QUANDO DON PIRRO TORNO’ A PANDINO
(Anno 1967)
Don Pirro era stato Curato a Pandino tra la fine degli anni ’20 e l’ottobre del 1933, quando era Parroco in paese “quel colosso di don Valsecchi”.
I pandinesi si erano affezionati moltissimo a don Pirro, forse anche perché il suo carattere doveva essere molto dolce e brioso, soprattutto al confronto con quello del Parroco, un prete dalla voce tonante, sempre pronto a denunciare pubblicamente, dal pulpito e per la strada, i peccati, privati e pubblici, dei suoi parrocchiani.
Quando don Valsecchi morì e venne nominato a succedergli don Egidio Tornaghi, un prete sconosciuto, in paese scoppiò... la rivoluzione. I pandinesi volevano don Pirro a far loro da pastore, non volevano altri. Ci furono lettere al Vescovo, manifestazioni, discussioni, ribellioni.
Ma si sa, gli ordini sono ordini: bisognava accettare le decisioni del Vescovo, piacesse o non piacesse alla gente.
Così per la Sagra di ottobre don Egidio Tornaghi arrivò in paese, un po’ trepidante, a dire il vero.
Il Curato, ubbidiente, se ne era appena andato, alla chetichella, di mattino presto: aveva caricato le sue povere robe sopra un carretto traballante ed era partito con la morte nel cuore. A Pandino lasciava tanti, tanti amici!
All’ora fissata per l’entrata del nuovo Parroco, la gente esasperata mise in atto l’ultima “vendetta”: sbarrò porte e finestre e si chiuse in casa. Nessuno si affacciò, nessuno uscì, non solo per partecipare alla tradizionale processione della terza domenica d’ottobre, ma neppure per curiosare.
Un bel caratterino questi pandinesi, però!
E quando, al rientro in chiesa del nuovo Parroco, preceduto dalla statua della Madonna del Rosario, dopo essere passato, quasi in solitudine, per le vie del paese, avvenne un piccolo incidente, la gente gridò al miracolo: “Neppure la Madonna voleva quel prete sconosciuto!”
Era successo, infatti, che, sull’ultimo gradino del sagrato, la statua traballasse ; uno dei portatori perse l’equilibrio e la Madonna per poco non cadde a terra, sfiorando don Egidio : un segno, un segno sicuro che i pandinesi avevano ragione! E pensare che dopo vent’anni quel giovane Parroco fu pianto da tutti, alla sua morte, come una persona di famiglia! Don Egidio era riuscito a conquistare in pieno il cuore della gente.
Ma chi era questo don Pirro, che era riuscito, sia pure involontariamente, a turbare per qualche tempo la serenità inaltereta di don Egidio?
Quando ho sentito parlare di lui la prima volta, egli aveva ormai ottant’anni suonati e veniva a Pandino per restarci; avrebbe fatto il Cappellano nella nostra Casa di Riposo.
Lo immaginavo un prete robusto, imponente, anche se coi capelli bianchi e dall’incedere un po’ stanco, data l’età. Quel suo nome, così fuori dal comune, richiamava alla mia mente sonanti battaglie di antichi romani, con fragore di scudi e barriti di elefanti.
Poi lo vidi, don Pirro, una domenica sera, in chiesa.
Piccolo, minuto, svelto, curioso di tutto. Si guardava intorno come chi vuole riprendere contatto, in fretta, con tutto ciò che già era stato suo, tanti e tanti anni fa, quasi stupito che molte cose fossero, nel frattempo, cambiate.
Quel giorno è sceso dai gradini della balaustra, vivace come un fanciullo, ha cercato posto nel primo banco, quasi incerto se star lì o andare a sedersi sulla cassapanca, vicino al confessionale per farsi meglio notare dai penitenti, che potevano aver bisogno di lui.
Ma qualcuno l’aveva già visto: una donna... un’altra... un’altra ancora.
Si avvicinavano al confessionale, prima adagio, quasi timorose di disturbare un pretino così esile e bianco, poi più in fretta, poiché altri nel frattempo s’erano mossi.
Don Pirro balzò su dal suo posto come spinto da una molla; pareva che quella fosse l’unica cosa al mondo che avesse mai desiderato.
Chiuse lo sportello del confessionale, tirò la tendina e cominciò a confessare.
La fila delle donne in quell’angolo di chiesa si allungava sempre più. Io quasi ne soffrivo, pensando alla sua stanchezza, ai suoi anni...
Dall’altare, intanto, il celebrante parlava della regalità di Cristo: era l’ultima domenica di ottobre. Egli si sforzava di convincerci che le gemme più belle nella corona di Cristo eravamo noi, tutti noi.
Io meditavo tristemente: era una ben misera corona, pensavo, se tutte le sue gemme assomigliavano a me!
E intanto il pretino confessava e confessava.
E la gente si alzava dalla sua grata col volto disteso.
Alla fine, quasi incredulo che non ci fosse più alcuno ad aver bisogno di lui, egli spostò del tutto la tendina e aprì lo sportello. Mi apparve nel vano scuro del confessionale, coi capelli bianchi che parevano luminosi, sorridente, quasi ammiccante, a guardare la “sua” gente di tanti anni fa, così cresciuta e così diversa, e pur ancora così simile nei suoi pensieri, nei suoi crucci, nei suoi problemi come se gli anni non fossero passati.
“Signore”, ho pensato, “credo proprio che la vera regalità sia questa: l’unica grande gemma che onora la corona di Cristo è proprio questo sacerdozio vissuto e sofferto con la serenità di chi è caro al Signore”
Qualche giorno dopo don Pirro venne anche nelle nostre scuole elementari e mi chiese di poter passare nelle aule a salutare i bambini. L’accompagnai volentieri.
Davanti ad ogni banco egli si fermava e guardava negli occhi i piccoli alunni, in alcuni riconosceva i tratti dei nonni, o almeno così diceva. A tutti chiedeva il nome e il cognome e di tanto in tanto mi raccontava aneddoti riferiti a questo o quel parrocchiano che aveva portato quel cognome: aveva una memoria fenomenale, ricordava tutto, perfettamente.
Un vero tuffo nel passato, con tanti affetti da rinfrescare, con tanta gioia ancora da donare.
Nel 1973 don Pirro celebrò nella nostra chiesa parrocchiale, festeggiatissimo, la sua Messa di Diamante e continuò a soggiornare, fino alla morte, nella nostra Casa di Riposo.
Don Pirro, (non ne ricordo il cognome!), una figura veramente indimenticabile!
lunedì 28 gennaio 2008
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