia.
Al ritorno fece l’ultimo tentativo. Le seccava farlo, non era neppur certa che sarebbe stata compresa. Ma non volle rinunciarvi.
Solo i Monforti, infatti, avrebbero potuto aiutare un fuggiasco a mettersi in salvo.
Così, nel passare davanti alla loro casa, vi entrò. C’era Agata che scodellava la minestra al suo vecchio, seduto in attesa. Michele giunse di corsa, poiché l’aveva vista entrare dal portone.
”Maestra, cosa c’è?”, domandò col fiato grosso, prima ancora che Agata avesse risposto al suo saluto.
“Cercavo i vostri figlioli, Agata. Avrei da parlare”.
La donna la scrutò un istante, con gli occhi acuti come spilli, sospettosi,
“Perché?”.
“Una cosa importante, molto importante …”.
“Non ci sono”.
“Potrei tornare più tardi, se non vi spiace”.
La contadina depose il mestolo su un piatto e si mise di fronte a Laura.
“I miei figlioli non ci sono e ringrazi il cielo, maestra, che non son qui a riceverla”.
Aveva una voce così aspra che Laura indietreggiò, spaventata.
“Sì, ringrazi il cielo e non mi faccia dire di più”.
“Oh, ma’?”, strillò Michele mettendosi davanti alla maestra. “Ma è la maestra, ma’!”.
Agata era tornata accanto alla zuppiera fumante e aveva ripreso a scodellare la minestra nel piatto del marito, che, sordo com’era, guardava ora l’una, ora l’altra senza capire.
“Vieni, maestra”, disse Michele prendendola per mano, “vieni che ti spiego io”.
Laura si lasciò guidare da lui fuori dal cortile, con un gran desiderio di piangere.
“Vedi, maestra, ieri i tedeschi hanno fatto scappare anche Lino e Pedro. La mamma dice che ci hanno fatto la spia …”.
Dunque era questo il sospetto che aveva visto balenare negli occhi della donna? Dunque a Vecchia Strada la credevano una spia? E lei che pensava d’essere amata, lei che viveva nell’assurda convinzione d’essere al centro di un’oasi d’amore, di un piccolo mondo che le voleva bene …!
Abbandonò la mano di Michele e corse in casa, nella sua stanza. Chiuse la porta e vi si appoggiò contro, scoppiando in pianto.
Michele picchiò e chiamò a lungo. Poi se ne andò, col grosso capo ciondoloni e una smorfia di delusione sul viso.
Alla breve processione della sera col Gesù morto, la maestra non comparve e don Angelo pensò che fosse rimasta in casa in attesa del suo protetto, perché anch’egli pensava che la sua stessa paura lo facesse tornare.
Il venerdì santo morì in tristezza.
Il corteo col Cristo morto s’era svolto senza lumi, senza suono di campane, col solo salmodiare
lento dei fedeli.
Silenziosamente ognuno pensò, con un po’ di morte nel cuore, alle infinite tristezze di quei giorni di passione, con l’incertezza del futuro, l’ansia per gli assenti, la paura ad ogni rombar di motore.
Che poteva essere il dolore di Laura nella marea del dolore umano? Solo un granello di sabbia sulla riva di un oceano. Null’altro. Chi poteva, dunque, badare a lei?
Per questo pianse e pianse, sola e sperduta, fino a notte fonda, quando il sonno finalmente arrivò a darle un po’ di tregua.

* * * * *

Al sabato santo le campane vennero sciolte e cantarono, giù giù per i pendii, fino ai molti paesi sparsi lungo il fiume.
Le note rimbalzarono sull’argine, tra i pioppi ciarlieri, baciarono l’erba e i petali dei fiori, rimbalzarono sulle siepi spinose mentre, da cento nidi nascosti uscirono pettirossi ed usignoli, passeri e cardellini alzandosi giulivi nel sole.
I ragazzi se ne andarono nei campi alla ricerca di viole e ranuncoli.
Le donne spalancarono le porte delle case in attesa del prete che veniva a benedirle.
C’era ancora speranza nel cuore della gente. Era Pasqua!
Ma ad un tratto, insieme al cantar delle campane, giunse l’ululato delle sirene d’allarme.
Uno, due, tre aerei lucenti, sbucarono da dietro l’ultimo filare dei pioppi, così improvvisi, così lucenti che tutti rimasero senza fiato vedendoli passare. L’ala scintillante nella virata sfiorò quasi i comignoli sui tetti delle case.
I tre aerei si impennarono rabbiosi, salirono col muso aguzzo verso l’azzurro. Poi, subito, quasi per beffare la gente che fuggiva spaventata, tornarono a calarsi, a picco, scivolando di nuovo sui tetti delle case.
Ci fu un fuggi fuggi angoscioso. Le porte delle case si chiusero d’impeto. Uomini, donne e bestie si strinsero insieme, negli angoli più impensati. Piangevano i bambini, balbettavano preghiere le donne.
Poi, fra il rombo dei motori, che continuavano la danza infernale sul povero paese, si intromise un crepitio ritmico, secco, che piovve sui tetti, per la via, col fragore della grandine nei temporali d’estate.
“Stanno mitragliando!”.
L’annuncio corse di bocca in bocca e aumentò il tremore e la paura della gente rannicchiata.
Una donna lanciò un grido di spavento, un uomo la zittì, scuotendola forte.
Un ragazzo impazzito s’alzò dal mucchio di paglia in cui si era rifugiato e si diede a correre per l’aia, invocando la mamma che non lo sentiva.
La macabra danza durò un quarto d’ora, ma parve lunga quanto una vita.
Finalmente, con un’ultima sventagliata, l’ultimo aereo si alzò tutto nel sole e si smarrì lontano, facendosi sempre più piccolo. Tutti si alzarono e uscirono dai loro nascondigli: c’erano pallore e paura sui loro volti, ma, nello stesso tempo, vergogna per avere tremato.
Don Angelo sbucò dalla canonica, già con la stola e col chierichetto a lato. Scrutò la via. Non c’era ancora nessuno. Certo in ogni cortile si stavano contando i danni.
Nulla poteva giustificare quella sarabanda infernale.
Egli sospirò, si riassettò la veste e disse al bambino che ancora batteva i denti:
“Coraggio, il più è passato … “.
Intanto anche la gente cominciava a uscire sulla via, uomini, donne, ragazzi e si scambiavano i commenti, si raccontavano i danni subiti, la paura, il pianto dei bimbi, il nervosismo degli animali dentro la stalla. Si mostravano l’un l’altro, i bossoli raccolti, si indicavano a vicenda i vetri in frantumi, le scalfitture nel muro, i buchi sulla strada. E tutti scuotevano il capo. Perché?
Già, perché?
Ma nessuno aveva una risposta da dare. Neppure don Angelo, che disse per tutti:
“Portate pazienza figlioli. Finirà”.
E cominciò a benedire le case che parevano, con le facciate sbertucciate e i vetri in frantumi, degli stanchi volti con le occhiaie vuote.
Era passata un’ora circa dal mitragliamento, quand’ecco sulla via una nuvola di polvere. Due camionette militari venivano sobbalzando e strombettando.
La gente si fece sui portoni e, con grandi cenni, invitò i soldati ad entrare e a non lasciare le macchine all’aperto. Se quelli fossero tornati, sarebbe bastata anche una macchina sola, visibile dall’alto, perché tutto il paese venisse colpito.
Ognuno poi s’affrettò a mostrare, a raccontare, a far cenni, perché anche i tedeschi capissero la paura subita e l’entità dei danni.
“Non c’erano vittime?”.
“No”.
“Non incendi, crolli?”.
“No”:
“Solo vetri rotti, muri scalfiti?”.
“Sì …sì …”.
“E molto spavento, anche …”.
“Oh, sì … “.
Un ufficiale sorrise.
“Meglio … meglio … Fate attenzione, nessuno esca, nessuno si mostri, neppure con un carretto, neppure con una bicicletta, se dovessero tornare”.
“Perché, ritorneranno?”.
“Oh, certo! E’ la loro forza questa …”.
“Come”?.
“Niente, niente …”.
L’ufficiale fece un gesto con la mano, un gesto stanco, come chi sa che tutto è inutile, ormai, che nulla c’è più da fare o da dire …
Poi si volse ai suoi soldati e diede un ordine breve. Essi accennarono di sì col capo e uscirono sulla strada.
La gente stette a guardarli con occhi sbarrati. Avevano i fucili a tracolla e andavano decisamente verso l’argine.
L’ufficiale gettò un’occhiata in giro e tornò a sorridere:
“Niente paura … Normale servizio di perlustrazione … Niente paura …”.

