PEPPINO FERLA
(Anno 1926-1982)
Salendo i gradini della bella casa della famiglia Ferla, pensavo a lui, a Peppino, che quella casa l’aveva sognata e costruita con tanti sacrifici, pensando certamente di vivervi a lungo, nel riposo, coltivando i suoi molti hobby.
E, invece, Peppino Ferla è morto improvvisamente soltanto tre anni dopo, quando una nuova speranza era nata in famiglia : la nipotina Enrica, che aveva appena tre mesi.
Peppino Ferla, classe 1926, era un vero pandinese doc, anzi, era uno dei “castellani”, di quelli che avevano abitato per anni nel nostro Castello Visconteo, là dove, con varie tramezze, si erano ricavati, dai grandi saloni, tanti piccoli appartamenti per le famiglie più numerose.
Era un uomo molto noto in paese per il suo carattere allegro, per il suo grande cuore sempre pronto ad aiutare gli altri e per i suoi molti interessi.
Di professione faceva il barbiere, era quindi abituato a trattare con la gente, ad ascoltarne le confidenze, a rivolgersi a tutti con estrema cortesia. Era stato per anni segretario del Gruppo Sportivo Castello e della Banda Comunale.
Ma, soprattutto, amava coltivare i suoi hobby : aveva, per esempio, la passione per la musica lirica e non perdeva uno spettacolo. Aveva creato, insieme a Pierino Pavesi, il Gruppo “Amici della Musica” ed organizzava ad ogni stagione, dei pullman che erano sempre al completo, per i vari spettacoli alla Scala di Milano, o all’Arena di Verona, o a Cremona, o a Parma.
Conosceva tutte le opere liriche più famose e le cantava con una bella voce tenorile ogni volta che se ne presentava l’occasione.
In gioventù aveva seguito dei corsi di pianoforte e di canto presso il Maestro Cacciani di Milano.
Nella foto che pubblichiamo, Peppino sta cantando un brano operistico durante un Festival all’Oratorio di Pandino con l’orchestra del “Pandin City”, un complessino che rallegrò i pandinesi degli anni ’60 per quasi un decennio.
Nella fotografia riconosciamo, oltre a Peppino Ferla al microfono, Martellosio al pianoforte, Mariconti alla chitarra, Merici al saxofono e “Cianela” Marzagalli alla batteria . Presentatore dello spettacolo era , come sempre, Antonio Invernizzi.
Proprio per questa sua passione musicale, Peppino Ferla ha presentato per anni, alla nostra “Radio Antenna 66”, ogni domenica mattina, “L’ora della lirica” , affinando il gusto dei pandinesi che lo ascoltavano con interesse.
Cantava spesso anche ai matrimoni : era diventata famosa la sua “Ave Maria” quando si sposavano amici o parenti. In chiesa suonava spesso anche l’organo.
Un altro suo hobby era la fotografia : quanta gente ha ripreso nel corso dei decenni in occasione di liete o tristi ricorrenze.
Era diventato il fotografo ufficiale dei Carabinieri e quando si verificava un incidente, anche in piena notte, essi telefonavano a Peppino, che correva con la sua macchina fotografica. E quante scene penose e spaventose ha dovuto guardare e riprendere.
La moglie dice : “Deve essere stato anche questo a danneggiargli il cuore.”
Come quando constatò la morte di un suo carissimo amico, all’incrocio dei Serragli sulla Paullese.
Quella volta era morto Piero Manzoli, un ragazzo d’oro, da poco padre di una bambina, Nadia.
Ricordo anch’io la battaglia che facemmo, insieme, io e Peppino, attraverso la stampa provinciale e locale per ottenere a quell’incrocio una rotonda o un semaforo : Piero Manzoli era la trentatreesima vittima in quel tratto di strada.
Anche Peppino Ferla scrisse e riscrisse, gli pareva quasi di farlo per il suo amico, la cui morte l’aveva così sconvolto.
Al suo lavoro ben presto affiancò , nelle ore libere, anche l’incarico di sub-agente della MAA Assicurazioni. Più tardi, poi, ne divenne l’Agente generale.
Il Gruppo assicurativo organizzava per i suoi agenti una gita importante ogni anno. Nel 1982 la meta prescelta era stata la Scozia.
Il gruppo era partito il 25 aprile e doveva rientrare il 1° maggio.
Peppino, quell’anno, aveva partecipato alla gita senza la moglie, che , di solito, lo seguiva ovunque. Era nata da poco la nipotina, figlia di Maria Grazia, e la neo - nonna voleva starle vicino.
Fu nella mattina del 1° maggio , giorno del ritorno, che egli si sentì male e, mentre si cercava un medico, spirò.
Aveva telefonato a casa la sera prima, allegro come al solito, enumerando i regali per tutti che aveva già chiuso in valigia. Aveva pensato anche alla piccola Enrica : un bell’abitino scozzese, che le sarebbe andato a pennello quando avesse cominciato a camminare. Mi è stata mostrata con commozione , incorniciata e appesa alla parete, la fotografia della piccina con quell’abitino allegro e colorato, ultimo pensiero del nonno per lei.
La morte improvvisa di Peppino Ferla scosse, allora, tutto il paese. I pandinesi avevano perso un amico dal cuore d’oro.
La moglie e la figlia ne hanno conservato un ricordo vivo e tangibile lasciando intatte le sue cose : il pianoforte su cui si dilettava a suonare, i suoi dischi di musica lirica, la sua poltrona nell’angolo, su cui si rilassava ascoltando le opere preferite. Tutto, in casa, parla ancora di lui.
Penso piaccia anche agli amici vederlo ricordato dopo tanti anni.
domenica 27 gennaio 2008
AUGURI, DOTTORE!
È successo a Pandino :
“Auguri dottore!”
(Anno 1985)
Un giorno si è diffusa a Pandino, chissà come, la notizia che il dottor X era morto!
Grande costernazione in paese.
“Ma come? E’ impossibile...”
“Si diceva che fosse al mare, con la signora...”
“Ha avuto un infarto qualche anno fa, è vero, ma si curava, e come...Si riguardava...”
“Forse lavorava troppo...”
“Poveretto, come mi dispiace...”
Ne parlano dal giornalaio, al bar, nei negozi. La voce si diffonde persino nella scuola.
Si pensa alla moglie del dottor X, una cara collega; alla figlia, una graziosa ragazza, simpatica a tutti. E poi a lui, al dottore, così cordiale, così gentile...
Pare proprio impossibile.
“L’ho visto non molto tempo fa, in automobile, mi ha sorriso. Pareva il ritratto della salute!”
Dopo tanto parlare e tanto raccontare, a qualcuno viene in mente di informarsi con certezza.
Telefonare a casa? Mai! Con che cuore...
“E allora proviamo alla pensione di Alassio, dove ha detto che andava. Facciamo finta di niente...Sentiamo...”
Un amico intraprendente si procura il numero e telefona.
“No, il dottore non c’è. E’ uscito per compere, con la moglie...”
L’amico tira un gran respiro di sollievo. Avverte gli altri. Questi lo dicono ad altri ancora. La voce corre con la velocità del vento.
Dio sia lodato! Il dottor X sta benone. Anzi, tra un paio di giorni torna a casa; le ferie, purtroppo, sono finite.
Caro dottore, (possiamo dirlo ora il suo nome, vero dottor Mattioli?), un vecchio detto cremonese assicura che queste dicerie, come i sogni di morte, allungano la vita.
E allora auguri di lunga, lunghissima vita !
Mi resta, però, una considerazione da fare.
Come diceva un Santo, di cui non ricordo il nome, la chiacchiera fa presto a uscir di bocca, ma poi nessuno la ferma più.
Il Santo di cui sopra, infatti, aveva dato per penitenza ad una donna che confessava una maldicenza,
( chissà poi perché son sempre le donne ad esser prese di mira!), di prendere una gallina, spennarla camminando lungo le strade del paese e sparpagliarne le penne al vento ; poi ritornare sui suoi passi e raccoglierle tutte, fino all’ultima.
La povera donna tentò di ubbidire, ma inutilmente. Così tornò dal Santo piangendo.
“Mi è stato impossibile, Padre. Come posso fare?”
“Lo so, lo so” le rispose il saggio sacerdote, “era solo per farti capire che si deve mettere molta attenzione in ciò che si dice. La parola fa presto ad uscire, ma è difficile, poi, farla rientrare!”
E invece, per il nostro buon dottore, la parola sbagliata ha fatto prestissimo a rientrare.
La domenica successiva, infatti, egli era a Messa, nella nostra chiesa e, alto com’è, tutti l’han visto e hanno sorriso.
Tutto è bene ciò che finisce bene. E per lui il “tutto” è finito con la simpatia e il sorriso dell’intero
paese.
E’ questo il pregio dei piccoli centri: il dolore di uno è il dolore di tutti, ma anche il sorriso di uno è il sorriso di tutti!
Auguri, comunque, dottor Mattioli!
“Auguri dottore!”
(Anno 1985)
Un giorno si è diffusa a Pandino, chissà come, la notizia che il dottor X era morto!
Grande costernazione in paese.
“Ma come? E’ impossibile...”
“Si diceva che fosse al mare, con la signora...”
“Ha avuto un infarto qualche anno fa, è vero, ma si curava, e come...Si riguardava...”
“Forse lavorava troppo...”
“Poveretto, come mi dispiace...”
Ne parlano dal giornalaio, al bar, nei negozi. La voce si diffonde persino nella scuola.
Si pensa alla moglie del dottor X, una cara collega; alla figlia, una graziosa ragazza, simpatica a tutti. E poi a lui, al dottore, così cordiale, così gentile...
Pare proprio impossibile.
“L’ho visto non molto tempo fa, in automobile, mi ha sorriso. Pareva il ritratto della salute!”
Dopo tanto parlare e tanto raccontare, a qualcuno viene in mente di informarsi con certezza.
Telefonare a casa? Mai! Con che cuore...
