IL DOTTOR AGOSTINO BOZZETTI
(1920-1998)
Da dieci anni ormai, il dottor Bozzetti vive a Milano insieme alla moglie signora Rosy.
Ha voluto spostarsi, col pensionamento, accanto alla figlia Cesy e ai molti nipoti.
“Voglio godere un po’ di più degli affetti familiari,” ha detto.
Ma penso che, lasciando Pandino, abbia sofferto.
Era in mezzo a noi dal 1971, ma le famiglie pandinesi lo conoscevano già da molto prima.
Infatti, fin dai primissimi anni ’50, mentre era medico condotto a Palazzo Pignano, era diventato il pediatra “ufficiale” di tutti i bambini del circondario.
Egli, come dice spesso, li ha visti nascere, i nostri bambini, li ha controllati e curati regolarmente, li ha visti crescere, e poi ha visto nascere e ha curato i loro figli e, qualche volta, anche i loro nipoti. Più di così !
Era una figura familiare a tutti. Alto, bello, distinto , a volte, soprattutto nei primi tempi, un po’ scorbutico, (ma il fatto non guastava), era sempre guardato con rispetto e ammirazione.
Quanti episodi avrebbe da raccontare nel rifare la sua storia di “medico di campagna”.
Già, perché il dottor Bozzetti ama definirsi proprio così, “un medico di campagna” e se ne vanta.
A quei tempi il medico condotto doveva saper fare tutto : l’ostetrico nei casi di parti difficili, il dentista, se il mal di denti metteva in crisi grandi o piccini, e anche il chirurgo nei casi urgenti.
Egli aveva sempre avuto, fin da ragazzo, una grande ammirazione per la figura del dottore del suo paese ed ha sempre coltivato il desiderio di imitarlo.
Era figlio del Segretario comunale di Paderno Ponchielli , mentre sua madre faceva la maestra elementare : un ragazzino come tanti altri, ma con un sogno nel cuore mai cancellato, diventare medico.
A ventiquattro anni si laurea a Pavia, a ventotto si specializza in Pediatria e, qualche anno dopo, in Medicina interna e in Igiene.
Diventa medico condotto di Genivolta già nel 1945, un anno difficile per le vicende della guerra e del dopoguerra.
Quasi nessuno, a quei tempi, aveva l’automobile e allora quante volte il buon dottore di campagna si caricava il paziente in macchina e lo portava lui stesso direttamente in ospedale !
Quante alzatacce notturne quando qualcuno suonava il campanello in piena notte, perché aveva un parente che stava male !
Mi racconta, con una sorta di tenerezza, di quella anziana contadina che, avendo appena ottenuto il libretto sanitario , che le garantiva l’assistenza medica gratuita, volle subito approfittarne. Entrò in ambulatorio e quando il dottore la invitò a sistemarsi sul lettino, ella vi salì in piedi perché, come disse, “voleva che la visitasse bene, davanti e dietro”.
Oppure di quella “mondina” in attesa di un bimbo, che lo accusò di favorire le donne belle, perché egli aveva dato parere negativo al suo impiego nelle risaie. Il medico, infatti, doveva accertarsi che le aspiranti mondariso non fossero in stato di gravidanza, poiché avrebbero potuto essere danneggiate da un lavoro così pesante.
Era talmente grande , allora, la povertà in campagna, che si accettava tutto, pur di guadagnare qualcosa.
L’attività che il dottor Bozzetti, però, ricorda con più piacere, è quella svolta collaborando con l’O.N.M.I. ( Opera Nazionale Maternità e Infanzia).
Iniziò subito, nel 1949, prima a Casalbuttano e a Robecco, più tardi a Pandino, Rivolta, Spino d’Adda, Agnadello, Torlino e Trescore : una collaborazione durata vent’anni, che gli fece guadagnare, oltre alla stima di tutti, anche una medaglia al merito.
Quando arriva nel Cremasco è il 1951 : diventa medico condotto e Ufficiale Sanitario di Palazzo Pignano e Torlino.
Allora abitava a Cascine Gandini e i pandinesi andavano spesso a bussare alla sua porta appena un bambino aveva qualche malessere.
E’ stato così che il dottor Bozzetti li ha visti crescere di anno in anno, con una particolare attenzione per ciascuno di loro.
Lo ricordo anch’io, sempre sollecito, anche se a me bastava un nonnulla per mettermi in agitazione.
Era diventato quasi un amico di famiglia, orgoglioso dei nostri figli, quando crescevano bene, come fossero stati figli suoi.
