domenica 27 gennaio 2008

QUEL TORRONE SACRIFICATO

n.7 QUEL TORRONE ‘SACRIFICATO’

Doveva essere l’anno 1937.
Abitavamo sempre in via Carducci e c’erano ancora papà e mamma, in
buona salute.
Era la Vigilia di Natale.
Mia sorella Celestina, più giovane di me di un paio d’anni, aveva una voce splendida. Io, invece, ero stonata e ben consapevole del mio difetto: infatti non cantavo mai, neppure quando ero da sola. Mia sorella, invece, cantava sempre e faceva parte, pur essendo così giovane, della Corale della Chiesa.
Quell’anno tutto il Coro si stava esercitando da settimane perché in programma c’erano alcuni canti nuovi, molto impegnativi, per la Messa dell’Alba.
A quei tempi, al mio paese, non si celebrava la Messa di Mezzanotte: Gesù nasceva all’alba del giorno di Natale, al mattino prestissimo, quando intorno era ancora tutto buio. La gente vi accorreva sempre numerosa.
Si vedevano nell’oscurità, gruppi di uomini e donne, rapidi e intabarrati, che andavano zoccolando, sulle strade dure per il gelo, verso la chiesa che, invece, sfavillava di luci.
Le ombre frettolose arrivavano da tutte le contrade del paese, ma anche dai cascinali più lontani.
Non c’erano luminarie per le vie e neppure alberelli coi lumini o le luci intermittenti alle finestre delle case.
C’erano solo le stelle lassù che, quando il cielo era limpido e sereno, palpitavano come fiammelle.
Ma se, come spesso accadeva, era un Natale di neve, i passi della gente erano felpati e le voci e i richiami si udivano a distanza come addolciti da quel soffice manto e cielo e terra si confondevano in un’unica candida distesa.
Il mondo, allora, era bello e pulito, proprio come ci si aspetta, di solito, nella notte di Natale.
La chiesa del mio paese era grande e aveva una cupola immensa, che si perdeva lassù nella penombra. Eppure si riempiva in fretta.
Non c’erano impianti di riscaldamento, c’era solo il fiato della gente: una nuvola di vapore che saliva verso l’alto.
La Corale era là, dietro l’altare, e dall’alto del grande organo, ogni tanto si affacciava la testa bruna di un ragazzetto, che da due anni sostituiva il padre, l’organista, portato via da una polmonite fulminante.
Quel ragazzo era Pino, un nostro compagno di giochi di via Carducci, che, da allora, non ebbe più tempo per giocare con noi. Era diventato, a soli quattordici anni, improvvisamente, il capo famiglia: studiava e si esercitava, sul pianoforte e all’organo, in casa e in chiesa, in ogni suo momento libero.
Nelle sere della Novena di Natale, dopo le funzioni, mia sorella si fermava col gruppo dei cantori e con Pino per le prove. A volte tornava a casa pensierosa. L’arciprete, che assisteva, era molto severo: c’era sempre qualcosa che, secondo lui, poteva esser fatto meglio.
Alla cena della Vigilia, attorno alla tavola imbandita, eravamo tutti piuttosto in ansia. Era il primo anno che Celestina faceva parte della Corale e quella era la sua prima esibizione in pubblico.
Mentre la mamma distribuiva le stecche di torrone, mia sorella, con nostra grande meraviglia, prese improvvisamente una decisione:
“Io al torrone rinuncio, faccio il ‘fioretto’ perché il Signore ci aiuti coi canti.
Se i canti andranno bene il torrone non lo mangerò.”
E prese la sua stecca e la mise al centro del tavolo.
A noi la cosa era parsa enorme, soprattutto a me che ero golosa.
Il torrone, come qualsiasi altro dolciume, in casa nostra si vedeva di rado. Ma a Natale non mancava mai, ce n’era sempre una stecca per ciascuno. Ci veniva consegnata la sera della Vigilia, dopo i tortelli di zucca, il ‘bisett’, e le uova con gli spinaci. Bisognava, però, lasciarne una parte per l’indomani.
Io e Mariarosa, quella sera, cominciammo subito a sgranocchiare la nostra, ma Celestina la sua non la toccò. E io mi chiedevo come facesse a resistere alla tentazione.
Una volta, a dire il vero, eravamo abituati alle rinunce e ai ‘fioretti’: forse anche per questo abbiamo saputo resistere, poi, ai tempi duri della guerra!
Quella notte mia sorella, forse, sognò il torrone al quale aveva rinunciato.
O forse no.
Probabilmente sognò un coro di voci che saliva da dietro l’altare verso la culla del Bambinello, posta nel presepio, e che andava ancora più in alto, verso un volo di angeli, con le trombe d’oro, che uscivano dalle nuvole del cielo.
Il sogno di Celestina quel mattino si realizzò.
In quella Messa dell’Alba, nella chiesa scaldata dal fiato della gente, i canti natalizi furono perfetti e Celestina rinunciò senza rimpianti alla sua stecca di torrone, mentre io e Mariarosa ce lo spartimmo senza provare eccessivi rimorsi.
Un Natale d’altri tempi, colorato di nostalgia, come tutte le cose della nostra lontana giovinezza.

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