“E allora proviamo alla pensione di Alassio, dove ha detto che andava. Facciamo finta di niente...Sentiamo...”
Un amico intraprendente si procura il numero e telefona.
“No, il dottore non c’è. E’ uscito per compere, con la moglie...”
L’amico tira un gran respiro di sollievo. Avverte gli altri. Questi lo dicono ad altri ancora. La voce corre con la velocità del vento.
Dio sia lodato! Il dottor X sta benone. Anzi, tra un paio di giorni torna a casa; le ferie, purtroppo, sono finite.
Caro dottore, (possiamo dirlo ora il suo nome, vero dottor Mattioli?), un vecchio detto cremonese assicura che queste dicerie, come i sogni di morte, allungano la vita.
E allora auguri di lunga, lunghissima vita !
Mi resta, però, una considerazione da fare.
Come diceva un Santo, di cui non ricordo il nome, la chiacchiera fa presto a uscir di bocca, ma poi nessuno la ferma più.
Il Santo di cui sopra, infatti, aveva dato per penitenza ad una donna che confessava una maldicenza,
( chissà poi perché son sempre le donne ad esser prese di mira!), di prendere una gallina, spennarla camminando lungo le strade del paese e sparpagliarne le penne al vento ; poi ritornare sui suoi passi e raccoglierle tutte, fino all’ultima.
La povera donna tentò di ubbidire, ma inutilmente. Così tornò dal Santo piangendo.
“Mi è stato impossibile, Padre. Come posso fare?”
“Lo so, lo so” le rispose il saggio sacerdote, “era solo per farti capire che si deve mettere molta attenzione in ciò che si dice. La parola fa presto ad uscire, ma è difficile, poi, farla rientrare!”
E invece, per il nostro buon dottore, la parola sbagliata ha fatto prestissimo a rientrare.
La domenica successiva, infatti, egli era a Messa, nella nostra chiesa e, alto com’è, tutti l’han visto e hanno sorriso.
Tutto è bene ciò che finisce bene. E per lui il “tutto” è finito con la simpatia e il sorriso dell’intero
paese.
E’ questo il pregio dei piccoli centri: il dolore di uno è il dolore di tutti, ma anche il sorriso di uno è il sorriso di tutti!
Auguri, comunque, dottor Mattioli!
RICCARDO GILLI
RICCARDO GILLI
(Anni ’60)
Riccardo Gilli è scomparso nel 1984, ma sono in molti, certamente, a ricordarlo in paese: ha, infatti, lavorato 35 anni presso il nostro municipio come ufficiale di stato civile, responsabile, quindi, dell’Ufficio Anagrafe comunale.
La sua figura alta, asciutta, severa, imponeva rispetto.
Il suo carattere serio, rigoroso, intransigente, qualche volta metteva persino a disagio.
Era un uomo “tutto d’un pezzo” e non ammetteva manchevolezze, disordini o compromessi.
Io l’ho conosciuto da vicino nel 1946 quando ebbi nella mia classe, come alunno, il suo primogenito Giancarlo: un bambino simpaticissimo, vivace, mai fermo.
Il signor Gilli veniva spesso a scuola per chiedermi informazioni : quel demonietto di Giancarlo era tutto l’opposto di suo padre ed egli si crucciava che non fosse più compreso del suo “lavoro” di scolaro di prima elementare.
Avevo una speciale tenerezza per Giancarlo, mi piaceva così com’era, non avrei voluto che cambiasse, mortificando il suo carattere. E’ morto tragicamente in un incidente stradale dopo che si era appena formato una bella famiglia ad Offanengo.
Del signor Riccardo Gilli ho appreso tante notizie rileggendo un vecchio articolo che il nostro compaesano Angelo Martani scrisse per lui nel ’69, quando fu collocato a riposo.
Era lodigiano di nascita, figlio di un impiegato comunale di Lodi, fratello di un segretario comunale e di una maestra, morta a soli quarantatré anni.
Una famiglia, come si vede, tutta al servizio del pubblico.
Il signor Gilli era stato in gioventù un appassionato sportivo e ci teneva a dirlo : giocò come terzino in una squadra del campionato lodigiano, fece, con buoni risultati, del canottaggio nella società “Canottieri Adda” e poi del nuoto nel “Fanfulla”.
A diciassette anni entrò come volontario nella Scuola Allievi Sottufficiali di Pola e ne uscì sergente.
Più tardi, nel ’40, fu richiamato e partecipò alla seconda guerra mondiale nella campagna Iugoslava.
Ma i pandinesi l’hanno più che altro conosciuto negli uffici comunali. In quanti l’hanno avvicinato per chiedere un certificato, una informazione, per denunciare una nascita, un matrimonio, una morte !
Egli era la precisione fatta persona. Non tollerava errori.
Era piuttosto taciturno, non amava i pettegolezzi.
Le disposizioni di legge e i regolamenti erano sacri per lui.
La sua puntualità sul lavoro era proverbiale. Era quasi impensabile non trovarlo, ogni mattina dietro il suo bancone negli uffici comunali, attento ad ogni particolare, a volte intimorendo, persino, con la sua severità, chi gli stava davanti.
Nella vita ebbe a soffrire moltissimo per la morte dei due giovani figli: prima Claudio, nel ’71, in un incidente di moto, poi Giancarlo, tre anni più tardi.
Gli rimase solo Pierbianca che gli fu sempre vicina, così come ora è vicina alla madre, una donna silenziosa e riservata, che tanto pianse, in solitudine, per quei due ragazzi rapiti così presto al suo cuore di mamma.
Riccardo Gilli è un personaggio pandinese, che merita di essere ricordato per il lungo servizio prestato in favore della nostra comunità.
Egli sapeva tutto di tutti.
Le sue carte sempre aggiornate, hanno fotografato per trentacinque anni le nostre famiglie.
Hanno registrato le nascite, i matrimoni, le morti, i trasferimenti.
E ogni volta, da dietro il bancone, egli stringeva mani e diceva, secondo le occasioni liete o tristi : “complimenti”, oppure “auguri”, o “condoglianze”.
E sempre con cuore sincero poiché tutto il paese, per lui, era una sola grande famiglia.
(Anni ’60)
Riccardo Gilli è scomparso nel 1984, ma sono in molti, certamente, a ricordarlo in paese: ha, infatti, lavorato 35 anni presso il nostro municipio come ufficiale di stato civile, responsabile, quindi, dell’Ufficio Anagrafe comunale.
La sua figura alta, asciutta, severa, imponeva rispetto.
Il suo carattere serio, rigoroso, intransigente, qualche volta metteva persino a disagio.
Era un uomo “tutto d’un pezzo” e non ammetteva manchevolezze, disordini o compromessi.
Io l’ho conosciuto da vicino nel 1946 quando ebbi nella mia classe, come alunno, il suo primogenito Giancarlo: un bambino simpaticissimo, vivace, mai fermo.
Il signor Gilli veniva spesso a scuola per chiedermi informazioni : quel demonietto di Giancarlo era tutto l’opposto di suo padre ed egli si crucciava che non fosse più compreso del suo “lavoro” di scolaro di prima elementare.
Avevo una speciale tenerezza per Giancarlo, mi piaceva così com’era, non avrei voluto che cambiasse, mortificando il suo carattere. E’ morto tragicamente in un incidente stradale dopo che si era appena formato una bella famiglia ad Offanengo.
Del signor Riccardo Gilli ho appreso tante notizie rileggendo un vecchio articolo che il nostro compaesano Angelo Martani scrisse per lui nel ’69, quando fu collocato a riposo.
Era lodigiano di nascita, figlio di un impiegato comunale di Lodi, fratello di un segretario comunale e di una maestra, morta a soli quarantatré anni.
Una famiglia, come si vede, tutta al servizio del pubblico.
Il signor Gilli era stato in gioventù un appassionato sportivo e ci teneva a dirlo : giocò come terzino in una squadra del campionato lodigiano, fece, con buoni risultati, del canottaggio nella società “Canottieri Adda” e poi del nuoto nel “Fanfulla”.
A diciassette anni entrò come volontario nella Scuola Allievi Sottufficiali di Pola e ne uscì sergente.
Più tardi, nel ’40, fu richiamato e partecipò alla seconda guerra mondiale nella campagna Iugoslava.
Ma i pandinesi l’hanno più che altro conosciuto negli uffici comunali. In quanti l’hanno avvicinato per chiedere un certificato, una informazione, per denunciare una nascita, un matrimonio, una morte !
Egli era la precisione fatta persona. Non tollerava errori.
Era piuttosto taciturno, non amava i pettegolezzi.
Le disposizioni di legge e i regolamenti erano sacri per lui.
La sua puntualità sul lavoro era proverbiale. Era quasi impensabile non trovarlo, ogni mattina dietro il suo bancone negli uffici comunali, attento ad ogni particolare, a volte intimorendo, persino, con la sua severità, chi gli stava davanti.
Nella vita ebbe a soffrire moltissimo per la morte dei due giovani figli: prima Claudio, nel ’71, in un incidente di moto, poi Giancarlo, tre anni più tardi.
Gli rimase solo Pierbianca che gli fu sempre vicina, così come ora è vicina alla madre, una donna silenziosa e riservata, che tanto pianse, in solitudine, per quei due ragazzi rapiti così presto al suo cuore di mamma.
Riccardo Gilli è un personaggio pandinese, che merita di essere ricordato per il lungo servizio prestato in favore della nostra comunità.
Egli sapeva tutto di tutti.
Le sue carte sempre aggiornate, hanno fotografato per trentacinque anni le nostre famiglie.
Hanno registrato le nascite, i matrimoni, le morti, i trasferimenti.
E ogni volta, da dietro il bancone, egli stringeva mani e diceva, secondo le occasioni liete o tristi : “complimenti”, oppure “auguri”, o “condoglianze”.
E sempre con cuore sincero poiché tutto il paese, per lui, era una sola grande famiglia.
