n.10 NATALE NEL RIFUGIO
Ho conosciuto Ida tanti tanti anni fa. E’ la mia amica più cara, come cara mi è tutta la sua grande famiglia.
Io e Ida giungemmo a Pandino, quasi contemporaneamente, negli anni difficili dell’immediato dopoguerra. Allora io dormivo nello sgabuzzino delle . . . scope, e lei in classe, dietro la lavagna. Mangiavamo riso in bianco a pranzo e pane e latte la sera, cucinati, di nascosto, sopra un fornelletto elettrico.
Ida arrivava da Zara, la bella, italianissima città della Dalmazia, ricca d’arte e di storia, sull’altra sponda del mare Adriatico.
Erano in dieci tra fratelli e sorelle e avevano una mamma straordinaria, meravigliosa.
La storia di Ida e della sua famiglia ha quasi del miracoloso e, raccontando del loro ultimo Natale passato a Zara, vorrei rendere omaggio anche al grande cuore e al coraggio della madre, la signora Grazia. Ella è scomparsa a centodue anni, nel 1997.
Nel 1943, Zara, una città di circa trentamila abitanti, era ridotta ad un cumulo di macerie: palazzi, chiese, antichi monumenti erano solo tragici scheletri senza più un nome.
Anche la casa di Ida era crollata e tutto era andato perduto. Loro si erano salvati perché da giorni vivevano nel rifugio antiaereo.
Quel rifugio, il più grande della città, circa quindici metri sotto terra, era da considerarsi tra i più sicuri. Si trattava di lunghe gallerie sotto un vasto parco. Era stato costruito molto tempo prima, probabilmente per altri usi, quindi non aveva le comodità indispensabili di un rifugio dove alcune centinaia di persone erano costrette a vivere giorno e notte. Lì sotto, i dieci ragazzi con la madre, abitavano da circa un mese con quel poco che avevano indosso al momento della fuga sotto le bombe e con quello che, a fatica, frugando a mani nude tra le macerie dei muri crollati, erano riusciti a recuperare.
Il padre, Vincenzo, non stava con loro. Era sotto le armi, richiamato in servizio nella milizia contraerea e quindi sempre sulla breccia, dato che i bombardamenti erano all’ordine del giorno.
Mi spiega Ida:
“Nella galleria c’erano solo delle panche di legno infisse nelle pareti. Ogni tanto una scala ripidissima, con molti gradini, portava in superficie. Là sotto c’erano freddo, umidità, buio con solo qualche lampadina di tratto in tratto. Ed era dicembre. Non c’erano né servizi, né fornelli o stufe, né reti o materassi. Si dormiva sulle panche, se si era fortunati, oppure per terra avvolti in coperte militari. Per andare ai servizi si doveva risalire fino al parco, ma era pericoloso, per tanti motivi. Noi ragazzi avevamo paura ad uscire da soli, bisognava sempre essere accompagnati da un adulto. I più coraggiosi risalivano di giorno, di nascosto, anche solo per vedere il sole, o per fare tre passi all’aria aperta. Ma rapidamente. Poi si tornava giù e i più giovani, spensieratamente, riuscivano anche a giocare e a cantare, a ridere e a scherzare, mentre le mamme piangevano e le nonne pregavano con la Corona in mano tutto il santo giorno.
Il cibo, a pranzo e a cena, lo portavano i soldati tedeschi, che avevano la caserma vicino al parco, appena un poco più in là. Era parte del loro rancio. Essi scendevano coi grandi recipienti fumanti, tanto brodo e poca sostanza!
Eravamo in tanti là sotto, c’era chi diceva un migliaio e chi “solo” alcune centinaia. Era impossibile contarci. Un altro rifugio, poco lontano, un giorno venne centrato dalle bombe: morirono in trecento!
Là, sotto il parco, a quindici metri di profondità, noi passammo il Natale del 1943.”
Chiedo:
“Nessun segno, quindi, della festa cristiana?”
“Come no!” mi rispondono in coro le sorelle di Ida.
