X°
Don Angelo attendeva i due amici con indicibile ansia. Quando li vide, gli bastò uno sguardo per capire che anche Nannina era con gli altri.
Dai giornali aveva già saputo la tragica verità. Ma nell’angolo più nascosto del suo cuore c’era, senza che avesse il coraggio di confessarlo, una tenace speranza: che Nannina fosse scampata. Chissà come, chissà perché. Ma Nannina poteva essersi salvata.
Invece no. Tutto era finito, ormai. Una piccola folla di bambini che don Angelo, sostituendo la maestra, aveva raccolto in quei giorni tra i banchi della scuola, assistette muta all’incontro.
Nessuno parlò, nessuno pianse. Solo Michele andò vicino a Laura e le toccò una mano:
“Maestra,“ domandò, “non c’erano più, vero?“.
Laura scosse il capo. Come se tutti avessero atteso quel cenno per esserne certi, immediatamente, si fece il vuoto attorno a Laura. Ogni bambino corse a casa per dirlo alla mamma.
Sulla piazzetta restarono loro tre soli. Laura mormorò:
“Sono tanto stanca“.
Tese la mano ai due amici ed entrò in casa. Anche Franz salutò il sacerdote.
Sulla porta della baracca uno degli austriaci scattò sull’attenti. Il tenente raddrizzò le spalle e si disse che doveva mostrarsi uomo. Si sedette al suo tavolo di lavoro e cominciò a sfogliare le carte rimaste inevase.
Don Angelo attraversò il paese e, ad ogni passo, ripeteva dentro di sé :
“Perdona al tuo servo, Signore …“.
Chiedeva perdono per aver troppo osato, troppo sperato. Chi era lui perché Dio lo ascoltasse?
La scuola si riaprì, come ogni giorno, ma la tristezza della maestra pesava come una cappa di piombo sulla serenità dei bambini. Laura passava stancamente tra i banchi, stava lungo tempo affacciata alla finestra guardando lontano. Nei giorni seguenti non uscì più di casa, eppure le giornate si erano rifatte buone.
Non parlava con nessuno. Solo agli alunni diceva lo stretto indispensabile ed essi non avevano neppure più il coraggio di rivolgerle la parola.
Don Angelo, che aveva bussato quasi ogni sera alla sua porta, non aveva avuto risposta.
Franz, che picchiettava sui vetri tutti i giorni, otteneva solo un debole sorriso.
Finché una mattina Michele le disse:
“Senti, maestra. Non si può andare avanti così. Io domani a scuola non ci vengo più”.
Laura non parve udirlo ed egli prese posto nel suo banco con la faccia scura.
Potevano essere le undici quando qualcuno bussò alla porta. Era incarico di Michele correre ad aprire. Lo fece anche stavolta, trascinando i piedi e sbuffando, come per far capire alla maestra che non era contento di lei.
All’entrata stava il postino con in mano una gran busta gialla.
Michele la prese e il suo volto si illuminò. Per un istante si disse:
“Sono loro! Ci hanno risposto!“.
Si volse verso Laura trasfigurato.
La maestra prese la busta mentre tutti i bambini avevano lasciato i banchi per correre a vedere.
La busta era un poco sgualcita, ma l’indirizzo si leggeva chiaro:
“Ai bambini della scuola elementare di Gorla“.
E sotto una mano incerta aveva scritto:
“Respinta al mittente.“
“Sono le vostre lettere, bambini: ce le hanno rimandate, non sono giunte in tempo“.
Un mormorio passò per la classe.
Laura lacerò la busta e ne vuotò il contenuto sul piano della cattedra. Fogli , figurine e fiori uscirono tutti insieme.
“Fratellino mio … “.
“Carissimo Mario di Milano … “.
“Caro compagno sconosciuto ... “.
“Bisognerebbe mutare indirizzo, mettere: - Scuola in Paradiso-”.
Così pensò Laura, ma non aprì bocca. Alzò gli occhi e rivide chiaro ogni particolare di quel giorno di terrore.
Quel “Mario di Milano “ non c’era più.
Pinuccia aveva la treccia bionda sporca di fango sotto il lenzuolo bianco e la sua mamma rideva ancora, impazzita per il dolore.
Rosalia giaceva accanto a Nannina col visetto di cera.
Eccoli tutti in fila, coi volti bianchi, freddi, silenziosi, immobili.
Il cuore di Laura non poté reggere allo strazio e, dimenticando d’essere a scuola, si accasciò sulle letterine e singhiozzò disperatamente. I bambini si guardarono costernati. Poi Vanina cominciò a piangere, chiamando la mamma. Piano piano tutti le fecero eco. Solo allora Laura alzò il capo e disse: “Andate a posto, bambini, io non piango più“.
Quando suonò mezzogiorno, Michele si avvicinò alla cattedra e mormorò:
“ Domani vengo ancora, vedrai”. E Laura lo accarezzò sui capelli .
Ma alla sera la maestra aveva la febbre alta. Michele, spaventatissimo, era corso a chiamare la sua mamma.
La povera donna, tutta agitata, non sapeva cosa fare.
Aiutò la fanciulla a mettersi a letto e le preparò un infuso di camomilla. Poi spedì il ragazzo a chiamare il prete. Don Angelo accorse, col fiato grosso. Le sentì il polso, le toccò la fronte.
Laura col volto congestionato, non parlava e teneva gli occhi chiusi. Sembrava volesse assopirsi.
Venne deciso che Michele e sua madre avrebbero pernottato a scuola e che don Angelo sarebbe stato chiamato se ve ne fosse stato bisogno.
La febbre continuò a salire e nella notte venne il delirio: urlava nomi sconosciuti, si sollevava per gettarsi dal letto, parlava concitata tendendo i pugni contro un invisibile nemico. Poi si accasciava priva di forze. Quando, finalmente, suonò l’Ave Maria, Michele e sua madre respirarono di sollievo.
“Va, corri dal prete, digli di venire “.
Il ragazzo si infilò gli zoccoli e giunse al campanile che stavano ancora battendo gli ultimi tocchi.
Don Angelo usava suonarsela da solo l’Ave Maria delle cinque, perché il campanaro era vecchio e gli spiaceva rubargli un’ora di sonno.
“Reverendo, la maestra sta male. E’ tutta notte che grida.“
“Vengo subito, Michele“.
Abbandonò la corda, che dondolò come un lungo serpente, e seguì il ragazzo.
La febbre era sempre alta, ma ora Laura era tranquilla. Don Angelo, però, decise che bisognava chiamare il medico, appena fosse giorno.
Nell’uscire dalle scuole pensò che sarebbe stato opportuno avvertire Franz. Ma dalla baracca non veniva alcun segno di vita: certo il tenente dormiva e gli spiacque disturbare.
“Prima dirò la Messa, poi tornerò“.
Sulla piazzetta della chiesa alcune donnette infreddolite aspettavano che egli aprisse la porta.
Entrarono subito, ciabattando, e presero posto nei soliti banchi. Mentre don Angelo accendeva le candele, si chiesero l’un l’altra:
“Cosa sarà successo alle scuole?“.
“Il prevosto è venuto di là … “.
“Che sia malata la maestrina?“
Quando il Parroco apparve coi paramenti sacri, tutte tacquero.
Nella fredda alba autunnale un coro di preghiere si alzò nella chiesetta che guardava il fiume.
Preghiere in latino, mal dette e mal comprese, mentre i chicchi del Rosario passavano e ripassavano
tra le dita legnose delle vecchie contadine. Ogni tanto, nel loro stretto dialetto, dicevano al Signore:
“Questa Ave Maria è per la maestra, se è ammalata …“.
Franz era andato a chiamare il medico, al paese vicino, poi era rimasto ad attendere, davanti alle scuole, il risultato della visita.
Non è nulla di grave, per ora. E’ l’effetto dello choc. Le ho prescritto dei calmanti. Bisogna lasciarla assolutamente tranquilla.
Don Angelo decise di inviare le sua Perpetua per l’assistenza. Non aveva di meglio e gli spiaceva approfittare delle altre donne del paese, tutte sovraccariche di lavoro. Ad ogni modo Michele si rifiutò di lasciare la scuola e siccome era assai pratico della casa, si rivelò molto utile.
In classe venne inviata una supplente ed i bambini camminarono in punta di piedi, entrarono e uscirono senza far rumore per non disturbare la maestra malata.
La febbre si mantenne alta per alcuni giorni. Ma il medico constatò che non erano sopravvenute complicazioni, consigliò di continuare con la medesima cura e di lasciarla assolutamente tranquilla.
Alla fine della settimana la febbre diminuì, il delirio notturno cessò. Laura poté sollevarsi un poco sui cuscini col viso scavato tra i capelli scomposti.
Franz venne per la prima volta per portarle un dono. Aveva il volto sorridente e gli occhi gli brillavano.
“Lauretta,” le disse, “se vi porto un regalo siete contenta?”.
“Oh, certo, Franz …“.
“Promettete?”.
“Va bene, prometto!”.
“Guardate!”.
Sollevò con tutte e due le mani un grosso foglio bianco, che aveva tenuto arrotolato e nascosto dietro la schiena.
“Oh, Franz!”.
Dal foglio rideva, viva, Nannina. Nannina nel costume da bagno stillante d’acqua, sotto i rami del platano gigante mentre usciva dal fiume. Era lì viva, felice, monella come lo era stata nell’ultimo giorno di permanenza a Vecchia Strada. Quante volte l’aveva chiamata quel pomeriggio perché uscisse dal fiume! E sempre ella rispondeva:
“Ancora un minuto, Lauretta, un minuto solo!”.
“Vi piace?”, chiese l’ufficiale avvicinandosi.
“E’meravigliosa!”.
“E’ vostra. Dovrete vederla e pensarla sempre così Nannina”.
“Grazie, Franz. Siete tanto caro”.
Subito Michele fu spedito alla ricerca di due stecche di legno, ben levigate e piallate, dal vicino falegname. Il grande foglio venne disteso e incollato, Franz piantò un chiodo nella parete di fronte al letto e Nannina fu là, viva e parlante, di fronte all’amica.
“Così non sarete più sola, Laura”.
La fanciulla era commossa e il tenente pure. Aveva lavorato con tanta passione in quei giorni. Era sicuro che le avrebbe fatto piacere.
La convalescenza fu lenta, ma Laura riprendeva contatto con la vita serenamente. Pareva che il gran chiamare e piangere che aveva fatto nel delirio, le avesse svuotato l’anima da ogni orrore. Restava una malinconia dolce, un senso d’amore per tutti, un languido bisogno di lasciarsi accarezzare dall’ultimo sole d’autunno, così, senza pensieri, senza tormenti, quasi senza sogni.
Era paga della dolcezza delle sue giornate, dell’amicizia di Franz, della sollecitudine di don Angelo, del devoto attaccamento di Michele.
Era grata a Nannina di sorridere lì, davanti al letto e quando un raggio di sole la sfiorava, socchiudendo gli occhi, le pareva di vederla muoversi tutta scintillante di gocce iridescenti.
Tutto ciò che aveva visto a Gorla le pareva un sogno lontano, il tempo aveva addolcito lo strazio e velato l’orrore.
Solo ai primi di dicembre Laura poté riprendere l’insegnamento. Ogni bambino aveva voluto portarle per l’occasione un suo regalo: un cestino con le uova, la torta fatta in casa, il fragrante pane cotto nel forno. Nessuno era venuto a mani vuote.
Alcune mamme addossate all’angolo della piazzetta, la stavano a guardare sorridendo. Laura se ne rese conto con gioia. Dunque le volevano bene ancora! Sentì un gran bisogno di tenerezza e avrebbe voluto abbracciare tutti i bambini che le stavano davanti.
Li guardò sfilare entrando nell’aula e a tutti regalò una carezza. Le mamme, ferme all’angolo, erano commosse.
I piccini, in classe, dovevano raccontarle tante cose. Era stato lungo quel mese di assenza. Tutti andavano a gara nel metterla al corrente di ciò che era avvenuto a scuola e nel paese.
Michele ascoltava tutto con aria di superiorità. Lui non aveva nulla da raccontare! Giorno per giorno era stato accanto alla maestra, lui!
La giornata era fredda, ma nel cielo un poco velato cercava di farsi largo il sole. La stufa era stata accesa dal bidello molto per tempo e spandeva un consolante tepore. Persino il pavimento era stato lucidato con la cera. Si sentiva un profumo di resina, che riempiva i polmoni di soddisfazione.
I grembiulini dei bambini erano stirati, i collettini candidi, le scarpette e gli zoccoletti lucidi: tutto pareva essere stato preparato per far festa alla maestra che tornava.
Quando le cose più importanti furono dette, tutti tacquero.
Ora doveva parlare lei. C’era una cosa che doveva assolutamente dire. Se ben ricordava, l’ultimo giorno, prima che si ammalasse, aveva chiuso nel cassetto della cattedra un mucchio di letterine candide. Che si doveva fare? Non si poteva rinunciare così ad un bel sogno. Che trovasse una soluzione la maestra, che dicesse qualcosa. Era tempo, ormai. Anche per questo l’avevano attesa.
Gli occhi lucenti dei bambini la seguivano in ogni suo movimento. Ogni volta che mostrava di volersi avvicinare al cassetto, che era rimasto chiuso a chiave per tanti giorni, quegli occhi si riempivano di speranza. Ma come mai la maestra non capiva?
Girava tra i banchi, sorrideva, si stupiva di tanto silenzio, ma non diceva una parola. Bisognava, forse, ricordarglielo? Che se ne fosse dimenticata?.
Finalmente Elena, una bimbetta bruna e fremente come una zingara, si fece coraggio. Arrossendo, chiamò:
“Signorina …”.
“Sì … “.
“Signorina, per piacere …”.
“Sì, cara …”.
“Per piacere, le letterine …”
“Oh, ci stavo pensando …”.
“Come faremo?”.
Laura si avvicinò al cassetto chiuso a chiave, lo accarezzò leggermente, ma non lo aprì.
“Lasciamolo chiuso ancora per qualche giorno, bambini: voglio prepararvi una sorpresa. Potete aspettare, vero“?
Con un po’ di delusione tutti risposero di sì.
“Sarà una bella sorpresa, vedrete”.
Gli occhi dei bimbi smisero di seguire ansiosi tutti i movimenti di Laura. Si chinarono sui libri, docili ai comandi e cominciarono il lavoro di ogni giorno. Le penne andarono su e giù. Le paginette si riempirono di segni neri, tutti in fila, come soldatini. I numeri si incolonnarono ubbidienti, ognuno al proprio posto.
Ma la speranza no, non se ne stette quieta: ansiosa batteva nei cuori e si chiedeva se un miracolo era ancora possibile. Ci sono tante cose sconosciute nel mondo, tante macchine, tante scoperte che sembrano stregonerie … Che la maestra avesse trovato davvero il modo di far giungere le letterine lassù, in paradiso? Sotto i grembiulini i cuori battevano come uccellini in gabbia.
Laura aveva davvero ideato una sorpresa, ma le occorreva qualche giorno di tempo. Voleva che i piccini di Gorla diventassero familiari ai suoi alunni, non solo nei nomi, ma anche nei volti.
Doveva perciò scrivere a Gorla e incaricare qualcuno della raccolta delle fotografie e immaginette ricordo. La persona più adatta era il parroco. Decise quindi di scrivergli immediatamente.
L’indomani e i giorni successivi, quando apriva il portoncino della scuola per accogliere i bambini infreddoliti, subito i loro occhi l’assalivano di domande.
“E allora …”?.
“C’è la sorpresa”?.
“Sarà per oggi, maestra”?.
“Quanti giorni ancora”?.
“Portate pazienza, bambini, portate pazienza …”.
Lei si sentiva colpevole nel dover deludere così, ogni mattina, l’attesa dei suoi alunni. Avrebbe dovuto pensarci prima, approfittare della sua convalescenza. Ora, però, era inutile fare recriminazioni. Bastava aspettare ancora qualche giorno.
Finalmente, in un nebbioso mattino di mezzo dicembre, alla porta dell’aula picchiò il postino.
Michele si precipitò ad aprire.
Il postino aveva una grossa busta gialla, gonfia e piena di bolli e di timbri.
La nebbia era così fitta fuori, che l’uomo, poveretto, era tutto intirizzito e bianco di brina.
“Permettete, signorina, che mi scaldi un pochino?”.
Fu fatto subito avvicinare alla stufa e venne fatto sedere. Michele si precipitò in cucina a prendere un bicchiere di vino. Intanto la busta era là, sulla cattedra, con tutti quei bolli che parevano proprio venire da lontano. Dal paradiso, forse? La busta era proprio identica a quella che era giunta un mese prima e che aveva fatto ammalare la maestra.
I bambini si sollevavano sui banchi, si scambiavano cenni d’intesa, paroline sottovoce. Se soltanto quel postino se ne fosse andato presto …
Invece no. Eccolo vicino alla stufa, coi piedi rivolti alla fiamma, arrossato in volto e felice col suo bicchier di vino in mano. Parla con la maestra del tempo, della nebbia, delle disgrazie che succedono sulle strade.
“Qui, invece pare d’essere soli al mondo. Cammini e cammini su questi viottoli di campagna e non c’è neanche un cane che ti tenga compagnia …”.
“Ora si alza …” pensavano i bambini. “No, si accomoda meglio sulla sedia … La maestra vuol dargli ancora un po’ di vino … Non accetta … prende il berretto … Ecco! Se lo mette in testa e saluta!”.
“Buon giorno!”.
Con che soddisfazione gli rispondono i bambini:
“Buon giorno!”.
Nell’aula si rifà immediatamente silenzio.
Laura infila un tagliacarte nella busta. Si sente il fruscio della carta che si lacera. Poi solleva la busta tenendola per gli angoli. E ne escono a decine piccoli biglietti, fotografie, immagini listate a lutto. Cadono tutte sul piano della cattedra, s’ammucchiano, s’accavallano. Qua e là spuntano occhietti seri o ridenti, labbra aperte al sorriso, riccioli biondi o neri. Tanti, tanti!
“Sono tutti per voi, bambini! Sono i vostro compagni di Gorla! Venite a vedere!”.
I ragazzi si staccano dai banchi come i petali dei peschi alla brezza d’aprile.
“Ora potrete conoscerli i vostri compagni, come se li aveste visti di persona. Appenderemo queste fotografie tutto intorno all’aula e voi vi cercherete gli amici preferiti, uno due tre , tutti quelli che vorrete. Li chiamerete per nome, racconterete loro i vostri pensieri, le vostre piccole cose di ogni giorno. Non potrete più mandare le letterine, bambini. No, non ho trovato il modo di farle giungere in paradiso … Ma ognuno di voi si terrà un quadernetto e vi scriverà tutto quello che vorrà. Dal cielo essi vedranno. Verranno di notte a leggere le vostre parole. Vi vorranno bene più che se fossero vivi. Che ne dite? Siete contenti?”.
“Oh, sì, maestra!”.
“Ed ora adagio, con delicatezza, ognuno prenda qualche fotografia, la guardi, ne legga il nome, l’età. Son tutte vostre”.
Le mani, timidamente, avanzarono sul piano della cattedra. Prima una, poi l’altra. Le labbra si mossero nel sillabare i nomi sconosciuti. Gli occhi frugarono ansiosi alla ricerca di una bimba con le trecce, di un maschietto ‘alto così’, di un bambino che avesse nome ‘Mario di Milano’.
Nessuno restò deluso. Così, come ognuno l’aveva sognato, ritrovarono l’amico sconosciuto, proprio preciso: chi serio, chi sorridente, chi timido, chi baldanzoso. C’era la bambina con la bambola e quella con l’orsachiotto, il bambino in bicicletta e l’altro col pallone, quello coi calzoncini lunghi della prima comunione e quello a piedi nudi sul prato sotto il sole.
Quando a mezzogiorno i ragazzi di Vecchia Strada sciamarono verso casa, non erano più soli. Avevano accanto l’amico nuovo, con lui si assisero al povero desco, con lui si scaldarono alla fiamma del focolare, di lui parlarono a mamma, papà e fratelli. Egli entrò a far parte della famiglia con pieno diritto e il suo nome fu ripetuto da tutti, come se di un vivo si trattasse e non di un bimbo morto.
La buona semplice gente di vecchia Strada fu felice di aprire il cuore a tutta la folla cinguettante di Gorla: bimbi di città, si sa, ma che non ti mettevano in soggezione, ai quali si poteva mostrare, senza vergognarsi, come si mangiava, senza tovaglia, magari, e senza forchetta, e come si dormiva, sul saccone duro nelle stanze dalle grosse travi annerite. Chi viene dal paradiso capisce certe cose!
* * * * *
Anche Franz collaborò ai preparativi.
Laura l’aveva incaricato di tracciare un ritratto col volto di Nannina, così come tutti la ricordavano a Vecchia Strada.
Il tenente cercò tra i suoi schizzi e ne trovò uno somigliantissimo: Nannina teneva il viso affondato in un gran mazzo di fiori campestri e rideva. Pareva l’immagine stessa della primavera. Il ritratto venne incorniciato e messo sotto vetro.
Anche il bidello, che nei ritagli di tempo faceva il falegname, aiutò preparando delle strisce di legno verniciato di chiaro, che vennero appese tutte intorno all’aula. Poi, con amore, i bimbi di Gorla vennero suddivisi, proprio come a scuola: di qua i maschietti, di là le femminucce.
Prima i piccolini, Dio mio quanti erano!, poi, mano a mano i più grandicelli e, in mezzo a tutti, Nannina. Ella fu, in mezzo a tutta quella innocenza, come il simbolo dell’eterna giovinezza, quella che nei maestri non si spegne mai. La gioia degli scolari di Vecchia Strada fu indescrivibile. Essi ebbero subito il permesso di osservare da vicino, ad uno ad uno, quei visetti ignoti e tutti ritrovarono il compagno che si erano scelti il giorno precedente, lo riconobbero tra tutti perché già facevano parte del loro mondo d’affetti.
Il quaderno, che tutti si erano portati da casa, accolse già da quel momento le loro prime ingenue confidenze.
Laura, girando lo sguardo sul suo piccolo regno, arricchito d’improvviso di tanti bimbi nuovi, pensò con commozione:
“Ecco, questo sarà lo scopo della mia attività d’insegnante. Ad ognuno di questi bambini vivi metterò davanti un ideale che sia facile da raggiungere: l’onestà nei piccoli atti di ogni giorno, l’amore per le semplici cose li insegneranno loro, i bambini di Gorla. Ognuno imparerà a chiedersi nel dubbio: ”Che avrebbe fatto ‘lui’ in questo caso?” E siccome lassù, in paradiso, non c’è più maledizione per nessuno, chissà che un giorno sia la legge dell’amore a dominare il mondo, chissà che sia bandito l’odio dai cuori, finalmente!”.
* * * * *
Nei giorni seguenti la scuola di Vecchia Strada fu come meta di un pellegrinaggio.
Prima vennero le mamme, un po’ timide, trascinate dai propri figli che le incoraggiavano perché la maestra era buona e aveva piacere vederle. Esse si fermarono davanti ad ogni fotografia, ne sillabarono i nomi, si asciugarono gli occhi pieni di lacrime.
Verso sera, quando già la scuola era chiusa, vennero gli uomini. Avevano gli zoccoli ai piedi, ma li fregarono a lungo sul marciapiede prima di entrare. Anch’essi passarono e commentarono, sottovoce. Qualcuno si soffiò in naso, qualche altro si schiarì la gola. Ma Laura finse di non vedere e di non sentire: si sa che un uomo si vergogna di soffrire.
Don Angelo si lamentò d’essere stato tenuto all’oscuro. Avrebbe tanto volentieri aiutato.
Michele, quando fu solo con Laura, le disse:
“Maestra, credo che non ci sia nessuno al mondo con tanti bambini come te …”.
Ed era vero.
Vecchia Strada, il villaggio solitario, neppure segnato sulle carte geografiche, aveva, per quel gesto d’amore, un privilegio unico al mondo.
sabato 1 marzo 2008
XI
XI°
La cucina dei Monforti si apriva sotto il portico, proprio accanto al portone della cascina.
