domenica 27 gennaio 2008

DON LUIGI POLLASTRI, UN PARROCO MAI DIMENTICATO

DON LUIGI POLLASTRI, UN PARROCO MAI DIMENTICATO
(Anno 1980)
Monsignor Luigi Pollastri fu Parroco a Pandino dal 1974 al 1980.
Sostituì mons. Rino Stellardi, quando egli fu nominato Arciprete di Caravaggio, e precedette Mons. Gino Alberti. Tre Monsignori in un colpo solo: non era mai successo a Pandino, segno che la nostra Parrocchia stava diventando importante!
Don Luigi ha lasciato molti ricordi tra noi e quando, ogni tanto, ritorna per qualche ricorrenza particolare, invitato dal Parroco don Gino, c’è sempre tanta gente che corre a salutarlo con commozione.
Ho rintracciato un’intervista che gli feci per il nostro foglio parrocchiale, “Collegamento”, alla vigilia della sua sofferta partenza per ricoprire una carica importante presso gli uffici amministrativi della Diocesi, nel settembre del 1980. Mi piace riportarla integralmente, perché la figura di don Luigi vi appare in tutta la sua semplicità e profondità, nel suo essere prete su tutta la linea, legato a Dio e alla sua gente con sicurezza di fede e tenerezza.
“Per quanto vada indietro nei ricordi, ogni volta rivedo la figura dello stesso prete”
Con queste parole egli inizia a parlarmi di sé.
Nello studio fresco e in penombra, mentre fuori infuria la canicola d’agosto, si sta bene: c’è pace e raccoglimento.
Sono venuta qui per sapere da don Luigi tante cose che ancora non so, che avrei appreso, forse, un po’ per volta se, come ormai pareva ovvio, il suo soggiorno in mezzo a noi fosse durato più a lungo, ancora per anni e anni, come era logico aspettarsi da un Parroco così ”parroco” come don Luigi.
Egli mi parla di quel prete che l’ha accompagnato, quasi tenendolo per mano, dal giorno del battesimo fino alla consacrazione sacerdotale e oltre.
Quel prete è Monsignor Paolo Camozzi, prima parroco di Sant’Ilario a Cremona e poi a Soresina.
Il richiamo a S. Ilario mi fa improvvisamente ricordare: anch’io, negli anni della mia adolescenza, ebbi una particolare venerazione per quel sacerdote ascetico e sorridente, sempre a braccia spalancate per accogliere tutti in un gesto d’amore.
“Don Paolo mi ha accompagnato per tutta la vita. Ora non è più, ma il suo insegnamento fa ormai parte di me. Egli diceva: - Bisogna essere buoni, sempre, anche a costo d’essere giudicati deboli. L’amore e la bontà superano molti ostacoli.-“
Don Luigi fu consacrato sacerdote nel ’43, in piena guerra. Era giovanissimo, aveva solo ventidue anni e mezzo. Il Vescovo l’aveva destinato all’Università di Roma per la laurea in teologia. Ma la linea “gotica”, il fronte bellico che tagliava l’Italia in due, impedì a don Luigi di raggiungere la capitale. Così don Paolo, che proprio quell’anno era stato nominato Parroco di Soresina, lo volle con sé come curato.
Un curatino giovane giovane, timido e spaurito, come dice di sé don Luigi.
Gli venne affidato il quartiere della Madonnina ed ebbe cura dei giovani dell’Oratorio. Ricorda i nomi, diventati poi famosi, di alcuni “ragazzi” dell’epoca, come quelli degli onorevoli Zanibelli e Maroli, del professor Gazza.
A Soresina resterà per dieci anni consecutivi, finché mons. Camozzi si ritirerà, per motivi di salute, in città.
“Ha ricordi particolari di quei dieci anni, don Luigi?”
“Sì, in modo particolare due, tremendi. Non li posso dimenticare. Dell’aprile 1945 ricordo la fucilazione di due militari della Repubblica di Salò da parte della folla inferocita. Ricordo i volti della gente, le urla che non avevano più nulla di umano. Ed era la mia gente... Don Paolo mi aveva detto:
-Vai anche tu, io non sono riuscito a calmarli. Per carità, che non ammazzino nessuno. Prova...-“
E don Luigi era andato.
“Ho ancora negli occhi la scena e nelle orecchie le grida disumane. E l’altro ricordo tragico è di qualche giorno dopo: il massacro di un gerarca forestiero e del suo autista e la mia impossibilità di impedire il delitto. Queste sono cose che vorrei poter dimenticare, ma non ci riesco. Sono atroci.”
Dopo i dieci anni di Soresina, passati all’ombra di don Paolo, eccolo a Bordolano, il dolce paese sulle verdi rive dell’Oglio. Aveva milleduecento abitanti quando vi giunse, solo seicento quando lo lasciò, dopo vent’anni.