* * * * *

Fu così che Gianni Argenti venne preso. Il terrore degli aerei doveva averlo spinto fuori dal suo rifugio, se rifugio aveva avuto in quei giorni.
I soldati lo videro mentre scappava, saltando come un animale selvatico, attraverso cespugli e fossati, apparendo e scomparendo tra i tronchi dei pioppi.
Gli intimarono l’alt. Inutilmente.
Correva disperatamente, senza mai voltarsi, su e giù, alla cieca, senza meta e senza speranza.
I soldati si sparpagliarono nei campi, cercando di accerchiarlo. Egli certamente si sentiva in trappola e la sua stessa paura, gli dava una forza incredibile.
Di nuovo gli fu gridato di arrendersi, ma, come se l’ordine gli avesse dato una frustata di energia, riprese nuova lena, balzò sull’argine, si voltò con un movimento quasi di sfida e si buttò a capofitto nel fiume. Poteva essere la salvezza, ma poteva essere anche un suicidio.
Dai campi partì un colpo solitario di fucile. Poi un altro. I più veloci tra i soldati avevano raggiunto l’argine. Gianni Argenti era in acqua e tentava di nuotare verso la riva opposta.
Una pallottola fischiò e rimbalzò sull’acqua verde azzurra. Un’altra lo sfiorò. La terza lo colpì.
Con un urlo di dolore alzò le braccia in cerca di un appiglio, scomparve sott’acqua e ricomparve con la bocca spalancata in cerca di aiuto. Ma già un soldato si era tolto scarpe e giacca e si era rapidamente tuffato.
Gianni Argenti fu estratto dal fiume senza più alcuna volontà di reagire, senza forza nemmeno per gridare, come un burattino tra le braccia del militare.
L’eco delle fucilate aveva messo in allarme i contadini. I più coraggiosi si erano spinti fino alla chiesa e guardavano giù, verso l’argine, senza capire.
Don Angelo stava tornando dall’aver benedetto una casa vicina al fiume. Udì gli spari e comprese: qualcuno era in pericolo. Non ci pensò due volte, si sollevò la tonaca e cominciò a correre. Il chierichetto spaurito cercò di seguirlo e perse gli zoccoli sul viottolo erboso.
Così il prete fu il primo a riconoscere Gianni Argenti. Lo vide sanguinante e pallido come un morto, senza più fiato, neppure per chiedere pietà.
Si volse ai soldati e pregò:
“Presto, venite in canonica, dovremo medicarlo. Quest’uomo sta male!”.
Dopo aver cercato di farlo camminare da solo, due soldati, reggendolo sotto le ascelle, lo trasportarono quasi di peso, su per la strada che portava in paese.
Una piccola folla lo vide arrivare, ma nessuno aprì bocca. Michele si staccò dal gruppo e partì come un razzo verso la scuola.
“Maestra”, urlò vedendo Laura, “vieni, hanno preso il tuo amico. E’ ferito, forse muore …”.
Laura si portò le mani alla gola, come se improvvisamente il cuore le fosse balzato su a toglierle il fiato. Le parve, per un istante di sentirsi morire. Ma il ragazzo non le diede il tempo di svenire. L’afferrò per una mano e se la trascinò dietro, sulla via, tra una piccola folla di donne, che mormoravano qualcosa tra loro, segnandola a dito.
Michele, arrivato alla canonica, si fece largo. Spinse da parte gli uomini che guardavano dalle finestre e dalla porta.
“Ecco, vieni. E’ qui!”.
Un soldato col moschetto in mano ostruiva il piccolo corridoio.
“Non si passa!”, gridò.
“Ma noi …”, cominciò Michele.
“Niente, non si passa!”.
Così Laura restò addossata alla porta, con le gambe che tremavano e con una gran voglia di piangere. Dall’interno venivano di tanto in tanto dei lamenti. Ogni volta che li udiva, lei sobbalzava.
Poi un soldato gridò:
“Via … Fate largo …”.
E Gianni Argenti uscì: non era più tanto pallido ora. Si vedeva che aveva ad un polpaccio una fasciatura arrossata dal sangue. Nell’uscire si appoggiava a don Angelo, che gli teneva un braccio attorno alla vita, e ad un soldato.
Passando vicino a Laura i suoi occhi si spalancarono, come quelli di un bambino sorpreso e spaurito. Non disse nulla. La guardò un attimo solo con una espressione indefinibile. Parve persino che sul viso gli passasse un’ombra di sorriso, breve e fuggevole, che un istante dopo non c’era più.
E Laura si chiese se egli avesse voluto davvero sorriderle.
Una camionetta frattanto si era avvicinata, Gianni Argenti fu fatto salire. Il motore ruggì con fracasso e la macchina partì.
La piccola folla si disperse con mormorii e sussurri che a Laura non era dato di intendere.
Ella tornò verso casa, a capo basso, con le gambe che le parevano di piombo.
Voleva far presto per poter essere sola, ma il cammino le pareva lungo, interminabile, eterno.
Michele le si mise dietro e la seguì, come un cagnolino fedele.