Era una stanza ampia, scura e fredda.
Di fronte alla porta d’ingresso, contro la parete, stava la scala che portava al piano superiore. I primi tre gradini erano in muratura, con le rosse pietre scavate là dove il piede s’appoggiava da decine e decine di anni, da generazioni e generazioni, sempre con gli stessi zoccoli di legno e le stesse scarpe coi chiodi. Poi si alzava la scala di legno, rustica, stretta, ripida. Un passamano coperto dalla patina lucida per l’uso, avrebbe potuto narrare quante mani vi si erano appoggiate. Aveva sentito i calli duri dei vecchi, la stretta affannosa di malati, la palma tenera dei bimbi e l’ardito tocco dei giovani.
In un angolo della stanza stavano ammucchiati, gli uni sugli altri, alcuni sacchi di granoturco.
Due minuscole finestre guardavano rispettivamente nel cortile e sulla via. Avevano solide inferriate arrugginite e le imposte erano corrose dalla pioggia e dai venti.
Quasi tutta la parete accanto alla porta era occupata dal camino, che era enorme. La sua cappa nera pareva perdersi in una immensità sconosciuta. Il gradino che gli stava attorno, portava esso pure il segno degli anni. Là dove la madre appoggiava il ginocchio quando gettava la farina nell’acqua bollente del paiolo di rame, c’era una cunetta che pareva fatta apposta: conservava l’impronta di
chissà quante altre donne, tutte severe, taciturne e dure come Agata Monforti, la mamma di Michele.
Tutto intorno alle pareti stava una decina di sedie ed al centro un grosso tavolo dalle robuste gambe tornite. Il soffitto aveva le travi nere di fumo.
In questa grande stanza alla quale le finestre non davano mai luce a sufficienza, passava le sue giornate, quasi sempre solitarie, la mamma di Michele.
Il marito era sempre stato un uomo di poche parole. Invecchiando s’era fatto quasi completamente sordo e non conosceva altra soddisfazione che fumarsi la pipa nella stalla, ora che faceva freddo, o davanti alla porta di casa, sotto il portico, durante l’estate.
Il padrone non lo faceva più lavorare nei campi, dava solo una mano, qua e là, in cascina, rompeva la legna, guardava le bestie quando andavano ad abbeverarsi alla vasca della fontana e puliva il portico con la lunga scopa di saggina.
Dei suoi cinque figli solo Michele aveva dato delle preoccupazioni. Gli altri erano cresciuti, si può dire, da soli. Come spesso avviene in campagna, i ragazzi stavano in casa solo per dormire e per ingoiare enormi scodelle di riso o di pasta, che la madre faceva con uova e farina una volta la settimana. Purché stessero bene in salute, si lavassero i piedi alla pompa in cortile prima di coricarsi e si cambiassero la biancheria alla domenica, prima di andare a messa, per il resto potevano fare ciò che volevano. Giunti ad una età decente, tutti i ragazzi di campagna, infatti, imparavano a sbrigarsi da sé.
Per le cose dell’anima c’era il prete, per quelle della mente, ammesso che importassero molto, c’era la maestra e per imparare a vivere c’era la natura.
Così ora i quattro giovanotti Monforti, taciturni come la madre e solidi come quercioli, in casa non davano proprio problemi. All’ora del pranzo affondavano il capo nelle scodelle e non si lamentavano mai. Alla sera, quando non andavano nella stalla con gli uomini della cascina, se ne stavano accanto al fuoco. Ciò avveniva di rado, ma quelle erano per la madre e per Michele le serate migliori.
Se c’erano gli uomini in casa, a letto si andava più tardi e nel camino il fuoco scoppiettava più allegro. Di legna ce n’era in abbondanza, ma non valeva la pena consumarla quando nessuno stava a godersi la fiamma. La madre, quando i figli sedevano attorno al focolare, non stava mai accanto a loro. Si metteva a sferruzzare e stava al tavolo, sotto la lampada. La sua faccia gialla e rugosa, coi capelli tirati su, fino alla sommità del capo in una crocchia piccola e grigia, non manifestava alcuna emozione. Le sue mani si muovevano senza sosta facendo ticchettare i ferri. Le lunghe gonne scure toglievano ogni delicatezza femminile al suo corpo. Chissà se era stata bella Agata Monforti in gioventù!
Seduta dietro ai figli, ne udiva il discorrere pacato, ma non interveniva quasi mai, a meno che la interrogassero. E non certamente per un senso di inferiorità della donna verso l’uomo, come spesso avveniva in campagna, ma per una profonda convinzione che le faceva dire:
“Io e il mio uomo abbiamo risolto i nostri problemi a suo tempo, è bene che ora i figli imparino a fare da sé”.
Michele, se i fratelli restavano in casa, prendeva posto sulla panchetta a lato del camino, l’avvicinava un poco di più alla fiamma e vi si coricava. Non era raro che si addormentasse, ma, finché poteva, tendeva l’orecchio ai loro discorsi e di tanto in tanto interveniva con domande. Il più delle volte i fratelli ridevano, invece di rispondere, ma senza cattiveria, anzi, con benevolenza, come si fa con un bambino che vuol cimentarsi in cose più grandi di lui.
Per quel ragazzo mal cresciuto avevano tutti una speciale predilezione, anche se raramente la manifestavano. Gli volevano bene a modo loro, e la madre, che lo capiva, gioiva dentro di sé.
Michele, da parte sua, si sentiva protetto, anche se talvolta volava qualche scapaccione. Era fiero dei suoi fratelli e tutto ciò che essi dicevano gli pareva importante. Tuttavia la sua mente fanciulla non sempre reggeva allo sforzo di ascoltare e si appisolava, lì, sulla panca, così che poi lo dovevano trascinare su dalle scale e metterlo di peso a dormire nella sua cuccetta.
Da qualche tempo, però, sia la madre che Michele avevano avvertito nei discorsi dei quattro uomini, un che di misterioso che li turbava. La madre tendeva l’orecchio, rallentando lo sferruzzare e Michele sbarrava gli occhi, proteso verso di loro.
“Va a letto, Michele,” gli diceva allora Marco, il più anziano, “ e dormi subito. Non sono cose per te”.
Se il ragazzo indugiava, borbottando tra i denti, correva il rischio di vedersi arrivare un cazzotto, e allora accelerava i preparativi e saliva le scale dondolandosi sulle lunghe gambe.
Nel ragazzo, però, la curiosità si era risvegliata. Aveva capito che si trattava di qualcosa di segreto e pericoloso. Ma non aveva paura, anzi, si sarebbe sentito importante se fosse stato, in qualche modo, messo al corrente dei fatti. In più, nei discorsi dei fratelli, ricorreva spesso il nome del tenente Franz. Loro lo chiamavano ‘il tedesco’, ma Michele capiva che era lui e Michele a Franz voleva bene, erano buoni amici loro due. Quindi il desiderio di saperne di più lo spingeva a cercare il modo di ingannare i fratelli. Così nelle sere successive, appena finito di mangiare, si coricava sul panchetto, addossato al muro e fingeva di dormire.
I fratelli, dalla tavola, giravano la loro sedia verso la fiamma. La madre sparecchiava, scopava via le briciole, poi si sedeva al solito posto col suo lavoro a maglia.
“Ma’, questo ragazzo dorme”, diceva Marco scrollandolo.
“Fa niente. Quando salgo io lo sveglio”.
Così Michele poteva ascoltare indisturbato, col cuore che gli picchiava contro la panca come un martello.
Ed ecco quello che era riuscito a ricostruire: lungo il fiume, molto più a valle, però, c’era una casupola che il ragazzo ben conosceva per esservi stato parecchie volte durante l’estate. Sorgeva al limite della boschina, appena giù dall’argine. La chiamavano la ‘Bicocca’. Serviva nei mesi estivi per riporvi gli attrezzi.
Ebbene, alla Bicocca doveva esserci qualcuno. Qualcuno che non poteva mostrarsi in paese per paura del ‘tedesco’. Per di più questo qualcuno doveva star male in quei giorni. Michele non aveva capito bene, ma avevano parlato di dottore e di medicine.
I quattro fratelli non si esprimevano mai troppo chiaramente, si intendevano anche soltanto a cenni e c’erano, quindi, dei lunghi silenzi attorno al fuoco.
Finché una sera Michele notò una certa animazione anche nella madre. Certo era stata messa al corrente del segreto. Aveva portato la sedia in mezzo ai figli e li ascoltava con attenzione.
Ad un certo punto aveva detto:
“Ragazzi, dovete chiamare il prete”.
“Macché prete!” gridò con rabbia Lino, il più giovane.
“Se muore senza confessarsi, l’avete sulla coscienza”.
Ci fu un lungo silenzio. Ognuno, certo, pensava al disgraziato che aspettava alla Bicocca.
“Tu, ma’, non preoccuparti. Prepara qualche cosa in un cesto, mettici anche una coperta di lana, se ce l’hai”.
“Debbo toglierla dal tuo letto, Renzo”.
“Va bene, mi coprirò col mantello”.
Michele aveva sentito il passo della madre allontanarsi e la scala di legno aveva scricchiolato.
Fino al ritorno della donna, nessuno aveva più parlato.
Quando essa ridiscese, Marco disse:
“E’ inutile andare tutti. Basto io per stasera”.
Aveva gettato indietro la sedia e si era avviato verso la porta.
“Marco”, l’aveva chiamato la madre, “Pensaci, dillo al prete. Se ne intende anche di medicina, potrà fargli anche una iniezione”.
“Taci, ma’! E che nessuno sappia nulla. Sai dov’era l’altra notte quel disgraziato quando il prete lo cercava? Era in acqua fino al collo. Se il prete lo scoprisse dovrebbe scappare di nuovo. Ma ora non potrebbe andar lontano, povero diavolo”.
Michele sentì la porta sbattere. Marco era uscito.
Egli si lasciò scuotere dalla madre come se realmente avesse dormito profondamente in tutto quel tempo. Poi la seguì su per le scale, afferrandosi alle sue gonne.
Per parecchio tempo, appena a letto, pensò a lungo a quello che avrebbe potuto fare. Ma la sua mente si rifiutava di lavorare. L’unica soluzione possibile, per lui, era questa: raccontare tutto alla maestra. E’ vero: ricordava ancora gli scapaccioni di Renzo, l’altra volta, quando aveva scoperto che aveva parlato a Laura. Ma non poteva fare niente altro. La maestra avrebbe deciso al posto suo, bastava aspettare l’indomani ed andarglielo a raccontare.
Presa questa decisione, s’addormentò tranquillo.
E quando Marco rientrò a notte fonda, si chinò su di lui e gli scopri il viso sul quale si era tirato il lenzuolo. Ma il ragazzo neppure si mosse.
* * * * * *
L’alba del nuovo giorno sorse fredda, ma limpida. Nei prati c’era la brina così spessa che pareva neve. Ogni arbusto, ogni ramo stecchito, si era ornato come di un pizzo. Tra poco il sole, avanzando, li avrebbe baciati, sciogliendo la brina e lasciando i rami nudi e stecchiti.
Michele, che aveva ingoiato in fretta la sua scodella di latte, prese la cartella sdruscita e uscì.
“Metti almeno il mantello, ragazzo!” gli gridò la madre dalla finestra.
Ma egli fece finta di non udirla. La donna chiuse in fretta i vetri, perché l’aria tagliava il viso, come se fosse cristallo.
Il cruccio della sera prima, Michele l’aveva ritrovato intatto al risveglio. Per questo s’era alzato subito ed era uscito prima del solito: per raccontarlo alla maestra.
Quando laura l’avesse saputo, la responsabilità sarebbe stata sua ed egli si sarebbe levato dal cuore un peso enorme.
Laura girava ancora per la cucina in vestaglia. La stanza si era raffreddata molto nella notte e, per quanta legna lei mettesse nel camino, era ancora intirizzita.
Si meravigliò un poco della venuta del ragazzo.
“Con questo freddo potevi stare ancora un po’ sotto le coperte, Michele”.
“Non potevo, maestra. Ho una cosa qui che devo proprio dirti”.
“Avanti, dunque, sentiamo …”.
E continuò a riordinare la stanza. Michele la guardava in modo strano, come per dire: “Non mi dai importanza, vero? Ma vedrai …”. E si sedette accanto al camino.
Finalmente la maestra gli chiese: “Dunque, Michele?”.
Contro la fiamma, il grosso corpo del ragazzo pareva quello di un animale selvatico accovacciato. I capelli irsuti s’alzavano a raggera sopra la fronte bassa. Certamente, quel mattino, si era scordato di pettinarsi.
“Senti, maestra, ti dico una cosa in segreto. Alla bicocca è tornato quel poveretto”.
Come si aspettava, Laura smise di muoversi per la stanza e lo fissò seria.
“Quel poveretto? Quello di quest’autunno?”.
“Sì”.
“E che fa alla Bicocca?”.
“Oh, bella! Si nasconde e è molto malato”.
“Chi te l’ha detto?”.
“Lo sai, maestra. L’ho sentito dai miei fratelli, ieri sera”.
A Laura venne in mente il mattino di qualche mese prima, quando Michele le aveva detto con aria triste: “Sai che mio fratello mi ha picchiato perché ti ho detto quella cosa?”.
“Povero Michele, ti picchieranno ancora se vengono a saperlo”.
“Non fa niente. Anche la mamma ha detto di avvertire il prete”.
“Dunque sta così male?”.
“Io non lo so, così ha detto la mamma …”.
Laura stette un poco in silenzio. La Bicocca era lontana, all’estremo limite dei campi di Vecchia Strada. C’era stata qualche volta con Nannina durante l’estate. Nannina l’aveva trovata molto romantica così sola e così immersa nel silenzio, tra il cheto andare del fiume e quel boschetto senza sentieri, ma solo, di tanto in tanto, degli spiazzi erbosi e, qua e là, arbusti di more e nidi di uccelli.
Poco più in là, dove il boschetto finiva, c’era la palude misteriosa, coi suoi strani abitanti selvatici, con la sua vita nascosta e il suo odore di morte che saliva dai fondi fangosi.
Alla Bicocca si poteva andare percorrendo l’argine e la strada era facile. Ma anche dal boschetto era possibile giungervi. Per arrivarci, però, occorreva essere assai pratici dei luoghi.
Laura pensava a don Angelo. Avrebbe dovuto andare fin là, di notte, senza farsi vedere.
“Va bene, Michele” disse dopo una lunga pausa. “Avvertirò il parroco”.
“Dovrai far presto, maestra!”.
“Oggi stesso. Ti ringrazio, Michele”.
Il ragazzo, come liberato da un peso, uscì sulla piazzetta ad aspettare i compagni.
Laura finì di vestirsi in tutta fretta, scrisse un biglietto al sacerdote invitandolo alla scuola, poi chiamò una bambina e lo fece recapitare.
* * * * *
Ripetere l’ansia, la costernazione, il cruccio del povero prete, non sarebbe possibile. Non poteva darsi pace. Trovava in sé mille debolezze, mille imperfezioni: per questo la sua gente non aveva più fiducia in lui!
“Lasciar morire un uomo, Laura, lasciarlo morire, piuttosto che chiamarmi! E’ atroce! Non posso aspettare che venga buio. Debbo andare subito.”
Ci volle tutta l’arte della maestra per calmarlo. Non si trattava, in fin dei conti, che di quattro ragazzotti, già sospettosi per natura. Non era affatto vero che a Vecchia Strada non si aveva più fiducia in lui. E poi era inutile recarsi di giorno alla Bicocca. Qualcuno l’avrebbe visto senz’altro. E se sapeva dell’esistenza del fuggitivo, l’avrebbe senz’altro fatto spostare. Se, invece , non era al corrente di nulla, si sarebbe insospettito vedendo il prete in giro sull’argine e avrebbe indagato, fatto domande in giro e la voce, magari, si sarebbe diffusa. Allora sì, il pericolo sarebbe stato veramente grave.
Finalmente don Angelo parve calmarsi. Chiese scusa a Laura, rifiutò ogni aiuto e promise che sarebbe andato al fiume dopo l’Ave Maria della sera.
Nel tornarsene alla canonica, passando davanti alla casa dei Monforti, non poté, tuttavia, resistere alla tentazione.
Col volto atteggiato al più amichevole dei sorrisi, entrò dal portone e si affacciò alla porta della cucina. Un raggio di sole, attraversando le inferriate, cadeva sul pavimento diritto come una lama. Erano le undici ed egli sapeva che avrebbe trovato gli uomini a tavola.
“Posso salutare”? chiese col tono più gioviale che poté.
Tutti sollevarono il capo stupiti, ma solo l’Agata si alzò frettolosamente, asciugandosi la bocca col grembiule.
“Oh, reverendo, vuol servirsi? Non faccia complimenti.”.
“No, no! Scappo anch’io. Volevo solo dire ai ragazzi che tra poco è natale. Vi aspetto a confessarvi, figlioli … E’ un bel po’ che non vi vedo in chiesa …”.
Gli uomini, torvi, avevano chinato di nuovo il capo sulle scodelle, senza rispondere. La madre s’era fatta rossa per la confusione.
“Perdoni, reverendo. Non sono cattivi”.
“Lo so, lo so, buona donna. Han ragione loro, non è questo il momento opportuno, vero, ragazzi?
Quando uno sta mangiando, vuol essere lasciato in pace. Arrivederci e scusatemi …”.
Dalle bocche piene venne un borbottio incomprensibile. Agata corse fin sull’uscio, nel tentativo di dire ancora qualcosa. Ma don Angelo, con la tonaca che sfiorava la terra, già s’allontanava. Ella allora tornò a sedersi al suo posto, dicendo:
“Mi è passata la fame”.
Renzo picchiò un pugno sul tavolo e gridò:
“Fa la spia quel prete! E’ venuto per spiare!”.
“Ma, figlio mio, che dici!”.
“Taci, ma’! So io quel che dico!”.
Lino, Pedro e Marco continuavano a mangiare senza dire una parola.
“Quando torna Michele venite a chiamarmi!”.
Detto questo, Renzo gettò indietro la sedia con rabbia e uscì verso le stalle.
Ma quando Michele giunse, balzelloni, sotto il portico, il fratello non ebbe bisogno d’essere chiamato. Lo vide subito, con quella sua andatura un poco scimmiesca, apparire contro il riquadro luminoso del portone.
A grandi passi attraversò il cortile e ritornò verso casa.
La minestra del ragazzo era stata messa da parte, nella scodella, tra la cenere calda del camino. Egli l’afferrò e cominciò a mangiarla con ingordigia, senza neppure avvicinarsi alla tavola. La madre stava scopando il pavimento, passando e ripassando tra le sconnessure , mentre il padre era salito a coricarsi. Lino e Marco avevano chinato la testa sul tavolo e parevano assopiti. Pedro, invece, seduto vicino al fuoco, fischiettava allegramente. Era, dei quattro fratelli il meno taciturno e Michele lo preferiva agli altri.
Quando Renzo entrò in casa, Michele gli gridò:
“Ciao!”.
Aveva l’anima più leggera dopo aver raccontato a Laura il suo segreto.
“Ciao, Michele!” gli rispose il fratello. “Com’è andata a scuola?” .
Poi prese la sedia e gli andò vicino. C’era nei suoi occhi un’ombra di sospetto, che Michele non poteva avvertire, tutto preso dalla sua scodella di minestra. Ma il fatto stesso che Renzo avesse risposto subito al suo saluto e che gli si fosse messo vicino con la sedia, interessandosi al suo lavoro scolastico, lo mise in allarme. Rispose:
“ A scuola? Come al solito …”.
“Cos’hai imparato di bello?”.
“Io? Niente … Io aiuto soltanto la maestra.”.
Guardava il fratello di sottecchi, come fa il cagnolino che vede la mano tesa del padrone, ma che, avendo la coscienza sporca, teme che nell’altra, dietro la schiena, egli nasconda la frusta.
Così faceva Michele: non sapeva se doveva cedere all’improvvisa affabilità del fratello, oppure se doveva mettersi in guardia rispondendo a monosillabi.
Ma quando udì la domanda successiva, non ebbe più dubbi.
“E dimmi, c’è stato il prete a scuola, stamattina?”.
Egli si guardò intorno con aria innocente e scosse la testa a destra e a sinistra.
“Io non l’ho visto …”.
Ed era vero. Laura l’aveva subito fatto passare in casa sua, aveva messo un bambino alla lavagna ed era rimasta di là un bel po’, con la porta aperta. Lui aveva solo capito dalla voce che doveva essere don Angelo.
Come se tutto l’interesse per Michele si fosse improvvisamente dileguato, Renzo si alzò, si stirò pigramente, poi andò ad affacciarsi alla finestra che guardava sulla via.
“Bella giornata,” esclamò soddisfatto.
Anche i fratelli, che si erano appisolati, alzarono il capo sbadigliando. Pedro distese meglio le gambe verso la fiamma e si accomodò meglio sulla sedia.
“Eppure,” mormorò Renzo come fra sé, “quel prete sa qualcosa …”.
La madre era fuori e allontanava con la scopa le galline che erano venute a beccare le briciole di pane che aveva scopato fuori dalla cucina.
Renzo la cercò con lo sguardo.
“Ma se ha il coraggio di avvicinarsi, quello spara, garantito!”.
Michele che aveva finito la sua minestra, tese l’orecchio e voltò appena il capo per guardare il fratello.
“E fa bene, per Dio!” esclamò Marco, dando un pugno sul tavolo.
Proprio in quell’istante la donna rientrò:
“Che c’è ancora? Ma figlioli, voi mettete il male dappertutto!”.
“Ah, sì, vero? Ma dimmi un po’, da quanto tempo non si vedeva il prete in casa nostra? Sarà un anno e forse più.”.
“Non è vero, quest’estate ogni tanto metteva dentro la testa a salutare, ma voi non c’eravate …
E poi è natale tra poco. E’ venuto per questo. Lo sapete che passa da tutti …”.
“Già, è natale. Ma non è così che si mette pace tra la gente …”.
“Cosa vorreste che facesse, dunque?”.
“Io? Che facesse il prete, vorrei. Che dicesse messa, predicasse, confessasse la gente e portasse l’olio santo ai moribondi. Ecco cosa deve fare il prete! Non stare lì ore ed ore a parlare col tedesco, a raccontare le cose nostre a uno straniero mandato qui a farci la guardia. Come se fossimo bestie feroci, come se fossimo …”
“Ma Renzo, chi ti ha messo in testa queste idee? Non c’è più religione a questo mondo, non c’è più rispetto per nessuno …”.
La voce sempre un poco aspra della donna, si frantumò, come prossima alle lacrime.
”Ti raccomando, ma’, non facciamoci tragedie”, intervenne Marco alzandosi.
Pedro riprese a fischiettare, girellando intorno al tavolo. Lino gettò un’occhiata alla grossa sveglia che stava sul camino e disse:
“E’ ora si andare. E pensare che ci avrei fatto un pisolino. Mi è venuto sonno”.
Tutti e quattro presero i berretti appesi dietro l’uscio e uscirono senza salutare.
Michele si voltò verso la madre e le sorrise.
“Ma’, ti voglio bene, sai?”.
La donna aveva ancora il volto severo e la sua voce si era rifatta dura e ferma.
Il ragazzo si strinse nelle spalle e tornò a guardare la fiamma del camino.
“Ma’” disse ancora, dopo un breve silenzio, “credi che lo vogliano ammazzare”?.
“Santo cielo! Ma cosa ti viene in mente!” scattò la donna con voce stizzosa.
Michele prese l’attizzatoio con due mani e lo picchiò sul ceppo che stava bruciando. Le ‘monachine’ scaturirono dalle brace come lucciole prigioniere, alle quali, improvvisamente, venisse offerta la libertà.
Egli le guardò salire, sempre più su, finché la cappa nera del camino le ingoiò.
Allora si alzò di scatto, afferrò dalla sporta un pezzo di pane e uscì senza dir nulla.
Agata , sospirando, rimise a posto le sedie, e poi si affacciò alla finestra che dava sulla strada per guardare Michele mentre andava a scuola.
Lo udì cantare col suo vocione stonato e pensò:
“Meno male che non capisce! La sua disgrazia diventa una fortuna in una casa senza timor di Dio”.
