domenica 27 gennaio 2008

DAVANTI ALLA VETRINA PER SOGNARE

n.4 DAVANTI ALLA VETRINA PER SOGNARE . . .

Era il dicembre del 1933.
Stavo frequentando il secondo anno delle Magistrali, corso inferiore. Allora si andava a scuola in città subito dopo la classe quinta elementare, se l’esame di ammissione, che si doveva sostenere, era andato bene. Il mio, purtroppo, non era stato perfetto. E’ stato un avvenimento di cui ho sempre parlato a figli e nipoti.
Durante la mia vita ho sostenuto un gran numero di esami, da quelli nella scuola elementare in terza e in quinta, a quelli delle Magistrali, dopo l’ammissione, al quarto e al settimo anno di corso.
Poi c’è stata l’università con un esame dietro l’altro, continuamente. E quelli di concorso per entrare in ruolo, prima come insegnante e poi come direttrice. E anche quello della patente, per poter guidare l’automobile che mi serviva per il mio lavoro.
Ebbene, li ho tutti superati, sempre con onore, al primo tentativo. Tanto è vero che mia sorella, un po’ malignamente, quando conseguii la patente di guida, mi disse:
“Speravo che almeno questo ti andasse male!”
Mia sorella dimenticava che un esame andato male l’avevo avuto anch’io, a undici anni.
A quei tempi, l’esame di ammissione alle Magistrali l’avevo sostenuto a Brescia, presso una scuola privata tenuta da suore.
Io e l’amica Elda vi eravamo state indirizzate dal nostro maestro di quinta elementare, Cesare Pari, detto il ‘maestrin’. Egli, per errore, aveva presentato i nostri documenti all’Istituto magistrale di Cremona, dove avevamo intenzione, poi, di frequentare, dopo la scadenza dei termini. Così per non farci perdere un anno, ci indirizzò presso una scuola privata di Brescia, dove le nostre domanda vennero accolte.
Dovevamo sostenere prove scritte, orali e pratiche in tutte le materie. Anche in ginnastica, purtroppo!
Io, durante l’ultimo anno delle elementari, ero stata esonerata dalle lezioni di educazione fisica con tanto di certificazione medica per una seria forma di artrite alle ginocchia. Non ero, quindi, in grado di ripetere gli esercizi, che si facevano in palestra a suon di musica e che erano stabiliti per legge nei programmi.
Quel giorno a Brescia (quello era l’ultimo esame della serie) io avevo in tasca il certificato del medico, in cui si dichiarava che ero esonerata per motivi di salute, ma mi vergognai a presentarlo. Pensai, invece, che se mi fossi messa in fondo al gruppo, dietro le compagne che muovevano braccia e gambe con flessioni e torsioni, probabilmente, imitandole, avrei superato anch’io la prova.
E, sinceramente, alla fine, pensai proprio d’avercela fatta.
Ma chi ci sorvegliava dovette accorgersi della mia . . . ignoranza. E quando la mamma, a tempo debito, andò a controllare i voti, s’accorse che c’era quell’ ‘insufficiente’ in rosso che spiccava accanto al mio nome.
Io ero al mare, nella Colonia dei Ferrovieri, dove andavo per il sesto anno consecutivo per ordine del medico, proprio per guarire da quella forma di artrite.
La mamma, comunicandomi desolata il risultato, mi scrisse:
“Tanto più che la Elda, invece, è stata promossa . . . “ e mi parve di sentire in quella frase tutta la sua umiliazione.
La Elda era la figlia del capostazione, quindi del superiore di mio padre.
Che figura, povera mamma!
Io quasi non mi rendevo conto del guaio che avevo combinato e non ne soffrii più di tanto.
Ma, al ritorno dal mare, mi trovai davanti un insegnante di ginnastica, che i miei genitori avevano assunto per prepararmi all’esame di riparazione ad ottobre.
Era Pino Galasi, che istruiva gli atleti delle varie squadre ginniche e che aveva fatto vincere medaglie e coppe, nei vari concorsi, ai suoi allievi, anche a Roma, nel Concorso Dux.
Pino sarebbe morto, appena ventiduenne, pochi anni dopo, nel 1936, combattendo come volontario nella guerra di Spagna ed io, una decina d’anni dopo, ne avrei sposato il fratello Paolo.
Pino, quell’estate, si mise all’opera con impegno e sotto il portico di casa mia, a forza di ‘un-due-tre-quattro-destra-sinistra-alto-basso’, mi fece imparare a memoria gli esercizi da fare. Che li facessi bene o meno bene, a me importava poco; ciò a cui tenevo era ricordarmene la successione. In qualche modo, poi, me la sarei cavata.
A ottobre, infatti, l’esame lo superai e questo era ciò che io e i miei genitori ci aspettavamo, era ciò che importava.
Quello fu l’unico esame, in tutta la mia vita, che non mi riuscì al primo colpo.
Quell’anno cominciai a prendere il treno ogni mattina per andare in città, impacciata, taciturna, scontrosa, sempre con la testa sui libri, anche durante il viaggio.
Avevo a quei tempi uno zio che abitava a Cremona e faceva il capotreno. Ebbene, i miei gli avevano raccomandato di sorvegliarmi e di farmi sorvegliare ed egli aveva dato l’incarico ai controllori, che facevano servizio sulla linea Cremona-Brescia, di tenermi d’occhio. Io non lo sapevo, naturalmente. Ma poi lo zio Cesare riferiva a mio padre:
