n.18 IL MIRACOLO DI NATALE
Padre Carmelo Carminati ora ha settant’anni e zoppica un po’, ma il suo zoppicare pare più un simpatico vezzo che un handicap. Comunque usa sempre la stampella, più per prudenza che per altro.
Ha un volto giovanile, sorridente, che ispira subito fiducia.
E’ nato a Pandino, in via Goito, ma fu ‘messo a balia’, come si usava fare una volta, nella piccola frazione di Gradella.
Quand’era ancora piccolissimo la sua famiglia si trasferì a Crema e qui il babbo morì, per tragico incidente sul lavoro, presso la centrale elettrica ‘Orobia’. Padre Carmelo aveva allora due anni.
Fin da ragazzino egli sognava l’Africa e quando diventò sacerdote, cinquant’anni fa, chiese di entrare nella SMA (Società Missionaria Africana)
e partì per la Costa d’Avorio, che si affaccia sull’Oceano Atlantico, a ridosso dell’equatore.
Là, si può dire, visse gli anni migliori della sua vita, realizzando il suo sogno generoso: essere sacerdote in Africa, fare del bene e portare, a chi ancora non lo conosceva, il Vangelo di Gesù.
Dopo vari malanni al cuore, però, i superiori gli hanno imposto di tornare in Italia per curarsi e riposare.
Ora risiede nella grande casa dei Missionari, sulle alture di Genova-Quarto e dalla terrazza su cui si affaccia la sua stanza vede il mare e sogna di potere, un giorno, imbarcarsi di nuovo e tornare in quella che considera la sua “vera” patria.
A lui ho chiesto di narrarmi uno dei suoi Natali, passati là, dove c’è sempre il sole e dove anche a dicembre la temperatura sale e sale. Là dove la neve non si vede mai e dove il Natale ha colori e atmosfere diversi da quelli di casa nostra.
Ed ecco cosa mi ha raccontato in un bellissimo giorno passato a Pandino insieme a cari amici:
“Quella volta, doveva essere verso la metà degli anni ’60, mi trovavo a Groh, al centro di una vastissima zona nella foresta vergine in cui esercitavo il mio lavoro missionario. All’equatore, di giorno il cielo è grigio per il gran calore, ma nel tardo pomeriggio i vapori bollenti si diradano fino a sparire e il cielo
appare di un azzurro stupendo, inimmaginabile.
Da Groh mi muovevo di continuo, sempre a piedi, attraverso sentieri talvolta appena segnati, per raggiungere una ventina e più di villaggi dispersi in quell’immenso oceano verde.
Quando si avvicinava il Natale, sceglievo la località in cui l’avrei celebrato. Quell’anno toccava ad Aparagra, dove si era costituita una comunità ben organizzata sotto la guida di un laico, che avevo scelto come Capo-Chiesa. Era lui che riuniva la gente, ogni giorno, nella chiesetta povera e minuscola per la recita delle preghiere. Era lui che preparava ai battesimi, alle prime comunioni, al matrimoni cristiani. Era lui che teneva la catechesi. Sicché, quando arrivavo, trovavo sempre un ambiente ideale per svolgere la mia missione ed anche un grande entusiasmo che mi ricompensava dei disagi del viaggio. Anche quell’anno ero atteso con impazienza. Li avevo avvertiti del mio arrivo per celebrare il Natale con loro.
Ma anche il far giungere la notizia era complicato. Dovevo andare alla stazione di partenza di una specie di servizio di linea, un pulmino scassato e polveroso, a dodici posti, che percorreva, qualche volta la settimana, un viottolo sterrato in mezzo alla foresta facendo tante soste e depositando i viaggiatori là, dove un sentiero appena segnato, si inoltrava sotto gli alberi millenari raggiungendo i vari villaggi. Qui dovevo gridare il nome della località alla quale volevo inviare il mio messaggio. E se c’era un viaggiatore che andava proprio là, o nelle vicinanze, potevo consegnargli il mio biglietto, sicuro che sarebbe giunto a destinazione.
Quindi ad Aparagra, per il Natale di quell’anno, mi stavano aspettando: c’era sempre qualche ragazzino arrampicato sugli alberi che scrutava in distanza. C’era anche chi mi veniva incontro per essere il primo a darmi il benvenuto.
