domenica 27 gennaio 2008

IL MIO PRESEPE VIVENTE

n.23 IL MIO PRESEPIO VIVENTE

Era il dicembre del 1984. Ho un ricordo così vivo di quell’anno, che mi pare appartenga al mio mondo di oggi. Va dallo strazio per la malattia di Pablo, risolta, poi, così bene, all’attesa, tra tante incognite, della nascita di Micol: due momenti vissuti in anticamere d’ospedali, dalle quali siamo usciti piangendo di gioia.
Era, dunque, tempo di Natale.
Quanti anni erano volati via, come portati da una brezza dolcissima, da quel giorno freddo e nebbioso in cui, io e Paolo, ci sentimmo i “padroni del mondo” lassù nella “nostra” casa, sopra le scuole della piccolissima Gradella!
Quattro decenni di vita nuova, quale mai avrei sognato: una famiglia ricca di figli e nipoti, accanto a un uomo col quale ho tutto condiviso, gioie, dolori, incertezze, sorrisi e speranze.
C’era già aria natalizia in casa nostra quell’anno e anch’io cominciavo a pensare al presepio.
Non sapevo come sarei riuscita a farlo stavolta.
Le statuine, alcune delle quali contavano più di trent’anni di vita, erano ormai allo stremo.
Una, bella e robusta, forse l’ultima della vecchia guardia, l’aveva rotta il giorno prima la piccola Miriam mentre ci giocava sul tavolino del salotto.
La stava mettendo in fila con le altre, un piccolo esercito di gente malandata, e faceva discorsetti incomprensibili ad ognuna di loro.
Ad un tratto il tonfo. La statuetta era caduta.
C’era rimasta male, povera piccola e, mormorando tra sé “. . . otta . . . otta . ”, aveva cercato di sovrapporre le due parti spezzate senza riuscirci. Poi era venuta da me coi due tronconi in mano, dicendo:
“Papi . . . giusta . . .”.
Il babbo, cioè, poteva rimediarvi, dato che il suo papà, secondo lei, era capace di fare tutto.
Mi restavano solo un Bambino Gesù di plastica, praticamente indistruttibile, una Madonna senza mani e un san Giuseppe che, tempo prima, aveva perso il bastone. Non c’era più neppure la capanna; s’era sfasciata, pezzo per pezzo, durante i vari natali e l’anno precedente l’avevo sostituita con due ceppi di legno dalla corteccia rugosa.
Era ben vecchia quella capanna fatta di sughero e paglia! L’avevo comprata, dopo giorni e giorni di esitazione, addirittura negli anni ’40!
Aveva resistito agli assalti dei miei figli bambini, Raffaella, Daniela, Simonetta e Damiano. E poi a quelli di Silvia, Erica, Sara e Pablo, i nipotini più grandi, che ci avevano spesso giocato durante le vacanze passate dai nonni.
Anche le pecorine erano sparite da un pezzo, come pure il castello di Erode e le casette minuscole, che sparpagliavo, solitamente, tra il muschio dei monti.
Mi restavano solo tre o quattro pastori, con le teste incollate, o le braccia attaccate col nastro adesivo e una donnina che lavava i panni nel mastello: era un po’ sbrecciata e scolorita, ma resisteva. Era la migliore.
Perciò non sapevo davvero come avrei fatto a costruire il mio presepio nell’angolo del salotto, davanti al grande specchio che, riflettendone i lumi, gli avrebbe potuto dare ancora un certo senso di ampiezza.
Mi era venuta persino l’idea che avrei potuto fare, coi nipotini di varie “misure”, un presepio vivente.
Ecco, avrei messo Micol, che aveva soltanto sette mesi, al posto del Bambin Gesù. Era bella, rosea, sorridente, con due occhi stupendi e faceva già “ciao” con la manina. Ci sarebbe stata certamente bene al centro del presepio, avrebbe fatto sorridere la gente e avrebbe dato un senso di speranza a chi l’aveva perduta.
A farle da madre, al posto di Maria, avrei messo la dolcissima Erica di nove anni, tenera, buona, piena di premure e di attenzioni per la sorellina che così spesso coccolava tra le braccia.
E a far da padre, il mite san Giuseppe, sarei stata costretta a metterci Pablo, cinque anni; non molto adatto, a dire il vero, data l’età e il caratterino che si ritrovava. Ma era l’unico maschietto della compagnia e non avrei avuto alternative. Avremmo dovuto solo stare molto attenti a non fargli combinare guai, quei guai che egli sapeva fare così spesso e così bene.
Poi, dato che non avevo più angeli da spargere tra i monti per dare la buona novella ai pastori, avrei usato Silvia, dieci anni, che mi pareva la più adatta per il fisico sottile, quasi etereo, il visetto pallido, soffuso di dolcezza e i grandi occhi neri.
Alla fine mi sarebbero restate due sorelline deliziose, Sara, “la principessa”, di sei anni, e la biondissima Miriam, che di anni ne aveva solo due. Ne avrei fatto due pastorelle con cestelli di frutta da portare a Gesù e con pecorine . . . al guinzaglio.
Certo, al guinzaglio, perché non sapevo se la gattina bianca di Pablo e la sua cagnetta Kira, candida e riccioluta, avrebbero accettato di star ferme davanti a un presepio.
In questo modo il mio lavoro avrebbe potuto dirsi terminato.
Se fossi riuscita a tener ferma Micol, tranquillo Pablo e in silenzio Miriam e Sara, tutto poteva riuscire alla perfezione.
Poi Silvia ed Erica, con le loro vocine intonate, avrebbero potuto cantare “Tu scendi dalle stelle . . .” e Damiano, forse, le avrebbe accompagnate con la chitarra. Sarebbe stato un gran bel Natale, almeno per me.
Ma non so se l’allegra brigata sarebbe stata felice di far da comparsa, sia pure in un presepio.
E allora, purtroppo, avrei dovuto fare riparazioni, incollando qua e là le statuine mal ridotte e manovrando con pennelli e matite colorate per far delle toppe su vestiti e mantelli.
Poi avrei fatto portare del muschio e avrei messo i due ceppi, che conservavo dall’ anno prima, nell’angolo del salotto e avrei ritagliato le stelle dorate da incollare sulla carta blu del cielo.
Alla fine avrei sistemato per bene le poche statuine che mi restavano, nascondendo nelle zone d’ombra le più malandate e ci avrei acceso davanti i cerini, un po’ qua e un po’ là, badando che lo specchio ne riflettesse la luce nel modo migliore.
E poi avrei pregato, ringraziando il Signore per avermi regalato un altro Natale da passare tutti insieme con una presenza in più. L’anno prima, infatti, Micol non c’era ed ora era lì, immagine di vita e di speranza.
E poi c’era Pablo, per il quale tutti quanti avevamo trepidato. Anch’egli era lì, vivace, curioso, mai zitto.
Anche in quel lontano 1984 c’era tutto un piccolo grande mondo che gravitava attorno a noi ed era bello starci in mezzo tra strilli, grida, canzoni e capricci. Per questo anche oggi, dopo altri vent’anni, ho ringraziato il Signore davanti al presepio.

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