lunedì 28 gennaio 2008

vittorino agosti

VITTORINO AGOSTI, DETTO “IL VECIO”
(Anno 1998)
Ottant’anni compiuti, un fisico asciutto, un sorriso che gli pare stampato, in modo indelebile, sul volto, capelli bianchi nascosti sotto un berrettino da ciclista, tuta da lavoro e mani sempre in movimento : è Vittorino Agosti, detto il “Vecio”.
Ha una storia lunghissima da raccontare : però non vorrebbe parlare di sé, ma del suo “museo” e per questo ci porta subito nell’ampio garage che chiude, sul retro, il grande cortile - giardino in fondo a Via Castello.
Spalanca le porte e appare un mondo quasi incantato. Ci pare di fare un balzo in un lontano passato.
Ogni oggetto, e sono centinaia, forse migliaia, è appeso in bell’ordine alle pareti , o dentro i grandi scaffali e ognuno di essi ha una sua storia da narrare.
E’ impossibile seguire i discorsi del “Vecio” e, nello stesso tempo, prendere appunti per poterne poi scrivere.
Sono cose raccolte in più di sessant’anni di vita , molte delle quali collezionate nella Svizzera tedesca, dove egli ha abitato per quasi trent’anni.
Già, perché il nostro amico, nato nel 1918 a Pandino, in “Valmorta”, è emigrato in Svizzera nel ’56 e vi è rimasto fino all’84, lavorando sempre nella stessa ditta.
Io, però, sono curiosa di sapere, prima, com’era la vita in Valmorta in quegli anni.
I non pandinesi forse pensano che si tratti di qualche oscura e triste vallata, chiusa tra i monti.
E invece no : la Valmorta è un angolo della vecchia Pandino di cui resta soltanto il ricordo.
Allora la via Palestro era chiusa sul fondo, verso la Circonvallazione, da un pesante cancello. Il gruppo di case che si trovava al di qua del cancello e che confinava con la cascina dei Villa, detti “Galbiati”, costituiva la Valmorta .
Qualcuno ricorda che la zona era spesso fangosa e forse a questo era dovuto quel nome così tetro.
Poi, un giorno , avvenne che nel camino di un tale Abondio scoppiasse un incendio violentissimo , che rapidamente attaccò fienili, stalle e legnaie e che rese inabitabili molte case.
Le persone rimaste senza abitazione furono, allora, trasferite in Castello dove, con tramezze di legno e masonite, si erano ricavate, dagli ampi saloni quattrocenteschi, stanze e stanzette dove la vita della povera gente trascorreva quasi a contatto di gomito e dove quello di cui si discuteva in una famiglia era udito da tutti, attraverso le sottilissime pareti.
La Valmorta rimase tale, distrutta e abbandonata, fino a quando la “Spezierina”, proprietaria dell’ampio complesso, decise di riedificarlo.
Da allora la zona mutò nome ed ebbe quello più lieto e beneaugurante di “Rinascente”.
Appena terminata la guerra il nostro Vittorino, che tutti in paese chiamavano “il Vecio” dal soprannome che gli aveva affibbiato lo zio Bassanì, quand’era ancora bambino, cominciò a lavorare a Milano. Per dieci anni , insieme all’amico Colombo Bertoni, nato anch’egli in Valmorta, raggiunse la metropoli in bicicletta. E’ stato anche questo allenamento quotidiano a lasciare in lui e in Bertoni un grande amore per le due ruote.
Ancora oggi i due amici, uno ottantenne, l’altro settantacinquenne, percorrono per hobby chilometri e chilometri senza accusare fatica.
Ci dice “il Vecio” :
“In media pedaliamo per quaranta, cinquanta chilometri , un giorno sì e uno no. Ma a volte ne percorriamo anche di più, arriviamo a cento, centocinquanta, restando fuori casa dal mattino fino a sera.”
Nel suo museo egli di biciclette ne ha ben sedici : da quella svizzera, nera e pesante di tanti anni fa , alla più moderna Mountain bike, che usa frequentemente.
Quando lo si vede sfrecciare, in perfetta tenuta da ciclista, chino sul manubrio, un tutt’un con la bici, nessuno direbbe che si tratta di un ottantenne.
Oltre che alla bicicletta, la sua passione è rivolta al suo “museo”.
E’ impossibile venire a sapere la storia di ogni oggetto, anche se Vittorino starebbe giorni e giorni a raccontare. Passa da un angolo all’altro del garage, si intrufola dietro le scansie, si china negli angoli, si arrampica su sgabelli e dice :
“Guardi qui, osservi questo, lo prenda in mano, lo sollevi, lo tocchi...”
E poi te ne snocciola tutta la storia :
“Questo è un -penacc-, ovvero una vecchissima zangola per fare il burro... E quest’altro, guardi com’è alto, è un -compasso- che il vecchio Merici usava nella sua bottega per fare le ruote dei carri... E questa imbottigliatrice...era dei Labò di almeno di tre generazioni fa... C’è poi questo antico arcolaio, o avvolgi-matasse, tutto fatto a mano, di legno forte. Era dei “Galbiati”. E questo “schiaccia-paglia”, osservi ; serviva per appiattire la paglia per farne dei cappelli da usare in campagna... E quelle grosse “grattugge” appese al soffitto le usavano le contadine per sgranocchiare le pannocchie di granoturco, quando le trebbiatrici non erano ancora di moda... E il “curlett”, là nell’angolo, era un tenditore per corde, usato per bloccare le balle di fieno o i covoni di frumento sui carri quando venivano trasportati in cascina... E questi sono “zuff”, i gioghi per le coppie di buoi quando li si attaccava ai carri ...”
C’è da smarrirsi tra le mille cose che Vittorino ti vuole a tutti i costi mostrare : per esempio, c’è la pesantissima piccola cassaforte che ha più di trecento anni e poi c’è il materiale bellico della guerra ‘15-’18 : gavette, elmetti, proiettili, un cannocchiale nella sua custodia di cuoio, un caratteristico macina - caffè di uso certamente militare.
C’è anche una grossa fornella di rame, pesante, con pentolone e centrifuga, portati a Pandino dalla Svizzera, dove erano usati per fare il bucato : sono ancora perfettamente funzionanti. E poi c’è una grossa bilancia a piatti, pesantissima, in ferro, “che non sbaglia un grammo”, con tutti i suoi pesi in perfetto ordine e avrà certo più di cent’anni.
E c’è, appeso al muro, un erpice di legno pesantissimo, con inserite delle grosse punte di ferro. E poi dei chiodi enormi, lunghi almeno 45 centimetri, recuperati dalle trecentesche travi del nostro Castello, durante i lavori di ripristino dell’ala ovest, quella che era crollata tanti anni fa.
Da quello straordinario museo non si verrebbe più via. Ma Vittorino deve lavorare e lavorare sodo, non può perder tempo con dei curiosi come noi : deve falciare l’erba del prato trapuntato di margherite, e riparare la piscina dei nipotini, e tagliare la legna per il prossimo inverno con la sega elettrica , perfetta, che si è costruita , pezzo per pezzo , da solo...
E poi... e poi...
“Le ore del giorno non mi bastano mai ...”
Lo dice sorridendo, come se quella fosse la cosa più bella del mondo.
“E poi c’è la bici... quella non la posso proprio lasciare...”
Complimenti e auguri “Vecio” ! Resti sempre così, per tanti tanti anni ancora .

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