Continua Anna Maria, la sorella maggiore:
“Veniva spesso un sacerdote a trovarci, pregava e ci faceva pregare e poi ci dava l’assoluzione “in articulo mortis”. Eravamo, infatti, sempre in pericolo di vita, ogni giorno, ogni ora. Il Sacerdote veniva tutte le domeniche a celebrare la Messa: una Messa da catacombe. Venne anche a Natale, naturalmente. Abbiamo fatto tutti la Comunione e abbiamo pregato davanti ad un Bambinello povero come noi, posto sulla nuda terra, come noi. Abbiamo anche cantato ‘Tu scendi dalle stelle . . . ‘ Ma che tristezza! Oggi, ripensandoci, ci pare di raccontare una favola, un brutto sogno vissuto durante una notte di tragedia. E invece è tutto vero.”
Tommaso, uno dei figli, che all’epoca aveva solo diciassette anni, ricorda che talvolta, affamato, raggiungeva il mare con un amico. Lì prendevano di nascosto la barca di qualche pescatore e andavano al largo.
Le bombe degli anglo-americani spesso cadevano anche in acqua, per errore o per colpire qualche nave di passaggio e provocavano una grande moria di pesci. Era facile raccoglierli con un retino. Poi, di corsa, ritornavano al parco, accendevano il fuoco con degli sterpi e li facevano arrostire.
Che festa, in galleria, quando i ragazzi portavano giù quel ben di Dio!
“Una volta,” dice Tommaso, “c’era una nave ferma davanti al porto. Il giorno era splendido, un giorno adatto all’arrivo dei bombardieri. Però il mare e il cielo erano così belli, che noi non ci sentivamo di rinunciare ad una buona pesca. Ma vennero gli aerei, erano dei caccia. Girarono attorno alla nave, abbassandosi sempre di più. E noi eravamo là, immobili e terrorizzati sopra quel barchino . . . Arrivò una sventagliata di colpi di mitraglia, che rimbalzarono sull’acqua tutto intorno a noi. Ce la siamo vista brutta. Ma non ci successe nulla. Tornammo al rifugio pallidi come morti e senza pesci, naturalmente.”
Da quel rifugio sotto terra uscirono tutti ai primi di gennaio. Una nave, la Sansego, avrebbe fatto la spola, portandoli fino a Trieste, ‘ in penisola’, come allora si diceva a Zara, cioè in Italia, al sicuro. Al sicuro per modo di dire . . .”
Continua Ida:
“La nave ci caricò tutti dieci, con la mamma in testa. Ricordo che avevamo una carrozzella da neonato, trovata non ricordo dove, e l’abbiamo riempita con le nostre povere cose. Undici persone allo sbaraglio e tutto il nostro avere stava in quella carrozzella fuori uso! La più grande tra noi era Annamaria, che aveva 23 anni e il più piccino era Nino, che non andava ancora a scuola. Sbarcammo a Trieste tra gente che non conoscevamo, ci accolsero, ci smistarono, ci assegnarono ad un campo profughi. Ci restammo soltanto una notte. La mamma diceva che era meglio mangiare una sola volta al giorno, ma essere autonomi. Ci fecero quindi salire, il giorno dopo, sopra un carro merci e ci fecero ripartire: destinazione Cremona, dove avevamo dei conoscenti. Anche qui ci fermammo solo il tempo necessario perché ci trovassero una casa vera, sufficiente per una famiglia di undici persone.
Le Autorità ci aiutarono parecchio e la casa saltò fuori: era a Gussola, un nome mai sentito, un paese completamente sconosciuto. L’accettammo subito e a Gussola, con gente che ci accolse con animo sincero, ci sistemammo e ricominciammo a vivere. Il babbo ci raggiunse qualche mese dopo la fine della guerra, superando varie peripezie e la famiglia Caizzi, finalmente, si ricompose. Avevamo perso tutto, eravamo tra gente sconosciuta, in un ambiente completamente diverso da quello in cui eravamo cresciuti e avevamo tanta nostalgia della nostra bellissima Zara. Ma eravamo insieme, mamma, papà, Annamaria, Santina, io, Antonietta, Tommaso, Giusi, Bernardino,Vittorio, Umberto e Nino, dalla più grande al più piccino. E questo doveva bastarci. E ci bastò, infatti. Da allora la nostra vita, nonostante tutto, fu sempre in salita, faticosa sì, ma con tante soddisfazioni. Non finiremo mai di ringraziarne il Cielo.”
domenica 27 gennaio 2008
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