DANIO E ROBERTO
DANIO E ROBERTO
(anno 1974)
Quel giorno, era febbraio, affacciata alla finestra di casa mia, verso le 14, vidi passare di volata dal crocicchio l’automobile della maestra Antonietta Bottini col figlio Marco accanto.
Ho detto tra me:
“Dove andrà così di fretta?”
Intanto sul marciapiede davanti alla sua casa, stava la signora Pierina Bertoni e guardava oltre l’incrocio, verso la strada che veniva da Lodi: aspettava il figlio Roberto, diciotto anni, che doveva tornare da scuola.
Era giorno di sciopero nelle autolinee e Roberto, cogli amici Maurizio Bellanda e Loris Ghisolfi, aveva accettato un passaggio in macchina dal compagno di classe Danio Villa, il quale, patentato da poco, aveva strappato al padre il permesso di usare l’automobile per recarsi a Lodi, all’Istituto di ragioneria.
Ma Roberto tardava ad arrivare e la sua mamma, ferma davanti al cancello di casa, cominciava ad essere in ansia, mentre la maestra Bottini, invece di svoltare in via Stadio per portare Marco a casa, volava verso il centro del paese. Cercava il Parroco col cuore gonfio di pena.
Era successo che, arrivata alle curve della cascina Boldraschina in quel di Dovera, aveva visto, schiantata contro un palo, la macchina di Danio. Egli e i suoi tre compagni di viaggio erano a terra, appena estratti dall’ammasso dei rottami. Si era subito fermata, era scesa, aveva preso Danio, ancora vivo, tra le braccia, cercando di parlargli. Maurizio e Loris, lo si vedeva, non erano feriti gravemente. Roberto, invece, non dava più segno di vita.
Quando arrivò l’autoambulanza la signora Bottini, tremando e piangendo, risalì in macchina e corse verso il paese. Voleva dare l’allarme, magari ai genitori di Roberto, che abitavano all’inizio del paese; ma vedendo quella povera mamma in attesa, non ne ebbe il coraggio e proseguì verso la Casa parrocchiale. Solo don Luigi Pollastri, da poche settimane in paese, avrebbe potuto portare la tragica notizia, lei non ne aveva la forza.
Così sono morti Danio e Roberto in quel lontano 1974, ma i loro nomi, sempre uniti nel ricordo, sono rimasti impressi nei cuori dei pandinesi e nessuno li ha più dimenticati, né separati.
Dopo Danio e Roberto tanti altri giovani del nostro paese, (e quanti sono!), hanno trovato la morte in incidenti stradali.
Le loro morti hanno segnato di lacrime il cammino della nostra comunità.
Con questo scritto vorrei tenerne vivo il ricordo ancora per anni e anni.
(anno 1974)
Quel giorno, era febbraio, affacciata alla finestra di casa mia, verso le 14, vidi passare di volata dal crocicchio l’automobile della maestra Antonietta Bottini col figlio Marco accanto.
Ho detto tra me:
“Dove andrà così di fretta?”
Intanto sul marciapiede davanti alla sua casa, stava la signora Pierina Bertoni e guardava oltre l’incrocio, verso la strada che veniva da Lodi: aspettava il figlio Roberto, diciotto anni, che doveva tornare da scuola.
Era giorno di sciopero nelle autolinee e Roberto, cogli amici Maurizio Bellanda e Loris Ghisolfi, aveva accettato un passaggio in macchina dal compagno di classe Danio Villa, il quale, patentato da poco, aveva strappato al padre il permesso di usare l’automobile per recarsi a Lodi, all’Istituto di ragioneria.
Ma Roberto tardava ad arrivare e la sua mamma, ferma davanti al cancello di casa, cominciava ad essere in ansia, mentre la maestra Bottini, invece di svoltare in via Stadio per portare Marco a casa, volava verso il centro del paese. Cercava il Parroco col cuore gonfio di pena.
Era successo che, arrivata alle curve della cascina Boldraschina in quel di Dovera, aveva visto, schiantata contro un palo, la macchina di Danio. Egli e i suoi tre compagni di viaggio erano a terra, appena estratti dall’ammasso dei rottami. Si era subito fermata, era scesa, aveva preso Danio, ancora vivo, tra le braccia, cercando di parlargli. Maurizio e Loris, lo si vedeva, non erano feriti gravemente. Roberto, invece, non dava più segno di vita.
Quando arrivò l’autoambulanza la signora Bottini, tremando e piangendo, risalì in macchina e corse verso il paese. Voleva dare l’allarme, magari ai genitori di Roberto, che abitavano all’inizio del paese; ma vedendo quella povera mamma in attesa, non ne ebbe il coraggio e proseguì verso la Casa parrocchiale. Solo don Luigi Pollastri, da poche settimane in paese, avrebbe potuto portare la tragica notizia, lei non ne aveva la forza.
Così sono morti Danio e Roberto in quel lontano 1974, ma i loro nomi, sempre uniti nel ricordo, sono rimasti impressi nei cuori dei pandinesi e nessuno li ha più dimenticati, né separati.
Dopo Danio e Roberto tanti altri giovani del nostro paese, (e quanti sono!), hanno trovato la morte in incidenti stradali.
Le loro morti hanno segnato di lacrime il cammino della nostra comunità.
Con questo scritto vorrei tenerne vivo il ricordo ancora per anni e anni.
I CONTI CAMILLA ED AIMO MAGGI DI GRADELLA
I CONTI CAMILLA ED AIMO MAGGI DI GRADELLA
(1930-1998)
Sono andata, in un bel giorno di giugno, su, fino a Calino, nella Franciacorta, per rivedere e risentire la Contessa Camilla Maggi, “regina” incontrastata di quel piccolo mondo di sogno che è stata, e, in un certo senso, è ancora, la nostra Gradella.
Che pace lassù e quanto verde !
Alti alberi fiancheggiano la strada, che con dolci curve sale pian piano fino alla villa - castello che domina la vallata.
Si odono canti d’uccelli che il ronzio del motore non disturba.
Qua e là, dal folto del verde, giunge la risata di un bimbo.
La Contessa Camilla, vivace e brillante, mi aspetta col suo sorriso schietto e con tanta voglia di parlare della sua vita tra noi.
Nella pace fresca di quella specie di chiostro, che costituisce il cortile interno della villa, tra vasi enormi di gelsomini e di limoni, con tanti , tanti gerani, tutti in fiore, affacciati alle ringhiere delle balconate, con nidi di rondini sotto il tetto e un gran via vai di uccelli in quel quadrato di cielo che ci sovrasta, la contessa Camilla racconta e racconta e verrebbe voglia di far sera con lei.
“Ho visto Gradella per la prima volta nel ’31 , da fidanzata. Aimo aveva appena ereditata la proprietà da uno zio e aveva voluto mostrarmela. Era stata dei Maggi per dodici generazioni. Ma che disastro !
Ricordo di aver detto : - Dio mio, ma questa è l’Abissinia !- “
I proprietari l’avevano fino ad allora abbandonata a se stessa, senza assolutamente occuparsene.
Era divisa tra ben sessanta piccoli affittuari e ognuno s’arrangiava come poteva, nel suo minuscolo appezzamento faceva di testa sua e lasciava andare un po’ tutto alla rovina : tanto la roba era del padrone.
Allora anche a Gradella, come in tutta la valle padana, la ricchezza della povera gente, anche se una ricchezza molto relativa, derivava dall’allevamento dei bachi da seta.
Ogni famiglia vi si dedicava a tempo pieno e tutti, grandi e piccini, erano “ a servizio” dei bachi. Essi avevano tutti i diritti : li si doveva tenere al caldo quando nascevano , nutrire di continuo (e quanto mangiavano !), far loro spazio in casa quando crescevano, munirli del “bosco” su cui essi preparavano il bozzolo e poi, quando il lavoro del baco era terminato, si dovevano togliere con cura i bozzoli dorati per consegnarli alla "filanda“.
Quella seta , ricavata dalla loro fatica , i contadini allevatori non avrebbero mai potuto comprarla. Era roba per ricchi.
Tutta la vita di Gradella, mi dice la Contessa, gravitava attorno a questa attività negli anni ’30.
Il signor Giovanni Tomaselli, amministratore di Casa Maggi, che mi ha gentilmente accompagnato, mi fa notare che c’erano, in quegli anni, due campanelle, (una esiste ancora), nell’azienda : la prima presso la villa, residenza del Conti, l’altra alla cascina Mais.
Esse venivano usate al mattino presto per chiamare tutto quel piccolo grande mondo contadino alla raccolta delle foglie di gelso per nutrire quell’esercito affamato di vermiciattoli, che mangiavano, mangiavano ininterrottamente.
Al suono della campanella una vera folla usciva dalle case munita di sacchi e scalette e si arrampicava sui gelsi, che allora erano diffusissimi, e strappava foglie su foglie, ne riempiva sacchi e canestri e lasciava gli alberi completamente spogli.
Con l’arrivo del Conte Aimo Maggi, da poco sposo della Contessa Camilla Martinoni, la vita a Gradella cambiò completamente.
La gestione venne presa direttamente in mano dal Conte, scomparvero i fittabili e nacque la mezzadria.
Le case vennero ripulite e in gran parte rifatte, le stalle modernizzate e riempite di bestiame da latte, i cortili abbelliti, i corsi d’acqua risistemati.
Insomma il paese cambiò volto e divenne un luogo di sogno nel quale era piacevole vivere,
Durante la guerra, dal settembre ’43, Villa Maggi fu requisita ed assegnata al Comando militare del Maresciallo Graziani.
I Conti si ritirarono allora a Calino.
Ma nel ’45, a guerra finita, rieccoli a Gradella, pieni di entusiasmo e di voglia di fare.
In quegli anni la Contessa Camilla fu di casa presso ogni famiglia contadina, soprattutto là dove c’era più bisogno di aiuto.
Mi cita ancora adesso nomi e cognomi, il numero dei figli, le disgrazie capitate, le feste organizzate.
