n.12 UN TRAGICO NATALE
Un amico è venuto a raccontarmi un suo natale, un tragico natale, vissuto nel 1944. Lo riporto volentieri perché si riferisce ad un periodo tremendo, che ha inciso profondamente nella vita di chi, come me, ha ora i capelli bianchi e ringrazio l’amico che me ne ha voluto parlare, rinnovando paure e dolori.
Egli era stato chiamato alle armi in primavera: aveva diciannove anni e, per l’addestramento, era stato subito inviato in Germania, nella Foresta Nera. Qui fece sei mesi di marce, esercitazioni, studio ed uso di armi sofisticate, con una disciplina “alla tedesca”, troppo in contrasto con la giovinezza un po’ spensierata delle giovani leve italiane.
Tornando in patria, all’inizio dell’autunno, il suo reparto, appartenente alla Divisione Monterosa, fu inviato nella vallata del Taro, con frequenti cambi di sede. I militari vivevano in accampamenti di tende, che montavano e smontavano con molta frequenza.
Era iniziata la stagione fredda e ormai la guerra, per le truppe italo-tedesche, volgeva al peggio. L’amico mi racconta che erano continuamente presi di mira dai partigiani, che conoscevano perfettamente la zona e che, avendo quasi sempre l’appoggio della gente del luogo, potevano ritenersi al sicuro e agire in fretta, ritirandosi poi in rifugi inaccessibili.
“Radio-scarpa”, com’era chiamato il passaggio di bocca in bocca di notizie tra i soldati, trasmetteva di continuo inviti al militari italiani perché lasciassero i loro reparti e, disertando, passassero tra i partigiani, promettendo mare e monti.
La guerra, diceva ancora Radio-scarpa, volgeva al termine, ormai era questione di settimane, se non di giorni, e sarebbe stato lo sfacelo per l’esercito italo-tedesco.
Anche tra le giovani reclute era grande la stanchezza e la sfiducia e capitava, di tanto in tanto, che qualcuno meditasse, o addirittura tentasse di fuggire, pur sapendo che per i disertori c’era sicuramente la fucilazione: era una legge di guerra, alla quale non si poteva sfuggire.
L’amico che mi parla di quei giorni tremendi, mi cita un episodio che ancora lo turba, dopo tanti anni: l’esecuzione di due ragazzi del suo plotone.
Me lo racconta quasi piangendo.
Un giorno di dicembre di quel tragico 1944, già in prossimità del Natale, all’appello, ci si accorse che mancavano due commilitoni. Non si sapeva cosa fosse loro successo, anche se tutti, sotto sotto, sospettavano che fossero fuggiti andando verso casa, oppure raggiungendo i partigiani in montagna.
Le ricerche furono subito organizzate e un paio di giorni dopo essi furono ritrovati, nascosti in un casolare disabitato.
Immediatamente vennero arrestati e portati al Comando.
Tutti tremavano per loro. Si conosceva la sorte che sarebbe loro toccata. Si sperava, almeno, di non essere tra i dieci che sarebbero stati scelti per far parte del plotone di esecuzione.
Si era ormai a Natale. Ognuno sognava l’aria di casa, col presepio preparato vicino al camino e l’alberello coi lumini affacciato alla finestra.
E, invece, ci si trovava lì, tra boschi e monti sconosciuti, dove in ogni anfratto poteva nascondersi un nemico, con quei due compagni portati sulla spianata, legati a due alberi, già con la benda sugli occhi, in attesa che l’ufficiale chiamasse coloro che avrebbero dovuto sparare.
“Dei due ragazzi”, mi racconta l’amico, “uno si divincolava e ci strappava il cuore con le sue grida, l’altro, invece, se ne stava lì, molto remissivo, quasi rassegnato alla sua sorte. Ma fu lui che ci strappò lacrime vere quando lo sentimmo chiamare il comandante della sua squadra, dicendo:
“Sergente Accordini, ciao . . . “
L’ultimo pensiero, l’ultimo saluto. . . . Un ‘ciao’ affettuoso per il suo comandante.
L’amico che mi parla era là, schierato, con la morte nel cuore, in attesa di un cenno dell’ufficiale, che avrebbe voluto non arrivasse mai.
Mi dice:
“Mi tremavano talmente le gambe che pensavo di cadere a terra da un momento all’altro. Tremavano persino le mani e la voce dell’ufficiale che stava leggendo la motivazione della condanna: era il maggiore Faccioli, già comandante della “Disperata” nella campagna d’ Etiopia, un uomo uso alle tragiche vicende della guerra, un uomo severo e forte.
Ad un certo punto, finita la lettura, egli punta il dito e ordina: ‘Tu, tu, tu . . . ‘
Dio mio, quel dito segnava dritto anche verso di me . . . Mi sono sentito svenire e le gambe non mi ressero. L’ufficiale, allora, puntò il dito verso chi mi stava a fianco e il tristissimo compito toccò a lui. Era un mio compagno di tenda, si chiamava Armuzzi ed era mantovano.
Quando venne la sera, un’atmosfera tragica gravava su tutto l’accampamento. Nessuno aveva voglia di parlare e, di sicuro, nessuno di noi avrebbe più tentato la fuga. Nel mio sacco a pelo cercai quella notte di dormire, anche per dimenticare per qualche ora ciò a cui avevamo assistito, ma non vi riuscii. Armuzzi, il mio compagno di tenda, quello chiamato al posto mio a far parte del plotone di esecuzione, continuò a piangere e a singhiozzare per tutta la notte, invocando i nomi dei due soldati fucilati. Io cercavo di calmarlo dicendogli che il suo fucile, forse, era uno di quelli caricati a salve, che, quindi, non era stato lui a ucciderli. Ma egli, singhiozzando, mi rispondeva: -No, no . . . io ho sentito il rimpallo . . . era un proiettile vero . . . -
Ed era Natale! Un ben tragico Natale . . . ! Dopo sessant’anni vorrei riuscire a cancellare quell’episodio dalla mia mente. Ma esso ogni volta ritorna e mi sembra di essere ancora là, mi pare di riviverlo in tutto il suo terrore. E, come vede, non posso fare a meno di parlarne. Avevamo appena vent’anni e già la vita ci segnava così duramente.”
L’amico, che mi autorizza a scrivere il suo nome, tace e ha gli occhi lucidi che guardano lontano.
Anch’io sono commossa e mi asciugo due lacrime di nascosto.
Quel giovane soldato, che non riesce a dimenticare, è il nostro concittadino Angelo Villa, che tutti in paese conoscono: un’ottantenne agile e asciutto, che ancora ama giocare a tennis e che nella vita fa l’avvocato.
domenica 27 gennaio 2008
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