domenica 27 gennaio 2008

UN NARALE A SANTA MARIA SICHE'

n.6 UN NATALE A SANTA MARIA SICHE’

Santa Maria Siché è un paese della Corsica e Luigi, ora pandinese da parecchi anni, allora veniva chiamato Luis.
Era l’ultimo di quattro figli ed era nato agli inizi degli anni ’30, proprio a Santa Maria Siché.
La famiglia era di origine italiana, ma risiedeva in territorio francese da generazioni. Il nonno vi si era stabilito, proveniente dalla Lunigiana, terra di emigranti, quando il padre di Luis, Eugenio, era un ragazzetto di soli 14 anni.
Padre e figlio facevano i mercanti ambulanti: giravano per i paesi dell’isola col carrettino a mano vendendo, in genere, tessuti e scarpe.
Poi al carrettino attaccarono un mulo e, successivamente, mulo e carretto vennero sostituiti da un furgoncino un po’ scassato, ma con vari ripiani interni, che, quando veniva aperto il portellone, mettevano la merce in bella mostra.
Vita dura, in un paese duro, alle prese con una lingua sconosciuta, né italiana, né francese, ma “corsa”, o ‘’corsicana”, come allora si usava dire, difficile da capire e da parlare.
Eppure, lira dopo lira, anzi, franco dopo franco, ogni anno il gruzzolo risparmiato aumentava e venne comprata dapprima una casa, poi un’ automobile e infine si allestì il primo negozio.
Alla fine degli anni ’30, Eugenio, quel ragazzetto, giunto in Corsica col padre, tanto tempo prima, poteva considerarsi un uomo benestante. Si era sposato con una ragazza della sua terra, aveva quattro figli, Pierre, Pierette, André e Luis, una bella casa e un grande negozio con ben quattro vetrine, in cui si vendeva di tutto “dagli spilli” mi racconta Luigi, “alle camere matrimoniali”.
Era bello per quei ragazzi, in quegli anni, vivere a Santa Maria Siché!
Era un paese tutto circondato da montagne, in una Corsica ancora selvaggia, con strade sassose, a saliscendi, tutte a curve, tra alberi centenari e boschi fitti d’ombre e di uccelli.
La casa era costruita sopra un costone: sul davanti era a tre piani, sul retro di piani ne aveva cinque. Tutto il piano terra, davanti, era occupato dalle grandi vetrine, con esposta la merce più varia.
In questa grande casa Luis e i suoi fratelli sono cresciuti sereni fino alla morte della mamma, avvenuta in un ospedale di Marsiglia, dove si era tentata una cura impossibile. Luis aveva solo tre anni.
Ma ora egli non ama soffermarsi su questi ricordi dolorosi: era troppo piccolo e sa solo quello che i fratelli e il padre gli hanno poi raccontato.
Per accudirli venne dalla Lunigiana una giovane contadina, mandata dai parenti che avevano laggiù dei poderi. Si chiamava Zelinda e fu per tutti loro una vera madre. Ancora oggi Luigi ne parla con tenerezza.
Il suo primo ricordo natalizio, che desidera raccontarmi, risale a quando aveva sette anni, nel lontano 1938.
Ascoltandolo, mi pare di avere davanti una di quelle cartoline illustrate d’altri tempi, con una chiesetta sepolta tra la neve, un sentiero che non si vede più, con solo le impronte dei passi della gente e con gruppi di bambini e adulti intabarrati che vanno, con la lanterna in mano, tra i fiocchi fitti che scendono dal cielo.
Mi dice Luigi:
“Quanta neve quell’anno! Noi si aveva l’abitudine, la vigilia di Natale, di consumare in fretta, al primo imbrunire, una cena molto frugale. Si mangiava nella grande cucina, davanti ad un camino dove il fuoco stava spegnendosi, con solo qualche bracia che occhieggiava tra la cenere.
E poi noi ragazzi subito a letto! E il motivo c’era. Alle ventitré, un’ora prima di mezzanotte, ci venivano a svegliare.
-Svelti, svelti! Tra poco c’è la Messa . . . Nasce Gesù Bambino . . . !-