Ricorda, per esempio, la Giacomina, vedova con sette figli piccoli e con l’ultima gravemente ammalata. Qui era stato veramente necessario intervenire : e la Contessa lo fece, generosamente.
Ricorda anche quel matrimonio, diventato famoso, di un ragazzo di Gradella, quando lei stessa fece da testimonio, con la sposa che arrivò alla chiesa su una carrozza d’altri tempi, tirata da due cavalli bianchi, col cocchiere in cilindro a cassetta.
E quando c’era qualcuno che stava male si correva dalla contessa, la si invitava a casa a controllare e poi si aspettava che lei chiamasse il medico adatto, che provvedesse, magari, a prenotare l’intervento chirurgico presso lo specialista famoso, perché tutto si risolvesse per il meglio.
Per le strade del piccolo centro era, però, più facile vedere lui, il conte Aimo, in maglietta e con gli zoccoli ai piedi, passare, osservare, prendere nota. E guai se le strade non erano pulite, se nei cortili si ammucchiava la spazzatura, se l’erba sul ciglio della via non era stata regolarmente falciata.
Quelle case tutte uguali, con lo stesso colore caldo del sole, erano belle a vedersi e anche dentro dovevano essere linde e accoglienti.
Di solito i Conti arrivavano a Gradella in novembre e ripartivano all’inizio dell’estate, quando l’afa della nostra pianura cominciava a farsi sentire.
Allora si ritiravano nella splendida villa - museo di Calino, dove, ad ogni passo, anche ora, c’è un ricordo del tempo passato.
Ma era a Gradella che il Conte, di preferenza, portava gli amici, gli sportivi, i corridori famosi della mitica “Mille Miglia”, di cui egli era stato il fondatore e uno dei più assidui partecipanti.
Poi anche quest’epoca d’oro, come tutte le cose belle, è finita.
Il Conte morì improvvisamente a soli 58 anni, a Calino, nel ’61.
La contessa Camilla restò sola nelle sue grandi ville, vuote d’affetti, a piangere il vivace compagno della sua esistenza.
In seguito la vita , inevitabilmente, riprese il suo ritmo, come sempre avviene e come è giusto che avvenga.
La Contessa Camilla con l’aiuto dei suoi valenti Amministratori, continuò a “governare” Gradella con la solita signorilità e attenzione, continuò a voler bene alla gente, ad occuparsi delle sue necessità, a partecipare alle gioie, ai dolori e ai sogni dei gradellesi.
Ma poi, anche per lei venne l’ora del riposo : non aveva eredi diretti e Gradella aveva bisogno, per mantenere il ritmo che le aveva imposto il marito, di un polso forte e di attenzioni continue. E lei non se ne sentiva in grado.
Così decise di vendere la proprietà e cercò a lungo qualcuno che l’acquistasse in blocco, per conservare il più possibile la caratteristica impronta dei Conti Maggi.
Anche questo fu un segno d’amore per il nostro piccolo mondo incantato.
Ci è riuscita ?
Forse sì.
Basta vederla Gradella, anche in questi giorni : è un paese delizioso, dove a tutti piacerebbe vivere e sognare.
(1930-1998)
Sono andata, in un bel giorno di giugno, su, fino a Calino, nella Franciacorta, per rivedere e risentire la Contessa Camilla Maggi, “regina” incontrastata di quel piccolo mondo di sogno che è stata, e, in un certo senso, è ancora, la nostra Gradella.
Che pace lassù e quanto verde !
Alti alberi fiancheggiano la strada, che con dolci curve sale pian piano fino alla villa - castello che domina la vallata.
Si odono canti d’uccelli che il ronzio del motore non disturba.
Qua e là, dal folto del verde, giunge la risata di un bimbo.
La Contessa Camilla, vivace e brillante, mi aspetta col suo sorriso schietto e con tanta voglia di parlare della sua vita tra noi.
Nella pace fresca di quella specie di chiostro, che costituisce il cortile interno della villa, tra vasi enormi di gelsomini e di limoni, con tanti , tanti gerani, tutti in fiore, affacciati alle ringhiere delle balconate, con nidi di rondini sotto il tetto e un gran via vai di uccelli in quel quadrato di cielo che ci sovrasta, la contessa Camilla racconta e racconta e verrebbe voglia di far sera con lei.
“Ho visto Gradella per la prima volta nel ’31 , da fidanzata. Aimo aveva appena ereditata la proprietà da uno zio e aveva voluto mostrarmela. Era stata dei Maggi per dodici generazioni. Ma che disastro !
Ricordo di aver detto : - Dio mio, ma questa è l’Abissinia !- “
I proprietari l’avevano fino ad allora abbandonata a se stessa, senza assolutamente occuparsene.
Era divisa tra ben sessanta piccoli affittuari e ognuno s’arrangiava come poteva, nel suo minuscolo appezzamento faceva di testa sua e lasciava andare un po’ tutto alla rovina : tanto la roba era del padrone.
Allora anche a Gradella, come in tutta la valle padana, la ricchezza della povera gente, anche se una ricchezza molto relativa, derivava dall’allevamento dei bachi da seta.
Ogni famiglia vi si dedicava a tempo pieno e tutti, grandi e piccini, erano “ a servizio” dei bachi. Essi avevano tutti i diritti : li si doveva tenere al caldo quando nascevano , nutrire di continuo (e quanto mangiavano !), far loro spazio in casa quando crescevano, munirli del “bosco” su cui essi preparavano il bozzolo e poi, quando il lavoro del baco era terminato, si dovevano togliere con cura i bozzoli dorati per consegnarli alla "filanda“.
Quella seta , ricavata dalla loro fatica , i contadini allevatori non avrebbero mai potuto comprarla. Era roba per ricchi.
Tutta la vita di Gradella, mi dice la Contessa, gravitava attorno a questa attività negli anni ’30.
Il signor Giovanni Tomaselli, amministratore di Casa Maggi, che mi ha gentilmente accompagnato, mi fa notare che c’erano, in quegli anni, due campanelle, (una esiste ancora), nell’azienda : la prima presso la villa, residenza del Conti, l’altra alla cascina Mais.
Esse venivano usate al mattino presto per chiamare tutto quel piccolo grande mondo contadino alla raccolta delle foglie di gelso per nutrire quell’esercito affamato di vermiciattoli, che mangiavano, mangiavano ininterrottamente.
Al suono della campanella una vera folla usciva dalle case munita di sacchi e scalette e si arrampicava sui gelsi, che allora erano diffusissimi, e strappava foglie su foglie, ne riempiva sacchi e canestri e lasciava gli alberi completamente spogli.
Con l’arrivo del Conte Aimo Maggi, da poco sposo della Contessa Camilla Martinoni, la vita a Gradella cambiò completamente.
La gestione venne presa direttamente in mano dal Conte, scomparvero i fittabili e nacque la mezzadria.
Le case vennero ripulite e in gran parte rifatte, le stalle modernizzate e riempite di bestiame da latte, i cortili abbelliti, i corsi d’acqua risistemati.
Insomma il paese cambiò volto e divenne un luogo di sogno nel quale era piacevole vivere,
Durante la guerra, dal settembre ’43, Villa Maggi fu requisita ed assegnata al Comando militare del Maresciallo Graziani.
I Conti si ritirarono allora a Calino.
Ma nel ’45, a guerra finita, rieccoli a Gradella, pieni di entusiasmo e di voglia di fare.
In quegli anni la Contessa Camilla fu di casa presso ogni famiglia contadina, soprattutto là dove c’era più bisogno di aiuto.
Mi cita ancora adesso nomi e cognomi, il numero dei figli, le disgrazie capitate, le feste organizzate.
Ricorda, per esempio, la Giacomina, vedova con sette figli piccoli e con l’ultima gravemente ammalata. Qui era stato veramente necessario intervenire : e la Contessa lo fece, generosamente.
Ricorda anche quel matrimonio, diventato famoso, di un ragazzo di Gradella, quando lei stessa fece da testimonio, con la sposa che arrivò alla chiesa su una carrozza d’altri tempi, tirata da due cavalli bianchi, col cocchiere in cilindro a cassetta.
E quando c’era qualcuno che stava male si correva dalla contessa, la si invitava a casa a controllare e poi si aspettava che lei chiamasse il medico adatto, che provvedesse, magari, a prenotare l’intervento chirurgico presso lo specialista famoso, perché tutto si risolvesse per il meglio.
Per le strade del piccolo centro era, però, più facile vedere lui, il conte Aimo, in maglietta e con gli zoccoli ai piedi, passare, osservare, prendere nota. E guai se le strade non erano pulite, se nei cortili si ammucchiava la spazzatura, se l’erba sul ciglio della via non era stata regolarmente falciata.
Quelle case tutte uguali, con lo stesso colore caldo del sole, erano belle a vedersi e anche dentro dovevano essere linde e accoglienti.
Di solito i Conti arrivavano a Gradella in novembre e ripartivano all’inizio dell’estate, quando l’afa della nostra pianura cominciava a farsi sentire.
Allora si ritiravano nella splendida villa - museo di Calino, dove, ad ogni passo, anche ora, c’è un ricordo del tempo passato.
Ma era a Gradella che il Conte, di preferenza, portava gli amici, gli sportivi, i corridori famosi della mitica “Mille Miglia”, di cui egli era stato il fondatore e uno dei più assidui partecipanti.
Poi anche quest’epoca d’oro, come tutte le cose belle, è finita.
Il Conte morì improvvisamente a soli 58 anni, a Calino, nel ’61.
La contessa Camilla restò sola nelle sue grandi ville, vuote d’affetti, a piangere il vivace compagno della sua esistenza.
In seguito la vita , inevitabilmente, riprese il suo ritmo, come sempre avviene e come è giusto che avvenga.
La Contessa Camilla con l’aiuto dei suoi valenti Amministratori, continuò a “governare” Gradella con la solita signorilità e attenzione, continuò a voler bene alla gente, ad occuparsi delle sue necessità, a partecipare alle gioie, ai dolori e ai sogni dei gradellesi.