In questo periodo, tra il ’68 e il’69, ebbe l’incarico di tenere lezioni di igiene presso la Scuola di specializzazione universitaria di Milano. Pubblicò anche due volumi su l’Unità Sanitaria e sulla Vaccinazione antirosolia.
Ora dice con orgoglio :
“Le prime vaccinazioni antirosolia in Italia , le ho praticate io, a Torlino.”
Nel 1971 assunse anche la Direzione Sanitaria della nostra Casa di Riposo. Ancora adesso ricorda con affetto e riconoscenza, oltre il dottor Greco, che lo aveva preceduto, le ottime Suore Adoratrici, che lavorarono accanto a lui, in silenzio e con generosità.
Desidera anche rivolgere un pensiero affettuoso e grato alle sue due più strette collaboratrici di quegli anni : l’ostetrica Elsa Fiorani e l’impareggiabile signorina Luisa Taffurelli, allora Assistente sanitaria e Direttrice del nostro Asilo Nido. Esse lavorarono, dice, pressoché gratuitamente, sempre pronte ad accorrere ad ogni chiamata del medico e per ogni intervento presso le famiglie.
Nel 1987, quando decide di ritirarsi, “anche per lasciare il posto ai giovani”, è Presidente del Comitato Sanitario locale, è ricco di esperienza e di affetti e gli piange il cuore abbandonare i suoi “amici”, come chiama, abitualmente, i suoi pazienti.
E allora sapete cosa fa ?
Non comunica a nessuno la sua decisione ; finge di partire per le ferie, come ogni anno. Andrà in montagna, tra le sue adorate montagne del Trentino, per riposarsi un po’.
Agli amici, a tutti i suoi “amici”, scrive una lettera che tra la gente suscita stupore e dolore.
La fa imbucare il giorno dopo la sua partenza.
“Cari amici, quando riceverete questa mia...”
Una lettera commossa , che ci ha commossi.
Ma anche ora, da Milano, non smette di interessarsi ai suoi pandinesi.
Ogni volta che torna in paese, ( e torna spesso), chiede notizie, incarica di portare i suoi saluti, si rattrista per i lutti, si rallegra per i successi. Perché è così che si fa tra amici, vero dottore ?
Per questo Le siamo grati e le auguriamo tanti e tanti anni di vita serena.
Lucio : un gioco mortale
( Anno 1962)
E’ un caldo e luminoso pomeriggio di giugno.
I ragazzini sono in vacanza da pochi giorni. Non ce n’è uno in casa: chi non è all’oratorio è in giro per le strade in cerca di compagni, oppure è tra i campi, a pescare lungo il Tormo o a caccia di nidi, come Lucio Chiappa, otto anni, scolaretto di terza elementare nella classe del maestro Franco Tubertini.
Ad un tratto un grido corre di bocca in bocca, attraversando tutte le strade di Pandino, entrando in ogni casa, turbando la serena atmosfera pomeridiana:
“Un bambino è stato raccolto ferito sotto un traliccio dell’alta tensione, nei campi al di là del Roggetto. Una macchina di passaggio l’ha portato all’ospedale di Rivolta...”
L’allarme semina ansie e paure.
Ogni madre corre a cercare il proprio figlio col cuore in gola e quando lo ritrova finisce un incubo:
“Non è mio figlio...Non è mio figlio...!”
Ma allora chi è il piccolo ferito raccolto nei campi?
“ E’ un bambino biondo...no, è bruno coi ricci... ha la maglietta rossa...macché, è una maglietta a righe...”
E subito dopo:
“Non è di Pandino, è uno dei nomadi che sono accampati attorno al Castello...”
E’ vero; ci sono alcune carovane, da giorni, appena oltre le antiche mura della cinta. Sicuramente è uno di quelli. Noi, ai nostri figli ci stiamo attenti, a noi non possono capitare certe cose...
Ma in paese l’atmosfera si fa sempre più tesa, un’ombra di dubbio cala su tutti. Chissà... qualche bambino manca ancora all’appello, ma certo sarà in campagna, sarà al campo di calcio, sarà a casa di un amico...
Soltanto lui, un prete arrivato da poco in paese, prende, con decisione, la strada giusta.
Per lui, Parroco, non c’è differenza tra questo o quel bambino, tra il piccolo pandinese, o lo zingarello della carovana.
Quel prete è don Rino Stellardi, da poco più d’un anno Parroco a Pandino. Egli prende la sua “600” e vola all’Ospedale di Rivolta d’Adda.