Ma non era vero che Michele non capisse.
Per tutto il giorno la sua mente fu sottoposta ad un lavorio intenso.
La Bicocca, don Angelo, il fuggiasco, la pistola, i suoi fratelli: tutte queste immagini si aggrovigliavano davanti ai suoi occhi, si accavallavano, si sovrapponevano ed egli tentava invano di mettervi ordine.
Credeva di aver risolto tutto bene, al mattino, raccontando alla maestra ciò che aveva sentito e invece, ora, capiva che c’era qualcosa che non andava. Alla fine delle lezioni egli fu l’ultimo a lasciare l’aula.
Laura lo vide avvicinarsi, con passo un po’ goffo, alla fotografia dei suoi amici di Gorla. Erano due: due fratelli biondi e sorridenti che si tenevano per mano.
“Maestra, va’ di là, per piacere. Devo dire una cosa a loro”.
Laura gli sorrise con benevolenza:
“Fa pure, Michele. Ti lascio la chiave. Quando hai finito, chiudi”.
Era commossa. Michele non sapeva scrivere e, sebbene avesse anche lui, comprato il quadernetto delle confidenze, le sue piccole pene e le sue gioie non poteva metterle per iscritto come tutti gli altri. Così doveva dirle a voce ai sui piccoli amici ed era giusto che fosse lasciato con loro in piena libertà.
Quando la porta fu chiusa egli giunse le mani e parlò:
“Io non capisco bene. Adesso ve la dico come è la cosa. Se ha detto Renzo che quello gli spara, allora don Angelo non deve andare. Ma se non ci va, quel poveretto muore. Come facciamo”?.
Tacque un poco pensoso.
”Mah! Penso che farò meglio ad andarci io fino alla Bicocca, così glielo dico al forestiero di non sparare, perché non è vero che il prete fa la spia. Gli dirò che il prete vuole aiutarlo e fargli la puntura così guarisce e lo porta a casa sua. Cosa dite voi? Andrà bene così?”.
I due fratellini gli sorridevano come se lo capissero.
Michele si fece il segno della croce con compunzione, avvicinò le labbra al piccolo rettangolo bianco e vi stampò due baci sonori. Poi prese la chiave, chiuse l’aula e la portò alla maestra.
“Fatto tutto, Michele?”.
“Sì, maestra. Io vado a casa”.
“Ciao, Michele!”.
“Ciao, maestra!”.
Il sole si stava spegnendo entro un cielo pallidissimo. Il freddo era intenso e per la strada non si vedeva nessuno. Dai camini si alzava, dovunque, un pennacchio di fumo che si allargava nell’aria con annoiata lentezza,
Sopra il campanile, là verso il fiume, c’era, appena segnata, una falce sottile di luna. Pareva di ghiaccio.
Michele rabbrividì e, picchiando forte i piedi sulla strada gelata, corse verso casa col cuore in pace.
* * * * *
Le ombre vennero rapidamente e con le ombre si alzò una nebbia leggera, che avvolse il paese in un velo d’argento. La luna falcata non riusciva a far lume. Ma c’era un biancore nell’aria, che cambiava Vecchia Strada in un paese fiabesco.
L’immobilità delle case, degli alberi nudi, il silenzio attonito che regnava dovunque, tutto ciò dava al luogo un aspetto misterioso.
Michele sgusciò dal portone, trattenendo il fiato. Attese che la madre si affacciasse per richiamarlo. Ma non venne nessuno. Passò rasente ai muri, qua e là, udì frammenti di discorsi, risate, tintinnio di bicchieri, rumori noti di ogni casa a quell’ora. Alla chiesa si fermò. Veniva dalla porta un lieve filo di luce. Don Angelo doveva essere ancora là.
Quella era proprio l’ora giusta.
Scivolò giù lungo il pendio che portava al fiume, senza più preoccuparsi di far piano: ormai nessuno l’avrebbe più udito.
Il paese gli restò alle spalle e presto anche la chiesa scomparve, come ingoiata dall’ovatta soffice che, avvicinandosi all’argine, diventava di minuto in minuto più spessa.
Il ragazzo non aveva paura. Sapeva che non c’era alcuno in giro per i campi a quell’ora. La nebbia, inoltre, lo difendeva: nessuno poteva vederlo.
Decise di stare sull’argine. Camminò spedito per parecchi minuti. Ogni tanto tendeva l’orecchio per sentire se qualcun altro, per caso, lo stesse seguendo. Ma don Angelo avrebbe senz’altro suonato l’Ave Maria prima di avviarsi verso la Bicocca.
Il fiume gli faceva compagnia. Frusciava piano piano contro le sponde e pareva un vecchio gatto che facesse le fusa contro le gambe.
Era già a metà strada circa, quando dal silenzio giunsero i rintocchi delle campane. Vennero, come uccelli invisibili a sbattere le ali contro la fronte del ragazzo, che si strinse, rabbrividendo, nella sua giacchetta lisa, calcandosi il berretto fin sugli occhi. Ora doveva accelerare, perché don Angelo si stava certamente mettendo in cammino. Ma, strano, le gambe gli tremavano e i denti gli battevano, ora, furiosamente.
Disturbata nel suo riposo, una civetta svolò da un pioppo, gli sbatté quasi sul viso e proseguì verso il fiume. Una ranocchia piombò in acqua con un tonfo sordo.
Scricchiolò un ramo sotto i suoi piedi ed egli si fermo, sbarrando gli occhi per vedere, nella fitta nebbia, se qualche ombra si muovesse. Non si rendeva ancora conto d’aver paura: la sua mente intorpidita lavorava adagio.
Comunque si sforzò di camminare più rapidamente. Avanzava sull’erba bianca di brina e ne udiva il leggerissimo scricchiolio sotto gli zoccoli di legno. Ora intravvedeva, giù dall’argine, il boschetto nano, i suoi rami contorti si alzavano, come mani nella nebbia, inguantati di bianco.
Ora la Bicocca doveva essere vicina, ma i rumori si facevano più fitti. Una cosa viva, forse un grosso topo, gli passò tra i piedi. Fece un salto indietro e lanciò un grido, ma, rapido com’era venuto, il topo scomparve.
Michele restò a bocca spalancata, ansante. Poi, senza riflettere, si mise a correre e il rumore secco dei suoi passi gli tenne compagnia per un po’. Quando si fermò, si guardò intorno smarrito.
Dov’era la capanna? I rami del boschetto nano non si vedevano più.
Aguzzò gli occhi, aspirò profondamente e sentì il tanfo della palude. Era andato oltre. Ora doveva tornare indietro, la Bicocca l’aveva già superata di sicuro.
Fu allora che si rese conto d’avere paura, una grande paura. Gli mancava il respiro. Gli pareva persino che dal fiume venisse un cauto battere di remi.
Terrorizzato, senza riflettere, spiccò un salto giù dall’argine, nel buio. Picchiò con violenza contro qualcosa di duro e sentì un gran male alla spalla. Sprofondò con le gambe nel fango appena coperto da una sottile crosta gelata. Arrancò, stese una mano in cerca di un sostegno. Nulla, nulla! Era solo al mondo! Solo con quei due remi che battevano l’acqua facendosi sempre più vicini, che certo cercavano lui … proprio lui … Michele!
Cominciò a piangere, con singhiozzi sempre più desolati, sempre più alti.
Il freddo gli attanagliava le gambe sommerse, il dolore alla spalla era acutissimo.
Restava immobile nella palude, poiché ogni passo sul fondo scivoloso minacciava di farlo cadere. E piangeva, come fanno i bambini, senza comprendere altro che il suo dolore, senza tentare alcun sforzo per liberarsi.
Ad un tratta un fascio di luce scese dall’alto verso di lui e tagliò come una lama la spessa nebbia.
A egli non sollevò nemmeno il capo, continuò a singhiozzare con una smorfia grottesca sulla faccia.
“Ehi! Chi sei?”.
Come se, improvvisamente, si fosse reso conto che c‘era qualcuno, Michele tacque di colpo, sollevò il capo, ma subito chiuse gli occhi poiché la luce gli dava noia.
“Ehi, rispondi!”.
Il ragazzo tirò su col naso, si passò la manica della giacca sul viso per asciugare le lacrime, poi disse:
“Mi sono fatto male …”.
Lo sconosciuto si avvicinò all’orlo dello stagno, si appoggiò ad un tronco inclinato, che si sporgeva verso l’acqua e gli tese una mano.
“Dai, attaccati …”.
Michele si mosse piano, stese il braccio e si aggrappò a quella mano che usciva dalla nebbia, muovendo piano le gambe pesanti e intirizzite.
Risalì l’argine a fatica e alla luce della lanterna guardò in volto lo sconosciuto. Era un uomo alto e magro, avvolto in un mantello scuro. Nel volto scavato, coperto da una peluria nera, aveva due occhi scintillanti che lo fissavano irridenti.
“Chi sei?”, gli chiese Michele terrorizzato.
“Che ti interessa, ragazzo? Dimmi piuttosto, cosa fai qui?”.
“Io? Io cerco la Bicocca …”.
L’uomo lo afferrò come in una morsa, al braccio dolorante.
“Ahi, mi fai male!”.
“Chi ti ha mandato? Rispondi!”.
“Nessuno mi ha mandato, sono venuto da solo …”. La voce gli tremava e stava per mettersi a piangere di nuovo.
“Piantala di frignare e rispondi alla domanda, moccioso!”.
La voce pur sommessa dello sconosciuto era aspra e tagliente.
“Venivo a cercare quel poveretto della Bicocca, devo dirgli una cosa. Ma tu cosa vuoi? Lasciami andare, mi fai male …”.
Con uno scossone si liberò e quasi avesse preso coraggio, disse con rabbia:
“Ho capito, sei tu che vuoi fare la spia, non il prete! Lo dirò a mio fratello Renzo …”.
“Senti, ragazzo,” disse lo sconosciuto con voce più buona, “forse ho capito. Vieni con me, andiamo alla Bicocca. Ti scalderai vicino al fuoco, sei tutto gelato.”.
Spense la lanterna e si incamminarono insieme sul sentiero dell’argine, fino a quando apparve il tetto della capanna.
Entrarono e l’uomo accese una lucerna che stava sul tavolo. Nel rustico camino c’era ancora un po’ di fuoco. Una cuccetta correva lungo una parete. Sopra un mucchio di paglia stava una cassetta rovesciata e su di essa c’era una gavetta tipo militare con un po’ di zuppa sul fondo.
L’uomo chiese la porta e buttò alcuni sterpi sulle brace. Subito divampò una fiammata confortante e Michele sentì un brivido di piacere corrergli per tutto il corpo, anche se la spalla gli faceva ancora molto male.
Lo sconosciuto mise una cassetta rovesciata davanti al camino, vi fece sedere il ragazzo e gli disse:
“Ed ora raccontami tutto, ragazzo. Coraggio”.
Michele, rassicurato , cominciò a parlare, senza ordine, così come le cose gli venivano alla mente. Faceva una grande confusione e l’uomo cercava di trovare una certa coerenza in quello che diceva, per capire ciò che c’era di importante in quella strana visita notturna. Lo lasciò quindi sfogare e notò che, un po’ alla volta, il ragazzo si calmava e le sue frasi si facevano più chiare.
Finalmente comprese. Il prete sarebbe venuto lì tra poco! La sua espressione cambiò di colpo e Michele si spaventò.
Lo vide frugare sotto il mantello ed estrarne una pistola.
“Ragazzo …”.
Non ebbe il tempo di finire. Un tocco leggero alla porta lo fece zittire di colpo.
Un nuovo tocco, più deciso, ruppe il silenzio pieno di tensione.
“Chi va là?”.
“Fratello, apri!”.
“Don Angelo! E’ lui! Apri!”, gridò Michele.
“Stai fermo, ragazzo. E voi, lì fuori, badate, sono armato!”.
“Non aver paura, amico. Non ti voglio far del male.”.
“Andatevene, dico. Non ho alcun bisogno di voi. Sono deciso a tutto!”.
Alzò la pistola fino all’altezza del cuore, appoggiò la canna al legno della porta, là dove si udiva il picchiare insistente del prete.
Michele, che seguiva con gli occhi sbarrati ogni movimento dello sconosciuto, ebbe un lampo di intuizione e con un balzo da bestia inferocita, scattò verso la porta e colpì, da sotto, con un pugno il braccio che reggeva l’arma.
Il colpo esplose nel tetto con un fragore che al ragazzo parve enorme. Subito, nonostante lo spavento, tirò il catenaccio che teneva chiusa la porta e il prete, bianco in volto come un fantasma, apparve sulla soglia.
L’uomo stava lottando con Michele che, con tutto il peso del suo corpo robusto, si era appeso al braccio che teneva la pistola e con graffi e morsi cercava di portargliela via.
Subito don Angelo si precipitò verso di loro, ma l’uomo, spinto dalla disperazione, si scrollo di dosso il ragazzo facendogli urtare la spalla dolorante contro la parete. Con un urlo di dolore Michele cadde a terra, picchiano il capo contro lo spigolo del camino.
Il prete spalancò le braccia:
“Fratello! Non vedi come sono venuto da te? Davanti alla tua arma io metto il mio cuore, davanti al tuo odio metto il mio amore. Ti voglio bene … Non mi credi ancora?”.
L’uomo abbassò il braccio e chinò gli occhi. Si sentiva improvvisamente stremato. Un pallore mortale e fitte gocce di sudore gli ricoprirono il volto.
“Mi sento male, prete …”, e si accasciò sulla cuccetta, respirando con affanno.
Michele si stava sollevando da terra, lamentandosi piano. Un rivolo di sangue gli correva giù lungo il collo, ma non aveva più paura, ormai.
Don Angelo estrasse una bottiglietta di cognac da una tasca e la appoggiò alle labbra dell’uomo, che ne bevve un sorso. Quindi si volse verso Michele, lo aiutò ad alzarsi e gli fece una carezza.
L’uomo, che stava riprendendo un po’ di colore, trasse un lungo respiro. Si guardò intorno con profonda disperazione e mormorò:
“Dunque è la fine …”.
“No, figlio mio, questo è il principio. La tua pace sarà la mia pace. La mia casa la tua casa.”
“Voi non sapete chi sono …”.
“Tu sei mio fratello, l’hai dimenticato?”.
Lo sconosciuto chiuse gli occhi e le palpebre sbatterono rapidamente sulle guance infossate. Poi, adagio, due lacrime scintillanti scesero da sotto le ciglia.
Don Angelo trasse un fazzoletto e le asciugò. Dolcemente, come si fa coi bambini.
La cucina dei Monforti si apriva sotto il portico, proprio accanto al portone della cascina.
Era una stanza ampia, scura e fredda.
Di fronte alla porta d’ingresso, contro la parete, stava la scala che portava al piano superiore. I primi tre gradini erano in muratura, con le rosse pietre scavate là dove il piede s’appoggiava da decine e decine di anni, da generazioni e generazioni, sempre con gli stessi zoccoli di legno e le stesse scarpe coi chiodi. Poi si alzava la scala di legno, rustica, stretta, ripida. Un passamano coperto dalla patina lucida per l’uso, avrebbe potuto narrare quante mani vi si erano appoggiate. Aveva sentito i calli duri dei vecchi, la stretta affannosa di malati, la palma tenera dei bimbi e l’ardito tocco dei giovani.
In un angolo della stanza stavano ammucchiati, gli uni sugli altri, alcuni sacchi di granoturco.
Due minuscole finestre guardavano rispettivamente nel cortile e sulla via. Avevano solide inferriate arrugginite e le imposte erano corrose dalla pioggia e dai venti.
Quasi tutta la parete accanto alla porta era occupata dal camino, che era enorme. La sua cappa nera pareva perdersi in una immensità sconosciuta. Il gradino che gli stava attorno, portava esso pure il segno degli anni. Là dove la madre appoggiava il ginocchio quando gettava la farina nell’acqua bollente del paiolo di rame, c’era una cunetta che pareva fatta apposta: conservava l’impronta di
chissà quante altre donne, tutte severe, taciturne e dure come Agata Monforti, la mamma di Michele.
Tutto intorno alle pareti stava una decina di sedie ed al centro un grosso tavolo dalle robuste gambe tornite. Il soffitto aveva le travi nere di fumo.
In questa grande stanza alla quale le finestre non davano mai luce a sufficienza, passava le sue giornate, quasi sempre solitarie, la mamma di Michele.
Il marito era sempre stato un uomo di poche parole. Invecchiando s’era fatto quasi completamente sordo e non conosceva altra soddisfazione che fumarsi la pipa nella stalla, ora che faceva freddo, o davanti alla porta di casa, sotto il portico, durante l’estate.
Il padrone non lo faceva più lavorare nei campi, dava solo una mano, qua e là, in cascina, rompeva la legna, guardava le bestie quando andavano ad abbeverarsi alla vasca della fontana e puliva il portico con la lunga scopa di saggina.
Dei suoi cinque figli solo Michele aveva dato delle preoccupazioni. Gli altri erano cresciuti, si può dire, da soli. Come spesso avviene in campagna, i ragazzi stavano in casa solo per dormire e per ingoiare enormi scodelle di riso o di pasta, che la madre faceva con uova e farina una volta la settimana. Purché stessero bene in salute, si lavassero i piedi alla pompa in cortile prima di coricarsi e si cambiassero la biancheria alla domenica, prima di andare a messa, per il resto potevano fare ciò che volevano. Giunti ad una età decente, tutti i ragazzi di campagna, infatti, imparavano a sbrigarsi da sé.
Per le cose dell’anima c’era il prete, per quelle della mente, ammesso che importassero molto, c’era la maestra e per imparare a vivere c’era la natura.
Così ora i quattro giovanotti Monforti, taciturni come la madre e solidi come quercioli, in casa non davano proprio problemi. All’ora del pranzo affondavano il capo nelle scodelle e non si lamentavano mai. Alla sera, quando non andavano nella stalla con gli uomini della cascina, se ne stavano accanto al fuoco. Ciò avveniva di rado, ma quelle erano per la madre e per Michele le serate migliori.
Se c’erano gli uomini in casa, a letto si andava più tardi e nel camino il fuoco scoppiettava più allegro. Di legna ce n’era in abbondanza, ma non valeva la pena consumarla quando nessuno stava a godersi la fiamma. La madre, quando i figli sedevano attorno al focolare, non stava mai accanto a loro. Si metteva a sferruzzare e stava al tavolo, sotto la lampada. La sua faccia gialla e rugosa, coi capelli tirati su, fino alla sommità del capo in una crocchia piccola e grigia, non manifestava alcuna emozione. Le sue mani si muovevano senza sosta facendo ticchettare i ferri. Le lunghe gonne scure toglievano ogni delicatezza femminile al suo corpo. Chissà se era stata bella Agata Monforti in gioventù!
Seduta dietro ai figli, ne udiva il discorrere pacato, ma non interveniva quasi mai, a meno che la interrogassero. E non certamente per un senso di inferiorità della donna verso l’uomo, come spesso avveniva in campagna, ma per una profonda convinzione che le faceva dire:
“Io e il mio uomo abbiamo risolto i nostri problemi a suo tempo, è bene che ora i figli imparino a fare da sé”.
Michele, se i fratelli restavano in casa, prendeva posto sulla panchetta a lato del camino, l’avvicinava un poco di più alla fiamma e vi si coricava. Non era raro che si addormentasse, ma, finché poteva, tendeva l’orecchio ai loro discorsi e di tanto in tanto interveniva con domande. Il più delle volte i fratelli ridevano, invece di rispondere, ma senza cattiveria, anzi, con benevolenza, come si fa con un bambino che vuol cimentarsi in cose più grandi di lui.
Per quel ragazzo mal cresciuto avevano tutti una speciale predilezione, anche se raramente la manifestavano. Gli volevano bene a modo loro, e la madre, che lo capiva, gioiva dentro di sé.
Michele, da parte sua, si sentiva protetto, anche se talvolta volava qualche scapaccione. Era fiero dei suoi fratelli e tutto ciò che essi dicevano gli pareva importante. Tuttavia la sua mente fanciulla non sempre reggeva allo sforzo di ascoltare e si appisolava, lì, sulla panca, così che poi lo dovevano trascinare su dalle scale e metterlo di peso a dormire nella sua cuccetta.
Da qualche tempo, però, sia la madre che Michele avevano avvertito nei discorsi dei quattro uomini, un che di misterioso che li turbava. La madre tendeva l’orecchio, rallentando lo sferruzzare e Michele sbarrava gli occhi, proteso verso di loro.
“Va a letto, Michele,” gli diceva allora Marco, il più anziano, “ e dormi subito. Non sono cose per te”.
Se il ragazzo indugiava, borbottando tra i denti, correva il rischio di vedersi arrivare un cazzotto, e allora accelerava i preparativi e saliva le scale dondolandosi sulle lunghe gambe.
Nel ragazzo, però, la curiosità si era risvegliata. Aveva capito che si trattava di qualcosa di segreto e pericoloso. Ma non aveva paura, anzi, si sarebbe sentito importante se fosse stato, in qualche modo, messo al corrente dei fatti. In più, nei discorsi dei fratelli, ricorreva spesso il nome del tenente Franz. Loro lo chiamavano ‘il tedesco’, ma Michele capiva che era lui e Michele a Franz voleva bene, erano buoni amici loro due. Quindi il desiderio di saperne di più lo spingeva a cercare il modo di ingannare i fratelli. Così nelle sere successive, appena finito di mangiare, si coricava sul panchetto, addossato al muro e fingeva di dormire.
I fratelli, dalla tavola, giravano la loro sedia verso la fiamma. La madre sparecchiava, scopava via le briciole, poi si sedeva al solito posto col suo lavoro a maglia.
“Ma’, questo ragazzo dorme”, diceva Marco scrollandolo.
“Fa niente. Quando salgo io lo sveglio”.
Così Michele poteva ascoltare indisturbato, col cuore che gli picchiava contro la panca come un martello.
Ed ecco quello che era riuscito a ricostruire: lungo il fiume, molto più a valle, però, c’era una casupola che il ragazzo ben conosceva per esservi stato parecchie volte durante l’estate. Sorgeva al limite della boschina, appena giù dall’argine. La chiamavano la ‘Bicocca’. Serviva nei mesi estivi per riporvi gli attrezzi.
Ebbene, alla Bicocca doveva esserci qualcuno. Qualcuno che non poteva mostrarsi in paese per paura del ‘tedesco’. Per di più questo qualcuno doveva star male in quei giorni. Michele non aveva capito bene, ma avevano parlato di dottore e di medicine.
I quattro fratelli non si esprimevano mai troppo chiaramente, si intendevano anche soltanto a cenni e c’erano, quindi, dei lunghi silenzi attorno al fuoco.
Finché una sera Michele notò una certa animazione anche nella madre. Certo era stata messa al corrente del segreto. Aveva portato la sedia in mezzo ai figli e li ascoltava con attenzione.
Ad un certo punto aveva detto:
“Ragazzi, dovete chiamare il prete”.
“Macché prete!” gridò con rabbia Lino, il più giovane.
“Se muore senza confessarsi, l’avete sulla coscienza”.
Ci fu un lungo silenzio. Ognuno, certo, pensava al disgraziato che aspettava alla Bicocca.
“Tu, ma’, non preoccuparti. Prepara qualche cosa in un cesto, mettici anche una coperta di lana, se ce l’hai”.
“Debbo toglierla dal tuo letto, Renzo”.
“Va bene, mi coprirò col mantello”.
Michele aveva sentito il passo della madre allontanarsi e la scala di legno aveva scricchiolato.
Fino al ritorno della donna, nessuno aveva più parlato.
Quando essa ridiscese, Marco disse:
“E’ inutile andare tutti. Basto io per stasera”.
Aveva gettato indietro la sedia e si era avviato verso la porta.
“Marco”, l’aveva chiamato la madre, “Pensaci, dillo al prete. Se ne intende anche di medicina, potrà fargli anche una iniezione”.