“State tranquilli, ha in mente soltanto i libri . . . “
Però qualche altro pensiero l’avevo in quei primi anni.
La mamma, forse consigliata dall’Arciprete, nostro vicino di casa, mi aveva accompagnato in una cartoleria “sicura”, dove, lasciato un deposito, avrei potuto fare tutti gli acquisti necessari per la scuola: libri, quaderni, album, cancelleria ecc.
Era la cartoleria ‘Maffezzoni’, in piazza Duomo, un po’ lontana dalle Magistrali di via Palestro, ma ‘sicura’. Non avrei potuto lì, nel ‘negozio del clero’, fare acquisti di libri pericolosi. Le vetrine, infatti, erano piene di Crocifissi, di immagini di Madonne e di Santi e di libri di preghiere.
Però una tentazione c’era e grande.
Già ai primi di dicembre, in vetrina, venivano esposti i presepi: capanne, statuine, stelle comete, casette e alberelli, Re Magi sui cammelli e il castello di Erode.
Noi, a casa, in via Carducci, il presepio lo facevamo ancora con le figurine di cartone ritagliate da certi giornalini per ragazzi e la capanna era costituita da due ceppi di legna scelti nella catasta sotto il portico. Il muschio, invece, era quello giusto, perché andavamo a raccoglierlo lungo le rive verso la Sabbiata.
Io, davanti a quella vetrina, sostavo a lungo, incantata, immaginando come sarebbero state bene quelle statuine di gesso tra gli oleandri, che il papà aveva, come ogni anno, trasportato in casa. E quella capanna, proprio vera, con tanto di greppia e finestrella, col tetto spiovente di paglia, col sughero dipinto a far da facciata! Che bella !
Sapevo che non potevo spendere denaro inutilmente. Anche se avevo ottenuto la borsa di studio, ero al corrente che la prima rata, appena giunta, il babbo l’aveva usata tutta per acquistare la legna per l’inverno.
Ma se avessi potuto portare a casa quella capanna, che era al centro della vetrina, anche solo con Maria, Giuseppe e il Bambinello, chissà che festa!
Così un giorno mi feci coraggio e da Maffezzoni, invece di comprare quaderni o pastelli, ne chiesi timidamente il prezzo.
Il commesso venne alla vetrina, cercò il cartellino e mi sparò la cifra. Se poi ci volevo mettere anche la sacra famiglia, ecco, il prezzo poteva arrivare a . . . E se volevo metterci anche il bue, l’asino e la stella si andava a . . .
Totale, in tutto, lire 12!
“Cosa fai? La vuoi? Te la incarto? La segno sul libretto . . . “
Non ebbi il coraggio di dire di sì.
“Vuoi parlarne alla mamma? Te la metto da parte . . . “
Sì, era meglio così: la cifra era troppo importante.
A quei tempi mio padre consegnava alla mamma, per le spese giornaliere, dieci lire e qualche volta, alla sera, se lei si accorgeva di aver finito lo zucchero o che mancava l’olio, mandava una di noi a dire al babbo, ancora indaffarato a sistemare la cavallina nella stalla, che occorreva qualche soldo perché mancava qualcosa per la cena.
Il babbo ci pensava un po’ su e poi ci diceva, sospirando:
“Se proprio non ce n’è più, correte dal ‘Bigion’ prima che chiuda.”
E ci dava un paio di monete.
Quindi spendere dodici lire per . . . un capriccio, senza neppure dirlo prima alla mamma, mi pareva un tradimento.
Alla sera, quel giorno, a casa, descrissi la bellezza di quella capanna e la cura che ne avremmo avuto e che sarebbe durata anni, senza più fare altre spese e che avrei fatto contente le sorelline e che sarebbe piaciuta anche al babbo . . .
Insomma, ne devo aver parlato con grande convinzione e la mamma deve aver pensato che la cosa, con qualche altra economia qua e là, si poteva anche fare. Tanto il libretto dal cartolaio l’avremmo saldato a giugno e c’era tempo.
“Ma sì” mi disse” domani passa a prenderla. Dillo che io sono d’accordo.”
E così feci, felice!
Il commesso mi preparò un bel pacco, chiudendo la capanna in una robusta scatola di cartone e le statuine le avvolse ad una ad una in soffice carta bianca.
In treno trattai il pacco con ogni attenzione e a casa, quando lo aprii, ebbi l’approvazione di tutti, anche del babbo.
Quello fu, certo, un bellissimo Natale e lo ricordo sempre con gioia, anche a distanza di tantissimi anni.
Quella capanna e le statuine di gesso durarono a lungo. Quando mi sposai la portai con me a Gradella, quasi intatta, e durò ancora per anni, fino all’arrivo . . . dei primi nipoti, purtroppo!
Ma questa è un’altra storia e la racconterò la prossima volta.

1^ foto

Bimbi e insegnanti della scuola materna di Pandino nei primissimi anni ’80.
Un grande presepio per bimbi piccolissimi.Si riconoscono le insegnanti di quegli anni: suor Gianna, suor Carmela, Pieranna Bonaventi, Giuliana Boara e Maria Silvia Righini. Quest’ultima ha continuato la sua bellissima opera di “madre in prestito” prima presso la Casa-famiglia di Monza, poi in una delle istituzioni di don Benzi. Un’ opera preziosa che Maria Silvia svolge ancora oggi con amore.

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