I medici lo portano in una stanzetta dove un piccino, irriconoscibile per le gravi ustioni al volto, giace quasi privo di vita, in coma. Si ferma per un’ora al suo lettino, spera che riapra gli occhi, che gli dica il suo nome, che qualcosa gli permetta di riconoscerlo. Inutilmente.
Allora si fa consegnare i suoi sandali, i suoi calzoncini, la sua maglietta e corre di nuovo a Pandino.
Sul sagrato della chiesa c’è un folto gruppo di bambini che sta giocando ; tra pochi giorni ci saranno le Cresime, in chiesa il curato li aspetta per la preparazione. Don Rino scende dalla macchina con i poveri indumenti in mano e li mostra ai ragazzini:
“Guardate, riconoscete questa maglietta, questi calzoncini?”
Non ci sono esitazioni:
“E’ la maglietta di Lucio!”
Ecco svelato il mistero, purtroppo.
Ed ora tocca a lui, povero prete, andare a casa di Lucio a portare la triste notizia, con quale cuore lo si può solo immaginare.
Lucio era un bambino delle “mie” scuole, quindi era un “mio” bambino. Ne ho sofferto terribilmente. Che strazio quei trentanove giorni di agonia! Rifare quel calvario, oggi, dopo tanti anni mi provoca ancora una stretta al cuore.
Eppure, allora, vivemmo anche giorni di speranza. Pregammo molto, a scuola, a casa, in chiesa: volevamo proprio strappare al Signore la grazia. Anche i medici ci invitavano ad aver fede.
Lucio non parlava, ma un giorno lo vedemmo socchiudere gli occhi, e un’altra volta gli scorgemmo una lacrima tra le ciglia e lo sentimmo anche rispondere con un lamento mentre don Rino lo chiamava:
“Lucio, sono il Parroco, qui c’è don Attilio, c’è anche il tuo maestro, c’è la direttrice...”
Da Rivolta, con maggiori speranze, lo vedemmo trasportato al Policlinico di Milano.
“I bambini hanno tante risorse...Speriamo...”, ci dissero i medici.
Intanto i giorni passavano, sempre uguali. Ogni volta, allontanandoci dal suo lettino, pensavamo:
“Chissà, forse la prossima volta lo troveremo meglio.”
Ma quando dal Policlinico lo trasportarono a Niguarda per sopravvenute complicazioni, la speranza si fece sempre più esile.
Poi Lucio tornò.
Tornò a casa con l’autoambulanza e tutti capimmo che era la fine.
“Ha poche ore di vita” ci dissero.
Povero Lucio! Era, invece, l’inizio di un altro Calvario, più doloroso, più tragico.
Lo vedemmo morire un poco per volta, giorno per giorno, durante tre lunghe settimane. E sempre, a vegliarlo, suo padre e sua madre. A scrutarlo, a indovinare i suoi desideri per rendergli meno penosa l’agonia.
Ad ogni tocco di campana il cuore ci si stringeva:
“Che suoni a morto...? Che sia per Lucio...?”
E quando la morte venne a sciogliere i lacci dolorosi che lo tenevano ancora avvinto alla vita, ne ringraziammo, piangendo, il Signore.
A scuola tenemmo vivo per anni il ricordo di Lucio istituendo il “Premio Lucio Chiappa” per alunni meritevoli delle classi quinte. Con ciò abbiamo sperato anche di inculcare nei nostri bambini l’attenzione verso certi giochi pericolosi, verso certe imprudenze che dovevano essere evitate a tutti i costi, anche ricordando Lucio. Nessuno, da allora, è più salito su un traliccio; i nostri scolaretti di quegli anni impararono ad averne terrore. Ogni volta si diceva: “Pensate a Lucio...Lucio è morto per un gioco simile...”
Dopo Lucio Chiappa ricordammo, con altrettanti Premi scolastici annuali, anche Mariolino Arrighetti, alunno di quinta elementare, investito e ucciso da un’automobile al crocicchio del cimitero nel 1964, e Agostino Balletto, anch’egli scolaro di quinta elementare, annegato a Spino, nell’Adda, nel.1967, in un giorno di vacanza, ed Emanuele Oliani della classe terza, morto anch’egli nel 1967 per una grave malattia.
Tutti questi nomi hanno accompagnato, nel ricordo, durante gli anni della scuola elementare, tanti e tanti ragazzini degli anni ’60 e ’70.
domenica 27 gennaio 2008
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