Ma poi, anche per lei venne l’ora del riposo : non aveva eredi diretti e Gradella aveva bisogno, per mantenere il ritmo che le aveva imposto il marito, di un polso forte e di attenzioni continue. E lei non se ne sentiva in grado.
Così decise di vendere la proprietà e cercò a lungo qualcuno che l’acquistasse in blocco, per conservare il più possibile la caratteristica impronta dei Conti Maggi.
Anche questo fu un segno d’amore per il nostro piccolo mondo incantato.
Ci è riuscita ?
Forse sì.
Basta vederla Gradella, anche in questi giorni : è un paese delizioso, dove a tutti piacerebbe vivere e sognare.
DON LUIGI POLLASTRI, UN PARROCO MAI DIMENTICATO
DON LUIGI POLLASTRI, UN PARROCO MAI DIMENTICATO
(Anno 1980)
Monsignor Luigi Pollastri fu Parroco a Pandino dal 1974 al 1980.
Sostituì mons. Rino Stellardi, quando egli fu nominato Arciprete di Caravaggio, e precedette Mons. Gino Alberti. Tre Monsignori in un colpo solo: non era mai successo a Pandino, segno che la nostra Parrocchia stava diventando importante!
Don Luigi ha lasciato molti ricordi tra noi e quando, ogni tanto, ritorna per qualche ricorrenza particolare, invitato dal Parroco don Gino, c’è sempre tanta gente che corre a salutarlo con commozione.
Ho rintracciato un’intervista che gli feci per il nostro foglio parrocchiale, “Collegamento”, alla vigilia della sua sofferta partenza per ricoprire una carica importante presso gli uffici amministrativi della Diocesi, nel settembre del 1980. Mi piace riportarla integralmente, perché la figura di don Luigi vi appare in tutta la sua semplicità e profondità, nel suo essere prete su tutta la linea, legato a Dio e alla sua gente con sicurezza di fede e tenerezza.
“Per quanto vada indietro nei ricordi, ogni volta rivedo la figura dello stesso prete”
Con queste parole egli inizia a parlarmi di sé.
Nello studio fresco e in penombra, mentre fuori infuria la canicola d’agosto, si sta bene: c’è pace e raccoglimento.
Sono venuta qui per sapere da don Luigi tante cose che ancora non so, che avrei appreso, forse, un po’ per volta se, come ormai pareva ovvio, il suo soggiorno in mezzo a noi fosse durato più a lungo, ancora per anni e anni, come era logico aspettarsi da un Parroco così ”parroco” come don Luigi.
Egli mi parla di quel prete che l’ha accompagnato, quasi tenendolo per mano, dal giorno del battesimo fino alla consacrazione sacerdotale e oltre.
Quel prete è Monsignor Paolo Camozzi, prima parroco di Sant’Ilario a Cremona e poi a Soresina.
Il richiamo a S. Ilario mi fa improvvisamente ricordare: anch’io, negli anni della mia adolescenza, ebbi una particolare venerazione per quel sacerdote ascetico e sorridente, sempre a braccia spalancate per accogliere tutti in un gesto d’amore.
“Don Paolo mi ha accompagnato per tutta la vita. Ora non è più, ma il suo insegnamento fa ormai parte di me. Egli diceva: - Bisogna essere buoni, sempre, anche a costo d’essere giudicati deboli. L’amore e la bontà superano molti ostacoli.-“
Don Luigi fu consacrato sacerdote nel ’43, in piena guerra. Era giovanissimo, aveva solo ventidue anni e mezzo. Il Vescovo l’aveva destinato all’Università di Roma per la laurea in teologia. Ma la linea “gotica”, il fronte bellico che tagliava l’Italia in due, impedì a don Luigi di raggiungere la capitale. Così don Paolo, che proprio quell’anno era stato nominato Parroco di Soresina, lo volle con sé come curato.
Un curatino giovane giovane, timido e spaurito, come dice di sé don Luigi.
Gli venne affidato il quartiere della Madonnina ed ebbe cura dei giovani dell’Oratorio. Ricorda i nomi, diventati poi famosi, di alcuni “ragazzi” dell’epoca, come quelli degli onorevoli Zanibelli e Maroli, del professor Gazza.
A Soresina resterà per dieci anni consecutivi, finché mons. Camozzi si ritirerà, per motivi di salute, in città.
“Ha ricordi particolari di quei dieci anni, don Luigi?”
“Sì, in modo particolare due, tremendi. Non li posso dimenticare. Dell’aprile 1945 ricordo la fucilazione di due militari della Repubblica di Salò da parte della folla inferocita. Ricordo i volti della gente, le urla che non avevano più nulla di umano. Ed era la mia gente... Don Paolo mi aveva detto:
-Vai anche tu, io non sono riuscito a calmarli. Per carità, che non ammazzino nessuno. Prova...-“
E don Luigi era andato.
“Ho ancora negli occhi la scena e nelle orecchie le grida disumane. E l’altro ricordo tragico è di qualche giorno dopo: il massacro di un gerarca forestiero e del suo autista e la mia impossibilità di impedire il delitto. Queste sono cose che vorrei poter dimenticare, ma non ci riesco. Sono atroci.”
Dopo i dieci anni di Soresina, passati all’ombra di don Paolo, eccolo a Bordolano, il dolce paese sulle verdi rive dell’Oglio. Aveva milleduecento abitanti quando vi giunse, solo seicento quando lo lasciò, dopo vent’anni.
E qui don Luigi si commuove. Bordolano è la piccola patria del suo cuore, il luogo che non avrebbe mai voluto abbandonare, la gente tra cui avrebbe voluto riposare nell’ultimo sonno.
“Quante cose abbiamo fatto insieme!. Che comunità d’intenti e di affetti c’era tra noi!”
“Ricordi di Bordolano da raccontarci, don Luigi?”
“Oh, sì, tanti, infiniti, non saprei da dove cominciare. Ma sì, ce n’è uno che voglio narrare. Sta ad indicare che nulla di quello che si fa va perduto, anche se sembra una piccola cosa gettata nel vento. C’è sempre il Signore che fa fruttificare anche il seme che sembrava perduto. In quegli anni, per esempio, c’era, proprio davanti alla chiesa, la casa di un anziano signore della vecchia scuola massonica, un ateo convinto e incallito. Aveva già steso il suo testamento, mettendovi la clausola che il suo corpo dovesse essere cremato, proprio per scandalizzare la buona gente e a dispetto delle disposizioni (di allora) della Chiesa. Il dialogo con lui era praticamente impossibile. Ebbene, il giorno del Corpus Domini, mentre uscivo col Santissimo dalla Chiesa, alzo gli occhi verso il palazzo di fronte e chi ti vedo? C’è il vecchio massone, aggrappato all’inferriata, che guarda tra le persiane socchiuse.
Era molto malato, allora, ma si era sempre rifiutato di accogliere un sacerdote. Ebbene, la mattina dopo mi manda a chiamare dalla sorella: mi vuole al suo letto. Si confessa, toglie la clausola della cremazione dal testamento, fa una santa morte.”
Di Bordolano don Luigi mi parla ancora, a lungo.
Gli chiedo:
“E di Pandino, cosa mi racconta?”
“Son cose che sapete già, sono sotto gli occhi di tutti. Io ricordo con uno stringimento di cuore, il giorno del mio arrivo, nel marzo di sei anni fa. Avevo lasciato la mia gente sulla piazza di Bordolano in lacrime. Ho visto uomini e giovanotti singhiozzanti. Per di più, essendo in vigore la restrizione sul consumo di carburante, per cui potevano viaggiare, alternativamente, solo macchine con targhe pari o dispari, molti erano costretti a restare a casa e non mi potevano accompagnare nella nuova sede. Ricordo quelle strade deserte da Bordolano a qui, quella campagna ancora nuda e quel senso di freddo che mi portavo addosso. Ora ne sorrido, ma allora che sofferenza! Qui a Pandino mi sono proposto una cosa, subito: instaurare un buon rapporto con la gente. Certo non era facile: lasciavo seicento anime e ne trovavo quasi quattromila! Eppure dovevo riuscirci e mi proposi di farlo attraverso le visite ai malati e le confessioni. Non so se ho ottenuto ciò che mi proponevo.”
L’ha ottenuto, don Luigi, l’ha ottenuto, non ne dubiti. Lascia un gran vuoto andandosene.
“Pandino è un gran paese. La gente è generosa e cordiale. Quante cose ho potuto fare col suo aiuto. La vita che mi aspetta, a Cremona, avrà tutto un altro carattere. Non so se alla mia età riuscirò ad adattarmi. Al mattino sarò in ufficio, un posto di grande responsabilità, dove, però, sul piano pratico, avrò personale di indiscutibile valore a darmi una mano: un geometra, un segretario, un ragioniere, un applicato. Al pomeriggio mi recherò presso le varie parrocchie per conoscerne i problemi, più che altro finanziari. E quanti ce ne sono, sapesse! Non tutti i parroci sono fortunati come quelli di Pandino!”
Quando lascio don Luigi siamo ambedue commossi.
“Da qui non avrei più voluto muovermi, mi creda. Anche un prete si affeziona e soffre nel distacco. Pazienza... Preghi per me, perché possa far bene il mio lavoro”.
E poi, abbassando la voce un po’ roca per la commozione, aggiunge:
“Preghi perché possa restare un Parroco, perché non diventi mai un burocrate”.
Poco dopo la partenza, don Luigi verrà fatto, certamente, Monsignore. L’ufficio che ricoprirà è tra i più importanti della Curia. Volendo, potrà fregiarsi del cappello da prete col fiocco rosso e della tonaca coi bottoni rossi e tutti gli parleranno con deferenza e soggezione.