“Taci, ma’! E che nessuno sappia nulla. Sai dov’era l’altra notte quel disgraziato quando il prete lo cercava? Era in acqua fino al collo. Se il prete lo scoprisse dovrebbe scappare di nuovo. Ma ora non potrebbe andar lontano, povero diavolo”.
Michele sentì la porta sbattere. Marco era uscito.
Egli si lasciò scuotere dalla madre come se realmente avesse dormito profondamente in tutto quel tempo. Poi la seguì su per le scale, afferrandosi alle sue gonne.
Per parecchio tempo, appena a letto, pensò a lungo a quello che avrebbe potuto fare. Ma la sua mente si rifiutava di lavorare. L’unica soluzione possibile, per lui, era questa: raccontare tutto alla maestra. E’ vero: ricordava ancora gli scapaccioni di Renzo, l’altra volta, quando aveva scoperto che aveva parlato a Laura. Ma non poteva fare niente altro. La maestra avrebbe deciso al posto suo, bastava aspettare l’indomani ed andarglielo a raccontare.
Presa questa decisione, s’addormentò tranquillo.
E quando Marco rientrò a notte fonda, si chinò su di lui e gli scopri il viso sul quale si era tirato il lenzuolo. Ma il ragazzo neppure si mosse.
* * * * * *
L’alba del nuovo giorno sorse fredda, ma limpida. Nei prati c’era la brina così spessa che pareva neve. Ogni arbusto, ogni ramo stecchito, si era ornato come di un pizzo. Tra poco il sole, avanzando, li avrebbe baciati, sciogliendo la brina e lasciando i rami nudi e stecchiti.
Michele, che aveva ingoiato in fretta la sua scodella di latte, prese la cartella sdruscita e uscì.
“Metti almeno il mantello, ragazzo!” gli gridò la madre dalla finestra.
Ma egli fece finta di non udirla. La donna chiuse in fretta i vetri, perché l’aria tagliava il viso, come se fosse cristallo.
Il cruccio della sera prima, Michele l’aveva ritrovato intatto al risveglio. Per questo s’era alzato subito ed era uscito prima del solito: per raccontarlo alla maestra.
Quando laura l’avesse saputo, la responsabilità sarebbe stata sua ed egli si sarebbe levato dal cuore un peso enorme.
Laura girava ancora per la cucina in vestaglia. La stanza si era raffreddata molto nella notte e, per quanta legna lei mettesse nel camino, era ancora intirizzita.
Si meravigliò un poco della venuta del ragazzo.
“Con questo freddo potevi stare ancora un po’ sotto le coperte, Michele”.
“Non potevo, maestra. Ho una cosa qui che devo proprio dirti”.
“Avanti, dunque, sentiamo …”.
E continuò a riordinare la stanza. Michele la guardava in modo strano, come per dire: “Non mi dai importanza, vero? Ma vedrai …”. E si sedette accanto al camino.
Finalmente la maestra gli chiese: “Dunque, Michele?”.
Contro la fiamma, il grosso corpo del ragazzo pareva quello di un animale selvatico accovacciato. I capelli irsuti s’alzavano a raggera sopra la fronte bassa. Certamente, quel mattino, si era scordato di pettinarsi.
“Senti, maestra, ti dico una cosa in segreto. Alla bicocca è tornato quel poveretto”.
Come si aspettava, Laura smise di muoversi per la stanza e lo fissò seria.
“Quel poveretto? Quello di quest’autunno?”.
“Sì”.
“E che fa alla Bicocca?”.
“Oh, bella! Si nasconde e è molto malato”.
“Chi te l’ha detto?”.
“Lo sai, maestra. L’ho sentito dai miei fratelli, ieri sera”.
A Laura venne in mente il mattino di qualche mese prima, quando Michele le aveva detto con aria triste: “Sai che mio fratello mi ha picchiato perché ti ho detto quella cosa?”.
“Povero Michele, ti picchieranno ancora se vengono a saperlo”.
“Non fa niente. Anche la mamma ha detto di avvertire il prete”.
“Dunque sta così male?”.
“Io non lo so, così ha detto la mamma …”.
Laura stette un poco in silenzio. La Bicocca era lontana, all’estremo limite dei campi di Vecchia Strada. C’era stata qualche volta con Nannina durante l’estate. Nannina l’aveva trovata molto romantica così sola e così immersa nel silenzio, tra il cheto andare del fiume e quel boschetto senza sentieri, ma solo, di tanto in tanto, degli spiazzi erbosi e, qua e là, arbusti di more e nidi di uccelli.
Poco più in là, dove il boschetto finiva, c’era la palude misteriosa, coi suoi strani abitanti selvatici, con la sua vita nascosta e il suo odore di morte che saliva dai fondi fangosi.
Alla Bicocca si poteva andare percorrendo l’argine e la strada era facile. Ma anche dal boschetto era possibile giungervi. Per arrivarci, però, occorreva essere assai pratici dei luoghi.
Laura pensava a don Angelo. Avrebbe dovuto andare fin là, di notte, senza farsi vedere.
“Va bene, Michele” disse dopo una lunga pausa. “Avvertirò il parroco”.
“Dovrai far presto, maestra!”.
“Oggi stesso. Ti ringrazio, Michele”.
Il ragazzo, come liberato da un peso, uscì sulla piazzetta ad aspettare i compagni.
Laura finì di vestirsi in tutta fretta, scrisse un biglietto al sacerdote invitandolo alla scuola, poi chiamò una bambina e lo fece recapitare.
* * * * *
Ripetere l’ansia, la costernazione, il cruccio del povero prete, non sarebbe possibile. Non poteva darsi pace. Trovava in sé mille debolezze, mille imperfezioni: per questo la sua gente non aveva più fiducia in lui!
“Lasciar morire un uomo, Laura, lasciarlo morire, piuttosto che chiamarmi! E’ atroce! Non posso aspettare che venga buio. Debbo andare subito.”
Ci volle tutta l’arte della maestra per calmarlo. Non si trattava, in fin dei conti, che di quattro ragazzotti, già sospettosi per natura. Non era affatto vero che a Vecchia Strada non si aveva più fiducia in lui. E poi era inutile recarsi di giorno alla Bicocca. Qualcuno l’avrebbe visto senz’altro. E se sapeva dell’esistenza del fuggitivo, l’avrebbe senz’altro fatto spostare. Se, invece , non era al corrente di nulla, si sarebbe insospettito vedendo il prete in giro sull’argine e avrebbe indagato, fatto domande in giro e la voce, magari, si sarebbe diffusa. Allora sì, il pericolo sarebbe stato veramente grave.
Finalmente don Angelo parve calmarsi. Chiese scusa a Laura, rifiutò ogni aiuto e promise che sarebbe andato al fiume dopo l’Ave Maria della sera.
Nel tornarsene alla canonica, passando davanti alla casa dei Monforti, non poté, tuttavia, resistere alla tentazione.
Col volto atteggiato al più amichevole dei sorrisi, entrò dal portone e si affacciò alla porta della cucina. Un raggio di sole, attraversando le inferriate, cadeva sul pavimento diritto come una lama. Erano le undici ed egli sapeva che avrebbe trovato gli uomini a tavola.
“Posso salutare”? chiese col tono più gioviale che poté.
Tutti sollevarono il capo stupiti, ma solo l’Agata si alzò frettolosamente, asciugandosi la bocca col grembiule.
“Oh, reverendo, vuol servirsi? Non faccia complimenti.”.
“No, no! Scappo anch’io. Volevo solo dire ai ragazzi che tra poco è natale. Vi aspetto a confessarvi, figlioli … E’ un bel po’ che non vi vedo in chiesa …”.
Gli uomini, torvi, avevano chinato di nuovo il capo sulle scodelle, senza rispondere. La madre s’era fatta rossa per la confusione.
“Perdoni, reverendo. Non sono cattivi”.
“Lo so, lo so, buona donna. Han ragione loro, non è questo il momento opportuno, vero, ragazzi?
Quando uno sta mangiando, vuol essere lasciato in pace. Arrivederci e scusatemi …”.
Dalle bocche piene venne un borbottio incomprensibile. Agata corse fin sull’uscio, nel tentativo di dire ancora qualcosa. Ma don Angelo, con la tonaca che sfiorava la terra, già s’allontanava. Ella allora tornò a sedersi al suo posto, dicendo:
“Mi è passata la fame”.
Renzo picchiò un pugno sul tavolo e gridò:
“Fa la spia quel prete! E’ venuto per spiare!”.
“Ma, figlio mio, che dici!”.
“Taci, ma’! So io quel che dico!”.
Lino, Pedro e Marco continuavano a mangiare senza dire una parola.
“Quando torna Michele venite a chiamarmi!”.
Detto questo, Renzo gettò indietro la sedia con rabbia e uscì verso le stalle.
Ma quando Michele giunse, balzelloni, sotto il portico, il fratello non ebbe bisogno d’essere chiamato. Lo vide subito, con quella sua andatura un poco scimmiesca, apparire contro il riquadro luminoso del portone.
A grandi passi attraversò il cortile e ritornò verso casa.
La minestra del ragazzo era stata messa da parte, nella scodella, tra la cenere calda del camino. Egli l’afferrò e cominciò a mangiarla con ingordigia, senza neppure avvicinarsi alla tavola. La madre stava scopando il pavimento, passando e ripassando tra le sconnessure , mentre il padre era salito a coricarsi. Lino e Marco avevano chinato la testa sul tavolo e parevano assopiti. Pedro, invece, seduto vicino al fuoco, fischiettava allegramente. Era, dei quattro fratelli il meno taciturno e Michele lo preferiva agli altri.
Quando Renzo entrò in casa, Michele gli gridò:
“Ciao!”.
Aveva l’anima più leggera dopo aver raccontato a Laura il suo segreto.
“Ciao, Michele!” gli rispose il fratello. “Com’è andata a scuola?” .
Poi prese la sedia e gli andò vicino. C’era nei suoi occhi un’ombra di sospetto, che Michele non poteva avvertire, tutto preso dalla sua scodella di minestra. Ma il fatto stesso che Renzo avesse risposto subito al suo saluto e che gli si fosse messo vicino con la sedia, interessandosi al suo lavoro scolastico, lo mise in allarme. Rispose:
“ A scuola? Come al solito …”.
“Cos’hai imparato di bello?”.
“Io? Niente … Io aiuto soltanto la maestra.”.
Guardava il fratello di sottecchi, come fa il cagnolino che vede la mano tesa del padrone, ma che, avendo la coscienza sporca, teme che nell’altra, dietro la schiena, egli nasconda la frusta.
Così faceva Michele: non sapeva se doveva cedere all’improvvisa affabilità del fratello, oppure se doveva mettersi in guardia rispondendo a monosillabi.
Ma quando udì la domanda successiva, non ebbe più dubbi.
“E dimmi, c’è stato il prete a scuola, stamattina?”.
Egli si guardò intorno con aria innocente e scosse la testa a destra e a sinistra.
“Io non l’ho visto …”.
Ed era vero. Laura l’aveva subito fatto passare in casa sua, aveva messo un bambino alla lavagna ed era rimasta di là un bel po’, con la porta aperta. Lui aveva solo capito dalla voce che doveva essere don Angelo.
Come se tutto l’interesse per Michele si fosse improvvisamente dileguato, Renzo si alzò, si stirò pigramente, poi andò ad affacciarsi alla finestra che guardava sulla via.
“Bella giornata,” esclamò soddisfatto.
Anche i fratelli, che si erano appisolati, alzarono il capo sbadigliando. Pedro distese meglio le gambe verso la fiamma e si accomodò meglio sulla sedia.
“Eppure,” mormorò Renzo come fra sé, “quel prete sa qualcosa …”.
La madre era fuori e allontanava con la scopa le galline che erano venute a beccare le briciole di pane che aveva scopato fuori dalla cucina.
Renzo la cercò con lo sguardo.
“Ma se ha il coraggio di avvicinarsi, quello spara, garantito!”.
Michele che aveva finito la sua minestra, tese l’orecchio e voltò appena il capo per guardare il fratello.
“E fa bene, per Dio!” esclamò Marco, dando un pugno sul tavolo.
Proprio in quell’istante la donna rientrò:
“Che c’è ancora? Ma figlioli, voi mettete il male dappertutto!”.
“Ah, sì, vero? Ma dimmi un po’, da quanto tempo non si vedeva il prete in casa nostra? Sarà un anno e forse più.”.
“Non è vero, quest’estate ogni tanto metteva dentro la testa a salutare, ma voi non c’eravate …
E poi è natale tra poco. E’ venuto per questo. Lo sapete che passa da tutti …”.
“Già, è natale. Ma non è così che si mette pace tra la gente …”.
“Cosa vorreste che facesse, dunque?”.
“Io? Che facesse il prete, vorrei. Che dicesse messa, predicasse, confessasse la gente e portasse l’olio santo ai moribondi. Ecco cosa deve fare il prete! Non stare lì ore ed ore a parlare col tedesco, a raccontare le cose nostre a uno straniero mandato qui a farci la guardia. Come se fossimo bestie feroci, come se fossimo …”
“Ma Renzo, chi ti ha messo in testa queste idee? Non c’è più religione a questo mondo, non c’è più rispetto per nessuno …”.
La voce sempre un poco aspra della donna, si frantumò, come prossima alle lacrime.
”Ti raccomando, ma’, non facciamoci tragedie”, intervenne Marco alzandosi.
Pedro riprese a fischiettare, girellando intorno al tavolo. Lino gettò un’occhiata alla grossa sveglia che stava sul camino e disse:
“E’ ora si andare. E pensare che ci avrei fatto un pisolino. Mi è venuto sonno”.
Tutti e quattro presero i berretti appesi dietro l’uscio e uscirono senza salutare.
Michele si voltò verso la madre e le sorrise.
“Ma’, ti voglio bene, sai?”.
La donna aveva ancora il volto severo e la sua voce si era rifatta dura e ferma.
Il ragazzo si strinse nelle spalle e tornò a guardare la fiamma del camino.
“Ma’” disse ancora, dopo un breve silenzio, “credi che lo vogliano ammazzare”?.
“Santo cielo! Ma cosa ti viene in mente!” scattò la donna con voce stizzosa.
Michele prese l’attizzatoio con due mani e lo picchiò sul ceppo che stava bruciando. Le ‘monachine’ scaturirono dalle brace come lucciole prigioniere, alle quali, improvvisamente, venisse offerta la libertà.
Egli le guardò salire, sempre più su, finché la cappa nera del camino le ingoiò.
Allora si alzò di scatto, afferrò dalla sporta un pezzo di pane e uscì senza dir nulla.
Agata , sospirando, rimise a posto le sedie, e poi si affacciò alla finestra che dava sulla strada per guardare Michele mentre andava a scuola.
Lo udì cantare col suo vocione stonato e pensò:
“Meno male che non capisce! La sua disgrazia diventa una fortuna in una casa senza timor di Dio”.
Ma non era vero che Michele non capisse.
Per tutto il giorno la sua mente fu sottoposta ad un lavorio intenso.
La Bicocca, don Angelo, il fuggiasco, la pistola, i suoi fratelli: tutte queste immagini si aggrovigliavano davanti ai suoi occhi, si accavallavano, si sovrapponevano ed egli tentava invano di mettervi ordine.
Credeva di aver risolto tutto bene, al mattino, raccontando alla maestra ciò che aveva sentito e invece, ora, capiva che c’era qualcosa che non andava. Alla fine delle lezioni egli fu l’ultimo a lasciare l’aula.
Laura lo vide avvicinarsi, con passo un po’ goffo, alla fotografia dei suoi amici di Gorla. Erano due: due fratelli biondi e sorridenti che si tenevano per mano.
“Maestra, va’ di là, per piacere. Devo dire una cosa a loro”.
Laura gli sorrise con benevolenza:
“Fa pure, Michele. Ti lascio la chiave. Quando hai finito, chiudi”.
Era commossa. Michele non sapeva scrivere e, sebbene avesse anche lui, comprato il quadernetto delle confidenze, le sue piccole pene e le sue gioie non poteva metterle per iscritto come tutti gli altri. Così doveva dirle a voce ai sui piccoli amici ed era giusto che fosse lasciato con loro in piena libertà.
Quando la porta fu chiusa egli giunse le mani e parlò:
“Io non capisco bene. Adesso ve la dico come è la cosa. Se ha detto Renzo che quello gli spara, allora don Angelo non deve andare. Ma se non ci va, quel poveretto muore. Come facciamo”?.
Tacque un poco pensoso.
”Mah! Penso che farò meglio ad andarci io fino alla Bicocca, così glielo dico al forestiero di non sparare, perché non è vero che il prete fa la spia. Gli dirò che il prete vuole aiutarlo e fargli la puntura così guarisce e lo porta a casa sua. Cosa dite voi? Andrà bene così?”.
I due fratellini gli sorridevano come se lo capissero.
Michele si fece il segno della croce con compunzione, avvicinò le labbra al piccolo rettangolo bianco e vi stampò due baci sonori. Poi prese la chiave, chiuse l’aula e la portò alla maestra.
“Fatto tutto, Michele?”.
“Sì, maestra. Io vado a casa”.
“Ciao, Michele!”.
“Ciao, maestra!”.
Il sole si stava spegnendo entro un cielo pallidissimo. Il freddo era intenso e per la strada non si vedeva nessuno. Dai camini si alzava, dovunque, un pennacchio di fumo che si allargava nell’aria con annoiata lentezza,
Sopra il campanile, là verso il fiume, c’era, appena segnata, una falce sottile di luna. Pareva di ghiaccio.
Michele rabbrividì e, picchiando forte i piedi sulla strada gelata, corse verso casa col cuore in pace.
* * * * *
Le ombre vennero rapidamente e con le ombre si alzò una nebbia leggera, che avvolse il paese in un velo d’argento. La luna falcata non riusciva a far lume. Ma c’era un biancore nell’aria, che cambiava Vecchia Strada in un paese fiabesco.
L’immobilità delle case, degli alberi nudi, il silenzio attonito che regnava dovunque, tutto ciò dava al luogo un aspetto misterioso.
Michele sgusciò dal portone, trattenendo il fiato. Attese che la madre si affacciasse per richiamarlo. Ma non venne nessuno. Passò rasente ai muri, qua e là, udì frammenti di discorsi, risate, tintinnio di bicchieri, rumori noti di ogni casa a quell’ora. Alla chiesa si fermò. Veniva dalla porta un lieve filo di luce. Don Angelo doveva essere ancora là.
Quella era proprio l’ora giusta.
Scivolò giù lungo il pendio che portava al fiume, senza più preoccuparsi di far piano: ormai nessuno l’avrebbe più udito.
Il paese gli restò alle spalle e presto anche la chiesa scomparve, come ingoiata dall’ovatta soffice che, avvicinandosi all’argine, diventava di minuto in minuto più spessa.
Il ragazzo non aveva paura. Sapeva che non c’era alcuno in giro per i campi a quell’ora. La nebbia, inoltre, lo difendeva: nessuno poteva vederlo.
Decise di stare sull’argine. Camminò spedito per parecchi minuti. Ogni tanto tendeva l’orecchio per sentire se qualcun altro, per caso, lo stesse seguendo. Ma don Angelo avrebbe senz’altro suonato l’Ave Maria prima di avviarsi verso la Bicocca.
Il fiume gli faceva compagnia. Frusciava piano piano contro le sponde e pareva un vecchio gatto che facesse le fusa contro le gambe.
Era già a metà strada circa, quando dal silenzio giunsero i rintocchi delle campane. Vennero, come uccelli invisibili a sbattere le ali contro la fronte del ragazzo, che si strinse, rabbrividendo, nella sua giacchetta lisa, calcandosi il berretto fin sugli occhi. Ora doveva accelerare, perché don Angelo si stava certamente mettendo in cammino. Ma, strano, le gambe gli tremavano e i denti gli battevano, ora, furiosamente.
Disturbata nel suo riposo, una civetta svolò da un pioppo, gli sbatté quasi sul viso e proseguì verso il fiume. Una ranocchia piombò in acqua con un tonfo sordo.
Scricchiolò un ramo sotto i suoi piedi ed egli si fermo, sbarrando gli occhi per vedere, nella fitta nebbia, se qualche ombra si muovesse. Non si rendeva ancora conto d’aver paura: la sua mente intorpidita lavorava adagio.
Comunque si sforzò di camminare più rapidamente. Avanzava sull’erba bianca di brina e ne udiva il leggerissimo scricchiolio sotto gli zoccoli di legno. Ora intravvedeva, giù dall’argine, il boschetto nano, i suoi rami contorti si alzavano, come mani nella nebbia, inguantati di bianco.
Ora la Bicocca doveva essere vicina, ma i rumori si facevano più fitti. Una cosa viva, forse un grosso topo, gli passò tra i piedi. Fece un salto indietro e lanciò un grido, ma, rapido com’era venuto, il topo scomparve.
Michele restò a bocca spalancata, ansante. Poi, senza riflettere, si mise a correre e il rumore secco dei suoi passi gli tenne compagnia per un po’. Quando si fermò, si guardò intorno smarrito.
Dov’era la capanna? I rami del boschetto nano non si vedevano più.
Aguzzò gli occhi, aspirò profondamente e sentì il tanfo della palude. Era andato oltre. Ora doveva tornare indietro, la Bicocca l’aveva già superata di sicuro.
Fu allora che si rese conto d’avere paura, una grande paura. Gli mancava il respiro. Gli pareva persino che dal fiume venisse un cauto battere di remi.
Terrorizzato, senza riflettere, spiccò un salto giù dall’argine, nel buio. Picchiò con violenza contro qualcosa di duro e sentì un gran male alla spalla. Sprofondò con le gambe nel fango appena coperto da una sottile crosta gelata. Arrancò, stese una mano in cerca di un sostegno. Nulla, nulla! Era solo al mondo! Solo con quei due remi che battevano l’acqua facendosi sempre più vicini, che certo cercavano lui … proprio lui … Michele!
Cominciò a piangere, con singhiozzi sempre più desolati, sempre più alti.
Il freddo gli attanagliava le gambe sommerse, il dolore alla spalla era acutissimo.
Restava immobile nella palude, poiché ogni passo sul fondo scivoloso minacciava di farlo cadere. E piangeva, come fanno i bambini, senza comprendere altro che il suo dolore, senza tentare alcun sforzo per liberarsi.
Ad un tratta un fascio di luce scese dall’alto verso di lui e tagliò come una lama la spessa nebbia.
A egli non sollevò nemmeno il capo, continuò a singhiozzare con una smorfia grottesca sulla faccia.
“Ehi! Chi sei?”.
Come se, improvvisamente, si fosse reso conto che c‘era qualcuno, Michele tacque di colpo, sollevò il capo, ma subito chiuse gli occhi poiché la luce gli dava noia.
“Ehi, rispondi!”.
Il ragazzo tirò su col naso, si passò la manica della giacca sul viso per asciugare le lacrime, poi disse:
“Mi sono fatto male …”.
Lo sconosciuto si avvicinò all’orlo dello stagno, si appoggiò ad un tronco inclinato, che si sporgeva verso l’acqua e gli tese una mano.
“Dai, attaccati …”.
Michele si mosse piano, stese il braccio e si aggrappò a quella mano che usciva dalla nebbia, muovendo piano le gambe pesanti e intirizzite.
Risalì l’argine a fatica e alla luce della lanterna guardò in volto lo sconosciuto. Era un uomo alto e magro, avvolto in un mantello scuro. Nel volto scavato, coperto da una peluria nera, aveva due occhi scintillanti che lo fissavano irridenti.
“Chi sei?”, gli chiese Michele terrorizzato.
“Che ti interessa, ragazzo? Dimmi piuttosto, cosa fai qui?”.
“Io? Io cerco la Bicocca …”.
L’uomo lo afferrò come in una morsa, al braccio dolorante.
“Ahi, mi fai male!”.
“Chi ti ha mandato? Rispondi!”.
“Nessuno mi ha mandato, sono venuto da solo …”. La voce gli tremava e stava per mettersi a piangere di nuovo.
“Piantala di frignare e rispondi alla domanda, moccioso!”.
La voce pur sommessa dello sconosciuto era aspra e tagliente.