E poi, al villaggio già si cantava e si danzava. Si voleva che “le Père”, il padre, li udisse da lontano e ne fosse felice, accelerando il passo.
Arrivando, tutti stavano davanti alla chiesa ed io ero subito attorniato da bimbi, giovani, uomini e donne in festa. Prima di ogni altra cosa, mi facevano sedere e mi offrivano acqua da bere. Poi mi chiedevano se avevo “nouvelles”, notizie, da raccontare. Ed era d’obbligo rispondere: “Rien”, niente, perché prima di mettermi a raccontare, dovevo riposarmi. Solo dopo si cominciava a parlare e successivamente si riprendevano i canti.
Io entravo in chiesa e insieme pregavamo, poi mi mettevo a confessare e continuavo fino a mezzanotte.
I canti e le danze intanto continuavano sulla spianata, dove già era stato allestito l’altare. Celebravo sempre all’aperto perché, appena si diffondeva
la notizia del mio arrivo, la gente, con famiglie al completo, giungeva da ogni parte, anche da villaggi lontani e la piccola chiesa non avrebbe contenuto una così grande folla.
A mezzanotte iniziavo la celebrazione. Avevo sopra di me, a fare da cupola, la volta infinita e meravigliosa del cielo stellato e, a far da colonne, i tronchi degli alberi millenari fruscianti di vite nascoste: insomma, celebravo la mia Messa di Natale nella cattedrale più bella del mondo!”
Padre Carmelo a questo punto si commuove, si toglie gli occhiali, si asciuga gli occhi, ma sorride: lui sorride sempre. La caratteristica più bella di questo missionario dai capelli bianchi è proprio il suo sorriso.
Poi riprende:
“La gente continua a cantare: canti africani, ma anche canti francesi che i Padri hanno loro insegnato nel corso dei decenni. E i cori si alzano, sempre più alti, sempre più belli e commoventi e volano lontano, portati dalla brezza notturna. Vanno e vanno, come messaggeri di gioia e di pace.”
Altra sosta del Padre, che è giunto al punto culminante del suo racconto:
“C’era, quell’anno, ad alcuni chilometri di distanza, nella foresta, un accampamento straniero con gente che si occupava dell’abbattimento di alberi per ottenere forniture di legname pregiato. Vi erano parecchi operai, in genere francesi. Ebbene, quei cori natalizi, quella notte, giunsero fino là e un uomo li sentì. Era rimasto solo nell’accampamento: tutti si erano recati ad Abidjean, la capitale, per far festa. Lui era rimasto pensando con nostalgia alla sua casa lontana.
Sentendo l’onda di quei canti che andava e veniva, a seconda del vento, incuriosito, si era messo in cammino e l’aveva seguita, desideroso di scoprire da dove giungesse. Ed era arrivato sulla spianata dove io celebravo.
La Messa fu lunga. In Africa nessuno guarda l’orologio quando pare che la cerimonia duri troppo. Anche perché là di orologi non ce ne sono!
Dopo la Messa lo sconosciuto mi si è avvicinato e noi, naturalmente, l’abbiamo invitato a restare in nostra compagnia per un pranzo all’africana, che in genere dura moltissimo, con piatti caratteristici, intervallati da canti e danze.
Il forestiero era senza parole e aveva gli occhi lucidi.
Alla fine mi dice: -Sono più di vent’anni che non entro in una chiesa, vorrei tanto parlare un po’ con lei . . . - Così parliamo e parliamo. Mi apre il suo cuore . . . “
A questo punto Padre Carmelo si interrompe di nuovo. Stavolta gli vedo le lacrime scendere sulle guance. Temo che non riesca a terminare il racconto.
Invece si riprende. Ha la voce roca.
Dice:
“Alla fine chiede di confessarsi . . . “
E poi aggiunge guardandomi negli occhi:
“Ecco, io, laggiù, ho visto davvero miracoli ogni giorno . . . “
“E’ bellissimo! Grazie, Padre”, vorrei dirgli.
Ma non ci riesco. Ho un nodo in gola e le lacrime mi velano agli occhi.
Però sono lacrime speciali, che fanno bene al cuore. E padre Carmelo capisce.
E’ stato molto bello passare quell’ora con lui!
domenica 27 gennaio 2008
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