Quasi un racconto . . . come prefazione
Ai primi di dicembre di qualche anno fa, suonò al campanello della casa parrocchiale un uomo che non conoscevo. Lo feci entrare ed accomodare.
“Mi manda il parroco di Robecco d’Oglio”, disse. “Le chiede il favore di poter fotografare un quadro che si trova nella sacrestia della sua chiesa. Vorrebbe utilizzare l’immagine per la copertina del numero natalizio del giornale della sua parrocchia.”
Confesso che dovetti fare qualche sforzo per ricordare il dipinto che stava sopra il bancone della sacrestia, sul quale venivano predisposti gli abiti liturgici per le celebrazioni. La chiesa, di cui ero parroco, era ricchissima di affreschi e di tele preziose, opere dei migliori pittori cremonesi del 1500 e del 1600. Mi ricordai però che il quadro rappresentava il Natale di Gesù e quindi appariva comprensibile la richiesta del parroco di Robecco d’Oglio. Accompagnai il mio ospite in sacrestia perché potesse riprendere con la sua macchina fotografica il quadro. Chiesi soltanto, come ero solito fare con tutti, che mi facesse avere una copia delle fotografie.
Rientrai in casa e poiché la curiosità non è solo femmina, avvertii il desiderio di sapere il motivo per il quale il parroco di Robecco avesse proprio scelto quel quadro tra i tanti possibili soggetti natalizi che l’arte pittorica registra. Tra l’altro nella stessa chiesa della parrocchia di cui ero parroco, in una cappella laterale, c’era una grande tela che raffigurava appunto la Natività, di fattura migliore rispetto alla piccola tavola della sacrestia.
Presi il telefono e chiamai il parroco di Robecco. “Perché hai scelto proprio quel soggetto per il numero natalizio del giornale della tua parrocchia?”, gli chiesi.
”Perché quella raffigurazione del Natale è insolita, molto rara”, rispose. “La nascita di Gesù è rappresentata nella prospettiva della sua futura missione e della sua passione e morte. Oltre a Maria e a san Girolamo ( la chiesa era stata affidata per secoli ai Frati Gerolamini da Bianca Maria Visconti), accanto a Gesù c’è Giovanni Battista, che preparerà la sua missione pubblica e lo riconoscerà come il Messia inviato da Dio, e un angelo che reca nelle mani una corona di spine”.
Salutai il parroco, ritornai in chiesa e mi fermai a osservare il dipinto con un’attenzione maggiore di quella che fino ad allora gli avevo dedicato. Era proprio così! La tavola era divisa in due parti: nella parte inferiore Maria, Giuseppe, l’angelo con la corona si spine e Gesù nell’atto di alzarsi aggrappato al pollice della mano di Giovanni Battista; nella parte superiore un angelo che reca un cartiglio con le parole, riferite dal Vangelo, ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli’, e altri angeli che sorreggono la colonna della flagellazione, la lancia che aprì il costato di Gesù e la croce su cui è stato confitto.
Era davvero una rappresentazione insolita del Natale: c’era tutta la dolcezza, l’intimità e l’intensità dei sentimenti con cui il fatto della nascita di Gesù viene solitamente rappresentato ed evocato. C’era, evidente, la sottolineatura della straordinarietà dell’evento che manifesta la gloria di Dio nell’alto dei cieli fattasi carne perché gli uomini, riconoscendosi amati da Dio, abbiano pace.
Ma c’era anche anticipata la missione di Gesù raffigurato come un bambino desideroso di alzarsi e di iniziare le sua attività, che verrà preparata da Giovanni il Battezzatore, e c’erano, anche qui evidenti, precisi rimandi all’epilogo tragico e salvifico della vita di questo bambino: l’amore di Dio per gli uomini fattosi visibile e partecipabile nella carne di un bambino si manifesterà pienamente in una vita incondizionatamente donata fino alla fine, fino alla morte, fino alla morte in croce.
La semplicità, la povertà, la dolcezza e la commozione gioiosa di un inizio da una parte e la tragicità di una fine che viene annunciata fin dalla nascita dall’altra, sono le due anime della composizione. Ma la sofferenza e la morte dolorosa di questo bambino appena nato, richiamate attraverso gli strumenti della passione, vengono prefigurate non nella loro valenza oscura e tragica, ma nel loro esito luminoso e glorioso. Le due parti della tavola sono infatti unite, quasi annodate, dalla scritta tesa tra le mani di un angelo dal volto sereno: “Gloria in altissimis Deo”.
* * * * *
Tutto questo mi ha ricordato la lettura dei racconti che Marmilia Gatti Galasi ha raccolto in questo libro. Mi accorgo che la prefazione si è trasformata quasi in un “Racconto di Natale, a lungo, insistentemente e invano richiestomi nei mesi scorsi. Mi è ritornata in mente quella tavola perché le tessere di cui si compone il mosaico di questo libro riescono a rendere, come quel dipinto, tutte le dimensioni del Natale di Gesù e del Natale degli uomini. Non solamente le atmosfere dolci e serene, la commozione che desta l’inizio di una vita o la gioia dell’intimità familiare, ma anche la durezza e la tragicità della vita. Non solamente i canti gioiosi e le luci colorate che rompono l’oscurità della notte, ma anche il peso della sofferenza e della povertà, il dramma della guerra e della morte.
Come Francesco Pesenti detto il ‘Sabbioneta’, che ha dipinto la tavola nel 1545, o chi l’ha commissionata, ha colto nel Natale di Gesù anche la sua futura missione e, soprattutto, il dramma della sua passione e della sua morte, così i racconti di Natale che compongono questo libro, nel loro insieme, rendono sia la serenità e la gioia che segnano la memoria della nascita di Gesù e la vita degli uomini, sia la sofferenza e la morte che abitano la vicenda di Gesù e il cammino della vita umana.
Non so se questo intreccio sia stato voluto e cercato intenzionalmente. Credo proprio di no. La vita degli uomini è fatta così e il ricordo del natale non può essere disgiunto dalle loro vicende tristi e liete. Così i racconti di questi ‘Natali lontani’ riflettono la gioia per l’inizio di una vita, la fatica del cammino, il dramma della sofferenza e della morte, la speranza che il bene e la vita trionfino.
L’augurio è allora sincero e spontaneo: che, anche grazie alla lettura di questi racconti, si rinnovi per tutti il ‘Miracolo di Natale’. L’amore di Dio, fattosi carne in Gesù di Nazaret, raggiunga la vita di tutti, penetri ed esalti le esperienze gioiose, illumini e rassereni il dramma del dolore e della morte e, soprattutto, apra il cuore di ciascuno alla luce e alla gloria della risurrezione che si accendono presso la povera grotta della Natività, come aurora che annuncia lo splendore del meriggio.
don Cesare
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