“Venivo a cercare quel poveretto della Bicocca, devo dirgli una cosa. Ma tu cosa vuoi? Lasciami andare, mi fai male …”.
Con uno scossone si liberò e quasi avesse preso coraggio, disse con rabbia:
“Ho capito, sei tu che vuoi fare la spia, non il prete! Lo dirò a mio fratello Renzo …”.
“Senti, ragazzo,” disse lo sconosciuto con voce più buona, “forse ho capito. Vieni con me, andiamo alla Bicocca. Ti scalderai vicino al fuoco, sei tutto gelato.”.
Spense la lanterna e si incamminarono insieme sul sentiero dell’argine, fino a quando apparve il tetto della capanna.
Entrarono e l’uomo accese una lucerna che stava sul tavolo. Nel rustico camino c’era ancora un po’ di fuoco. Una cuccetta correva lungo una parete. Sopra un mucchio di paglia stava una cassetta rovesciata e su di essa c’era una gavetta tipo militare con un po’ di zuppa sul fondo.
L’uomo chiese la porta e buttò alcuni sterpi sulle brace. Subito divampò una fiammata confortante e Michele sentì un brivido di piacere corrergli per tutto il corpo, anche se la spalla gli faceva ancora molto male.
Lo sconosciuto mise una cassetta rovesciata davanti al camino, vi fece sedere il ragazzo e gli disse:
“Ed ora raccontami tutto, ragazzo. Coraggio”.
Michele, rassicurato , cominciò a parlare, senza ordine, così come le cose gli venivano alla mente. Faceva una grande confusione e l’uomo cercava di trovare una certa coerenza in quello che diceva, per capire ciò che c’era di importante in quella strana visita notturna. Lo lasciò quindi sfogare e notò che, un po’ alla volta, il ragazzo si calmava e le sue frasi si facevano più chiare.
Finalmente comprese. Il prete sarebbe venuto lì tra poco! La sua espressione cambiò di colpo e Michele si spaventò.
Lo vide frugare sotto il mantello ed estrarne una pistola.
“Ragazzo …”.
Non ebbe il tempo di finire. Un tocco leggero alla porta lo fece zittire di colpo.
Un nuovo tocco, più deciso, ruppe il silenzio pieno di tensione.
“Chi va là?”.
“Fratello, apri!”.
“Don Angelo! E’ lui! Apri!”, gridò Michele.
“Stai fermo, ragazzo. E voi, lì fuori, badate, sono armato!”.
“Non aver paura, amico. Non ti voglio far del male.”.
“Andatevene, dico. Non ho alcun bisogno di voi. Sono deciso a tutto!”.
Alzò la pistola fino all’altezza del cuore, appoggiò la canna al legno della porta, là dove si udiva il picchiare insistente del prete.
Michele, che seguiva con gli occhi sbarrati ogni movimento dello sconosciuto, ebbe un lampo di intuizione e con un balzo da bestia inferocita, scattò verso la porta e colpì, da sotto, con un pugno il braccio che reggeva l’arma.
Il colpo esplose nel tetto con un fragore che al ragazzo parve enorme. Subito, nonostante lo spavento, tirò il catenaccio che teneva chiusa la porta e il prete, bianco in volto come un fantasma, apparve sulla soglia.
L’uomo stava lottando con Michele che, con tutto il peso del suo corpo robusto, si era appeso al braccio che teneva la pistola e con graffi e morsi cercava di portargliela via.
Subito don Angelo si precipitò verso di loro, ma l’uomo, spinto dalla disperazione, si scrollo di dosso il ragazzo facendogli urtare la spalla dolorante contro la parete. Con un urlo di dolore Michele cadde a terra, picchiano il capo contro lo spigolo del camino.
Il prete spalancò le braccia:
“Fratello! Non vedi come sono venuto da te? Davanti alla tua arma io metto il mio cuore, davanti al tuo odio metto il mio amore. Ti voglio bene … Non mi credi ancora?”.
L’uomo abbassò il braccio e chinò gli occhi. Si sentiva improvvisamente stremato. Un pallore mortale e fitte gocce di sudore gli ricoprirono il volto.
“Mi sento male, prete …”, e si accasciò sulla cuccetta, respirando con affanno.
Michele si stava sollevando da terra, lamentandosi piano. Un rivolo di sangue gli correva giù lungo il collo, ma non aveva più paura, ormai.
Don Angelo estrasse una bottiglietta di cognac da una tasca e la appoggiò alle labbra dell’uomo, che ne bevve un sorso. Quindi si volse verso Michele, lo aiutò ad alzarsi e gli fece una carezza.
L’uomo, che stava riprendendo un po’ di colore, trasse un lungo respiro. Si guardò intorno con profonda disperazione e mormorò:
“Dunque è la fine …”.
“No, figlio mio, questo è il principio. La tua pace sarà la mia pace. La mia casa la tua casa.”
“Voi non sapete chi sono …”.
“Tu sei mio fratello, l’hai dimenticato?”.
Lo sconosciuto chiuse gli occhi e le palpebre sbatterono rapidamente sulle guance infossate. Poi, adagio, due lacrime scintillanti scesero da sotto le ciglia.
Don Angelo trasse un fazzoletto e le asciugò. Dolcemente, come si fa coi bambini.
XII
XII°
La spalla di Michele si rivelò fratturata abbastanza seriamente e il medico consigliò di ricoverarlo per qualche giorno all’ospedale in attesa che venisse approntata l’ingessatura.
La brutta avventura di quella notte non si seppe in paese.
Il fuggiasco venne aiutato a raggiungere la canonica, senza che alcuno se ne accorgesse.
Michele dovette narrare ai fratelli e alla madre in che modo si era conciato così. Ma nessuno lo picchiò, come egli temeva.
Laura accorse al suo letto l’indomani per tempo, inviata da don Angelo. E tutto rimase chiuso come in un cerchio.
La Bicocca era molto lontana e, d’inverno, nessuno aveva bisogno di raggiungerla e se qualcuno, nei giorni precedenti, si era accorto dello strano abitante, trovò certo opportuno dire nulla. Certe cose è meglio ignorarle che saperle.
Solo negli occhi di Franz, Laura leggeva una punta di tristezza, come se soffrisse d’essere lasciato da parte in qualcosa che non riusciva a capire, come se si dubitasse della sua amicizia.
Ogni sera, ormai, egli picchiava ai vetri della stanza di Laura per augurarle la buona notte e qualche volta lei lo faceva entrare.
Stavano allora accanto al fuoco. Godendo ambedue di quel sentimento che pareva stesse nascendo, come un fiore raro, nei loro cuori.
Mancavano pochissimo a natale e Franz ne sentiva profondamente la poesia. Era il quinto natale che passava lontano da sua madre e ancora soffriva come se fosse stato il primo.
Qualche volta i due amici parlavano della guerra: era impossibile ignorarla. Anche a vecchia Strada il suo soffio infuocato arrivava a lambire persone e sentimenti.
“Penso talvolta”, diceva l’ufficiale, “se valga la pena tener fede al proprio giuramento. Tra poco sarà la fine, Laura, e tutti i valori un cui abbiamo creduto, verranno travolti. Che sarà di noi, allora?”.
La fanciulla taceva. Nella sua estrema giovinezza non poteva credere alla fine. Credeva al miracolo lei: u
n giorno si sarebbero svegliati in pace. Tutti si sarebbero stesa la mano. Tutti avrebbero dichiarato: ‘E’ stato solo un brutto sogno, ragazzi’.”
Ma si vergognava a parlarne a Franz.
Ed egli continuava: “La mia patria invasa, contesa, divisa. Noi saremo inseguiti dall’odio di tutti. Da quell’odio che infierisce sempre contro lo sconfitto. I fratelli odieranno i fratelli, anche qui in Italia, Lauretta …”.
Laura rabbrividiva. Franz guardava fisso nel fuoco del camino e il suo volto pareva scavato nel marmo.
Ma poi, d’un tratto, si ribellava:
“Eppure no! Qualcosa dovrà sopravvivere. La fede non potrà mai morire. Sarà come il fuoco che cova sotto la cenere e un giorno divamperà: la fede nell’amore, nella giustizia, nella fratellanza umana. Tanti innocenti non possono esser morti invano!”.
Il pensiero di ambedue correva allora a tutti quei piccoli Martiri, che avevano visti allineati sulle tavole di marmo degli obitori, degli ospedali, dei cimiteri.
“Dio che regola con giustizia le cose del mondo, non fa nulla senza uno scopo. A noi sfugge, ora, il significato di quell’eccidio. Ma a Dio no. Tempo verrà, Laura, in cui gli innocenti saranno posti come simbolo dell’amore”.
Il suo sguardo nel dire ciò, si illuminava, il volto perdeva la fissità fredda del marmo. Lo prendeva come una smania.
“Vorrei essere poeta, Laura, per cantare la bellezza che è nascosta in ogni pensiero, in ogni gesto, in ogni parola dell’uomo quando dà retta alla voce dell’innocenza. Se tutti si lasciassero prendere per mano da un bambino, come sarebbe diverso il mondo!”.
Le ore passavano rapide quand’erano insieme. Laura beveva le sue parole. Una tenerezza nuova le riempiva l’anima. Spesso quand’egli se n’era andato, pronunciava il suo nome sommessamente. E il nome straniero acquistava una dolcezza particolare. Ma subito arrossiva nell’oscurità:
“Fantasie”, diceva tra sé, “tutte fantasie destinate a sparire!”.
Franz se ne sarebbe andato un giorno. Avrebbe ripreso la lunga strada che l’aveva portato a Vecchia Strada. Sarebbero rimasti solo i ricordi.
E si poteva vivere, forse, soltanto di ricordi? Meglio era, allora, non indulgere ai sogni.
Ma, scacciata di giorno, l’immagine dell’uomo tornava col calar delle ombre. Tornava e riempiva di
sé, del suo sorriso, dei suoi azzurrissimi occhi, dei suoi capelli chiari tutto quel mondo segreto che ruba l’anima ogni notte per farla sognare.
La vigilia di natale giunse da santa Maria del colle una lettera del padre di Nannina. Non era la prima che arrivava a Laura e in tutte era stato espresso un timido desiderio, che ora si manifestava apertamente.
“Il posto di Nannina è vuoto. C’è, intorno a noi, una tristezza che non riusciamo a vincere. Perché non vieni, figliola? La nostra casa è grande, tu sei sola al mondo, come siamo soli noi senza Nannina. Finché dura l’inverno, la guerra segnerà una sosta. Non attendere oltre. Saremo almeno insieme, quando tutto sarà finito. Non possiamo pensarti sola.”
Laura mostrò la lettera a Franz senza dir nulla.
Egli la lesse con attenzione. Poi disse:
“Hanno ragione, certo”.
Ma aveva la voce triste.
“Non ci vedremo più, Lauretta”.
La fanciulla ebbe un tuffo al cuore. Dunque anch’egli sentiva il bisogno d’esserle vicino. Alzò gli occhi in viso all’amico e ne incontrò lo sguardo. Arrossì violentemente. Una fiamma pareva ardere nei suoi occhi e quella fiamma l’avvolgeva di tepore.
Chinò il volto e i capelli le fecero velo, nascondendo la sua confusione.
Egli le prese delicatamente una mano tra le sue, l’alzò fino alle labbra e la baciò, con la lievità con cui si tocca un fiore.
“Ti voglio bene, Laura …”.
“Oh, Franz …. “.
Ritirò piano la mano, se la passò sul volto come per una carezza.
Ripeté sommessa: “Oh, Franz …”.
Si alzò, mentre egli la seguiva con lo sguardo.
“Laura, perdonate”.
Ma di che le chiedeva perdono? D’averle detto ciò che il suo cuore aveva sempre atteso?
Lo guardò, senza avere il coraggio di andargli vicino e gli sorrise.
“Grazie, Franz. Vi porterò nel cuore come un dono prezioso …”.
Anch’egli si alzò.
Dio, come era bello contro il riflesso del fuoco! E quell’uomo l’amava, quell’uomo poteva essere suo! Si sentiva così piccola cosa, così insignificante che le venne da piangere.
Egli si accorse del suo turbamento, le andò vicino e le sollevò il viso.
“A che pensate, Lauretta?”.
Ma lei non poteva dirglielo, si sentiva la gola stretta e una ridda di pensieri inutili le stavano danzando tutto intorno.
“E’ triste, vero, volersi bene così?”.
“Oh, no, Franz!”.
Cosa credeva? Nel suo amore lei non pensava al domani. Domani doveva avvenire il miracolo. Si sarebbero svegliati e tutto sarebbe stato diverso. Il mondo non avrebbe più avuto frontiere ed essi avrebbero potuto prendersi per mani e andarsene insieme.
“Laura, chissà se la sorte ci lascerà altri giorni buoni e semplici così. Ci son cose che debbo dirti ora. E tu devi ascoltarmi.”
La trasse accanto a sé, facendola di nuovo sedere, le prese le mani e le tenne tra le sue.
”Qualunque cosa accada, dovremo conservare il ricordo di questo giorno: vigilia di natale 1944. Promettilo, Laura.”
“Lo prometto, Franz.”
“ E’ assurdo far progetti. Siamo due steli d’erba nell’uragano. Chi può badare a noi? Ma le nostre anime si cercheranno sempre. Io sentirò la tua, tu sentirai la mia. Tu sarai il conforto che mi seguirà sul calvario che mi aspetta.”
“Io ti vedrò qui, Franz, con me, nelle sere solitarie, ti cercherò a primavera lungo i viottoli dell’argine, ti invocherò con tutta l’anima …”
“Ed io ti sentirò, Lauretta. Ma se dall’uragano della guerra ci dovessimo salvare, io tornerò, vedrai”.
“Ti credo, Franz. Ti aspetterò”.
Nella povera stanza quella promessa prese la solennità di un giuramento. Ora potevano vivere, soffrire, potevano crollare imperi, distruggersi ideali, spegnersi i sogni. Ma le loro giovinezze sarebbero sopravvissute, per attendersi. Finché c’era amore, c’era vita , Signore! C’era speranza in un mondo nuovo, che con le loro stesse mani avrebbero costruito, lieve come i loro sogni, buono come i loro cuori.
* * * * *
Il giorno di natale tornò Michele dall’ospedale, piuttosto fiero della sua spalla ingessata. Marco e Renzo erano andati a prenderlo col calesse.
Appena tornati si chiusero in casa, sospettosi. Tutta la famiglia sedette attorno al tavolo, su cui la madre aveva steso una tovaglia, la migliore della sua dote di tanti anni prima, ancora profumata di spigo e di mele cotogne.
Anche don Angelo fece preparare la sua modesta mensa natalizia con maggiore solennità per far festa allo sconosciuto della Bicocca.
Dopo una accurata visita medica, tenuta assolutamente nascosta a tutti, ed una adeguata assistenza, l’uomo aveva superato la fase più critica della malattia. Ma il suo volto pallido e scarno pareva ancora divorato da un male ignoto e gli occhi febbrili non avevano ancora ritrovato la fiducia nella
vita. Egli aveva sempre l’espressione di uno che ascolta, col fiato sospeso, l’eco di un passo, il fruscio di una fronda, il mormorio di una parola.
Invano don Angelo gli sorrideva, gli teneva compagnia, gli faceva coraggio. Lo sconosciuto, che non aveva ancora rivelato nemmeno il suo nome, lo seguiva sospettoso con lo sguardo in ogni suo movimento e lo ascoltava rispondendogli a monosillabi. Passava le sue giornate disteso sul lettuccio di ferro, nella stanza linda e minuscola, che guardava nel cortiletto della canonica e, oltre quello, al di là di un fitto groviglio di robinie, all’ampia distesa che digradava fino al fiume.
Nelle giornate limpide l’occhio poteva spaziare fino alla corona delle Alpi. Esse si alzavano laggiù, incappucciate di bianco e d’azzurro, come a delimitare un mondo. E là si volgevano gli occhi del fuggiasco, con insistenza. Il prete, quando lo scopriva così assorto, gli metteva una mano sulla spalla e gli diceva:
“C’è qualcosa che vi turba? C’è qualcuno che vorreste avvertire? Potrei fare qualcosa per voi?”.
Ma egli lo guardava con occhi ostili e diffidenti. Scuoteva il capo e si rimetteva in ascolto, attento, teso, ansioso, come se da un momento all’altro si attendesse il tradimento.
Il pranzo di natale don Angelo aveva voluto consumarlo nella stanzetta dell’ospite. Egli non era ancora in grado di alzarsi, sebbene il medico glielo avesse permesso. Si sentiva troppo debole.
Il tavolo, perciò, venne avvicinato al letto.
Era un buon pranzo, almeno così pareva al semplice cuore del prete e della sua vecchia domestica, con agnolotti in brodo di pollo, arrosto e panettone: un panettone fatto in casa, si sa, di quelli che le donne di campagna fanno cuocere al forno, un panettone di guerra con un minimo di zucchero e una miseria di burro. Ma le uova c’erano e come! E anche la farina più bianca, un fior di farina, veramente!
Così andava borbottando la domestica, mentre ciabattava qua e là nella stanza per servire l’ammalato che non voleva mangiare. Egli, infatti, assaggiava appena, come un passero che becca di sfuggita.
Don Angelo non gustò quel pranzo. Aveva un groppo alla gola e il cibo gli si fermava lì e gli metteva voglia di piangere.
Laura invitò Franz e i due austriaci del posto-radio alla sua mensa. Era la prima volta che i due uomini taciturni entravano in una casa di Vecchia Strada. Sebbene fossero in paese da parecchi mesi, nessuno li aveva mai visti rivolgere la parola ad alcuno. Della lingua italiana conoscevano solo qualche rara espressione delle più comuni. Ma non era per questo che se stavano appartati.
Essi avevano un mondo segreto, lontano, oltre la cerchia delle Alpi. Di quelle Alpi che sembravano lì a due passi, ma che erano inaccessibili per loro. Avevano ricordi, nostalgie, tristezze che essi soli conoscevano e di cui parlavano talvolta in quella loro lingua sconosciuta, mentre se ne stavano appoggiati con la schiena alla baracca.
Invitandoli , Laura aveva interpretato un desiderio segreto di Franz, che voleva bene ai suoi uomini e pativa nel vederli tanto estranei ad ogni manifestazione di simpatia.
Al desco natalizio della giovane insegnante non c’erano molte raffinatezze, nè abbondanza di cibo. Ma il fuoco era alto nel camino e metteva allegria. Alcuni rami di agrifoglio ed un mazzetto di vischio mettevano una nota festosa sulla tovaglia candida.
Un bel ramo di abete era adornato di stelle di carta dorata e da esso pendevano tre pacchetti legati con un nastro rosso. Contenevano le sorprese per i tre ospiti. Laura li accolse sulla porta.
“Ero sola”, disse, “grazie per essere venuti!”.
Non potendo abbandonare il posto-radio, si accordarono che si sarebbero assentati a turno, portando il piatto nella baracca. Ma il sorriso di Laura li avrebbe seguiti.
Quello fu un natale sereno per tutti.
Verso la fine del pranzo arrivò Michele con la faccia mezza nascosta dietro un mazzo di fiori profumati: erano rami di calicantus, di cui esisteva un grosso cespuglio nel giardino del padrone.
Erano gli unici fiori dell’inverno, non ce n’erano altri, ma erano belli. Michele li aveva colti di nascosto, nessuno l’aveva visto. In cascina erano, certamente, ancora tutti a tavola.
Appena entrato da Laura disse:
“Maestra, mi dai la chiave?”.
“Dove vuoi andare, Michele?”.
“Oh, bella! Vado nella scuola. Ci hai pensato tu ai bambini?”.
Era un po’ corrucciato, forse impermalito, nel vedere che Laura era felice senza di lui.
Prese la chiave e uscì dalla stanza lasciando una scia profumata dietro di sé. Laura e i tre uomini lo guardavano commossi.
Michele entrò nell’aula fredda e deserta e andò dritto dai suoi due amici, che parevano attenderlo, e li baciò. Mise l’acqua in un vaso che stava sulla cattedra e vi depose i calicantus, faticando un po’ per il suo braccio ingessato. Poi tornò nella cucina e disse, volgendosi a Laura:
“Ora sì che sono contenti” e guardò la maestra con un’aria di tacito rimprovero, come per dire:
“Eri tu, maestra, che dovevi pensarci, io sono malato”.
Poi, serio com’era venuto, fece l’atto di uscire.
“Via, Michele, fermati con noi. E’ natale, oggi …”.
Come se non avesse atteso che quelle parole per rasserenarsi, il ragazzo subito sorrise e si sedette sul gradino del focolare.
Fuori, intanto, il cielo rimasto limpido per tutto il mattino, si era andato appannando.
Quando il gruppo di amici si sciolse, tutti con l’animo più sereno, un leggero velo di nuvole trasparenti velava l’azzurro e rendeva il piccolo mondo di Vecchia Strada ancor più raccolto e solitario, l’aria si era fatta frizzante e la terra cominciava ad indurirsi per il gelo incipiente.
* * * * *
Due giorni dopo il natale giunse per Franz l’ordine della partenza. Il posto-radio doveva spostarsi più a nord. Il tenente lo presagiva da tempo, ma non aveva mai voluto parlarne né a Laura, né a don Angelo. Si era, però, già preparato spiritualmente alla separazione. Ogni giorno si era staccato un poco di più dal piccolo paese, dal tepore delle amicizie, dal tesoro d’amore che andava scoprendo in Laura.
Aveva, in quegli ultimi giorni di sole, ripercorso ogni viottolo, rivisto ogni angolo, salutato tutto l’argine già spoglio e, ad ogni passo, si era trovato di fronte a tanti ricordi. Qui usava fermarsi per ritrarre il paese, alto sulla piccola collina; qui aveva visto Laura e Nannina la prima volta; più avanti c’era un nido di usignoli, che egli aveva scoperto appena giunto a Vecchia Strada e che ogni sera sentiva cantare. Là la chiesa, con la cappella del santo incompleta, là l’altare presso il quale avevano pregato insieme, lui e il prete amico, il giorno del bombardamento di Gorla.
Qui c’era la stradetta diritta, con l’erba tra i sassi, coi prati in dolce pendio verso il piccolo cimitero.
Egli sapeva che quando fosse giunto l’ordine, sarebbe stato improvviso ed urgente. Non sarebbe rimasto il tempo per rivedere tutto.
Solo Laura avrebbe voluto, allora, stringere al cuore. Lei soltanto avrebbe guardato per l’ultima volta: la sua figuretta sottile, i suoi dorati capelli sciolti sulle spalle, i suoi occhi profondi, che per tanto tempo gli avevano nascosto l’amore.
Addio vecchio piccolo mondo, saggio della saggezza d’intere generazioni, semplice come l’acqua del fiume che va per la sua strada da secoli e non ha incertezze!
Addio giornate lunghe di sole, in cui l’alba sorgeva rosea tra una frenesia di passeri ciarlieri!
Addio tramonti incandescenti dalle pennellate di fiamma, dilaganti all’infinito in un cielo vasto come il mare!
Egli non avrebbe atteso il ritorno delle rondini, né più le avrebbe ammirate mentre intrecciavano i loro voli intorno al campanile, né mentre si bagnavano il petto chiaro nell’acqua verde del fiume.
Chissà dove lo voleva il destino!
L’ordine di partire era urgente. Chi comanda in tempo di guerra pensa che un soldato non abbia bagagli da preparare, oltre allo zaino e alla cassetta delle munizioni. Non immagina, chi comanda, che egli ha pure un cuore carico di affetti, di sogni, di rimpianti. E non si può chiuderlo così, con due cinghie di cuoio e gettarselo sulle spalle per portarselo dietro nel caso che occorra.
Il cuore è vivo, freme, piange, urla come un ragazzino. E non valgono le parole dure per farlo tacere. Tanto vale, quindi, lasciarlo piangere finché non si addormenti. Poi si potrà partire.
Anche Franz fece così. Lasciò piangere il suo cuore, fuori dalla baracca, mentre il vento freddo gli rubava le lacrime dal viso quasi con rabbia.
I suoi uomini, intanto, affardellavano carte e registri, li chiudevano a chiave nelle cassette di legno e si accingevano a smontare, pezzo per pezzo la baracca sotto il gelso centenario. Tra poco non ci sarebbe stato più nulla.