* * * * *

Così la pasqua venne e passò senza letizia.
I giorni d’aprile, nati in una nuvola rosa di fiori di pesco, trascorrevano senza gioia, senza scopo, senza speranza. La guerra continuava e le notizie si succedevano più tragiche che mai.
La scuola era aperta e pareva un giardino.
Per i bambini aprile è pur sempre aprile e per i prati la primavera ha sempre lo stesso volto.
Davanti ai bimbi di Gorla, c’erano dovunque vasetti di viole, ranuncoli, pervinche, margherite e non-ti-scordar.
Rami di pesco, di ciliegio, di biancospino ricamavano l’aula di rosa e di bianco.
Il sole entrava dai vetri scintillanti e irrompeva sulle teste bionde o brune degli scolari di Laura, sempre in movimento tra i banchi.
Ma Laura si sentiva inutile, aveva un gran vuoto dentro e una grande incertezza nell’anima. Nulla le sembrava più bello, né degno di essere insegnato in una scuola.
Non odiava, no. Ma neppure amava. Si sentiva vuota dentro, come se tutti i suoi sogni si fossero polverizzati e dispersi.
La guerra si faceva ogni giorno più vicina. C’erano mitragliamenti quotidiani persino sulle piccole strade di campagna: bastava un carretto tirato dall’asino, o il contadino in bicicletta, che tornava dal lavoro, o la massaia che era stata a fare la spesa, ed ecco, uno o più aerei, piccoli e veloci, arrivavano in picchiata e ‘ta ta ta’ mitragliavano e fuggivano. E non sempre si faceva in tempo a nascondersi dietro una pianta o in un fosso.
Franz le scriveva ancora, ma non sempre le sue lettere arrivavano. Quando giungevano Laura leggeva e rileggeva frasi come queste: “fatti coraggio, Laura, verranno giorni brutti …”.
Dio mio, come se questi non fossero già sufficientemente terribili!
Franz era un gran sognatore e un illuso, pensava Laura. Come poteva scrivere che, però, dalle rovine e dal crollo di tante speranze, nascerà il desiderio di non ricadere più negli stessi errori, che sarebbe nato un mondo migliore, che gli uomini avrebbero imparato a volersi bene … Come poteva dirlo?
Lei, invece, si sentiva avvolta solo dai sospetti della gente, dalla paura della solitudine, dall’incertezza del futuro. Si sentiva come stretta in una morsa. Tutti gli altri le parevano più uniti, coi loro sussurri, i loro sguardi furtivi, con le loro paure, ma anche con le loro inconfessate speranze.
Verso la metà del mese la vita si era fatta così difficile anche a Vecchia Strada, che persino la scuola ne era paralizzata. Le incursioni dei veloci aerei da caccia erano così frequenti che riusciva difficile persino andare al lavoro nei campi, o recarsi al cimitero, o in chiesa e persino a scuola.
Le ombre giganti e nere degli apparecchi correvano sui prati, sbucando come razzi da dietro i filari dei gelsi o da sopra i tetti delle case.
Ogni giorno arrivavano notizie terribili. Al crocicchio un giorno un carretto che trasportava paglia, tirato da un asino, era stato mitragliato e l’asino era stato ucciso. Il contadino che lo guidava aveva appena fatto in tempo a buttarsi in un fosso.
Più in giù, sulla provinciale. due donne in bicicletta erano state assalite con tale ferocia e rapidità, che non erano riuscire a mettersi in salvo. Ambedue erano poi state raccolte prive di vita.
Su fiume un barcone carico di legna era colato a picco e il barcaiolo era annegato sotto una sventagliata di colpi.
La voce del popolino raccoglieva e ingrandiva queste terrificanti notizie. Insomma non ci si poteva più fidare neppure ad uscire.
Le mamme cominciarono a trattenere a casa i bambini. La scuola restò per metà vuota.
Laura venne invitata a far uscire i ragazzi, a mezzogiorno, alla spicciolata, uno alla volta e di corsa, dopo aver scrutato il cielo e ascoltato attentamente che non ci fossero ronzii di apparecchi.
La notte, poi, quel maledetto piccolo aereo fantasma che la gente chiamava ‘Pippo’, andava e veniva, partiva e ritornava con una tenacia spaventosa. Diventava impossibile chiudere gli occhi. Se appena ci si appisolava, ecco, di soprassalto, uno scoppio. Ogni notte cadeva qualche spezzone o qualche bomba su casolari isolati, o nei cortili delle cascine, o su qualche stalla piena di bestie.
Una notte cadde persino sul cimitero.
Laura a quello scoppio si svegliò, tremarono persino le pareti della scuola e caddero in frantumi i vetri della sua stanza e i calcinacci del soffitto piovvero sopra il suo letto. Un gran polverone riempì la camera.
Dopo un primo attimo di sbalordimento, balzò dal letto e corse alla finestra gridando aiuto.
In breve il paese si popolò di ombre incerte.
Laura scese in strada, convinta che la bomba fosse scoppiata proprio lì, dietro il muro di cinta, tanto l’aveva sentito vicino.
Invece quelli che si erano spinti per primi lungo la stradetta che, passando davanti alla scuola. giungeva al cimitero, s’accorsero subito che il danno più grosso era stato fatto là. Infatti la cappella centrale era crollata.
La costernazione in paese fu grande. Le bombe sacrileghe non avevano rispettato neppure i morti.
Nessuno dormì per il resto della notte.
Le donne accesero un po’ di fuoco nei camini e vi si rannicchiarono intorno coi bambini insonnoliti e piangenti. Gli uomini si chiusero nelle stalle dove le bestie si agitavano e muggivano.
Tutti pensavano che era meglio, se la morte si fosse di nuovo avvicinata, che li trovasse in piedi, pronti a difendere le proprie vite e le proprie cose, se possibile.
L’indomani tutti avevano il volto tirato e stanco e in ogni sguardo c’era un’accorata domanda: “Fino a quando, dunque, Signore … ?”.