Ma, per carità, non cambi, don Luigi! Resti sempre così, come oggi, qui, nella penombra fresca del suo studio, sorridente, amabile, pieno di comprensione, proprio come il don Paolo della sua giovinezza. Così lei è piaciuto alla sua gente, così, certamente, piace al Signore.
(Anno 1980)
Monsignor Luigi Pollastri fu Parroco a Pandino dal 1974 al 1980.
Sostituì mons. Rino Stellardi, quando egli fu nominato Arciprete di Caravaggio, e precedette Mons. Gino Alberti. Tre Monsignori in un colpo solo: non era mai successo a Pandino, segno che la nostra Parrocchia stava diventando importante!
Don Luigi ha lasciato molti ricordi tra noi e quando, ogni tanto, ritorna per qualche ricorrenza particolare, invitato dal Parroco don Gino, c’è sempre tanta gente che corre a salutarlo con commozione.
Ho rintracciato un’intervista che gli feci per il nostro foglio parrocchiale, “Collegamento”, alla vigilia della sua sofferta partenza per ricoprire una carica importante presso gli uffici amministrativi della Diocesi, nel settembre del 1980. Mi piace riportarla integralmente, perché la figura di don Luigi vi appare in tutta la sua semplicità e profondità, nel suo essere prete su tutta la linea, legato a Dio e alla sua gente con sicurezza di fede e tenerezza.
“Per quanto vada indietro nei ricordi, ogni volta rivedo la figura dello stesso prete”
Con queste parole egli inizia a parlarmi di sé.
Nello studio fresco e in penombra, mentre fuori infuria la canicola d’agosto, si sta bene: c’è pace e raccoglimento.
Sono venuta qui per sapere da don Luigi tante cose che ancora non so, che avrei appreso, forse, un po’ per volta se, come ormai pareva ovvio, il suo soggiorno in mezzo a noi fosse durato più a lungo, ancora per anni e anni, come era logico aspettarsi da un Parroco così ”parroco” come don Luigi.
Egli mi parla di quel prete che l’ha accompagnato, quasi tenendolo per mano, dal giorno del battesimo fino alla consacrazione sacerdotale e oltre.
Quel prete è Monsignor Paolo Camozzi, prima parroco di Sant’Ilario a Cremona e poi a Soresina.
Il richiamo a S. Ilario mi fa improvvisamente ricordare: anch’io, negli anni della mia adolescenza, ebbi una particolare venerazione per quel sacerdote ascetico e sorridente, sempre a braccia spalancate per accogliere tutti in un gesto d’amore.
“Don Paolo mi ha accompagnato per tutta la vita. Ora non è più, ma il suo insegnamento fa ormai parte di me. Egli diceva: - Bisogna essere buoni, sempre, anche a costo d’essere giudicati deboli. L’amore e la bontà superano molti ostacoli.-“
Don Luigi fu consacrato sacerdote nel ’43, in piena guerra. Era giovanissimo, aveva solo ventidue anni e mezzo. Il Vescovo l’aveva destinato all’Università di Roma per la laurea in teologia. Ma la linea “gotica”, il fronte bellico che tagliava l’Italia in due, impedì a don Luigi di raggiungere la capitale. Così don Paolo, che proprio quell’anno era stato nominato Parroco di Soresina, lo volle con sé come curato.
Un curatino giovane giovane, timido e spaurito, come dice di sé don Luigi.
Gli venne affidato il quartiere della Madonnina ed ebbe cura dei giovani dell’Oratorio. Ricorda i nomi, diventati poi famosi, di alcuni “ragazzi” dell’epoca, come quelli degli onorevoli Zanibelli e Maroli, del professor Gazza.
A Soresina resterà per dieci anni consecutivi, finché mons. Camozzi si ritirerà, per motivi di salute, in città.
“Ha ricordi particolari di quei dieci anni, don Luigi?”
“Sì, in modo particolare due, tremendi. Non li posso dimenticare. Dell’aprile 1945 ricordo la fucilazione di due militari della Repubblica di Salò da parte della folla inferocita. Ricordo i volti della gente, le urla che non avevano più nulla di umano. Ed era la mia gente... Don Paolo mi aveva detto:
-Vai anche tu, io non sono riuscito a calmarli. Per carità, che non ammazzino nessuno. Prova...-“
E don Luigi era andato.
“Ho ancora negli occhi la scena e nelle orecchie le grida disumane. E l’altro ricordo tragico è di qualche giorno dopo: il massacro di un gerarca forestiero e del suo autista e la mia impossibilità di impedire il delitto. Queste sono cose che vorrei poter dimenticare, ma non ci riesco. Sono atroci.”
Dopo i dieci anni di Soresina, passati all’ombra di don Paolo, eccolo a Bordolano, il dolce paese sulle verdi rive dell’Oglio. Aveva milleduecento abitanti quando vi giunse, solo seicento quando lo lasciò, dopo vent’anni.
E qui don Luigi si commuove. Bordolano è la piccola patria del suo cuore, il luogo che non avrebbe mai voluto abbandonare, la gente tra cui avrebbe voluto riposare nell’ultimo sonno.
“Quante cose abbiamo fatto insieme!. Che comunità d’intenti e di affetti c’era tra noi!”
“Ricordi di Bordolano da raccontarci, don Luigi?”
“Oh, sì, tanti, infiniti, non saprei da dove cominciare. Ma sì, ce n’è uno che voglio narrare. Sta ad indicare che nulla di quello che si fa va perduto, anche se sembra una piccola cosa gettata nel vento. C’è sempre il Signore che fa fruttificare anche il seme che sembrava perduto. In quegli anni, per esempio, c’era, proprio davanti alla chiesa, la casa di un anziano signore della vecchia scuola massonica, un ateo convinto e incallito. Aveva già steso il suo testamento, mettendovi la clausola che il suo corpo dovesse essere cremato, proprio per scandalizzare la buona gente e a dispetto delle disposizioni (di allora) della Chiesa. Il dialogo con lui era praticamente impossibile. Ebbene, il giorno del Corpus Domini, mentre uscivo col Santissimo dalla Chiesa, alzo gli occhi verso il palazzo di fronte e chi ti vedo? C’è il vecchio massone, aggrappato all’inferriata, che guarda tra le persiane socchiuse.
Era molto malato, allora, ma si era sempre rifiutato di accogliere un sacerdote. Ebbene, la mattina dopo mi manda a chiamare dalla sorella: mi vuole al suo letto. Si confessa, toglie la clausola della cremazione dal testamento, fa una santa morte.”
Di Bordolano don Luigi mi parla ancora, a lungo.
Gli chiedo:
“E di Pandino, cosa mi racconta?”
“Son cose che sapete già, sono sotto gli occhi di tutti. Io ricordo con uno stringimento di cuore, il giorno del mio arrivo, nel marzo di sei anni fa. Avevo lasciato la mia gente sulla piazza di Bordolano in lacrime. Ho visto uomini e giovanotti singhiozzanti. Per di più, essendo in vigore la restrizione sul consumo di carburante, per cui potevano viaggiare, alternativamente, solo macchine con targhe pari o dispari, molti erano costretti a restare a casa e non mi potevano accompagnare nella nuova sede. Ricordo quelle strade deserte da Bordolano a qui, quella campagna ancora nuda e quel senso di freddo che mi portavo addosso. Ora ne sorrido, ma allora che sofferenza! Qui a Pandino mi sono proposto una cosa, subito: instaurare un buon rapporto con la gente. Certo non era facile: lasciavo seicento anime e ne trovavo quasi quattromila! Eppure dovevo riuscirci e mi proposi di farlo attraverso le visite ai malati e le confessioni. Non so se ho ottenuto ciò che mi proponevo.”
L’ha ottenuto, don Luigi, l’ha ottenuto, non ne dubiti. Lascia un gran vuoto andandosene.
“Pandino è un gran paese. La gente è generosa e cordiale. Quante cose ho potuto fare col suo aiuto. La vita che mi aspetta, a Cremona, avrà tutto un altro carattere. Non so se alla mia età riuscirò ad adattarmi. Al mattino sarò in ufficio, un posto di grande responsabilità, dove, però, sul piano pratico, avrò personale di indiscutibile valore a darmi una mano: un geometra, un segretario, un ragioniere, un applicato. Al pomeriggio mi recherò presso le varie parrocchie per conoscerne i problemi, più che altro finanziari. E quanti ce ne sono, sapesse! Non tutti i parroci sono fortunati come quelli di Pandino!”
Quando lascio don Luigi siamo ambedue commossi.
“Da qui non avrei più voluto muovermi, mi creda. Anche un prete si affeziona e soffre nel distacco. Pazienza... Preghi per me, perché possa far bene il mio lavoro”.
E poi, abbassando la voce un po’ roca per la commozione, aggiunge:
“Preghi perché possa restare un Parroco, perché non diventi mai un burocrate”.
Poco dopo la partenza, don Luigi verrà fatto, certamente, Monsignore. L’ufficio che ricoprirà è tra i più importanti della Curia. Volendo, potrà fregiarsi del cappello da prete col fiocco rosso e della tonaca coi bottoni rossi e tutti gli parleranno con deferenza e soggezione.
Ma, per carità, non cambi, don Luigi! Resti sempre così, come oggi, qui, nella penombra fresca del suo studio, sorridente, amabile, pieno di comprensione, proprio come il don Paolo della sua giovinezza. Così lei è piaciuto alla sua gente, così, certamente, piace al Signore.
DOMENICO INVERNIZZI
DOMENICO INVERNIZZI
(Anno 1998)
Non so se Domenico Invernizzi, o meglio, il “Sindaco Invernizzi”, mi guarderà ancora con simpatia dopo aver visto questo libro : gli avevo promesso, in seguito ai suoi energici dinieghi, che non avrei scritto niente di lui.
Ma ho mentito, sapendo di mentire.
Egli è ancora amareggiato per la forzata interruzione della sua ultima tornata amministrativa in quel lontano 1987, che egli chiama “l’anno dei veleni”.