Franz si tirò allora il berretto sugli occhi, si rialzò il bavero del cappotto e attraversò la piazzetta per dire addio a Laura.
* * * * *
La macchina dei tedeschi partì che si faceva notte.
Alcuni fiocchetti di neve, i primi della stagione, danzavano pigramente nell’aria contro il chiarore bluastro delle rare lampade oscurate. Laura era chiusa in casa col capo stretto tra le braccia, sprofondata nella poltrona. Non voleva sentire la camionetta che si metteva in moto.
“Resta così,” le aveva detto Franz, “non uscire, non affacciarti. Ti voglio pensare soltanto così!”.
Ed ella obbediva. Il suo amore si era nutrito di silenzio per tanti mesi; avrebbe continuato nello stesso modo ad amare in solitudine, ad inseguire soltanto le fantasie del suo cuore. Sempre così, fino al giorno in cui tutto sarebbe finito, in cui le frontiere avrebbero cessato di esistere. Allora Franz sarebbe tornato e tutto sarebbe stato bellissimo.
La macchina si allontanava.
Il lieve chiarore del fanalino di coda punteggiò l’oscurità col tremore di una grossa lucciola che si smarriva tra i fiocchi di neve.
Sull’angolo della scuola, avvolti nei lunghi mantelli neri, coi piedi negli zoccoli di legno e i cappelli a larghe tese calati sugli occhi, stavano alcuni uomini. Pochi in verità. Gli altri non avevano ritenuto necessario scomodarsi uscendo di casa.
I tedeschi se ne andavano: amici? nemici?
Chissà! Non potevano certo dirlo loro, i contadini di vecchia Strada. Era stato come non averli avuti nella baracca sotto il gelso, tanto la loro vita si era svolta tranquilla. E il tenente, così biondo e così giovane, bisognava riconoscerlo, non era cattivo. Alla pistola preferiva la matita per i suoi eterni disegni. Ed era più abituato a tendere l’orecchio al canto di un usignolo, piuttosto che alle chiacchiere della gente.
Quando il fanalino non si vide più, né più si udì il rombo del motore, gli uomini fermi all’angolo si scossero.
La neve scendeva, mano a mano più spessa. Enormi farfalle bianche danzavano attorno al lampione schermato.
“Mah! Anche questa è finita …“, disse uno scuotendo il mantello.
“Questo non era cattivo. Forse abbiamo perso un amico”.
“Ne verranno altri, forse a primavera”.
“Così è la vita! Che il Signore ce la mandi buona …”.
E tutti insieme si mossero verso casa.
La gente contadina ha una sua particolare filosofia, fatta di saggezza e di fede. Ci si scrolla di dosso la neve, si scuote il capo e i pensieri di ieri sono già dietro le spalle. L’anima è sgombra, pronta a ricevere quelli che verranno domani. E’ inutile illudersi: ogni giorno ha la sua pena. Da millenni è così, non bisogna mai aspettarsi troppo dalla vita.
Nel gruppo che si allontanava c’era anche Michele.
Era stato l’unico ad avvicinarsi alla camionetta che già aveva il motore acceso.
“Ciao, tenente!”, gli aveva gridato infilandosi nel finestrino, “Torna ancora!”.
Franz si era commosso e l’aveva baciato sulla grossa testa irsuta.
Ora il ragazzo si staccava a fatica dall’angolo della scuola, avrebbe voluto entrare da Laura a farle compagnia.
Ma un vecchio che gli stava accanto lo prese per un braccio dicendo:
“Cammina, Michele. La maestra sta meglio da sola, ora”.
“Già”, aggiunse un altro. “Poveretta …”.
Poi il gruppo si sciolse nella strada solitaria. I portoni grandi e neri inghiottirono gli uomini e tutto, nella strada, tacque.
La neve, padrona incontrastata, continuò il suo pazzo ballo attorno ai lampioni e, dov’era nero, fece bianco, dov’era vecchiezza e lordura portò bellezza e candore.
Là dove era stata la baracca, sotto il grande gelso nudo, la neve passò come una spugna cancellando i ricordi.
Soltanto nel cuore di Laura essa non poteva far nulla. Nessuno al mondo avrebbe potuto far nulla!
La spalla di Michele si rivelò fratturata abbastanza seriamente e il medico consigliò di ricoverarlo per qualche giorno all’ospedale in attesa che venisse approntata l’ingessatura.
La brutta avventura di quella notte non si seppe in paese.
Il fuggiasco venne aiutato a raggiungere la canonica, senza che alcuno se ne accorgesse.
Michele dovette narrare ai fratelli e alla madre in che modo si era conciato così. Ma nessuno lo picchiò, come egli temeva.
Laura accorse al suo letto l’indomani per tempo, inviata da don Angelo. E tutto rimase chiuso come in un cerchio.
La Bicocca era molto lontana e, d’inverno, nessuno aveva bisogno di raggiungerla e se qualcuno, nei giorni precedenti, si era accorto dello strano abitante, trovò certo opportuno dire nulla. Certe cose è meglio ignorarle che saperle.
Solo negli occhi di Franz, Laura leggeva una punta di tristezza, come se soffrisse d’essere lasciato da parte in qualcosa che non riusciva a capire, come se si dubitasse della sua amicizia.
Ogni sera, ormai, egli picchiava ai vetri della stanza di Laura per augurarle la buona notte e qualche volta lei lo faceva entrare.
Stavano allora accanto al fuoco. Godendo ambedue di quel sentimento che pareva stesse nascendo, come un fiore raro, nei loro cuori.
Mancavano pochissimo a natale e Franz ne sentiva profondamente la poesia. Era il quinto natale che passava lontano da sua madre e ancora soffriva come se fosse stato il primo.
Qualche volta i due amici parlavano della guerra: era impossibile ignorarla. Anche a vecchia Strada il suo soffio infuocato arrivava a lambire persone e sentimenti.
“Penso talvolta”, diceva l’ufficiale, “se valga la pena tener fede al proprio giuramento. Tra poco sarà la fine, Laura, e tutti i valori un cui abbiamo creduto, verranno travolti. Che sarà di noi, allora?”.
La fanciulla taceva. Nella sua estrema giovinezza non poteva credere alla fine. Credeva al miracolo lei: u
n giorno si sarebbero svegliati in pace. Tutti si sarebbero stesa la mano. Tutti avrebbero dichiarato: ‘E’ stato solo un brutto sogno, ragazzi’.”
Ma si vergognava a parlarne a Franz.
Ed egli continuava: “La mia patria invasa, contesa, divisa. Noi saremo inseguiti dall’odio di tutti. Da quell’odio che infierisce sempre contro lo sconfitto. I fratelli odieranno i fratelli, anche qui in Italia, Lauretta …”.
Laura rabbrividiva. Franz guardava fisso nel fuoco del camino e il suo volto pareva scavato nel marmo.
Ma poi, d’un tratto, si ribellava:
“Eppure no! Qualcosa dovrà sopravvivere. La fede non potrà mai morire. Sarà come il fuoco che cova sotto la cenere e un giorno divamperà: la fede nell’amore, nella giustizia, nella fratellanza umana. Tanti innocenti non possono esser morti invano!”.
Il pensiero di ambedue correva allora a tutti quei piccoli Martiri, che avevano visti allineati sulle tavole di marmo degli obitori, degli ospedali, dei cimiteri.
“Dio che regola con giustizia le cose del mondo, non fa nulla senza uno scopo. A noi sfugge, ora, il significato di quell’eccidio. Ma a Dio no. Tempo verrà, Laura, in cui gli innocenti saranno posti come simbolo dell’amore”.
Il suo sguardo nel dire ciò, si illuminava, il volto perdeva la fissità fredda del marmo. Lo prendeva come una smania.
“Vorrei essere poeta, Laura, per cantare la bellezza che è nascosta in ogni pensiero, in ogni gesto, in ogni parola dell’uomo quando dà retta alla voce dell’innocenza. Se tutti si lasciassero prendere per mano da un bambino, come sarebbe diverso il mondo!”.
Le ore passavano rapide quand’erano insieme. Laura beveva le sue parole. Una tenerezza nuova le riempiva l’anima. Spesso quand’egli se n’era andato, pronunciava il suo nome sommessamente. E il nome straniero acquistava una dolcezza particolare. Ma subito arrossiva nell’oscurità:
“Fantasie”, diceva tra sé, “tutte fantasie destinate a sparire!”.
Franz se ne sarebbe andato un giorno. Avrebbe ripreso la lunga strada che l’aveva portato a Vecchia Strada. Sarebbero rimasti solo i ricordi.
E si poteva vivere, forse, soltanto di ricordi? Meglio era, allora, non indulgere ai sogni.
Ma, scacciata di giorno, l’immagine dell’uomo tornava col calar delle ombre. Tornava e riempiva di
sé, del suo sorriso, dei suoi azzurrissimi occhi, dei suoi capelli chiari tutto quel mondo segreto che ruba l’anima ogni notte per farla sognare.
La vigilia di natale giunse da santa Maria del colle una lettera del padre di Nannina. Non era la prima che arrivava a Laura e in tutte era stato espresso un timido desiderio, che ora si manifestava apertamente.
“Il posto di Nannina è vuoto. C’è, intorno a noi, una tristezza che non riusciamo a vincere. Perché non vieni, figliola? La nostra casa è grande, tu sei sola al mondo, come siamo soli noi senza Nannina. Finché dura l’inverno, la guerra segnerà una sosta. Non attendere oltre. Saremo almeno insieme, quando tutto sarà finito. Non possiamo pensarti sola.”
Laura mostrò la lettera a Franz senza dir nulla.
Egli la lesse con attenzione. Poi disse:
“Hanno ragione, certo”.
Ma aveva la voce triste.
“Non ci vedremo più, Lauretta”.
La fanciulla ebbe un tuffo al cuore. Dunque anch’egli sentiva il bisogno d’esserle vicino. Alzò gli occhi in viso all’amico e ne incontrò lo sguardo. Arrossì violentemente. Una fiamma pareva ardere nei suoi occhi e quella fiamma l’avvolgeva di tepore.
Chinò il volto e i capelli le fecero velo, nascondendo la sua confusione.
Egli le prese delicatamente una mano tra le sue, l’alzò fino alle labbra e la baciò, con la lievità con cui si tocca un fiore.
“Ti voglio bene, Laura …”.
“Oh, Franz …. “.
Ritirò piano la mano, se la passò sul volto come per una carezza.
Ripeté sommessa: “Oh, Franz …”.
Si alzò, mentre egli la seguiva con lo sguardo.
“Laura, perdonate”.
Ma di che le chiedeva perdono? D’averle detto ciò che il suo cuore aveva sempre atteso?
Lo guardò, senza avere il coraggio di andargli vicino e gli sorrise.
“Grazie, Franz. Vi porterò nel cuore come un dono prezioso …”.
Anch’egli si alzò.
Dio, come era bello contro il riflesso del fuoco! E quell’uomo l’amava, quell’uomo poteva essere suo! Si sentiva così piccola cosa, così insignificante che le venne da piangere.
Egli si accorse del suo turbamento, le andò vicino e le sollevò il viso.
“A che pensate, Lauretta?”.
Ma lei non poteva dirglielo, si sentiva la gola stretta e una ridda di pensieri inutili le stavano danzando tutto intorno.
“E’ triste, vero, volersi bene così?”.
“Oh, no, Franz!”.
Cosa credeva? Nel suo amore lei non pensava al domani. Domani doveva avvenire il miracolo. Si sarebbero svegliati e tutto sarebbe stato diverso. Il mondo non avrebbe più avuto frontiere ed essi avrebbero potuto prendersi per mani e andarsene insieme.
“Laura, chissà se la sorte ci lascerà altri giorni buoni e semplici così. Ci son cose che debbo dirti ora. E tu devi ascoltarmi.”
La trasse accanto a sé, facendola di nuovo sedere, le prese le mani e le tenne tra le sue.
”Qualunque cosa accada, dovremo conservare il ricordo di questo giorno: vigilia di natale 1944. Promettilo, Laura.”
“Lo prometto, Franz.”
“ E’ assurdo far progetti. Siamo due steli d’erba nell’uragano. Chi può badare a noi? Ma le nostre anime si cercheranno sempre. Io sentirò la tua, tu sentirai la mia. Tu sarai il conforto che mi seguirà sul calvario che mi aspetta.”
“Io ti vedrò qui, Franz, con me, nelle sere solitarie, ti cercherò a primavera lungo i viottoli dell’argine, ti invocherò con tutta l’anima …”
“Ed io ti sentirò, Lauretta. Ma se dall’uragano della guerra ci dovessimo salvare, io tornerò, vedrai”.
“Ti credo, Franz. Ti aspetterò”.
Nella povera stanza quella promessa prese la solennità di un giuramento. Ora potevano vivere, soffrire, potevano crollare imperi, distruggersi ideali, spegnersi i sogni. Ma le loro giovinezze sarebbero sopravvissute, per attendersi. Finché c’era amore, c’era vita , Signore! C’era speranza in un mondo nuovo, che con le loro stesse mani avrebbero costruito, lieve come i loro sogni, buono come i loro cuori.
* * * * *
Il giorno di natale tornò Michele dall’ospedale, piuttosto fiero della sua spalla ingessata. Marco e Renzo erano andati a prenderlo col calesse.
Appena tornati si chiusero in casa, sospettosi. Tutta la famiglia sedette attorno al tavolo, su cui la madre aveva steso una tovaglia, la migliore della sua dote di tanti anni prima, ancora profumata di spigo e di mele cotogne.
Anche don Angelo fece preparare la sua modesta mensa natalizia con maggiore solennità per far festa allo sconosciuto della Bicocca.
Dopo una accurata visita medica, tenuta assolutamente nascosta a tutti, ed una adeguata assistenza, l’uomo aveva superato la fase più critica della malattia. Ma il suo volto pallido e scarno pareva ancora divorato da un male ignoto e gli occhi febbrili non avevano ancora ritrovato la fiducia nella
vita. Egli aveva sempre l’espressione di uno che ascolta, col fiato sospeso, l’eco di un passo, il fruscio di una fronda, il mormorio di una parola.
Invano don Angelo gli sorrideva, gli teneva compagnia, gli faceva coraggio. Lo sconosciuto, che non aveva ancora rivelato nemmeno il suo nome, lo seguiva sospettoso con lo sguardo in ogni suo movimento e lo ascoltava rispondendogli a monosillabi. Passava le sue giornate disteso sul lettuccio di ferro, nella stanza linda e minuscola, che guardava nel cortiletto della canonica e, oltre quello, al di là di un fitto groviglio di robinie, all’ampia distesa che digradava fino al fiume.
Nelle giornate limpide l’occhio poteva spaziare fino alla corona delle Alpi. Esse si alzavano laggiù, incappucciate di bianco e d’azzurro, come a delimitare un mondo. E là si volgevano gli occhi del fuggiasco, con insistenza. Il prete, quando lo scopriva così assorto, gli metteva una mano sulla spalla e gli diceva:
“C’è qualcosa che vi turba? C’è qualcuno che vorreste avvertire? Potrei fare qualcosa per voi?”.
Ma egli lo guardava con occhi ostili e diffidenti. Scuoteva il capo e si rimetteva in ascolto, attento, teso, ansioso, come se da un momento all’altro si attendesse il tradimento.
Il pranzo di natale don Angelo aveva voluto consumarlo nella stanzetta dell’ospite. Egli non era ancora in grado di alzarsi, sebbene il medico glielo avesse permesso. Si sentiva troppo debole.
Il tavolo, perciò, venne avvicinato al letto.
Era un buon pranzo, almeno così pareva al semplice cuore del prete e della sua vecchia domestica, con agnolotti in brodo di pollo, arrosto e panettone: un panettone fatto in casa, si sa, di quelli che le donne di campagna fanno cuocere al forno, un panettone di guerra con un minimo di zucchero e una miseria di burro. Ma le uova c’erano e come! E anche la farina più bianca, un fior di farina, veramente!
Così andava borbottando la domestica, mentre ciabattava qua e là nella stanza per servire l’ammalato che non voleva mangiare. Egli, infatti, assaggiava appena, come un passero che becca di sfuggita.
Don Angelo non gustò quel pranzo. Aveva un groppo alla gola e il cibo gli si fermava lì e gli metteva voglia di piangere.
Laura invitò Franz e i due austriaci del posto-radio alla sua mensa. Era la prima volta che i due uomini taciturni entravano in una casa di Vecchia Strada. Sebbene fossero in paese da parecchi mesi, nessuno li aveva mai visti rivolgere la parola ad alcuno. Della lingua italiana conoscevano solo qualche rara espressione delle più comuni. Ma non era per questo che se stavano appartati.
Essi avevano un mondo segreto, lontano, oltre la cerchia delle Alpi. Di quelle Alpi che sembravano lì a due passi, ma che erano inaccessibili per loro. Avevano ricordi, nostalgie, tristezze che essi soli conoscevano e di cui parlavano talvolta in quella loro lingua sconosciuta, mentre se ne stavano appoggiati con la schiena alla baracca.
Invitandoli , Laura aveva interpretato un desiderio segreto di Franz, che voleva bene ai suoi uomini e pativa nel vederli tanto estranei ad ogni manifestazione di simpatia.
Al desco natalizio della giovane insegnante non c’erano molte raffinatezze, nè abbondanza di cibo. Ma il fuoco era alto nel camino e metteva allegria. Alcuni rami di agrifoglio ed un mazzetto di vischio mettevano una nota festosa sulla tovaglia candida.
Un bel ramo di abete era adornato di stelle di carta dorata e da esso pendevano tre pacchetti legati con un nastro rosso. Contenevano le sorprese per i tre ospiti. Laura li accolse sulla porta.
“Ero sola”, disse, “grazie per essere venuti!”.
Non potendo abbandonare il posto-radio, si accordarono che si sarebbero assentati a turno, portando il piatto nella baracca. Ma il sorriso di Laura li avrebbe seguiti.
Quello fu un natale sereno per tutti.
Verso la fine del pranzo arrivò Michele con la faccia mezza nascosta dietro un mazzo di fiori profumati: erano rami di calicantus, di cui esisteva un grosso cespuglio nel giardino del padrone.
Erano gli unici fiori dell’inverno, non ce n’erano altri, ma erano belli. Michele li aveva colti di nascosto, nessuno l’aveva visto. In cascina erano, certamente, ancora tutti a tavola.
Appena entrato da Laura disse:
“Maestra, mi dai la chiave?”.
“Dove vuoi andare, Michele?”.
“Oh, bella! Vado nella scuola. Ci hai pensato tu ai bambini?”.
Era un po’ corrucciato, forse impermalito, nel vedere che Laura era felice senza di lui.
Prese la chiave e uscì dalla stanza lasciando una scia profumata dietro di sé. Laura e i tre uomini lo guardavano commossi.
Michele entrò nell’aula fredda e deserta e andò dritto dai suoi due amici, che parevano attenderlo, e li baciò. Mise l’acqua in un vaso che stava sulla cattedra e vi depose i calicantus, faticando un po’ per il suo braccio ingessato. Poi tornò nella cucina e disse, volgendosi a Laura:
“Ora sì che sono contenti” e guardò la maestra con un’aria di tacito rimprovero, come per dire:
“Eri tu, maestra, che dovevi pensarci, io sono malato”.
Poi, serio com’era venuto, fece l’atto di uscire.
“Via, Michele, fermati con noi. E’ natale, oggi …”.
Come se non avesse atteso che quelle parole per rasserenarsi, il ragazzo subito sorrise e si sedette sul gradino del focolare.
Fuori, intanto, il cielo rimasto limpido per tutto il mattino, si era andato appannando.
Quando il gruppo di amici si sciolse, tutti con l’animo più sereno, un leggero velo di nuvole trasparenti velava l’azzurro e rendeva il piccolo mondo di Vecchia Strada ancor più raccolto e solitario, l’aria si era fatta frizzante e la terra cominciava ad indurirsi per il gelo incipiente.
* * * * *
Due giorni dopo il natale giunse per Franz l’ordine della partenza. Il posto-radio doveva spostarsi più a nord. Il tenente lo presagiva da tempo, ma non aveva mai voluto parlarne né a Laura, né a don Angelo. Si era, però, già preparato spiritualmente alla separazione. Ogni giorno si era staccato un poco di più dal piccolo paese, dal tepore delle amicizie, dal tesoro d’amore che andava scoprendo in Laura.
Aveva, in quegli ultimi giorni di sole, ripercorso ogni viottolo, rivisto ogni angolo, salutato tutto l’argine già spoglio e, ad ogni passo, si era trovato di fronte a tanti ricordi. Qui usava fermarsi per ritrarre il paese, alto sulla piccola collina; qui aveva visto Laura e Nannina la prima volta; più avanti c’era un nido di usignoli, che egli aveva scoperto appena giunto a Vecchia Strada e che ogni sera sentiva cantare. Là la chiesa, con la cappella del santo incompleta, là l’altare presso il quale avevano pregato insieme, lui e il prete amico, il giorno del bombardamento di Gorla.
Qui c’era la stradetta diritta, con l’erba tra i sassi, coi prati in dolce pendio verso il piccolo cimitero.
Egli sapeva che quando fosse giunto l’ordine, sarebbe stato improvviso ed urgente. Non sarebbe rimasto il tempo per rivedere tutto.
Solo Laura avrebbe voluto, allora, stringere al cuore. Lei soltanto avrebbe guardato per l’ultima volta: la sua figuretta sottile, i suoi dorati capelli sciolti sulle spalle, i suoi occhi profondi, che per tanto tempo gli avevano nascosto l’amore.
Addio vecchio piccolo mondo, saggio della saggezza d’intere generazioni, semplice come l’acqua del fiume che va per la sua strada da secoli e non ha incertezze!
Addio giornate lunghe di sole, in cui l’alba sorgeva rosea tra una frenesia di passeri ciarlieri!
Addio tramonti incandescenti dalle pennellate di fiamma, dilaganti all’infinito in un cielo vasto come il mare!
Egli non avrebbe atteso il ritorno delle rondini, né più le avrebbe ammirate mentre intrecciavano i loro voli intorno al campanile, né mentre si bagnavano il petto chiaro nell’acqua verde del fiume.
Chissà dove lo voleva il destino!
L’ordine di partire era urgente. Chi comanda in tempo di guerra pensa che un soldato non abbia bagagli da preparare, oltre allo zaino e alla cassetta delle munizioni. Non immagina, chi comanda, che egli ha pure un cuore carico di affetti, di sogni, di rimpianti. E non si può chiuderlo così, con due cinghie di cuoio e gettarselo sulle spalle per portarselo dietro nel caso che occorra.
Il cuore è vivo, freme, piange, urla come un ragazzino. E non valgono le parole dure per farlo tacere. Tanto vale, quindi, lasciarlo piangere finché non si addormenti. Poi si potrà partire.
Anche Franz fece così. Lasciò piangere il suo cuore, fuori dalla baracca, mentre il vento freddo gli rubava le lacrime dal viso quasi con rabbia.
I suoi uomini, intanto, affardellavano carte e registri, li chiudevano a chiave nelle cassette di legno e si accingevano a smontare, pezzo per pezzo la baracca sotto il gelso centenario. Tra poco non ci sarebbe stato più nulla.
Franz si tirò allora il berretto sugli occhi, si rialzò il bavero del cappotto e attraversò la piazzetta per dire addio a Laura.
* * * * *
La macchina dei tedeschi partì che si faceva notte.
Alcuni fiocchetti di neve, i primi della stagione, danzavano pigramente nell’aria contro il chiarore bluastro delle rare lampade oscurate. Laura era chiusa in casa col capo stretto tra le braccia, sprofondata nella poltrona. Non voleva sentire la camionetta che si metteva in moto.
“Resta così,” le aveva detto Franz, “non uscire, non affacciarti. Ti voglio pensare soltanto così!”.