* * * * *

Nell’ultima lettera Franz aveva dato a Laura tutti i consigli che riteneva potessero servirle, ora che gli eventi stavano precipitando. Il suo cuore era straziato al pensiero di saperla sola e indifesa. Tanto volentieri avrebbe abbandonato il suo posto per correre da lei. Ma il suo dovere lo inchiodava là, inutile, forse, sia a sé che agli altri, ma fedele alla consegna ricevuta.
C’era la disfatta nell’aria, nel disordine dei comandi, nell’incertezza degli ordini e dei contrordini. Il telefono urlava giorno e notte, il telegrafo ticchettava impazzito, la radio di campo non taceva un istante. E, come se non bastasse, motociclisti polverosi venivano da lontano con sempre nuovi dispacci, con nuove decisioni da adottare, con secchi e assurdi progetti da far realizzare.
C’era veramente da impazzire. Veniva voglia di gridare:
“Basta, basta finalmente! Non capite che è finita? Gettiamo queste inutili armi, quest’odio innaturale e tendiamoci la mano come fratelli, poiché fratelli siamo, sia di qua che di là della barriera del fuoco”.
Ma non si poteva. La guerra è la guerra …
Di notte, ora, si udiva chiaramente il rombo dei cannoni. E ogni volta si faceva più vicino.
Così Franz restava inchiodato al suo traballante tavolino da lavoro, con la cuffia della radio incollata alle orecchie. Non gli pareva più di essere un uomo, ma una macchina che ancora non si era guastata, che una bomba o una pallottola ancora non avevano centrato. Per questo lavorava e lavorava, ascoltava e trasmetteva con voce fredda, metallica, anonima.
Ma nel cuore aveva Laura. Là dove era ancora vivo, là dov’era ancora uomo, là aveva Laura. E là si rifugiava, come fa il pellegrino nell’oasi di un deserto.
Ora, però, anche quel ricordo cominciava a fargli male. Gli pareva di sentire nelle ultime sue lettere, un tormento che ella non voleva rivelargli, un’ansia, un dubbioso pensare all’avvenire che gli riempiva il cuore di incertezze. Capiva che Laura aveva paura. Perché?
Vecchia Strada era fuori dal mondo. Nulla di quanto poteva accadere avrebbe toccato quelle quattro case sperdute nella campagna. Laura poteva abitarvi tranquilla, tra il sorriso dei suoi scolari e l’affetto delle famiglie. Non vi sarebbero stati a Vecchia Strada ferocie da vendicare, odi da far tacere nel sangue. Gli eserciti in ritirata l’avrebbero risparmiata e quelli in arrivo neppure avrebbero saputo della sua esistenza.
Di chi, dunque, aveva paura Laura? Forse temeva di non rivederlo più? Una grande tenerezza invadeva l’anima di Franz a questo pensiero. E allora che importavano le sofferenze, i dubbi, le incertezze del futuro, se Laura l’amava?
“Avanti, allora,” diceva tra sé, “avanti vecchia macchina arrugginita. Lavora e ubbidisci! Questo ti basti!”.
Nell’ultima lettera che le aveva scritto, le aveva consigliato di non muoversi dal paese, poiché in nessun altro posto sarebbe stata abbastanza sicura. La pregava di non uscire, di non aggirarsi sola vicino all’argine nei giorni in cui gli eserciti si sarebbero ritirati.
“Resta in casa, a scuola, coi tuoi bambini. Possa la mia tenerezza esserti accanto. Non sentirti mai sola, Lauretta!”.
E, invece, Laura si sentiva sola da morire. Neppure la scuola le bastava più. Povera scuola! Non poteva neppure più chiamarsi tale. I pochi scolari rimasti tremavano ad ogni rumore, piangevano senza motivo, tutti avevano i nervi tesi e bastava un nonnulla per farli sussultare.
In classe non si concludeva più nulla. Passava le ore fantasticando o tendendo le orecchie a quanto raccontavano i bambini. Era diventata estremamente sospettosa. Le pareva che tutti parlassero di lei, che la spiassero, che sorvegliassero ogni suo movimento. Ad ogni passo, quando usciva, le sembrava d’essere guardata con palese ostilità. Sicché evitava tutti e cadeva ogni giorno più in grande malinconia.
“Maestra”, le disse un giorno Michele, “perché non ridi più? La guerra sta per finire, sai? Ieri è tornato Marco, aveva una pistola grossa così alla cintura. Era tutto contento. Tra poco comanderemo noi, maestra!”.
“Noi? ‘Noi’chi?, Michele?”.
“Io non lo so. Lo ha detto Marco. Ha parlato nella stalla agli uomini. Ma non mi hanno voluto. I ragazzi li hanno chiusi fuori”.
Questo fu un nuovo cruccio per Laura. Cosa avrà detto Marco Monforti agli uomini chiusi nella stalla? Che ordini avrà dato? Di chi avrà parlato? Di lei, sicuramente.
Un terrore senza nome si andava impadronendosi del suo cuore. Le pareva che persino don Angelo fosse diventato, in quei giorni, più reticente, meno espansivo, meno premuroso.
“Anche lui ha paura” diceva tra sé. “Ha paura a mostrarsi mio amico”.
E intanto aprile trionfava, ignaro. Rideva, come un fanciullo, dai mille ranuncoli gialli che tappezzavano d’oro le rive dei fossi. Cantava senza ritegno attraverso le piccole gole delle allodole.
Un cielo alto e scintillante rovesciava sul mondo tesori di luci: lo tingeva di rosa al mattino, lo vestiva di azzurro e di giallo al meriggio, lo spruzzava di un rosso violetto alla sera.
Laura, seduta sul davanzale, aggrappata alle inferriate , lo guardava quel cielo ad ogni tramonto e si ricordava di un vecchio proverbio popolare che diceva:
“Rosso di sera, bel tempo si spera”
Ma in quale ‘bel tempo’ poteva sperare lei, povera foglia intristita che più non amava la gente, che più non sapeva perdonare, né credere?
Il bel tempo, sì, sarebbe venuto, forse, ma per altri. Per quelli che stavano chiusi nelle stalle ad ascoltare Marco Monforti; per quelli che la spiavano da dietro le imposte socchiuse, per quelli che deviavano il passo, quando la incontravano, per non doverla salutare. Per quelli sì, non per lei e per Franz.
Ma perché restava, allora? Perché Franz la ritrovasse tornando? Era assurdo, ormai. Franz non sarebbe tornato mai più.
Perché, dunque, restava?
Se lo chiese per alcune sere, poi, all’improvviso, decise:
“Domani parto. Me ne vado”.
Sarebbe andata a Milano, nella casa che aveva ospitato Nannina, dalla mamma della piccola Rosalia, quella che Nannina aveva tenuto abbracciata morendo.
Quella povera mamma non l’avrebbe scacciata. Non avrebbe visto in lei la spia, la sospettata, ma soltanto l’amica di Nannina.
Là nelle alte stanzette, così vicine al cielo, avrebbe atteso che tutto crollasse e non avrebbe udito né le grida di trionfo, né gli urli della folla, né il pianto dei vinti.
Là avrebbe ignorato tutto. Per questo doveva andare.
Vegliò gran parte della notte per mettere ordine nelle sue cose: registri, pagelle, quaderni, tutto allineò con diligenza sulla cattedra. Preparò la lettera per i superiori comunicando che chiedeva un congedo fino alla fine delle lezioni, che ormai non sarebbero durate a lungo, e si propose di imbucarla in paese.
Quando ebbe finito girò lo sguardo tra i banchi deserti e ne provò pena. Ma era una sciocca a soffrirne, sciocca a pensare ad altri più che a se stessa, quando gli altri non pensavano a lei.
Che le importava delle treccine bionde di Venia, dei riccioli di Stefano, del viso sorridente di Carlo, di Virginio, di Giacomo o di Giuseppe, degli occhi seri di Mariuccia, della timidissima Gigliola, di Marcello o di Romeo, che forse ne avrebbero sofferto. O di Michele, il suo angelo custode durante tutti quei quattro anni di scuola …
Quei bimbi, quasi certamente l’avrebbero subito dimenticata, travolti dalla gioia di tutti, dall’entusiasmo dei grandi per la guerra finita.
Valeva la pena dare in cambio la propria sicurezza, la propria pace per loro?
“No, sicuramente no. Sono una sciocca sentimentale. Domani sarà tutto passato”.
Ma quando alzò gli occhi verso la lunga fila dei visetti dei bambini di Gorla, che ormai conosceva come se fossero vivi e presenti, sentì un nodo alla gola e fuggì dall’aula per non pensare.
Raccolse la sua poca roba e la chiuse nella valigia. Ciò che rimaneva la chiuse a chiave nei cassetti.
Quand’ebbe finito si sprofondò nella poltrona davanti al camino, affranta. Era stato più duro di quanto avesse immaginato.
Ma ormai la decisione era presa. Sarebbe partita all’alba dell’indomani.