Tuttavia tra i ritratti dei personaggi pandinesi che io vado raccogliendo in questo libro, egli non poteva proprio mancare.
Così mi sono data da fare per cercare qua e là notizie di fatti di cui non ero a conoscenza, nonostante per vent’anni abbia vissuto quasi a contatto di gomito con lui, nella scuola.
Ma per me, allora, Domenico Invernizzi era il Maestro, non il Sindaco.
Eppure cominciò a fare il Sindaco nello stesso periodo in cui io iniziai a fare la Direttrice : io nel ’59,
lui nel ’60.
Ma mentre egli, come mio stretto collaboratore, sapeva tutto del mio lavoro e delle iniziative che di volta in volta prendevo, io di lui, Sindaco, conoscevo pochissimo.
Sicché qualche tempo fa, mentre con amici visitavo il Castello in sua compagnia, restai meravigliata nel sentirgli dire, con gli occhi lucidi di commozione :
“Nel primi anni del mio impegno politico, uscivo su questa loggia e lasciavo spaziare lo sguardo ; mi sentivo come Lorenzo il Magnifico , signore della cosa più bella che il nostro passato ci avesse trasmesso e , vi prego, non consideratelo un peccato d’orgoglio.”
Ebbene, quel giorno capii che fare il Sindaco, per lui, non era stato solo un fatto amministrativo, ma anche un gesto d’amore.
Non sempre un Sindaco è apprezzato e benvoluto da tutti.
C’è un vecchio proverbio del mio paese che dice :
“A cuntentà en cumon , ghe bon nison”.
Non so se l’ho scritto nel modo corretto, ad ogni modo traduco :
“Ad accontentare (tutto) un Comune, non è capace nessuno”.
Penso che le difficoltà incontrate, le delusioni subite, l’impegno richiesto siano stati molti. Se non ci fosse stato anche l’amore, l’amore per la gente e per le cose, un Sindaco non sarebbe durato per più di vent’anni, come, invece, durò Invernizzi. Per molta gente pandinese , ancora adesso, ( e non si offenda nessuno), egli è “il Sindaco Invernizzi”, anche se , ormai , ha gettato la spugna da qualche anno.
A questo punto devo ricorrere alle “carte”, dato che la voce di Invernizzi ho potuto ascoltarla solo a sprazzi, strappandogli , occasionalmente, confidenze e ricordi.
Certo, sono carte racimolate qua e là, magari le meno importanti e, per di più, raccontate in ordine sparso. Pazienza !
Pandino nel 1960 aveva 4800 abitanti circa ed era appena scaduta l’Amministrazione Nevicati, sindaco onesto e di molto buon senso.
Nei quattro anni precedenti Invernizzi aveva fatto parte del Consiglio Provinciale ed anche nel ’60 era risultato tra gli eletti. Era intenzionato, quindi, a continuare l’esperienza a Cremona.
Ma era risultato eletto anche nelle elezioni comunali e, a un certo punto, fu contattato con insistenza da un gruppo di amici perché rinunciasse a Cremona e facesse il Sindaco del suo paese.
Accettò e mise a frutto tutta l’esperienza che aveva fatto nei quattro anni precedenti. In quel periodo, inoltre, aveva goduto della stima e dell’amicizia di tante persone importanti, tra cui il Presidente della Provincia avvocato Ghisalberti e l’on. Franco Patrini. A loro essenzialmente si rivolgerà durante il suo incarico a Pandino ogni volta che avrà bisogno d’un consiglio, d’un aiuto, d’un contatto importante per risolvere un problema, o ottenere una autorizzazione, o un mutuo per un’opera pubblica.
In quel 1960 si mise subito al lavoro con entusiasmo. A questo proposito mi torna alla mente la frase che il caro amico Ferruccio Alzani, quasi a giustificare il suo impegno in Amministrazione, spesso mi ripeteva :
“Sa, devo farlo, per dare una mano a Domenico. E’ così giovane e ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Lo merita proprio.”
Il problema più grave del momento era, allora, la mancanza di case : da un decennio la popolazione pandinese era in bilico tra un calo e una crescita zero : bisognava darle una scossa , costruire case per farvi arrivare gente.
Ci furono così i primi approcci con l’Istituto Case Popolari, sorsero le prime villette del Villaggio dei Poeti, poi le palazzine distribuite un po’ dovunque sul territorio del Comune. Una man forte gliela diedero le ACLI, che cominciarono a fabbricare i loro bei palazzi in periferia.
E la popolazione iniziò , gradatamente, ad aumentare.
Un’opera che diede a Invernizzi grande soddisfazione, come gli scappò detto una volta, fu la costruzione della nuova Circonvallazione Ovest, praticamente quella che ha modificato il corso della vecchia “Bergamina”.
Il traffico in paese, a causa del gran passaggio di mezzi sulla Lodi-Treviglio , era diventato insopportabile, bisognava, in qualche modo correre ai ripari.
E’ stato in questa occasione che un suggerimento ed un aiuto potente gli vennero dall’avvocato Ghisalberti, che, da tempo aveva preso a benvolere il giovane Sindaco.
Col suo appoggio la modifica della “Bergamina”, a totale spesa dell’ANAS, diventò una realtà e il traffico veloce e pesante, come fosse un sogno, smise di gravare sull’incrocio del Cimitero e sulle strade del paese e inoltre si aprirono nuove aree allo sviluppo industriale.
Ci fu poi la battaglia per ottenere a Pandino una Sede staccata dell’INAM .
E’ stata una battaglia dura : Invernizzi me ne accennò un giorno in cui si parlò di Ferruccio Alzani.
Qui intervennero, opportunamente sollecitati, personaggi autorevoli. Ma la spinta definitiva la diede il nostro impareggiabile Ferruccio Alzani, facendo trovare pronto, con tutti i crismi richiesti, un palazzo costruito completamente a sue spese . Questo fece crollare le ultime barriere e Pandino ebbe la sospirata sede territoriale dell’INAM, ora diventata USL , a servizio dell’utenza zonale di circa 35.000 persone.
Questi obiettivi perseguiva Invernizzi, che sognava di fare di Pandino un paese che accentrasse ogni genere di servizi a beneficio anche delle località vicine. Unire Palazzo Pignano e Pandino in un unico Comune, per esempio, penso fosse un suo sogno ricorrente di ogni notte ! E per tentare di realizzarlo percorse varie tappe : si batté per un Centro sportivo tra i più moderni e attrezzati, che gli valse poi prestigioso “Premio Ferri” della Amministrazione Provinciale ; arricchì le scuole con nuovi edifici, la mensa per le elementari, la nuova scuola media, la scuola Casearia, il caseificio, la Palestra-spettacolo, richiedendo appoggi ove possibile e ovunque avesse amici ed estimatori.
Anche quelli occorrevano ad un giovane Sindaco, ricco solo del suo coraggio e della sua pazienza.
Per raggiungere il suo scopo promosse sulla stampa un interessante dibattito, titolato “Pandino ‘70”, cui parteciparono numerosi interlocutori importanti.
Ho detto prima della “pazienza “ di Invernizzi. Già, perché Invernizzi è anche un uomo paziente , lento ad entusiasmarsi, ma tenace, capace di “star dietro” ad una pratica per mesi e per anni. Ne è un esempio il recupero del Castello.
Qui occorrerebbero carte, documenti, ricordi più diretti per dire come il nostro vanto paesano sia diventato, a suon di milioni e di miliardi, il gioiello che è.
Tutto denaro chiesto e cercato con insistenza ai vari organi governativi, offrendo , magari, in cambio qualcosa : come , per esempio, l’ospitalità per il Convitto della Scuola Casearia pur di poter ristrutturare un’ala ; oppure un posto di prestito per la Biblioteca provinciale per recuperare qualche sala e poi gli uffici comunali da sistemare nell’ala ovest , dopo i crolli dei secoli passati.
Tutto andava bene per ottenere attenzioni e mutui onde ristrutturare il Castello.
Sfido io che poi, uscendo sulla loggia , Invernizzi si sentisse un po’ come Lorenzo il Magnifico davanti a quel miracolo di bellezza ! Fu ancora lui che riuscì a stanare e far ristampare la monografia sul Castello di Diego Sant’Ambrogio e portare, poi, alla pubblicazione di quella riccamente documentata di Albini e Cavalieri.
Tra le scelte degli ultimi anni del suo lavoro c’è stata l’idea del “Piano di incremento produttivo”, il PIP, che egli avviò con lungimiranza e che altri, poi, hanno concluso.
Ho parlato spesso con lui anche di due tra i suoi collaboratori più stretti, per i quali sofferse, come tutti noi, alla tragica morte : i due ottimi segretari comunali , il dottor Mario Benelli e il dottor Bassano Vitali coi quali , mi disse, aveva bellissimi rapporti, sia sul piano umano che su quello amministrativo.
Nel 1962 Invernizzi fu insignito della onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”.
Ho saputo poi, che quella onorificenza fu per lui una delle cose più gradite , non per il titolo, di cui non ha mai voluto fregiarsi, ma per la bella festa che gli fecero i suoi Consiglieri, quando gli offrirono un prezioso cofanetto per la croce e le insegne di cavaliere : una festa quasi di famiglia., ma di quelle che a lui piacciono di più.
Nella sua lunga carriera egli ha avuto gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, elogi e critiche .
Quali hanno più influenzato la sua vita ?
Vorrei chiederglielo, ma , forse, non me lo direbbe. Però , sappia una cosa, Invernizzi : anche se le
mortificazioni , le critiche, i dolori fossero stati parecchi durante vent’anni, per tanta gente , per tanta povera gente, lontana dalla politica, lei è, ancora oggi, il “Sindaco “ per antonomasia.
(Anno 1998)
Non so se Domenico Invernizzi, o meglio, il “Sindaco Invernizzi”, mi guarderà ancora con simpatia dopo aver visto questo libro : gli avevo promesso, in seguito ai suoi energici dinieghi, che non avrei scritto niente di lui.
