PAESE MIO . . .
Che cosa tu avessi di bello, tranne l’imponente Castello messo lì, al centro del paese, quasi per sbaglio, proprio non avrei saputo dirlo allora.
Quando ti vidi per la prima volta, con quelle strade disastrate, tra nuvole di polvere, con gente che mi pareva lontana e ostile tutta presa dai propri affari, ebbi molti dubbi su di te, paese mio.
Quella corriera gremita e traballante che veniva da Crema, mi aveva messo lo stomaco in subbuglio, sicchè, scendendo davanti alla chiesa, ebbi improvvisamente voglia di piangere.
Erano i primi giorni di aprile del 1946 ed io avevo poco più di vent’anni.
Venivo da lontano, dopo un viaggio durato ore : prima in bicicletta fino ad una stazioncina solitaria dove passava, in ora mattutina, il treno per Crema.
Poi quei vagoni scassati e fragorosi con mille spifferi e coi vetri così sporchi che non riuscivo a vedere la campagna in fuga.
Infine la corriera, dove salire sembrava un’impresa impossibile, tanta era la gente che spingeva per accaparrarsi un posto : gente stipata, in piedi, aggrappata ad ogni appiglio per non cadere ai sobbalzi delle ruote, quando affondavano nelle buche profonde lasciate dagli ancora recenti mitragliamenti.
E , inoltre, un linguaggio incomprensibile, dai toni che mi sembrarono duri e sgradevoli, così diversi dalla dolce cadenza del mio dialetto cremonese.
Non trovai alcuno, quel giorno, che mi facesse un sorriso, che mi rivolgesse una parola gentile.
Pareva che nessuno mi vedesse, che a nessuno interessasse chi fossi, da dove venissi, dove andassi,
con gente frettolosa che a malapena mi rispose quando chiesi dove fossero le scuole.
Questo fu il primo impatto, ma poi, a scuola, fu tutta un’altra cosa : trovai subito il sorriso schietto di Attilio e Maria Marzagalli, i bidelli, e il benvenuto cordiale delle prime colleghe che vidi , in gruppo, in corridoio : la signorina Cazzulani, la signora Lazzaroni, la maestra Castagnola e la Bianca Carinelli.
In seguito, un po’ per volta, conobbi il negozio del fornaio, quello del lattaio e quel botteghino sotto i portici dove compravo, di tanto in tanto , un vasetto di marmellata per le mie cene frugali.
Poi imparai a comprendere il dialetto parlato dai bambini.
Mi avevano assegnata una classe quinta maschile. Ricordo ancora l’aula a pianterreno e quei bambini che non mi diedero mai problemi, ai quali volli bene subito : Luigi, Giuseppe, Pio, Antonio, Gianni, Pino e così via.
Avevano avuto , prima che io arrivassi, un ottimo maestro, Vanni Groppelli, con l’hobby della musica e del canto. Quanti cori sono usciti ogni giorno dalle nostre finestre spalancate !
Ecco, paese mio, come ho fatto ad affezionarmi a te !
Mi piacque, poi, scoprire i tuoi angoli più caratteristici , le tue viette tortuose, tra stalle e cortili, tra case antiche e ritagli di orti.
Dopo le lezioni giravo qua e là con la giovane collega Ida Caizzi che veniva da molto, molto lontano e che aveva, più di me, motivo per rimpiangere il suo passato : era profuga da Zara, dove aveva lasciato, per non tornarci più, oltre all’incanto del suo mare, la sua giovinezza, la scuola, gli amici, i ricordi.
.E poi la gente cominciò a sorridermi, tanto che giunsi a pensare che sarebbe stato bello ricominciare qui una nuova vita.
E così avvenne.
Dopo di allora, durante anni e decenni, tu, Pandino, sei diventato per me, veramente il “paese del cuore” !
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