*****

Invece l’alba venne, in punta di piedi e la trovò addormentata. Furono i bimbi col loro chiacchierio a destarla.
Balzò in piedi, spaventata. La lampada al centro della stanza era ancora accesa. Corse a spegnerla e a spalancare le imposte. Doveva essere molto tardi ormai. Non era più possibile partire. Aveva commesso una grande sciocchezza addormentandosi. Avrebbe pianto di stizza.
Le restava un altro giorno e un’altra notte da passare a Vecchia Strada: un giorno pieno di ricordi e una notte piena di paure.
Si sentiva innervosita e stanca. Ma quando la campana suonò, non le rimase che aprire il portoncino della scuola per far entrare i ragazzi. Erano pochi, ciarlieri e distratti. Tutti avevano da narrare qualcosa che avevano udito la sera prima in casa.
“Stanotte attaccheranno la bandiera rossa al campanile!”, annunciò Michele trionfante. “Marco me l’ha fatta vedere. E’ grande così, rossa come il fuoco”.
“Le donne oggi fanno le ciambelle al forno grande dell’aia. Ne fanno tante che non basteranno le ceste per mettercele tutte. Si prepara una grande festa, maestra!”.
Verso mezzogiorno si udì un gran vociare venire dal paese. Laura, ansiosa, fece per uscire, ma Michele la trattenne:
“Resta qui, maestra. L’ha detto Marco che meno ti fai vedere e meglio è”.
Laura avvampò. Sentì il sangue salirgli al viso.
Ma chi credevano di essere quei quattro bifolchi per darle degli ordini? Senza riflettere oltre, alzò la mano verso il ragazzo e lo schiaffeggiò.
Michele, stupito, sollevò verso di lei i grandi occhi sporgenti pieni di lacrime e la fissò a bocca spalancata.
Sussurrò piano: “Maestra …”, ma già lei gli aveva voltato le spalle, mentre tutti zittivano, pieni di timore.
In quel silenzio assurdo caddero i rintocchi del mezzodì. Senza voltarsi Laura fece un cenno e tutti uscirono silenziosamente, girandosi sospettosi a guardarla. Alle lezioni del pomeriggio non venne nessuno.
Poco dopo mezzogiorno, infatti, una compagnia di tedeschi, armati di tutto punto, era giunta in paese. C’era stato tra i contadini un fuggi fuggi generale.
Si poterono udire, per qualche tempo, ordini secchi, richiami, tramestio di scarpe chiodate. Si era anche sparato qualche colpo isolato. Laura non sapeva contro chi, né perché.
Poi la colonna era scesa verso il fiume, il rumore dei passi s’era fatto, mano a mano, più lontano e sommesso.
Il paese restò zitto zitto e Laura si chiese, con un certo tremore, se fossero tutti morti a Vecchia Strada. Poi, però, qualche imposta si schiuse, qualcuno adocchiò dai cortili, qualche ragazzo andò di corsa sulla piazzetta della chiesa per vedere il più lontano possibile verso il fiume.
Dopo poco tornarono tutti urlando:
“Se ne vanno! Se ne vanno!”.
Anche Laura guardava dalla finestra verso il paese. Anche lei li vedeva laggiù, lungo l’argine, in lunga colonna scura.
Uomini e donne si rovesciarono sulla via con cenni e grida festose. Dal portone della cascina di Michele uscì, d’un tratto, un gruppo di ragazzotti gridando a gran voce:
“Largo … fate largo …”.
Poi, dietro di loro sbucò una enorme bandiera rossa fiammante, portata a spalla da Marco Monforti. Scrosciarono battimani ed ‘evviva’. I bambini spiccavano salti da caprioli per riuscire a toccarla. Le donne sventolavano i fazzoletti.
Laura si sentì il cuore pieno di odio e di dolore. Chiuse di scatto la finestra e si buttò sul letto, con la testa sotto il cuscino per non sentire.
Restò a lungo così. Quando si alzò, un sibilo sinistro stava calando sul paese. Poi un rombo pesante fece tremare i vetri. C’erano gli aerei! Corse alla finestra col batticuore.
Essi stavano disegnando una grande curva su Vecchia Strada e si precipitavano col muso aguzzo sopra di alberi dell’argine.
Echeggiò una sventagliata di colpi, poi un’altra ancora. Si chiuse con le mani le orecchie per non sentire. Laggiù, in fondo, sull’argine, la lunga colonna scura era scomparsa, ma certo, tra i ranuncoli d’oro, ci sarebbero stati, domani, numerosi rossi fiori di sangue. Un controsenso nell’armonia dell’aprile.
Che inferno diventava la vita!

* * * * *

La sera cadde su Vecchia Strada come un uccello da preda, ad ali spalancate.
Le ombre rosse del tramonto invasero ogni angolo e Laura chiuse con rabbia le imposte per non vederle. Le pareva che fosse sangue vivo che grondava sulle cose.
Basta, basta davvero!
A Vecchia Strada non sarebbe rimasta un giorno di più. Restassero i vincitori, quelli della rossa bandiera, quelli che pendevano dalle labbra di Marco Monforti.
Lei non chiedeva pietà, né perdono. A testa alta se ne sarebbe andata, lasciando tutti senza rimpianti. Lasciando anche i bambini, i bambini della sua scuola. Bimbi ce n’erano dovunque, e tutti uguali. Altrove avrebbe cercato i sorrisi di Lena o i riccioli scuri del piccolo Marcello.
Attese che il silenzio calasse sul paese.
Attese, con una assurda, timida speranza, che qualcuno venisse a dirle, sotto la finestra chiusa. “Notte, maestra!”.
Non sarebbe rimasta per questo, ma se ne sarebbe andata con un’esile filo di speranza, con un po’ di dolcezza, che le avrebbe impedito di essere assolutamente sola nel vasto mondo.
Invece no: non venne nessuno.
Si stizzì con se stessa: era sempre una incorreggibile sentimentale. Ma nel mondo nuovo non ci sarebbe stato posto per il sentimento. Doveva adeguarsi ai tempi, se voleva sopravvivere. Il mondo non era più degno d’amore. Che grande illuso era Franz, quando parlava di fratellanza, di bontà, di perdono!
Si appisolò e si svegliò a più riprese sulla poltrona che aveva accolto Franz, don Angelo e Gianni Argenti. Essi le parevano, ora, delle povere ombre inconsistenti: Franz con le sue illusioni, don Angelo con la sua ingenua semplicità, Argento col suo terrore di perseguitato.
Lei sola era viva, dura, decisa. Poiché lei aveva capito quello che bisognava fare per adeguarsi ai tempi.
L’alba non era ancora sorta quando uscì e chiuse la porta a chiave alle sue spalle, con un tonfo sordo, come quando si getta una palata di terra sopra una tomba recente.
Il cielo schiariva appena.
Era l’aurora del 25 aprile 1945 e pareva che il sole avesse paura a mostrarsi. Troppe cose avrebbe dovuto vedere nella sua corsa veloce in quel giorno.
Un usignolo cantava da un pioppo, quando Laura svoltò al crocicchio. Ma smise di colpo quando udì i suoi passi.
Ora il paese non si vedeva più e a Laura parve di poter camminare più leggera. Aveva tagliato ogni legame, nessun filo, la teneva più unita a quel mondo.
Tra poco il sole, salendo da sopra i tetti di Vecchia Strada, avrebbe scoperta quella grande bandiera rossa legata alla cima del campanile da Marco Monforti. Per un attimo si sentì commossa pensando all’espressione stupita e triste di don Angelo, quando, uscendo dalla canonica in ombra, avrebbe scorto quella fiamma violenta lassù, a signoreggiare sul suo piccolo mondo.
Fu un attimo solo, però.
Poi gettò indietro la testa, scosse i lunghi capelli ricciuti, scacciò pensieri e ricordi ed allungò il passo.
Era diventata una macchina, una lucida macchina decisa ad andare fino in fondo. E una macchina non ha rimpianti, non ha sogni e non ha tristezze. Con questo cuore Laura cercava di iniziare una nuova vita in un mondo nuovo.