E allora tutti giù di corsa con maglioni, giacche e mantelle e ai piedi, dato che nevicava, gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, larghi, abbondanti, sopra i calzettoni sferruzzati a mano dalla Zelinda.”
Il motivo vero di quegli stivali c’era e non si trattava solo della neve.
Tornando dalla Messa, infatti, si dovevano sistemare le scarpe, che si portavano ai piedi quella notte, nel grande camino, sotto la cappa nera di fuliggine. Per questo il fuoco veniva lasciato spento la sera della vigilia. Come avrebbe fatto, altrimenti, Babbo Natale a scendere coi doni, se c’erano le fiamme e le braci ancora ardenti?
Avere ai piedi, quella notte, i grossi stivali, invece delle scarpe ‘della festa’, era un vantaggio. Babbo Natale poteva sbizzarrirsi di più e riempirli di giocattoli fino all’orlo!
A questo i ragazzi pensavano uscendo di casa.
Non c’era illuminazione per la strada e sebbene dalle finestre di casa loro la chiesa si vedesse proprio lì sotto, il cammino per arrivarvi era abbastanza lungo, tutto in discesa, con curve su curve, tra boschi pieni di ombre misteriose. Per questo erano necessarie le lanterne.
“Anche noi”, dice Luigi, “ne avevamo un paio e da tutte le case usciva altra gente intabarrata, anch’essa con lanterne e lumi, mentre la grande nevicata, attutiva suoni e richiami. Una vera atmosfera da fiaba. Che nostalgia di un Natale così!”
Luigi tace a lungo. Certo rincorre i suoi pensieri e i suoi ricordi lontani.
Poi continua:
“In chiesa c’erano tutte le candele accese, la gente era già molta, ma noi,
come quasi tutti i benestanti del paese, avevamo le sedie riservate, col nostro nome intagliato sugli schienali. Entrando si sentiva un buon tepore, certo era il fiato della gente che riscaldava l’aria. Un Bambinello di gesso era esposto sull’altare. Non c’erano presepi. Neppure a casa, ricordo, si faceva il presepio. Poi la gente cantava e il Prete celebrava la Messa in latino e non si capiva niente. E poi faceva una lunga predica, che a noi bambini conciliava il sonno.”
Al ritorno le voci di tutti erano più allegre. I ragazzi si tiravano le palle di neve. I grandi si salutavano, arrivando sulle soglie delle case, con festosi “Bon Noel . . Bon Noel . . . !
Anche la famiglia di Pierre, Pierette, André e Luis si affrettava: a casa era pronto il vero cenone. Un cenone coi fiocchi, tutto di roba casalinga: il cappone del loro pollaio, i salumi del loro maiale macellato in cortile, le uova delle loro galline, le verdure del loro orto.
E poi, e questo era il bello, c’erano gli stivali da levare e da mettere bene in fila sotto la cappa del camino, tra la cenere ormai fredda. Quando Babbo Natale sarebbe arrivato, doveva vederli subito: erano paia di scarpe grandi grandi, non poteva fare un torto e riempirle soltanto a metà!
E così succedeva: i desideri dei bambini, a Natale, erano sempre presi in considerazione, anche in quel lontano paese tra i monti, al centro di un’isola straniera.
“Furono anni felici per noi ragazzi e quel nome -Santa Maria Siché- è molto bello da ricordare ed io me lo porto nel cuore come una delle cose più care della mia vita . . . Ci sono tornato alcuni anni fa ed ho riconosciuto quei luoghi, quei boschi, quelle strade. E nella piazzetta, accanto alla fontana, mi è sembrato quasi di risentire le voci dei miei compagni di allora, Jean-Baptist, Mirelle, Ginette, Paul, Marcelle, Didier, Luciette . . . Mi è sembrato di tornare ragazzo. E’ stato bello, veramente.”
Luigi Tozzi, il professore, ora ha gli occhi lucidi, non sembra più lo stesso.
Mi accorgo che il suo cuore è lontano e io non ho più il coraggio di fargli altre domande.

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