Ed ella obbediva. Il suo amore si era nutrito di silenzio per tanti mesi; avrebbe continuato nello stesso modo ad amare in solitudine, ad inseguire soltanto le fantasie del suo cuore. Sempre così, fino al giorno in cui tutto sarebbe finito, in cui le frontiere avrebbero cessato di esistere. Allora Franz sarebbe tornato e tutto sarebbe stato bellissimo.
La macchina si allontanava.
Il lieve chiarore del fanalino di coda punteggiò l’oscurità col tremore di una grossa lucciola che si smarriva tra i fiocchi di neve.
Sull’angolo della scuola, avvolti nei lunghi mantelli neri, coi piedi negli zoccoli di legno e i cappelli a larghe tese calati sugli occhi, stavano alcuni uomini. Pochi in verità. Gli altri non avevano ritenuto necessario scomodarsi uscendo di casa.
I tedeschi se ne andavano: amici? nemici?
Chissà! Non potevano certo dirlo loro, i contadini di vecchia Strada. Era stato come non averli avuti nella baracca sotto il gelso, tanto la loro vita si era svolta tranquilla. E il tenente, così biondo e così giovane, bisognava riconoscerlo, non era cattivo. Alla pistola preferiva la matita per i suoi eterni disegni. Ed era più abituato a tendere l’orecchio al canto di un usignolo, piuttosto che alle chiacchiere della gente.
Quando il fanalino non si vide più, né più si udì il rombo del motore, gli uomini fermi all’angolo si scossero.
La neve scendeva, mano a mano più spessa. Enormi farfalle bianche danzavano attorno al lampione schermato.
“Mah! Anche questa è finita …“, disse uno scuotendo il mantello.
“Questo non era cattivo. Forse abbiamo perso un amico”.
“Ne verranno altri, forse a primavera”.
“Così è la vita! Che il Signore ce la mandi buona …”.
E tutti insieme si mossero verso casa.
La gente contadina ha una sua particolare filosofia, fatta di saggezza e di fede. Ci si scrolla di dosso la neve, si scuote il capo e i pensieri di ieri sono già dietro le spalle. L’anima è sgombra, pronta a ricevere quelli che verranno domani. E’ inutile illudersi: ogni giorno ha la sua pena. Da millenni è così, non bisogna mai aspettarsi troppo dalla vita.
Nel gruppo che si allontanava c’era anche Michele.
Era stato l’unico ad avvicinarsi alla camionetta che già aveva il motore acceso.
“Ciao, tenente!”, gli aveva gridato infilandosi nel finestrino, “Torna ancora!”.
Franz si era commosso e l’aveva baciato sulla grossa testa irsuta.
Ora il ragazzo si staccava a fatica dall’angolo della scuola, avrebbe voluto entrare da Laura a farle compagnia.
Ma un vecchio che gli stava accanto lo prese per un braccio dicendo:
“Cammina, Michele. La maestra sta meglio da sola, ora”.
“Già”, aggiunse un altro. “Poveretta …”.
Poi il gruppo si sciolse nella strada solitaria. I portoni grandi e neri inghiottirono gli uomini e tutto, nella strada, tacque.
La neve, padrona incontrastata, continuò il suo pazzo ballo attorno ai lampioni e, dov’era nero, fece bianco, dov’era vecchiezza e lordura portò bellezza e candore.
Là dove era stata la baracca, sotto il grande gelso nudo, la neve passò come una spugna cancellando i ricordi.
Soltanto nel cuore di Laura essa non poteva far nulla. Nessuno al mondo avrebbe potuto far nulla!
XIII
XIII°
La neve scese silenziosa per alcuni giorni.
Il paese si assopì. In silenzio si lasciò ammantare di bianco, mutò aspetto, si fece quasi irreale.
Quando smetteva lo sventolio dei fiocchi, l’unico segno di vita era dato dal lento allargarsi nel cielo del fumo che usciva dai comignoli. Essi erano enormi sotto il carico della neve. Parevano ridicoli fantocci messi sui tetti per tener lontani i fantasmi.
Laura si chiuse in casa con la sua tristezza. Passava lunghe ora, con gli occhi socchiusi, davanti al ceppo che sul focolare si faceva cenere e, nella penombra della stanza, quel calore poteva sembrare quasi il bacio del sole. E allora pensava a quando sull’argine, tra l’erba, camminava con Franz vicino, e ne risentiva la voce e ne rivedeva lo sguardo azzurro che la seguiva teneramente.
Quando smise di nevicare, il cielo rasserenandosi portò un sole scintillante e freddo, che riuscì soltanto a far brillare i lunghi ghiaccioli, che pendevano dai tetti, come se fossero d’argento.
Nella notte, sotto le stelle lontane, la terra tutta gelava e al mattino il ghiaccio scricchiolava, sotto i passi della gente, come vetro che si spezzi.
Don Angelo, un pomeriggio, raggiunse la scuola: da un po’ di giorni non vedeva Laura e immaginava la sua tristezza.
Quando bussò alla porta, Laura gli aprì sorpresa. Non aveva più visto altri che Michele, da quando Franz era partito e non aveva neppure pensato che la compagnia di qualcuno l’avrebbe aiutata a soffrire meno. Ora, però, vedendo don Angelo il cuore le si allargò di commozione. Anche lui amava Franz. Di lui avrebbero potuto parlare insieme.
Nulla di nuovo aveva turbato o rallegrato la vita di Vecchia Strada: nulla che avesse l’onore di uscire dalla cerchia delle stalle per essere risaputo. I due amici, quindi, non aveva che i loro crucci da raccontarsi: Laura l’assenza di Franz, don Angelo il suo forestiero in canonica.
“Resta in camera ore ed ore, senza fiatare, senza muoversi, senza far nulla. Non riesco a capirlo. A volte mi pare che non mi voglia male, a volte, invece, sento il suo odio seguirmi pesante come il suo sguardo. Chi sarà? Spesso mi incuriosisco e vorrei azzardarmi a chiedergli qualche cosa. Forse potrei aiutarlo meglio. Ma sembra che mi legga nel pensiero! Appena s’accorge delle mie intenzioni, mi volta le spalle e guarda lontano. Mah! La mia casa ha perso la sua serenità da quando c’è lui. La porta è sempre sbarrata, si parla piano, si fa ogni cosa di nascosto. Almeno riuscissi a fargli un po’ di bene, a dargli un po’ di pace!”
Laura parlò di Franz e confidò a don Angelo la promessa che si erano scambiati qualche giorno prima della partenza.
“Benedetta figliola! Credeva che non lo sapessi?”.
“Come! Gliene aveva parlato ?”.
“Ma l’avevo capito da solo! Però, quando è venuto a salutarmi, me l’ha detto chiaramente. Anzi, lei, Laura, è affidata alle mie cure, ora che lui è lontano. Non lo sapeva? Povero prete! Con due cuori così complicati da custodire! Uno laggiù, in canonica, che pare un fantasma, sempre chiuso fra le quattro mura. E un altro qui, che passa giorni e giorni a sognare e a lacrimare …!”.
Don Angelo rideva, ma lo faceva solo per sollevare l’anima della ragazza: però in fondo al cuore aveva una preoccupazione che non riusciva a dimenticare.
Quando si alzò per andarsene, Laura era più serena. La rubiconda figura del prete, i suoi scherzosi rimproveri, la sua costante fiducia nell’avvenire, avevano saputo ridonarle la serenità.
“E’ bella l’isola solitaria, Franz”, disse tra sé, “ma soltanto se si è in due!”.
Laura era cresciuta stranamente sola, senza mai frequentare rumorose compagnie, senza appassionarsi a svaghi e divertimenti. Ma se tornava indietro, col ricordo, negli anni passati, trovava sempre il ricordo di una amicizia sincera e profonda, con la quale mai aveva sofferto di solitudine. Dapprima sua madre, poi qualche compagna di scuola, qualche insegnante, infine Nannina compagna di collegio, quando era morta sua madre. Ed ora era venuto Franz. Solo perché l’aveva sentito tanto amico, gli aveva voluto bene. Stava volentieri con lui, sin dai primi tempi, perché ne aveva intuito la grande sincerità. Non c’erano mai stati tra loro delle finzioni: sempre ciò che il labbro diceva corrispondeva a ciò che il cuore sentiva. Ed ora ritrovava don Angelo, l’amico di cui sentiva il bisogno. Fu contenta che Franz l’avesse affidata a lui.
Don Angelo non era fatto per i grossi problemi di morale, di teologia o di politica. Era un artista. Vedeva il mondo con occhi di fanciullo, innamorato del bello e del buono. Posto davanti ad un grosso problema, ad un grave caso di coscienza, ad un dubbio pesante, forse avrebbe tremato di incertezza. Ma a Vecchia Strada non si erano mai verificate situazioni imbarazzanti e per don Angelo tutto era sempre apparso chiaro e tranquillo.
Ora la preoccupazione del forestiero, che teneva certamente un ben pesante segreto nel cuore, lo rendeva pensoso come non mai. Quell’uomo aveva una personalità ben diversa dalla sua ed egli ne era messo quasi in soggezione. Ogni volta che ci pensava, respirava a fatica come se un macigno gli schiacciasse il cuore. Anche a lui faceva bene parlare con qualcuno e Laura era proprio fatta per capirlo.
“Tornerò qualche volta”, le disse, “se è contenta … “.
“Ma certo! Non può immaginare quanto le sia riconoscente”.
Fuori un sole rosso e lontano calava rapidamente oltre i pioppi stecchiti. Un bagliore di corallo tingeva la neve in distanza. Veniva voglia di andarvi incontro, per sentirsi l’anima avvolta di colore e intrisa di luce. I rami dei pioppi ricamavano di nero la fiammata stupenda del sole al tramonto.
Parevano corde di un magico strumento capace di raccogliere melodie sconosciute che corrono eternamente tra terra e cielo.
Laura, dopo aver salutato il sacerdote, restò sulla porta, abbacinata, fatta inerte dallo stupore, incantata da quel meraviglioso rosso tramonto.
Poi, improvvisamente, il disco fiammante del sole, di colpo, cadde oltre la linea scura dell’orizzonte. Il cielo si fece rosa, divenne un velo di perla azzurrino, si striò di lunghe pennellate più vive. Poi tutto disparve e scese l’ombra fredda da arcani mondi misteriosi.
Il cielo si incupì. Qualche stella balbettò coraggiosa e altre minuscole scintille sbatterono le palpebre, come monachine schizzate su dal grande incendio del tramonto del sole.
Poi vennero , qua e là, quasi di corsa, frangiate nuvolette evanescenti, come aiuole fiorite di bianco nel giardino del cielo. Un soffio frizzante salì dal fiume e spazzò l’unica strada che dalla chiesa lassù arrivava alla scuola e al grande gelso deserto.
Laura rabbrividì.
Rientrò in casa, chiuse la porta adagio, senza far rumore, come per non infrangere quel quadro dipinto sul cristallo del cielo.
* * * * *
Marco Monforti giunse in paese col fiato pesante. Per tutto il tragitto, dal crocicchio fino a Vecchia Strada, non aveva avuto il coraggio di voltarsi indietro. Ma ora che era giunto, poteva.
Senza scendere di sella e sempre pedalando velocemente, girò il capo, sospettoso.
Nessuno. La strada era deserta dietro di lui. Poteva immaginarlo, del resto.
Si diede, silenziosamente, dell’imbecille. Se quelli avevano la macchina con due ruote nel fosso e altre due che giravano a vuoto affondate nella neve, non avrebbero, naturalmente, potuto giungere in paese prima di lui. E poi, chissà dove stavano andando!
Dal crocicchio si staccavano tre altre strade, che portavano in tre direzioni distinte. Perché s’era messo in mente che dovessero proprio andare lì? Ad ogni modo doveva ringraziare il cielo d’averli visti lui per primo. Lui, che sapeva.
Entrò sotto il portone nel cascina e gettò una voce a Michele, che si scorgeva in fondo al cortile. Gli fece un cenno così imperioso, che il ragazzo volò attraverso la neve.
“Bada bene a quello che dico”, gli sussurrò ancora tutto agitato, “va dal prete e digli -Ci sono i tedeschi al crocicchio, forse vengono qui. Che faccia attenzione al forestiero, altrimenti guai a lui!-“.
Michele spalancò i suoi grandi occhi sporgenti in faccia al fratello.
“Vengono qui? Perché?”.
“Non interessartene, ti dico. Va dal prete e fa presto”.
Il ragazzo girava attorno lo sguardo come un animale spaurito.
“Hai capito sì o no? Ci sono i tedeschi al crocicchio. Va a dirlo al prete! Sbrigati, marmotta!”.
Già stava per allungargli uno schiaffone, quando Michele d’un tratto comprese.
I tedeschi? Il forestiero? Guai al prete se non fa attenzione?
Oh, Dio! Era l’uomo della Bicocca che venivano a cercare! Il cuore cominciò a battergli come l’ala di un uccello imprigionato nella rete.
La stessa smania che gli faceva tumultuare il cuore, gli passò nelle gambe. Prima ancora che se ne accorgesse era già sulla strada e andava di corsa, con gli zoccoli che martellavano sul ghiaccio.
La canonica era chiusa. Si attaccò alla corda e tirò con forza la campanella, che squillò a lungo nel corridoio deserto.
Dalla finestra del piano superiore fu scostata una tenda, che subito ricadde.
Finalmente il prete arrivò. Ascoltò il messaggio del ragazzo e si fece pallido. Non lo ringraziò neppure. Gli chiuse l’uscio in faccia e corse, con le gambe che tremavano, su per la scala.
Mai gli era parsa cos’ stretta e ripida e lunga. Bussò alla porta del forestiero ed entrò immediatamente.
“Presto, bisogna scappare! I tedeschi sono al crocicchio!”.
L’uomo balzò verso la scala. Il volto gli era diventato livido.
“Raccogliete tutto, non lasciate niente in giro … Non uscite …Lasciate fare a me …”.
Le frasi mozze del prete, anziché dargli tranquillità, lo mettevano maggiormente in agitazione.
Insieme raccolsero un giornale, un berretto, una sciarpa, il mantello appeso al muro.
“Venite con me … Andiamo in chiesa … Starete in sacrestia, là non verranno … Ci sono tanti posti per nascondersi là …”.
Mentre parlava precedeva lo sconosciuto giù per le scale.
La vecchia domestica li guardava dal basso e gridava, con la caratteristica voce dei sordi:
“Cosa c’è, cosa c’è don Angelo?”.
Il prete la scostò, mettendosi un dito sulle labbra e facendosi rapidamente il segno della croce.
La vecchia probabilmente intese, poiché ripeté subito il segno della croce e si portò l’indice rugoso alle labbra.
Dalla canonica si poteva uscire nel cortile e da qui entrare in sacrestia. Il cortile era pieno di neve, ancora intatta, tranne un sentierino, largo, sì e no, due palmi.
L’uscio della sacrestia era accostato, don Angelo lo spinse e fece entrare l’uomo. Poi corse alla chiesa: non c’era nessuno come prevedeva. Solo la lampada del Santissimo danzava chetamente, con la fiammella ora più alta ed ora meno, quasi parlasse uno sconosciuto linguaggio coi santi nelle nicchie.
Il passo del prete nella navata deserta rimbombò con fragore. Il forestiero, dalla sacrestia, spiava affannato.
“Perdona, Signore”, pregò mentalmente don Angelo, “se chiudo la porta di casa tua a quest’ora insolita. Tu capisci il perché.”.
Tirò il catenaccio, che stridette un poco, e respirò di sollievo. Qui difficilmente avrebbero cercato il fuggitivo, a meno che qualcuno avesse accusato proprio lui: allora sarebbero venuti a colpo sicuro e nessun angolo sarebbe sfuggito alla loro ricerca, ma sperava di no, proprio di no!
“Ecco, qui sarete solo e sicuro. Vi sono mille angoli in cui potrete trovar rifugio. Guardate … lì dietro, sotto quel cumulo di paramenti … Oppure dietro quest’uscio … Là in quell’armadio degli addobbi … o sotto la scaletta che porta al campanile …”.
Mentre parlava indicava ogni cosa col dito e si muoveva agilmente, sfiorando con la lunga veste le panche coperte di polvere, le sedie zoppicanti, gli sportelli tarlati dei grandi armadi.
“Ma non ne avrete bisogno, credete a me. Abbiate fiducia in Dio.”
Sul viso dello sconosciuto parve passare un’ombra di sorriso. O forse era un’ombra di scherno?
Ma subito egli si ricompose, tanto che don Angelo credette d’essersi ingannato.
“Non muovetevi da qui. Verrò io, di tanto in tanto a darvi notizie. E vi porterò il pranzo a mezzogiorno. State tranquillo, figliolo …”.
Gli pose sulle spalle il mantello nero e dovette alzarsi sulle punte dei piedi per raggiungergli le spalle. L’uomo chinò la testa e mosse appena le labbra. Don Angelo credette di capire un ‘grazie’, sussurrato tra i denti.
Senza più aspettare uscì dalla sacrestia.
Lo sconosciuto neppure si volse per guardarlo.
*****
La macchina dei tedeschi che Marco Monforti aveva visto al crocicchio, penzoloni sul fosso ghiacciato, era riuscita a disincagliarsi dopo un’ora di tentativi.
Sicché erano quasi le undici quando giunse a Vecchia Strada. A bordo c’erano tre tedeschi ed un militare italiano.
Al paese tutti li stavano aspettando col batticuore. Non che avessero cose da nascondere, né alcunché da temere. Ma qualcuno immaginava che cercassero il grano non consegnato all’ammasso, altri che volessero censire i maiali prossimi alla macellazione, o forse avevano l’incarico di requisire il lardo.
In tempo di guerra tutto poteva diventare necessario. E tutti sapevano che loro, nelle campagne, erano dei privilegiati. Almeno non mancava il necessario, mentre nelle città si viveva solo con le tessere annonarie.
Le donne temevano persino per quelle poche uova di scorta che avevano nascoste, sotto chiave, nelle credenze.
Sicché nell’attesa dei tedeschi, tutto era stato accuratamente ricontrollato. Ognuno aveva fatto del suo meglio ed un osservatore superficiale non avrebbe trovato alcunché.
L’automobile, giunta in paese, entrò adagio sotto il portico del primo cascinale. Avanzò destreggiandosi tra i mucchi di fieno e le fascine di legna accatastate e andò a fermarsi davanti alla casa padronale, che stava sul lato opposto del vasto cortile.
Le donne spiavano dalle finestre e i bambini si aggrappavano alle gonne della madri, sollevandosi in punta di piedi per guardare. Gli uomini si erano ritirati nelle stalle. L’aia, bianca di neve, era deserta.
La porta della casa del padrone si aprì piano e la testa grigia di una contadina si sporse e subito si ritirò.
Due dei militari, l’italiano ed uno dei tedeschi, scesero dalla macchina e si avviarono verso la casa. Non ebbero bisogno di bussare, perché il padrone, un gigante robusto, nero e ricciuto, aprì e andò loro incontro. Le donne dietro i vetri videro i tre stringersi la mano. Indovinarono, in distanza, il sorriso del padrone e il loro cuore cessò un poco di tremare.
Intanto i ragazzi più grandicelli si erano fatti coraggio e, usciti di casa, si stavano avvicinando alla macchina incuriositi.
La guardarono da tutte le parti, la toccarono e si scambiarono brevi commenti sottovoce.
I due militari rimasti a bordo, li seguivano con lo sguardo. Un piccolino dalle gambe rosse per il freddo, si aggrappò alla maniglia e scalò il predellino, mettendo il naso contro il vetro del finestrino.
Un altro si fece coraggio e picchiettò con le dita sui vetri.
“Cosa volete?”, domandò una bambina, infilando la testa spettinata tra quella dei due maschietti.
Lo disse naturalmente in dialetto, dapprima; ma al sorriso divertito dei tedeschi, lo ripeté in italiano.
Uno dei due girò allora la maniglia e mise fuori le gambe dalla macchina. Era giovane, aveva il volto abbronzato e i capelli biondi.
Sillabò adagio: “Non capire, bambino”.
Il gruppetto si guardò negli occhi e scoppiò in una risata. Confabulò un poco, cercando il modo di formulare meglio la domanda, poi, la solita bambina spettinata ripeté:
“Perché siete venuti?”.
Ma, decisamente, il tedesco non capiva. Rise apertamente, prendendo un’espressione quasi fanciullesca. I ragazzi scossero il capo, scoraggiati. Era impossibile comunicare con quei due.
Uno disse: ”Eppure il tenente capiva tutto …”.
“Si capisce che questi non hanno studiato …”
“Sono dei s …”.
Voleva dire “somari”, ma se quelli avessero capito?
La bambina diventò rossa e si ritirò dietro il gruppo. Allora uno dei ragazzi più alti, si fece più vicino alla macchina, toccò il soldato sul ginocchia e gli disse, serio:
“Auf viedersehen”!.
E aggiunse piano:
“Se non capiscono l’italiano, bisogna parlare tedesco”.
Subito l’uomo prese la mano del ragazzo, la strinse con calore, dicendo:
“Ciao, bambino”.
Finalmente si erano intesi!
Il gruppetto si stava agitando, ognuno suggeriva al compagno ciò che doveva chiedere o dire. Ma inutilmente! Quella era la sola parola che egli sapesse.
Ma che importava, se era bastata per fare amicizia?
Ad un tratto la porta del padrone si aprì ed egli con la sua robusta figura ne riempì tutto il vano.
Vide i ragazzi e gridò:
“Via tutti! E uno vada a chiamare il fattore, svelti”!.
La sua voce tuonò sull’aia e i ragazzi si dileguarono in un baleno. Il fattore uscì dalla stalla e s’affrettò sotto il portico.
La sosta dei tedeschi si fece lunga, troppo lunga per quella gente che tremava per l’ansia.
Le donne inutilmente facevano cenni e mandavano i bambini nella stalla per dire agli uomini che la polenta era in tavola. Nessuno voleva muoversi, se prima non si sapeva cosa erano venuti a cercare.
Solo i Monforti erano in casa. Tutti vicini, dal più giovane al più anziano, con gli occhi chini sul tavolo, come chi non vuol leggere sul volto dell’altro il dubbio, né far notare d’avere paura.
Michele ogni tanto si alzava e guardava dai vetri.
“Sono sempre là”, ripeteva ogni volta.
E dagli uomini chini sui piatti veniva un sordo mugolio, che era rabbia, paura e impotenza insieme.
*****
Quando la macchina uscì dal cortile, tutti respirarono più liberamente. Qualcuno, anzi si fece sul portone e salutò, sorridendo e agitando la mano.
Ma, anziché andarsene dal paese, i tedeschi infilarono il secondo cortile.
Ormai, però, la paura era passata.
L’avevan sempre detto loro che a Vecchia Strada non c’era nulla da nascondere! Quindi niente paura, ragazzi! In fin dei conti è gente come noi. Visto come ridevano coi bambini? Ad uno hanno persino stretto la mano, come a un giovanotto.
Ormai soltanto in canonica e dai Monforti si continuava a tremare.
Quando corse voce che l’automobile si stava avviando verso la casa del prete, i fratelli di Michele strinsero i denti.
“Tu, Michele fa finta di niente e va a vedere”.
Il ragazzo uscì col suo passo dondolante, agitando le braccia troppo lunghe. Era solo sulla strada.
Giunto alla chiesa si sedette sul muretto e attese.
Don Angelo all’arrivo dei tedeschi, era andato ad aprire prevedendo il peggio.
Si era preparato da giorni ad un incontro simile e aveva provveduto a corazzare di coraggio la sua timidezza. Non sapeva se ci era riuscito. Aveva preparato le risposte da dare, aveva studiato i gesti da compiere, gli atteggiamenti del viso nel tentativo di infondere sicurezza.
La vecchia perpetua l’aveva mandata a letto gridandole nelle orecchie:
“Voi siete malata, capito? Molto malata! Non parlate!”.
Ma quando, finalmente, sull’uscio incontrò un sorriso amichevole, anziché una grinta nemica, restò disorientato.
“Scusate”, disse l’ufficiale tedesco, “vi porto i saluti di un amico, il tenente Franz Seefeld”.
“Oh,” poté appena esclamare il povero prete, “Oh! Oh!”.
Si trasse da parte e lo lasciò passare, turbato, confuso, pentito d’aver pensato tanto male.
