domenica 27 gennaio 2008

UN CUCCIOLO DI NOME "BELLA"

n.29 UN CUCCIOLO DI NOME “BELLA “

E’ nata a Natale, nel 1991: era una cucciolina spaurita e tremante, quando la portammo a casa, Damiano ed io, sei mesi dopo.
Era sempre stato il nostro sogno avere un cane, ma Paolo era contrario: avrebbe disturbato i vicini, sarebbe, magari, riuscito ad uscire dal giardino e viale Europa era molto trafficato; se poi veniva investito, lui sapeva bene quanto avrei pianto. Ricordava perfettamente la notte in cui “Colonnello”, il grosso cane nero che avevamo negli anni ’60, riuscì a scappare rompendo la rete. Lo trovammo morto la mattina dopo sul ciglio della strada, investito da una macchina.
Che strazio! Piangevo io e piansero per giorni i nostri quattro figli.
“Basta cani!” era stato l’imperativo del capo famiglia.
Ma nel maggio del ’92 Paolo morì. Pareva che dovesse essere un normale controllo, per questo era entrato in ospedale. Il precedente infarto, la successiva operazione a cuore aperto, l’età avanzata, tutto pareva giustificare un breve ricovero in ospedale. Invece, improvviso, l’arresto cardiaco.
Ci trovammo soli, io e Damiano, in una casa troppo grande per noi.
“Sarai spesso in casa senza nessuno, anche di notte, quando sarò al lavoro”, disse mio figlio,” ti occorre un cane”.
Un sorriso di gioia dopo tante lacrime. Un cane! Che bello!
Tutta la famiglia si mobilitò: bisognava cercare un cucciolo per la mamma, le avrebbe fatto tanta compagnia. Poi la notizia:
“In un allevamento di Postino c’è una femmina di sei mesi, maremmana . . . Il proprietario, Giacomo, è un amico, te la regala!”
Certo, era un amico Giacomino. Lo ricordavo bambino, a scuola. E ricordavo Mario, suo fratello che noi chiamavamo Mariolino, che fu investito, scolaretto di quinta elementare, proprio al crocicchio davanti a casa mia, in un tardo pomeriggio di primavera. Mariolino morì dopo giorni di agonia e noi, a scuola, maestri e bambini, lo piangemmo come un fratello.
Ebbene, ora Giacomo aveva un cucciolo per me.
L’andammo a prendere una mattina d’estate. Non voleva seguirci.
Damiano dovette prenderla in braccio, tremante, infangata, spaventata.
Mentre lui guidava, io l’accarezzavo per tranquillizzarla.
Appena a casa corse nell’angolo sotto la scala d’ingresso e restò lì, rannicchiata per ore, con la ciotola dell’acqua e il pane inzuppato nel latte.
Non mangiava e non beveva. Il bel pelo bianco era tutto inzaccherato, aveva fango dappertutto. Ci guardava con occhi pieni di terrore.
“E’ nata a Natale, ha sei mesi. Non è di razza pura, è un incrocio, ma è meglio così. I meticci maremmani sono più buoni.” Così ci aveva detto Giacomino.
E così fu. Più buona di “Bella”, non so chi ci possa essere nel mondo dei cani.
La chiamammo “Bella” perché me ne ricordava altre due, alle quali ero stata affezionata: la prima era una cagnetta bastardina che avevamo lassù al Casello Ferroviario prima di “Babì”. In una fotografia degli anni ’20 è con noi, mia sorella ed io, bambine, anche lei in posa a guardare fisso l’obiettivo.
Per ricordarla volli che fosse dato lo stesso nome alla boxerina di Raffaella e Sergio: un cane straordinario per carattere e intelligenza, che faceva parte della famiglia come un essere umano.
Per lei soffrimmo molto quando, già avanti con gli anni, morì per una crisi cardiaca nella casa di mia figlia, a Cremona.
Così nel giugno dell’anno 1992, una nuova “Bella” entrò nella mia vita. Prima cucciolo spaventato, poi cucciolo dispettoso: dovevo ogni mattina scendere in giardino a cercare scarpe e calze di Damiano, che lei nascondeva dovunque.
Ci accorgemmo, appena si fu ambientata, che era un cane “abbaione”, non taceva mai se vedeva passare qualcuno davanti al cancello. E cresceva a vista d’occhio, un vero maremmano, per istinto custode del suo gregge, pronto a difenderlo contro chiunque. E noi eravamo il suo gregge.
“Bella” ha due occhi scuri, dolcissimi, parlanti. Ha riempito la mia casa di sicurezza e di affetto.
“Papà non voleva un cane” dicevano le mie figlie, ”ma si sarebbe sicuramente affezionato a lei”.
Con lei in casa non ebbi più paura, neppure di notte, quand’ero sola.
E’ diventata l’amica inseparabile di tutti i miei nipoti.
Quando, prima Chiara e poi Federica, ancora neonate, piangevano e non si riusciva a calmarle, bastava che le portassero giù, nelle due stanze che mi ero costruita al piano terra quando Damiano si era sposato. Vedendo “Bella” cessavano il pianto e, sorridendo, si chinavano per accarezzarla: anche a notte fonda, magari.
E lei, la “Bella”, ancora oggi, se sente Federica piangere, corre alla porta della scala e poi viene a chiamarmi. Sembra dirmi:
“Ma come, non la senti?”
Di notte si addormenta davanti alla porta della mia stanza sul suo “tappetino”, come dice Chiara, che glielo sistema con cura tutte le sere. E prima di andare a dormire lei e la sorellina scendono per augurarle la buona notte.
Con la “Bella” in casa sono tranquilla io e lo sono anche i vicini. Infatti, se dormisse all’aperto, non le sfuggirebbe nessuno che passasse davanti al cancello e abbaierebbe furiosamente, disturbando il sonno di tutti.
Ha un udito finissimo e se sente qualche rumore strano viene subito a svegliarmi. Spesso, poi, al mattino ne ho la conferma, quando Damiano mi dice:
“Federica stanotte si è svegliata piangendo. Non l’hai sentita?”
“Io no, ma lei sì ed è venuta a dirmelo”, rispondo io.
E l’ora coincide sempre.
La mia “Bella” ha compiuto, a Natale, dodici anni: confrontati con quelli dell’uomo, si dice che siano più di ottanta!
Chiara quel giorno le ha fatto un regalo: un osso di plastica legato con un nastrino rosa e al collo le ha messo un bigliettino infiocchettato che lei, povera . . . vecchietta, ha sopportato per tutto la giornata.
Infatti l’unica cosa che la “Bella” tollera attorno al collo, è il collare con la corda molto lunga, che Damiano le mette quando la porta a fare “il giretto” in campagna.
Impazzisce di gioia, si prepara al cancello, smania nell’attesa, torna indietro a cercarlo, salta sulla macchina con l’agilità di una “ragazzina” e da dietro i vetri ci guarda, seduta e composta, altera come una regina. Nessuno più riesce a farla scendere e se ne va tra i campi alla ricerca di odori e sensazioni.
Anche se è tenuta legata alla lunga corda, per timore di fughe, si sente libera e felice.
C’è gente che non ama i cani. Io alla mia “Bella” voglio un bene grandissimo e non so come reagirei se mi venisse a mancare.

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