domenica 27 gennaio 2008

MIA CUGINA NATALINA

n.5 MIA CUGINA NATALINA

Mi torna spesso in mente mia cugina Natalina. Era una bella giovane sposa, bruna e piena di fuoco. Era nata il giorno di Natale di tanti anni fa.
Insieme a suo marito Silvio, un uomo dal carattere d’oro e dal sorriso accattivante, formavano una gran bella coppia.
Erano gli anni trenta, anni ancora felici.
Abitavano in un piccolissimo paese del piacentino, poco oltre il ponte sul Po. Silvio, allora, faceva il carrettiere insieme a suo padre “Nselmen”: carrettieri di lungo corso con robusti cavalli da tiro e solidi carretti usi a macinar chilometri, su e giù per strade polverose.
La musica delle ruote, punteggiata dallo schioccar delle fruste e quell’andare ritmato e monotono dei cavalli, alimentavano, certo, pensieri e riflessioni e facevano meditare sul mondo e sulla gente.
Forse per questo Silvio era tanto buono e comprensivo. Così buono e comprensivo da non negare mai a Natalina di fare una scappata a casa degli zii quando capiva che ce n’era bisogno. E non esitava ad inforcare anche lui la bicicletta per venirci a trovare, due o tre volte l’anno, portando con sé ogni ben di Dio.
Nelle sporte appese ai manubri, Silvio e Natalina, avevano grosse forme di pane, soffice e pastoso, fatto in casa nel forno a legna, tipico delle campagne piacentine. C’erano, poi, il salame casalingo, un fiasco di vinello fatto “coi piedi”, le uova del loro pollaio e, magari, un paio di galletti di primo canto e le ciliegie in primavera, o le mele in autunno.
In più, immancabilmente, c’erano due scope di saggina, intrecciate da “Nselmen” con le sue proprie mani. Erano scope resistenti, che duravano a lungo. Ricordo che la mamma diceva, quando cominciavano a logorarsi:
“Chissà che venga presto Natalina . . . “
Nel piccolo paese piacentino essi avevano una casa fatta su, a poco a poco, dal vecchio Anselmo e dai suoi figli. E quando uno di essi si sposava, tutti insieme gli altri gli davano una mano per farsene una nuova sul terreno di proprietà. Sicché ancora oggi le case sono tutte lì, come pulcini attorno alla chioccia, l’una a guardare l’altra e basta affacciarsi e dare una voce per ritrovarsi tutti insieme.
Silvio, sposando mia cugina, era rimasto in famiglia col padre e con la madre Adelina. Nella cucina c’era un grande camino ed era piacevole starci seduti attorno, quando il papà, col treno, ci portava a trovarli. “Nselmen” ci faceva ridere con la sua stretta parlata piacentina e Silvio aveva sempre qualche storia da raccontarci, mentre il fuoco scoppiettante ci arrossava le guance e ci metteva allegria.
Ma Natalina la ricordo, in particolare, in un giorno triste.
Era morta mia madre, in una fredda mattina di febbraio e lei, naturalmente, era corsa da noi per restarci qualche tempo. Eravamo tre ragazze sole con un padre disperato. Lei si piazzò in casa, in silenzio, senza dirci mai se era preoccupata per Lidia, la sua bambina di pochi anni affidata all’Adelina, o per Silvio, in giro tutti i giorni per le strade.
Ci insegnò come organizzare la nostra giornata, come cucinare, come preparare il bucato.
Rammento una sera, qualche giorno dopo il funerale della mamma, quando venne a trovarci, per farci le condoglianze, la moglie del capostazione coi quattro figli dietro.
Per mio padre, ex ferroviere, il capostazione era l’uomo da riverire e la visita di sua moglie era da considerarsi un onore.
Nella piccola cucina, sotto il cerchio breve della lampada, la tavola già apparecchiata, quella sera eravamo decisamente in troppi: noi tre sorelle con Natalina e il babbo e poi lei, la signora, con Pupa, Idillio, Pino e Dora, quattro ragazzini in scala, educati e compunti.
Natalina stava rimestando la polenta nel paiolo di rame, inserito tra i cerchi della piastra di ghisa della stufa. Il babbo stava in piedi e cercava, trattenendo il pianto, di parlare con la bella signora. Lei, seduta coi figli attorno, si credeva in dovere di dare consigli, di fare coraggio, di offrire aiuto. Noi tre, già sedute a tavola, non sapevamo cosa dire e Natalina girava e rigirava il bastone, lucido per l’uso, nella morbida pasta gialla che ribolliva nel paiolo.
Anche molti anni dopo, mia cugina, ricordando quella sera, diceva con un sorriso: “Non abbiamo mai mangiato una polenta più cotta di quella!”
Era molto buona Natalina, così semplice, così sorridente, così generosa.
Spesso mi è venuto il dubbio che simili a lei, forse, dovevano essere tutti quelli nati il giorno di Natale, perché, nel venire al mondo, avevano di certo incontrato gli Angeli, mentre scendevano a cantare sui presepi dei bambini.
Poi gli anni passarono. Anche noi diventammo grandi e imparammo tante cose dalla vita.
Nel frattempo a Natalina era venuta l’artrosi, camminava curva e non faceva più lunghi viaggi in bicicletta. “Nselmen” era morto e non c’era più chi intrecciasse scope di saggina. A Silvio venne la pressione alta e dovette vendere cavallo e carretto e mettersi a riposo. Lidia si era sposata ed era andata ad abitare altrove.
Nella vecchia casa restarono Natalina e Silvio, soli.
Toccò a noi, memori del tanto bene che ci avevano fatto, andarli di tanto in tanto a trovare.
Ora Natalina è morta, appena dopo Natale, con già tanti anni sulle spalle. Qualche tempo prima era morto Silvio. Adesso riposano tutti e due, vicini, nel piccolissimo cimitero del piccolissimo paese di Cignano. E sorridono dalle fotografie poste sulle lapidi. Rivederli non dà tristezza. Ci sembra, anzi, che scorrano davanti a noi, come in un film in bianco e nero, tanti, tanti dolcissimi ricordi.
Eccoli, tutti e due, accanto al fuoco, a raccontarci storie. e poi in bicicletta, con le scope di saggina infilate sotto la canna di Silvio. Ed ecco Natalina che rimescola e rimescola la polenta nel paiolo. Eccola ancora mentre ci insegna a fare il bucato, a preparare la minestra, a stirare le camicie del papà.
E, ancora, eccoli tutti e due, a casa loro, attorno al tavolo, quando andavamo a trovarli con figli e nipotini: la ciambella fatta in casa, il pane cotto nel forno già tagliato a fette e il salame col vino bianco fatto in proprio.
Una casa che pareva un presepio, dove si respirava dolcezza e serenità.
Un film che potrebbe scorrere all’infinito, con tante scene che i nostri cuori hanno registrato durante questo lungo scorrere di anni e che ancora conserviamo con amore.

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