E qui don Luigi si commuove. Bordolano è la piccola patria del suo cuore, il luogo che non avrebbe mai voluto abbandonare, la gente tra cui avrebbe voluto riposare nell’ultimo sonno.
“Quante cose abbiamo fatto insieme!. Che comunità d’intenti e di affetti c’era tra noi!”
“Ricordi di Bordolano da raccontarci, don Luigi?”
“Oh, sì, tanti, infiniti, non saprei da dove cominciare. Ma sì, ce n’è uno che voglio narrare. Sta ad indicare che nulla di quello che si fa va perduto, anche se sembra una piccola cosa gettata nel vento. C’è sempre il Signore che fa fruttificare anche il seme che sembrava perduto. In quegli anni, per esempio, c’era, proprio davanti alla chiesa, la casa di un anziano signore della vecchia scuola massonica, un ateo convinto e incallito. Aveva già steso il suo testamento, mettendovi la clausola che il suo corpo dovesse essere cremato, proprio per scandalizzare la buona gente e a dispetto delle disposizioni (di allora) della Chiesa. Il dialogo con lui era praticamente impossibile. Ebbene, il giorno del Corpus Domini, mentre uscivo col Santissimo dalla Chiesa, alzo gli occhi verso il palazzo di fronte e chi ti vedo? C’è il vecchio massone, aggrappato all’inferriata, che guarda tra le persiane socchiuse.
Era molto malato, allora, ma si era sempre rifiutato di accogliere un sacerdote. Ebbene, la mattina dopo mi manda a chiamare dalla sorella: mi vuole al suo letto. Si confessa, toglie la clausola della cremazione dal testamento, fa una santa morte.”
Di Bordolano don Luigi mi parla ancora, a lungo.
Gli chiedo:
“E di Pandino, cosa mi racconta?”
“Son cose che sapete già, sono sotto gli occhi di tutti. Io ricordo con uno stringimento di cuore, il giorno del mio arrivo, nel marzo di sei anni fa. Avevo lasciato la mia gente sulla piazza di Bordolano in lacrime. Ho visto uomini e giovanotti singhiozzanti. Per di più, essendo in vigore la restrizione sul consumo di carburante, per cui potevano viaggiare, alternativamente, solo macchine con targhe pari o dispari, molti erano costretti a restare a casa e non mi potevano accompagnare nella nuova sede. Ricordo quelle strade deserte da Bordolano a qui, quella campagna ancora nuda e quel senso di freddo che mi portavo addosso. Ora ne sorrido, ma allora che sofferenza! Qui a Pandino mi sono proposto una cosa, subito: instaurare un buon rapporto con la gente. Certo non era facile: lasciavo seicento anime e ne trovavo quasi quattromila! Eppure dovevo riuscirci e mi proposi di farlo attraverso le visite ai malati e le confessioni. Non so se ho ottenuto ciò che mi proponevo.”
L’ha ottenuto, don Luigi, l’ha ottenuto, non ne dubiti. Lascia un gran vuoto andandosene.
“Pandino è un gran paese. La gente è generosa e cordiale. Quante cose ho potuto fare col suo aiuto. La vita che mi aspetta, a Cremona, avrà tutto un altro carattere. Non so se alla mia età riuscirò ad adattarmi. Al mattino sarò in ufficio, un posto di grande responsabilità, dove, però, sul piano pratico, avrò personale di indiscutibile valore a darmi una mano: un geometra, un segretario, un ragioniere, un applicato. Al pomeriggio mi recherò presso le varie parrocchie per conoscerne i problemi, più che altro finanziari. E quanti ce ne sono, sapesse! Non tutti i parroci sono fortunati come quelli di Pandino!”
Quando lascio don Luigi siamo ambedue commossi.
“Da qui non avrei più voluto muovermi, mi creda. Anche un prete si affeziona e soffre nel distacco. Pazienza... Preghi per me, perché possa far bene il mio lavoro”.
E poi, abbassando la voce un po’ roca per la commozione, aggiunge:
“Preghi perché possa restare un Parroco, perché non diventi mai un burocrate”.
Poco dopo la partenza, don Luigi verrà fatto, certamente, Monsignore. L’ufficio che ricoprirà è tra i più importanti della Curia. Volendo, potrà fregiarsi del cappello da prete col fiocco rosso e della tonaca coi bottoni rossi e tutti gli parleranno con deferenza e soggezione.
Ma, per carità, non cambi, don Luigi! Resti sempre così, come oggi, qui, nella penombra fresca del suo studio, sorridente, amabile, pieno di comprensione, proprio come il don Paolo della sua giovinezza. Così lei è piaciuto alla sua gente, così, certamente, piace al Signore.

Nessun commento: