n.13 NATALE DI NOZZE
Era il dicembre del 1946.
Da tre mesi io e Mariarosa abitavamo nel minuscolo centro di Gradella, un piccolo mondo che ci aveva subito conquistato per la sua semplice bellezza e per la cordialità della sua gente: un piccolo mondo che ci aveva riconciliato con la vita, dopo il tanto male sofferto durante la guerra.
Abitavamo nell’edificio scolastico, in uno dei due graziosi appartamenti situati sopra le aule.
Sotto avevo la scuola, sopra la casa: mi bastava scendere due rampe di scale ed ero sul posto di lavoro. I ragazzini erano affettuosi e sorridenti. Era una scuola che davvero non dava problemi.
L’edificio sorgeva isolato in fondo al paese, con un gran prato intorno, dove i bambini potevano anche giocare al pallone. Gli appartamenti erano due, ma solo il nostro era abitato, dato che l’altra insegnante, la maestra Gina Bergamaschi, una vera istituzione per Gradella, abitava in paese a ridosso della chiesa. Nelle sere invernali di nebbia l’alto edificio quasi scompariva e c’era un gran silenzio tutto intorno.
In quel piccolo paradiso avrei vissuto, speravo, da giovane sposa felice.
Avevamo infatti deciso, Paolo ed io, di sposarci il 28 dicembre. Già avevamo portato nel piccolo appartamento i mobili indispensabili appena acquistati e tutto era pronto.
C’era, in cucina, anche un caminetto che però non usavamo. Avvicinandosi il Natale pensai di ambientarvi il presepio. Avevo portato con me, dal paese, la capanna che avevo acquistato in città quand’ero ancora studente, circa una dozzina d’anni prima. Era molto ben conservata e avrebbe creato nel mio presepio solitario un po’ dell’atmosfera della mia vecchia casa paterna.
I bambini della scuola, dopo aver preparato con entusiasmo il loro tradizionale presepio nel corridoio, portando ognuno qualcosa, avevano raccolto, apposta per me, un cesto di muschio.
Con qualche pezzo di legna feci montagne e grotte attorno alla capanna, misi il muschio un po’ dappertutto, attaccai la stella cometa alla catena affumicata che pendeva dalla cappa del camino, sparsi farina bianca qua e là e usai la carta stagnola per laghetto e ruscelli.
Poi sistemai le statuine, un po’ vecchiotte, ma ancora integre e, davanti, vi accesi i cerini, schierati tutti in fila, sul piano di marmo del gradino.
Quello è stato un Natale diverso da tutti, un po’ frastornato dai preparativi di nozze, con ansie, preoccupazioni, pensieri nuovi, con tante cose alle quali dovevo provvedere da sola, senza alcuna esperienza, senza i consigli materni, che ogni giovane sposa si attende.
Non rammento bene come lo trascorremmo quel Natale io e Mariarosa.
La guerra era finita, ma restavano nell’aria rancori, miserie e paure: un’atmosfera inquieta, con tante incertezze.
Mi pare di ricordare che andammo da qualche parente, a Piadena, forse.
Il presepio certamente restò senza lumi il giorno di Natale, chiuso nella stanza buia, fredda e solitaria.
Alla anziana collega affidai le chiavi di casa pregandola di accendermi la stufa nella mattinata del terzo giorno, sabato 28 dicembre appunto, poiché, a sera, saremmo arrivati, Paolo ed io, dopo la cerimonia nuziale. Che almeno la stufa fosse accesa, dato il rigidissimo clima di quei giorni.
Non avremmo fatto il viaggio di nozze, non ne avevamo né i mezzi, né il desiderio.
Il sabato, atteso con tanto tremore, arrivò.
Io e Paolo, coi pochi parenti che avevano avuto il coraggio di affrontare il ghiaccio sulle strade e la nebbia fitta di quel mattino, ci trovammo nella grande Cattedrale della città, dove lo zio, monsignor Costante Bellini, ci stava aspettando.
Lo zio era il Prete che aveva unito in matrimonio mio padre e mia madre e che, alla mia nascita, era venuto al paese, a Robecco, per battezzarmi. Ora avrebbe benedetto anche le mie nozze. Per me rappresentava il filo ideale che mi univa ai miei cari scomparsi. Era un segno di continuità, che mi rendeva consapevole di non essere sola, come avevo temuto. C’era lo zio sull’altare, lo zio che mi aveva seguita per anni, che mi aveva consigliato, rimproverato, consolato. E dietro di lui c’erano, idealmente, mia madre e mio padre, che egli aveva conosciuto ed amato e che certo erano felici di vederlo, ancora una volta, in un momento così importante, accanto a me.
La cerimonia che egli mi aveva preparato risultò semplice e suggestiva.
Nella Cappella dedicata a Maria c’era una luce diffusa che scendeva dalla vetrata, e sull’altare c’erano fiori bianchi tra candele accese.
Un vecchio organista coi guanti di lana, da cui sporgevano solo le dita, suonava l’Ave Maria col sottofondo ansimante dell’ armonium a pedali.
I parenti intirizziti si soffiavano il fiato sulle mani per riscaldarle.
Io avevo un cappotto blu, comprato coi punti della tessera U.N.R.A., una sigla di cui ho dimenticato il significato, che ci era fornita dal governo e in testa mi avevano sistemata un’acconciatura con tanto di veletta blu, che mi doveva, dicevano, alzare un po’. Era la prima volta che portavo ai piedi scarpe con due dita di tacco.
Non sentivo freddo, anche se tremavo. Avevo un senso di vuoto dentro.
Mi pareva di non essere io, quel giorno, a sposarmi.
Poi la cerimonia finì e tornammo tutti al paese, dove i parenti di Paolo, da quel giorno anche parenti miei, avevano preparato, in casa, il pranzo per tutti.
Io chiesi soltanto d’essere accompagnata, prima, al cimitero. Mi mancavano tanto mamma e papà.
Verso sera, dopo aver fatto scorta di calore davanti al grande camino acceso, un amico ci accompagnò con l’automobile, come regalo di nozze, fino alla nostra nuova casa, smarrendosi spesso lungo strade sconosciute, mentre una fitta nebbia avvolgeva ogni cosa. C’erano con noi la sorella di Paolo e suo figlio Rinaldo, ancora bambino: stava a cavalcioni sopra una piccola damigiana di vino di produzione propria, che il cognato aveva voluto regalarci.
Dopo un viaggio di paura, tra nebbia e ghiaccio, eccoci finalmente a Gradella.
La scuola, in fondo al paese, era illuminata e le nostre tre finestre lassù ci diedero il benvenuto col loro tenue bagliore.
L’anziana collega con la Pina, la sua domestica carica d’anni, era là, accanto alla stufa accesa fin dal mattino, col caffè bollente sulla piastra e le tazzine nuove di zecca che sorridevano sul tavolo di cucina. Sul marmo del camino, davanti al presepio, la vecchia maestra aveva acceso tutti i lumini.
In casa, nonostante il fuoco scoppiettante nell’unica stufa in cucina, faceva freddo. Ma per me e Paolo quella “nostra” casa era il paradiso e quando tutti partirono noi ci sentimmo i padroni del mondo.
26 dicembre 1977- Trentun’anni dopo le mie nozze, a Cremona, nello stesso periodo natalizio, si sono sposati, a Pandino, in santa Marta, Giuliana Boara e Antonio Bombelli, due cari amici che ho conosciuto bambini sui banchi delle mie scuole.
Nella prima fotografia c’è una sorridente Giuliana ed un serio e quasi intimidito Antonio. Accanto alla sposa i due testimoni, Angelo, fratello di Giuliana ed Ernestina Fappani. Di Ernestina tutti ricordiamo la morte prematura, avvenuta circa tre anni fa.
Accanto allo sposo, invece, ci sono le sue due sorelle gemelle, Luisa e Giuseppina. Ricordo perfettamente il giorno in cui i tre gemellini nacquero, il 21 Agosto del ’53. Che trambusto in paese!
“Sono tre gemelli! Sono nati in Via Goito, due femmine ed un maschietto!”
Ne parlavano tutti, per strada, nei negozi, nelle case. Era un evento straordinario. Non nascevano tutti i giorni tre gemellini, e , per di più, vispi e in buona salute come quelli! Ci fu anche la corsa ai corredini: tre erano tanti, occorrevano tante cose e in molti si dettero da fare.
Quello fu un giorno felice per Pandino. E’ questo il pregio della vita di paese: la gioia di uno diventa la gioia di tutti.
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