Ma ho mentito, sapendo di mentire.
Egli è ancora amareggiato per la forzata interruzione della sua ultima tornata amministrativa in quel lontano 1987, che egli chiama “l’anno dei veleni”.
Tuttavia tra i ritratti dei personaggi pandinesi che io vado raccogliendo in questo libro, egli non poteva proprio mancare.
Così mi sono data da fare per cercare qua e là notizie di fatti di cui non ero a conoscenza, nonostante per vent’anni abbia vissuto quasi a contatto di gomito con lui, nella scuola.
Ma per me, allora, Domenico Invernizzi era il Maestro, non il Sindaco.
Eppure cominciò a fare il Sindaco nello stesso periodo in cui io iniziai a fare la Direttrice : io nel ’59,
lui nel ’60.
Ma mentre egli, come mio stretto collaboratore, sapeva tutto del mio lavoro e delle iniziative che di volta in volta prendevo, io di lui, Sindaco, conoscevo pochissimo.
Sicché qualche tempo fa, mentre con amici visitavo il Castello in sua compagnia, restai meravigliata nel sentirgli dire, con gli occhi lucidi di commozione :
“Nel primi anni del mio impegno politico, uscivo su questa loggia e lasciavo spaziare lo sguardo ; mi sentivo come Lorenzo il Magnifico , signore della cosa più bella che il nostro passato ci avesse trasmesso e , vi prego, non consideratelo un peccato d’orgoglio.”
Ebbene, quel giorno capii che fare il Sindaco, per lui, non era stato solo un fatto amministrativo, ma anche un gesto d’amore.
Non sempre un Sindaco è apprezzato e benvoluto da tutti.
C’è un vecchio proverbio del mio paese che dice :
“A cuntentà en cumon , ghe bon nison”.
Non so se l’ho scritto nel modo corretto, ad ogni modo traduco :
“Ad accontentare (tutto) un Comune, non è capace nessuno”.
Penso che le difficoltà incontrate, le delusioni subite, l’impegno richiesto siano stati molti. Se non ci fosse stato anche l’amore, l’amore per la gente e per le cose, un Sindaco non sarebbe durato per più di vent’anni, come, invece, durò Invernizzi. Per molta gente pandinese , ancora adesso, ( e non si offenda nessuno), egli è “il Sindaco Invernizzi”, anche se , ormai , ha gettato la spugna da qualche anno.
A questo punto devo ricorrere alle “carte”, dato che la voce di Invernizzi ho potuto ascoltarla solo a sprazzi, strappandogli , occasionalmente, confidenze e ricordi.
Certo, sono carte racimolate qua e là, magari le meno importanti e, per di più, raccontate in ordine sparso. Pazienza !
Pandino nel 1960 aveva 4800 abitanti circa ed era appena scaduta l’Amministrazione Nevicati, sindaco onesto e di molto buon senso.
Nei quattro anni precedenti Invernizzi aveva fatto parte del Consiglio Provinciale ed anche nel ’60 era risultato tra gli eletti. Era intenzionato, quindi, a continuare l’esperienza a Cremona.
Ma era risultato eletto anche nelle elezioni comunali e, a un certo punto, fu contattato con insistenza da un gruppo di amici perché rinunciasse a Cremona e facesse il Sindaco del suo paese.
Accettò e mise a frutto tutta l’esperienza che aveva fatto nei quattro anni precedenti. In quel periodo, inoltre, aveva goduto della stima e dell’amicizia di tante persone importanti, tra cui il Presidente della Provincia avvocato Ghisalberti e l’on. Franco Patrini. A loro essenzialmente si rivolgerà durante il suo incarico a Pandino ogni volta che avrà bisogno d’un consiglio, d’un aiuto, d’un contatto importante per risolvere un problema, o ottenere una autorizzazione, o un mutuo per un’opera pubblica.
In quel 1960 si mise subito al lavoro con entusiasmo. A questo proposito mi torna alla mente la frase che il caro amico Ferruccio Alzani, quasi a giustificare il suo impegno in Amministrazione, spesso mi ripeteva :
“Sa, devo farlo, per dare una mano a Domenico. E’ così giovane e ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Lo merita proprio.”
Il problema più grave del momento era, allora, la mancanza di case : da un decennio la popolazione pandinese era in bilico tra un calo e una crescita zero : bisognava darle una scossa , costruire case per farvi arrivare gente.
Ci furono così i primi approcci con l’Istituto Case Popolari, sorsero le prime villette del Villaggio dei Poeti, poi le palazzine distribuite un po’ dovunque sul territorio del Comune. Una man forte gliela diedero le ACLI, che cominciarono a fabbricare i loro bei palazzi in periferia.
E la popolazione iniziò , gradatamente, ad aumentare.
Un’opera che diede a Invernizzi grande soddisfazione, come gli scappò detto una volta, fu la costruzione della nuova Circonvallazione Ovest, praticamente quella che ha modificato il corso della vecchia “Bergamina”.
Il traffico in paese, a causa del gran passaggio di mezzi sulla Lodi-Treviglio , era diventato insopportabile, bisognava, in qualche modo correre ai ripari.
E’ stato in questa occasione che un suggerimento ed un aiuto potente gli vennero dall’avvocato Ghisalberti, che, da tempo aveva preso a benvolere il giovane Sindaco.
Col suo appoggio la modifica della “Bergamina”, a totale spesa dell’ANAS, diventò una realtà e il traffico veloce e pesante, come fosse un sogno, smise di gravare sull’incrocio del Cimitero e sulle strade del paese e inoltre si aprirono nuove aree allo sviluppo industriale.
Ci fu poi la battaglia per ottenere a Pandino una Sede staccata dell’INAM .
E’ stata una battaglia dura : Invernizzi me ne accennò un giorno in cui si parlò di Ferruccio Alzani.
Qui intervennero, opportunamente sollecitati, personaggi autorevoli. Ma la spinta definitiva la diede il nostro impareggiabile Ferruccio Alzani, facendo trovare pronto, con tutti i crismi richiesti, un palazzo costruito completamente a sue spese . Questo fece crollare le ultime barriere e Pandino ebbe la sospirata sede territoriale dell’INAM, ora diventata USL , a servizio dell’utenza zonale di circa 35.000 persone.
Questi obiettivi perseguiva Invernizzi, che sognava di fare di Pandino un paese che accentrasse ogni genere di servizi a beneficio anche delle località vicine. Unire Palazzo Pignano e Pandino in un unico Comune, per esempio, penso fosse un suo sogno ricorrente di ogni notte ! E per tentare di realizzarlo percorse varie tappe : si batté per un Centro sportivo tra i più moderni e attrezzati, che gli valse poi prestigioso “Premio Ferri” della Amministrazione Provinciale ; arricchì le scuole con nuovi edifici, la mensa per le elementari, la nuova scuola media, la scuola Casearia, il caseificio, la Palestra-spettacolo, richiedendo appoggi ove possibile e ovunque avesse amici ed estimatori.
Anche quelli occorrevano ad un giovane Sindaco, ricco solo del suo coraggio e della sua pazienza.
Per raggiungere il suo scopo promosse sulla stampa un interessante dibattito, titolato “Pandino ‘70”, cui parteciparono numerosi interlocutori importanti.
Ho detto prima della “pazienza “ di Invernizzi. Già, perché Invernizzi è anche un uomo paziente , lento ad entusiasmarsi, ma tenace, capace di “star dietro” ad una pratica per mesi e per anni. Ne è un esempio il recupero del Castello.
Qui occorrerebbero carte, documenti, ricordi più diretti per dire come il nostro vanto paesano sia diventato, a suon di milioni e di miliardi, il gioiello che è.
Tutto denaro chiesto e cercato con insistenza ai vari organi governativi, offrendo , magari, in cambio qualcosa : come , per esempio, l’ospitalità per il Convitto della Scuola Casearia pur di poter ristrutturare un’ala ; oppure un posto di prestito per la Biblioteca provinciale per recuperare qualche sala e poi gli uffici comunali da sistemare nell’ala ovest , dopo i crolli dei secoli passati.
Tutto andava bene per ottenere attenzioni e mutui onde ristrutturare il Castello.
Sfido io che poi, uscendo sulla loggia , Invernizzi si sentisse un po’ come Lorenzo il Magnifico davanti a quel miracolo di bellezza ! Fu ancora lui che riuscì a stanare e far ristampare la monografia sul Castello di Diego Sant’Ambrogio e portare, poi, alla pubblicazione di quella riccamente documentata di Albini e Cavalieri.
Tra le scelte degli ultimi anni del suo lavoro c’è stata l’idea del “Piano di incremento produttivo”, il PIP, che egli avviò con lungimiranza e che altri, poi, hanno concluso.
Ho parlato spesso con lui anche di due tra i suoi collaboratori più stretti, per i quali sofferse, come tutti noi, alla tragica morte : i due ottimi segretari comunali , il dottor Mario Benelli e il dottor Bassano Vitali coi quali , mi disse, aveva bellissimi rapporti, sia sul piano umano che su quello amministrativo.
Nel 1962 Invernizzi fu insignito della onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”.
Ho saputo poi, che quella onorificenza fu per lui una delle cose più gradite , non per il titolo, di cui non ha mai voluto fregiarsi, ma per la bella festa che gli fecero i suoi Consiglieri, quando gli offrirono un prezioso cofanetto per la croce e le insegne di cavaliere : una festa quasi di famiglia., ma di quelle che a lui piacciono di più.
Nella sua lunga carriera egli ha avuto gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, elogi e critiche .
Quali hanno più influenzato la sua vita ?
Vorrei chiederglielo, ma , forse, non me lo direbbe. Però , sappia una cosa, Invernizzi : anche se le
mortificazioni , le critiche, i dolori fossero stati parecchi durante vent’anni, per tanta gente , per tanta povera gente, lontana dalla politica, lei è, ancora oggi, il “Sindaco “ per antonomasia.
Iscriviti a:
Post (Atom)