XVII

XVII°

Nelle stanzette alte dell’appartamento di Maria, Laura giunse stremata.
Fu accolta come una sorella ed ebbe assegnata la stessa camera di Nannina.
La mamma di Rosalia non le fece domande e Laura era così spossata, che non aveva fiato neppure per parlare.
Lassù l’eco dei fatti sanguinosi, che si susseguivano nell’Italia settentrionale in quei giorni di passione, giungeva attenuato.
Maria andava e tornava, sempre affannata, sempre col pensiero fisso a Rosalia che non c’era più ed era come assente nel mondo che l’attorniava.
Laura stava ore ed ore coricata sul suo letto, cercando di scacciare pensieri e ricordi. Voleva dimenticare, rifarsi un cuore per la nuova vita: un cuore freddo e senza amore, dato che si era messa nella mente un motto: chi non ama, non soffre.
Si proibiva di sognare, di sperare. E se l’immagine di Franz tornava ad affacciarsi tra i suoi pensieri, non esitava a scacciarla. Franz era un sognatore, pensava; un idealista incorreggibile, credeva nell’amore, nella fratellanza universale! Povero illuso!
Ora Laura sentiva il vuoto attorno a sé e dentro di sé, ma non aveva pace.
“Debbo insistere” si diceva, ”non debbo farmi prendere dallo sconforto. La pace verrà quando avrò tutto dimenticato”.
Per alcuni giorni visse così e Maria la fissava costernata quando le vedeva il ciglio asciutto nell’ascoltarla parlare di Rosalia e di Nannina. Temeva che il troppo soffrire le avesse sconvolta la mente e pregava il Signore che tale pena le fosse risparmiata.
Intanto i primi giorni di maggio sfolgoravano.
Il sole irrompeva dalle finestre spalancate. Le rondini sfrecciavano come ebbre di gioia. I prati della periferia si riempivano di verde smeraldo tra i caseggiati grigi.
“Oggi vado al cimitero. Vuoi venire con me?”, chiese un giorno Maria.
Laura se ne stava sdraiata sul suo letto, con le mani sotto la nuca e gli occhi fissi al soffitto. Erano giorni e giorni che non usciva.
“Ti farebbe bene un po’ di sole”, insistette Maria.
“E perché no?”, disse tra sé. Poteva essere una prova.
Rispose:
“Vengo, se non ti spiace”.
“Figurati! Devi scacciare i brutti pensieri, la vita continua per tutti.”.
In breve Laura fu pronta.
Camminarono per le strade a fianco a fianco, col sole che le baciava sul viso. Furono sui tram affollati, sui marciapiedi tiepidi, sotto gli alberi ormai carichi di foglie e d’uccelli.
Nel cimitero di Greco, Maria andò sicura nel quadro riservato alle tombe, che avevano accolto i piccoli Martiri di Gorla.
Laura se li vide attorno all’improvviso, con quei loro visetti ormai familiari, come se fossero sorti d’incanto per darle il benvenuto.
Ne ebbe un urto al cuore. Per un attimo credette di sognare. Restò sola nel piccolo viale, mentre Maria si avviava sicura verso la sua piccina.
Ecco: lì c’era ‘Mario di Milano’, proprio lui, con quello stesso sorriso che tanto la incantava nella scuola di Vecchia Strada Ed ecco Pinuccia dalla treccia bionda, col nastro ben stirato di fresco. E qui Lucia … e là Giuseppe … Proprio loro! Tutti quanti!
Senza quasi accorgersi, cercò con gli occhi quelli che ancora mancavano: i due fratellini biondi di Michele dov’erano? E il grosso Giulio dall’aria impacciata … e Rosalia con quel faccino da bambola …
Si accorse di cercarli col batticuore. E, trovatili, sorrideva loro, come a vecchi amici e muoveva le labbra per ripetere con dolcezza i loro nomi, che sapevano di sole e di mamma.
E ancora … ancora … Stefano, Aldo, Giovanni, Marco, Ornella , Sandrina … Dio mio, quanti erano!
E Nannina, Signore? Perché non c’era? Dov’era Nannina?
La cercò con gli occhi smarriti.
Maria che la stava a guardare da dietro una bassa siepe, piangeva e sorrideva insieme. Per la prima volta, dopo giorni e giorni, la vedeva viva.
“Laura”, la chiamò sommessa, “Laura …”.
Laura si voltò e si trovò, viso a viso con Nannina. La fissò ammutolita. Come aveva potuto credere di soffocarne il ricordo? Di scordarne il sorriso, di vivere senza più amarla?
Le parole di Nannina, la risata di Nannina, l’entusiasmo di Nannina le furono d’un tratto così vicino, che credette quasi di poter toccare l’amica con le mani.
Quanto si era ingannata! Credeva di poter vivere con l’anima senza sentimenti, col cuore vuoto!
Si inginocchiò sulla tomba dell’amica e sciolse finalmente in lacrime il nodo che le serrava la gola da tanti giorni.
Quando si alzò, s’accorse di star meglio. Mille e mille ricordi tornavano vivi e presenti: le immagini della sua vita felice, la tenerezza di uno sguardo, di un saluto. Come aveva creduto di poterne fare a meno?
Ritornando verso la casa di Maria, si accorse del passo ansioso della donna e del suo viso attento e teso e le chiese:
“Cosa c’è, Maria?”.
“Oh, Laura, sapessi! Ogni volta che mi appresto a rientrare, trattengo il fiato per meglio udire. Mi pare sempre che Rosalia stia nascosta dietro la porta e che mi voglia fare una sorpresa. Per questo salgo sempre di corsa e mi avvicino alla porta in punta di piedi …”.
Laura, commossa, le strinse la mano senza parlare.
“Vedi”, continuò Maria, “mesi e mesi ho vissuto qui sola. Tu non crederai, ma la mia piccina me la sono sempre sentita vicina, in ogni istante. Sfaccendavo per la casa e dietro di me sentivo il suo passettino leggero che mi seguiva. A lei narravo le mie pene, con lei ho aspettato che il suo papà tornasse dalla guerra. Ed ora sento che sarà qui presto. Rosalia me lo dice”.
Tacque mentre introduceva la chiave nella serratura.
“Verrà presto il giorno in cui saremo in due a parlare di Rosalia. Il mio amore la farà rivivere anche per lui, che da anni non la vedeva. Gli dirò: lì in quell’angolo di tavolo si sedeva a mangiare, qui la pettinavo, vicino alla finestra. Lì si sedeva quando le narravo una fiaba e laggiù giocava con la sua bambola di pezza. Ci sono tante cose che suo padre non sa. Dovrò dirgliele tutte, lui deve sapere. Quando sono sola, a volte faccio le prove. Gliele dirò con parole gentili, sorridendo. Sai, dovrò insegnargli a perdonare e io so quanto costi. Ma dovrà imparare; non si può vivere soltanto con l’odio nel cuore. Ed è difficile imparare. Io lo so, Laura, oh, se lo so!”.
Ora che Laura andava ritrovando, ogni giorno, un poco di se stessa, Maria le faceva lunghi discorsi.
“Vedrai che torna, Laura! Starà poco ad arrivare, lo sento.” .
Maria, diceva Laura tra sé, aspetta qualcuno. Solo io non attendo più nessuno. E pian piano le rinasceva dentro la nostalgia del suo piccolo paese con tre case, la scuola, la chiesa e due cascine.
Quella sua scuola fatta di bimbi vivi e di bimbi in paradiso, con Franz che picchiettava sui vetri per salutarla, con Michele che le gridava ogni sera la buona notte e don Angelo che passava, dopo l’Ave Maria, col rosario tra le mani, arrivando fino al piccolo cimitero che stava lassù.
C’era poi il chiacchierio dei passeri sul grande gelso della piazzetta e il trillo delle allodole alte sui prati e il tranquillo cri-cri dei grilli nelle calde sere d’estate.
Quante cose da insegnare e da far capire ai bambini della sua scuola, che sarebbero diventati uomini domani!
Ora che la guerra era finita, la pace e il silenzio sarebbero scesi sul piccolo mondo di Vecchia Strada. Gli assenti sarebbero tornati, senza rancori, forse. La gioia d’essere di nuovo a casa, avrebbe fatto tutto scordare.
Anche Franz sarebbe tornato!
Dio mio, certamente l’avrebbe cercata, avrebbe chiesto di lei ad ognuno dei bambini in fila davanti alla porta chiusa della loro scuola ad aspettarla invano.
E i bambini di Gorla dentro quell’aula fredda e scura … Per loro non era maggio se mancava il sole, se i fiori appassivano, se non udivano il parlottare allegro dei compagni che tenevano loro compagnia.
Doveva proprio tornare, ecco, tornare subito! Non avrebbe atteso che un altro giorno passasse.
Con ansia febbrile si diede a preparare le sue robe e a chiuderle nella valigetta sciupata.
Quando arrivò Maria la trovò così, affannata e felice, già con l’abito migliore indosso, pronta per partire.
“Me ne vado, Maria. Torno a vecchia Strada. Avevo sbagliato tutto. Non sapevo che senza amore non si vive e che l’amore perdona, mille volte perdona”.
Ma anche Maria aveva, quel giorno, la sua parte di gioia. Per la prima volta, dopo tanti mesi, aveva ricevuto la lettera che aspettava: il babbo di Rosalia tornava! Aveva già attraversato la frontiera!
“Me ne vado contenta, Maria, so di non lasciarti sola”.
“Non sono mi stata sola, Rosalia non si è mai allontanata, lo sai …”.
Si lasciarono così, ansiose ambedue di ritrovare il loro mondo di un tempo.