Al piccolo tavolo della cucina, dove si affrettò a preparare i bicchierini del marsala, l’ufficiale si guardò intorno.
“Franz mi ha parlato molto di voi, della vostra casa, di questo paese. Brava gente, brava gente!”.
Ormai ogni dubbio si era dileguato. Nella felicità del momento don Angelo perdette ogni freno e parlò, parlò e rise.
Ricordò Franz con le lacrime agli occhi, disse di Laura, per la quale egli aveva mandato i saluti, si scusò del freddo, della miseria, del disordine della piccola canonica.
Andandosene il tedesco portò via un’impressione di sincera cordialità e si augurò di rivedere presto quel piccolo prete gioviale.
Don Angelo lo accompagnò fino alla macchina, rosso in viso e sorridente, gli strinse la mano con calore e stette fermo sulla strada a salutare finché l’automobile non scomparve.
Michele, indifferente, sedeva sempre sul muretto. Vide tutto, ma capì una cosa sola: il forestiero non l’avevano trovato. E fu contento.
Saltò giù da parapetto e si avviò verso casa per dar l’annuncio ai fratelli. Poi si incamminò verso la scuola. A Laura che gli aprì, disse:
“Dammi la chiave, maestra. Devo dire grazie ai bambini, di là. Tu non lo sai, ma hanno fatto una grazia. Dopo te lo dico”.
Laura gli accarezzò i capelli e stette a guardarlo dalla fessura.
Con un gran segno di croce, si era chinato a baciare i due fratellini, poi, piegando le ginocchia sul pavimento, cominciò a dire: “Ave Maria , piena di grazia, il Signore è con te …”
La neve scese silenziosa per alcuni giorni.
Il paese si assopì. In silenzio si lasciò ammantare di bianco, mutò aspetto, si fece quasi irreale.
Quando smetteva lo sventolio dei fiocchi, l’unico segno di vita era dato dal lento allargarsi nel cielo del fumo che usciva dai comignoli. Essi erano enormi sotto il carico della neve. Parevano ridicoli fantocci messi sui tetti per tener lontani i fantasmi.
Laura si chiuse in casa con la sua tristezza. Passava lunghe ora, con gli occhi socchiusi, davanti al ceppo che sul focolare si faceva cenere e, nella penombra della stanza, quel calore poteva sembrare quasi il bacio del sole. E allora pensava a quando sull’argine, tra l’erba, camminava con Franz vicino, e ne risentiva la voce e ne rivedeva lo sguardo azzurro che la seguiva teneramente.
Quando smise di nevicare, il cielo rasserenandosi portò un sole scintillante e freddo, che riuscì soltanto a far brillare i lunghi ghiaccioli, che pendevano dai tetti, come se fossero d’argento.
Nella notte, sotto le stelle lontane, la terra tutta gelava e al mattino il ghiaccio scricchiolava, sotto i passi della gente, come vetro che si spezzi.
Don Angelo, un pomeriggio, raggiunse la scuola: da un po’ di giorni non vedeva Laura e immaginava la sua tristezza.
Quando bussò alla porta, Laura gli aprì sorpresa. Non aveva più visto altri che Michele, da quando Franz era partito e non aveva neppure pensato che la compagnia di qualcuno l’avrebbe aiutata a soffrire meno. Ora, però, vedendo don Angelo il cuore le si allargò di commozione. Anche lui amava Franz. Di lui avrebbero potuto parlare insieme.
Nulla di nuovo aveva turbato o rallegrato la vita di Vecchia Strada: nulla che avesse l’onore di uscire dalla cerchia delle stalle per essere risaputo. I due amici, quindi, non aveva che i loro crucci da raccontarsi: Laura l’assenza di Franz, don Angelo il suo forestiero in canonica.
“Resta in camera ore ed ore, senza fiatare, senza muoversi, senza far nulla. Non riesco a capirlo. A volte mi pare che non mi voglia male, a volte, invece, sento il suo odio seguirmi pesante come il suo sguardo. Chi sarà? Spesso mi incuriosisco e vorrei azzardarmi a chiedergli qualche cosa. Forse potrei aiutarlo meglio. Ma sembra che mi legga nel pensiero! Appena s’accorge delle mie intenzioni, mi volta le spalle e guarda lontano. Mah! La mia casa ha perso la sua serenità da quando c’è lui. La porta è sempre sbarrata, si parla piano, si fa ogni cosa di nascosto. Almeno riuscissi a fargli un po’ di bene, a dargli un po’ di pace!”
Laura parlò di Franz e confidò a don Angelo la promessa che si erano scambiati qualche giorno prima della partenza.
“Benedetta figliola! Credeva che non lo sapessi?”.
“Come! Gliene aveva parlato ?”.
“Ma l’avevo capito da solo! Però, quando è venuto a salutarmi, me l’ha detto chiaramente. Anzi, lei, Laura, è affidata alle mie cure, ora che lui è lontano. Non lo sapeva? Povero prete! Con due cuori così complicati da custodire! Uno laggiù, in canonica, che pare un fantasma, sempre chiuso fra le quattro mura. E un altro qui, che passa giorni e giorni a sognare e a lacrimare …!”.
Don Angelo rideva, ma lo faceva solo per sollevare l’anima della ragazza: però in fondo al cuore aveva una preoccupazione che non riusciva a dimenticare.
Quando si alzò per andarsene, Laura era più serena. La rubiconda figura del prete, i suoi scherzosi rimproveri, la sua costante fiducia nell’avvenire, avevano saputo ridonarle la serenità.
“E’ bella l’isola solitaria, Franz”, disse tra sé, “ma soltanto se si è in due!”.
Laura era cresciuta stranamente sola, senza mai frequentare rumorose compagnie, senza appassionarsi a svaghi e divertimenti. Ma se tornava indietro, col ricordo, negli anni passati, trovava sempre il ricordo di una amicizia sincera e profonda, con la quale mai aveva sofferto di solitudine. Dapprima sua madre, poi qualche compagna di scuola, qualche insegnante, infine Nannina compagna di collegio, quando era morta sua madre. Ed ora era venuto Franz. Solo perché l’aveva sentito tanto amico, gli aveva voluto bene. Stava volentieri con lui, sin dai primi tempi, perché ne aveva intuito la grande sincerità. Non c’erano mai stati tra loro delle finzioni: sempre ciò che il labbro diceva corrispondeva a ciò che il cuore sentiva. Ed ora ritrovava don Angelo, l’amico di cui sentiva il bisogno. Fu contenta che Franz l’avesse affidata a lui.
Don Angelo non era fatto per i grossi problemi di morale, di teologia o di politica. Era un artista. Vedeva il mondo con occhi di fanciullo, innamorato del bello e del buono. Posto davanti ad un grosso problema, ad un grave caso di coscienza, ad un dubbio pesante, forse avrebbe tremato di incertezza. Ma a Vecchia Strada non si erano mai verificate situazioni imbarazzanti e per don Angelo tutto era sempre apparso chiaro e tranquillo.
Ora la preoccupazione del forestiero, che teneva certamente un ben pesante segreto nel cuore, lo rendeva pensoso come non mai. Quell’uomo aveva una personalità ben diversa dalla sua ed egli ne era messo quasi in soggezione. Ogni volta che ci pensava, respirava a fatica come se un macigno gli schiacciasse il cuore. Anche a lui faceva bene parlare con qualcuno e Laura era proprio fatta per capirlo.
“Tornerò qualche volta”, le disse, “se è contenta … “.
“Ma certo! Non può immaginare quanto le sia riconoscente”.
Fuori un sole rosso e lontano calava rapidamente oltre i pioppi stecchiti. Un bagliore di corallo tingeva la neve in distanza. Veniva voglia di andarvi incontro, per sentirsi l’anima avvolta di colore e intrisa di luce. I rami dei pioppi ricamavano di nero la fiammata stupenda del sole al tramonto.
Parevano corde di un magico strumento capace di raccogliere melodie sconosciute che corrono eternamente tra terra e cielo.
Laura, dopo aver salutato il sacerdote, restò sulla porta, abbacinata, fatta inerte dallo stupore, incantata da quel meraviglioso rosso tramonto.
Poi, improvvisamente, il disco fiammante del sole, di colpo, cadde oltre la linea scura dell’orizzonte. Il cielo si fece rosa, divenne un velo di perla azzurrino, si striò di lunghe pennellate più vive. Poi tutto disparve e scese l’ombra fredda da arcani mondi misteriosi.
Il cielo si incupì. Qualche stella balbettò coraggiosa e altre minuscole scintille sbatterono le palpebre, come monachine schizzate su dal grande incendio del tramonto del sole.
Poi vennero , qua e là, quasi di corsa, frangiate nuvolette evanescenti, come aiuole fiorite di bianco nel giardino del cielo. Un soffio frizzante salì dal fiume e spazzò l’unica strada che dalla chiesa lassù arrivava alla scuola e al grande gelso deserto.
Laura rabbrividì.
Rientrò in casa, chiuse la porta adagio, senza far rumore, come per non infrangere quel quadro dipinto sul cristallo del cielo.
* * * * *
Marco Monforti giunse in paese col fiato pesante. Per tutto il tragitto, dal crocicchio fino a Vecchia Strada, non aveva avuto il coraggio di voltarsi indietro. Ma ora che era giunto, poteva.
Senza scendere di sella e sempre pedalando velocemente, girò il capo, sospettoso.
Nessuno. La strada era deserta dietro di lui. Poteva immaginarlo, del resto.
Si diede, silenziosamente, dell’imbecille. Se quelli avevano la macchina con due ruote nel fosso e altre due che giravano a vuoto affondate nella neve, non avrebbero, naturalmente, potuto giungere in paese prima di lui. E poi, chissà dove stavano andando!
Dal crocicchio si staccavano tre altre strade, che portavano in tre direzioni distinte. Perché s’era messo in mente che dovessero proprio andare lì? Ad ogni modo doveva ringraziare il cielo d’averli visti lui per primo. Lui, che sapeva.
Entrò sotto il portone nel cascina e gettò una voce a Michele, che si scorgeva in fondo al cortile. Gli fece un cenno così imperioso, che il ragazzo volò attraverso la neve.
“Bada bene a quello che dico”, gli sussurrò ancora tutto agitato, “va dal prete e digli -Ci sono i tedeschi al crocicchio, forse vengono qui. Che faccia attenzione al forestiero, altrimenti guai a lui!-“.
Michele spalancò i suoi grandi occhi sporgenti in faccia al fratello.
“Vengono qui? Perché?”.
“Non interessartene, ti dico. Va dal prete e fa presto”.
Il ragazzo girava attorno lo sguardo come un animale spaurito.
“Hai capito sì o no? Ci sono i tedeschi al crocicchio. Va a dirlo al prete! Sbrigati, marmotta!”.
Già stava per allungargli uno schiaffone, quando Michele d’un tratto comprese.
I tedeschi? Il forestiero? Guai al prete se non fa attenzione?
Oh, Dio! Era l’uomo della Bicocca che venivano a cercare! Il cuore cominciò a battergli come l’ala di un uccello imprigionato nella rete.
La stessa smania che gli faceva tumultuare il cuore, gli passò nelle gambe. Prima ancora che se ne accorgesse era già sulla strada e andava di corsa, con gli zoccoli che martellavano sul ghiaccio.
La canonica era chiusa. Si attaccò alla corda e tirò con forza la campanella, che squillò a lungo nel corridoio deserto.
Dalla finestra del piano superiore fu scostata una tenda, che subito ricadde.
Finalmente il prete arrivò. Ascoltò il messaggio del ragazzo e si fece pallido. Non lo ringraziò neppure. Gli chiuse l’uscio in faccia e corse, con le gambe che tremavano, su per la scala.
Mai gli era parsa cos’ stretta e ripida e lunga. Bussò alla porta del forestiero ed entrò immediatamente.
“Presto, bisogna scappare! I tedeschi sono al crocicchio!”.
L’uomo balzò verso la scala. Il volto gli era diventato livido.
“Raccogliete tutto, non lasciate niente in giro … Non uscite …Lasciate fare a me …”.
Le frasi mozze del prete, anziché dargli tranquillità, lo mettevano maggiormente in agitazione.
Insieme raccolsero un giornale, un berretto, una sciarpa, il mantello appeso al muro.
“Venite con me … Andiamo in chiesa … Starete in sacrestia, là non verranno … Ci sono tanti posti per nascondersi là …”.
Mentre parlava precedeva lo sconosciuto giù per le scale.
La vecchia domestica li guardava dal basso e gridava, con la caratteristica voce dei sordi:
“Cosa c’è, cosa c’è don Angelo?”.
Il prete la scostò, mettendosi un dito sulle labbra e facendosi rapidamente il segno della croce.
La vecchia probabilmente intese, poiché ripeté subito il segno della croce e si portò l’indice rugoso alle labbra.
Dalla canonica si poteva uscire nel cortile e da qui entrare in sacrestia. Il cortile era pieno di neve, ancora intatta, tranne un sentierino, largo, sì e no, due palmi.
L’uscio della sacrestia era accostato, don Angelo lo spinse e fece entrare l’uomo. Poi corse alla chiesa: non c’era nessuno come prevedeva. Solo la lampada del Santissimo danzava chetamente, con la fiammella ora più alta ed ora meno, quasi parlasse uno sconosciuto linguaggio coi santi nelle nicchie.
Il passo del prete nella navata deserta rimbombò con fragore. Il forestiero, dalla sacrestia, spiava affannato.
“Perdona, Signore”, pregò mentalmente don Angelo, “se chiudo la porta di casa tua a quest’ora insolita. Tu capisci il perché.”.
Tirò il catenaccio, che stridette un poco, e respirò di sollievo. Qui difficilmente avrebbero cercato il fuggitivo, a meno che qualcuno avesse accusato proprio lui: allora sarebbero venuti a colpo sicuro e nessun angolo sarebbe sfuggito alla loro ricerca, ma sperava di no, proprio di no!
“Ecco, qui sarete solo e sicuro. Vi sono mille angoli in cui potrete trovar rifugio. Guardate … lì dietro, sotto quel cumulo di paramenti … Oppure dietro quest’uscio … Là in quell’armadio degli addobbi … o sotto la scaletta che porta al campanile …”.
Mentre parlava indicava ogni cosa col dito e si muoveva agilmente, sfiorando con la lunga veste le panche coperte di polvere, le sedie zoppicanti, gli sportelli tarlati dei grandi armadi.
“Ma non ne avrete bisogno, credete a me. Abbiate fiducia in Dio.”
Sul viso dello sconosciuto parve passare un’ombra di sorriso. O forse era un’ombra di scherno?
Ma subito egli si ricompose, tanto che don Angelo credette d’essersi ingannato.
“Non muovetevi da qui. Verrò io, di tanto in tanto a darvi notizie. E vi porterò il pranzo a mezzogiorno. State tranquillo, figliolo …”.
Gli pose sulle spalle il mantello nero e dovette alzarsi sulle punte dei piedi per raggiungergli le spalle. L’uomo chinò la testa e mosse appena le labbra. Don Angelo credette di capire un ‘grazie’, sussurrato tra i denti.
Senza più aspettare uscì dalla sacrestia.
Lo sconosciuto neppure si volse per guardarlo.
*****
La macchina dei tedeschi che Marco Monforti aveva visto al crocicchio, penzoloni sul fosso ghiacciato, era riuscita a disincagliarsi dopo un’ora di tentativi.
Sicché erano quasi le undici quando giunse a Vecchia Strada. A bordo c’erano tre tedeschi ed un militare italiano.
Al paese tutti li stavano aspettando col batticuore. Non che avessero cose da nascondere, né alcunché da temere. Ma qualcuno immaginava che cercassero il grano non consegnato all’ammasso, altri che volessero censire i maiali prossimi alla macellazione, o forse avevano l’incarico di requisire il lardo.
In tempo di guerra tutto poteva diventare necessario. E tutti sapevano che loro, nelle campagne, erano dei privilegiati. Almeno non mancava il necessario, mentre nelle città si viveva solo con le tessere annonarie.
Le donne temevano persino per quelle poche uova di scorta che avevano nascoste, sotto chiave, nelle credenze.
Sicché nell’attesa dei tedeschi, tutto era stato accuratamente ricontrollato. Ognuno aveva fatto del suo meglio ed un osservatore superficiale non avrebbe trovato alcunché.
L’automobile, giunta in paese, entrò adagio sotto il portico del primo cascinale. Avanzò destreggiandosi tra i mucchi di fieno e le fascine di legna accatastate e andò a fermarsi davanti alla casa padronale, che stava sul lato opposto del vasto cortile.
Le donne spiavano dalle finestre e i bambini si aggrappavano alle gonne della madri, sollevandosi in punta di piedi per guardare. Gli uomini si erano ritirati nelle stalle. L’aia, bianca di neve, era deserta.
La porta della casa del padrone si aprì piano e la testa grigia di una contadina si sporse e subito si ritirò.
Due dei militari, l’italiano ed uno dei tedeschi, scesero dalla macchina e si avviarono verso la casa. Non ebbero bisogno di bussare, perché il padrone, un gigante robusto, nero e ricciuto, aprì e andò loro incontro. Le donne dietro i vetri videro i tre stringersi la mano. Indovinarono, in distanza, il sorriso del padrone e il loro cuore cessò un poco di tremare.
Intanto i ragazzi più grandicelli si erano fatti coraggio e, usciti di casa, si stavano avvicinando alla macchina incuriositi.
La guardarono da tutte le parti, la toccarono e si scambiarono brevi commenti sottovoce.
I due militari rimasti a bordo, li seguivano con lo sguardo. Un piccolino dalle gambe rosse per il freddo, si aggrappò alla maniglia e scalò il predellino, mettendo il naso contro il vetro del finestrino.
Un altro si fece coraggio e picchiettò con le dita sui vetri.
“Cosa volete?”, domandò una bambina, infilando la testa spettinata tra quella dei due maschietti.
Lo disse naturalmente in dialetto, dapprima; ma al sorriso divertito dei tedeschi, lo ripeté in italiano.
Uno dei due girò allora la maniglia e mise fuori le gambe dalla macchina. Era giovane, aveva il volto abbronzato e i capelli biondi.
Sillabò adagio: “Non capire, bambino”.
Il gruppetto si guardò negli occhi e scoppiò in una risata. Confabulò un poco, cercando il modo di formulare meglio la domanda, poi, la solita bambina spettinata ripeté:
“Perché siete venuti?”.
Ma, decisamente, il tedesco non capiva. Rise apertamente, prendendo un’espressione quasi fanciullesca. I ragazzi scossero il capo, scoraggiati. Era impossibile comunicare con quei due.
Uno disse: ”Eppure il tenente capiva tutto …”.
“Si capisce che questi non hanno studiato …”
“Sono dei s …”.
Voleva dire “somari”, ma se quelli avessero capito?
La bambina diventò rossa e si ritirò dietro il gruppo. Allora uno dei ragazzi più alti, si fece più vicino alla macchina, toccò il soldato sul ginocchia e gli disse, serio:
“Auf viedersehen”!.
E aggiunse piano:
“Se non capiscono l’italiano, bisogna parlare tedesco”.
Subito l’uomo prese la mano del ragazzo, la strinse con calore, dicendo:
“Ciao, bambino”.
Finalmente si erano intesi!
Il gruppetto si stava agitando, ognuno suggeriva al compagno ciò che doveva chiedere o dire. Ma inutilmente! Quella era la sola parola che egli sapesse.
Ma che importava, se era bastata per fare amicizia?
Ad un tratto la porta del padrone si aprì ed egli con la sua robusta figura ne riempì tutto il vano.
Vide i ragazzi e gridò:
“Via tutti! E uno vada a chiamare il fattore, svelti”!.
La sua voce tuonò sull’aia e i ragazzi si dileguarono in un baleno. Il fattore uscì dalla stalla e s’affrettò sotto il portico.
La sosta dei tedeschi si fece lunga, troppo lunga per quella gente che tremava per l’ansia.
Le donne inutilmente facevano cenni e mandavano i bambini nella stalla per dire agli uomini che la polenta era in tavola. Nessuno voleva muoversi, se prima non si sapeva cosa erano venuti a cercare.
Solo i Monforti erano in casa. Tutti vicini, dal più giovane al più anziano, con gli occhi chini sul tavolo, come chi non vuol leggere sul volto dell’altro il dubbio, né far notare d’avere paura.
Michele ogni tanto si alzava e guardava dai vetri.
“Sono sempre là”, ripeteva ogni volta.
E dagli uomini chini sui piatti veniva un sordo mugolio, che era rabbia, paura e impotenza insieme.
*****
Quando la macchina uscì dal cortile, tutti respirarono più liberamente. Qualcuno, anzi si fece sul portone e salutò, sorridendo e agitando la mano.
Ma, anziché andarsene dal paese, i tedeschi infilarono il secondo cortile.
Ormai, però, la paura era passata.
L’avevan sempre detto loro che a Vecchia Strada non c’era nulla da nascondere! Quindi niente paura, ragazzi! In fin dei conti è gente come noi. Visto come ridevano coi bambini? Ad uno hanno persino stretto la mano, come a un giovanotto.
Ormai soltanto in canonica e dai Monforti si continuava a tremare.
Quando corse voce che l’automobile si stava avviando verso la casa del prete, i fratelli di Michele strinsero i denti.
“Tu, Michele fa finta di niente e va a vedere”.
Il ragazzo uscì col suo passo dondolante, agitando le braccia troppo lunghe. Era solo sulla strada.
Giunto alla chiesa si sedette sul muretto e attese.
Don Angelo all’arrivo dei tedeschi, era andato ad aprire prevedendo il peggio.
Si era preparato da giorni ad un incontro simile e aveva provveduto a corazzare di coraggio la sua timidezza. Non sapeva se ci era riuscito. Aveva preparato le risposte da dare, aveva studiato i gesti da compiere, gli atteggiamenti del viso nel tentativo di infondere sicurezza.
La vecchia perpetua l’aveva mandata a letto gridandole nelle orecchie:
“Voi siete malata, capito? Molto malata! Non parlate!”.
Ma quando, finalmente, sull’uscio incontrò un sorriso amichevole, anziché una grinta nemica, restò disorientato.
“Scusate”, disse l’ufficiale tedesco, “vi porto i saluti di un amico, il tenente Franz Seefeld”.
“Oh,” poté appena esclamare il povero prete, “Oh! Oh!”.
Si trasse da parte e lo lasciò passare, turbato, confuso, pentito d’aver pensato tanto male.
Al piccolo tavolo della cucina, dove si affrettò a preparare i bicchierini del marsala, l’ufficiale si guardò intorno.
“Franz mi ha parlato molto di voi, della vostra casa, di questo paese. Brava gente, brava gente!”.
Ormai ogni dubbio si era dileguato. Nella felicità del momento don Angelo perdette ogni freno e parlò, parlò e rise.
Ricordò Franz con le lacrime agli occhi, disse di Laura, per la quale egli aveva mandato i saluti, si scusò del freddo, della miseria, del disordine della piccola canonica.
Andandosene il tedesco portò via un’impressione di sincera cordialità e si augurò di rivedere presto quel piccolo prete gioviale.
Don Angelo lo accompagnò fino alla macchina, rosso in viso e sorridente, gli strinse la mano con calore e stette fermo sulla strada a salutare finché l’automobile non scomparve.
Michele, indifferente, sedeva sempre sul muretto. Vide tutto, ma capì una cosa sola: il forestiero non l’avevano trovato. E fu contento.
Saltò giù da parapetto e si avviò verso casa per dar l’annuncio ai fratelli. Poi si incamminò verso la scuola. A Laura che gli aprì, disse:
“Dammi la chiave, maestra. Devo dire grazie ai bambini, di là. Tu non lo sai, ma hanno fatto una grazia. Dopo te lo dico”.
Laura gli accarezzò i capelli e stette a guardarlo dalla fessura.
Con un gran segno di croce, si era chinato a baciare i due fratellini, poi, piegando le ginocchia sul pavimento, cominciò a dire: “Ave Maria , piena di grazia, il Signore è con te …”
Iscriviti a:
Post (Atom)