* * * * *

Vecchia Strada sembrava dipinta su un fondale di fuoco. Immobile, aggraziata, minuscola contro il vasto cielo illuminato da un tramonto eccezionale, attendeva.
Laura avanzava e aveva sui sandali la polvere della lunga strada percorsa. Ma ad ogni passo una tristezza le era caduta dal cuore ed ora era leggera, nuova, rinata.
Il suo sguardo assorto non sapeva staccarsi da quella visione da fiaba che le stava davanti.
Il campanile aguzzo pareva essersi fatto più ardito durante la sua lontananza: ora scalava il cielo con orgogliosa fierezza e non c’erano bandiere rosse a sventolare al di sopra delle campane.
I tetti delle case sembrano quasi star chini sotto quell’alta sentinella.
Laura sembrava avanzare portata da ali nascoste. Camminava sul ciglio erboso, senza far rumore.
Una vecchia sbucò da un viottolo col grembiule colmo di radicchi di campo.
Le disse sorridendo:
“Riverisco … Che bella sera,vero maestra? Rosso di sera, bel tempo si spera, che ne dice?”.
Così, come se nulla fosse avvenuto, come se l’assenza non fosse stata neppure notata.
Laura proseguì, sforzandosi d’andar piano per ritrovare ad ogni passo i ricordi.
Dal campanile giunse, d’un tratto un suono di campane. Le volò incontro come per darle un festoso benvenuto.
Laura immaginò, con un sorriso, don Angelo appeso alla corda, giulivo, con la porta del campanile spalancata verso il fiume per assaporare fino all’ultimo raggio quel fiammante tramonto.
Quando la campana tacque, le rondini si fecero più frettolose nel tornare ai nidi e tra poco avrebbero taciuto anche i passeri sul gelso.
Poi sarebbe venuta la notte e il cielo avrebbe aperto le porte alle stelle.
Che gioia sapersi finalmente a casa!
Nell’ultimo tratto di strada, passando accanto al grande gelso, lo sguardo le corse a quel quadrato d’erba su cui poggiava la baracca di Franz.
“Sono tornata, Franz … Come potevo pensare di stare lontana da tutto ciò …?”.
Nella piazzetta il suo passo fece scricchiolare la ghiaia.
Un ragazzo, accoccolato sul marciapiede della scuola, alzò il capo, sbatté le palpebre e si alzò incerto.
“Oh, maestra, sei tu? Hai fatto proprio bene a tornare. Tu non sei una maestra come tutte le altre, lo sai. Hai due scuole, tu!”.
“Caro, caro Michele,” esclamò Laura e l’accarezzò sul viso.
Poi aprì la porta ed entrarono insieme.
“Ti preparo l’acqua, maestra. Tu siedi che sei stanca …”.
Spalancò i vetri ed entrò l’aria tiepida, a fiotti.
Tutto come prima, senza domande e senza spiegazioni. Proprio così aveva sperato che fosse il ritorno.
Domani sarebbe stato un giorno veramente nuovo. E se il cielo era rosso stasera, ci sarebbe stato buon tempo domani!
Bambini, speranze e sole! Tutto qui. Non ci poteva essere altro nel minuscolo mondo dei suoi sogni.
Ma questo per Laura significava, ormai, la felicità.