lunedì 28 gennaio 2008

IL CORREDINO ROSA

IL CORREDINO ROSA - Una storia vera.
(Anno 1970)
L’anziana signora Gina Polgatti scese l’ultima rampa di scale del suo caseggiato e si fermò un attimo sul portone, prima di affrontare la nebbia spessa della strada.
Si tirò il pelo del cappotto fin sulla bocca e uscì. Aveva una borsa infilata al braccio e la teneva con molto riguardo . Sperava che suo marito non rientrasse proprio allora: poteva chiederle che cosa teneva in fondo alla borsa.
“E’ un gran buon uomo”, pensava la signora Gina”, peccato che non voglia ammettere che certa gente, per tirarsi un po’ su, abbia bisogno di quel suo vecchio vino robusto, a cui tiene tanto.”
Però, insieme alla bottiglia, quel giorno, aveva anche un corredino rosa che era un amore. E quello era piaciuto anche a suo marito. Tutti e due, infatti, avevano un gran cruccio: la loro casa era troppo vuota senza i figli che avevano desiderato e che non erano mai arrivati. Così, appena ne nasceva uno in una famiglia di povera gente, vi pensavano con un certo senso d’invidia e provavano piacere nel provvedere anche loro a qualcosa.
In quei giorni, appunto, era nata una bimbetta ; la signora Gina non sapeva bene se era la nona o la decima, in una casa di contadini, in una cascina fuori di mano. E quindi, anche se c’era quel nebbione tremendo, bisognava proprio andare, tanto più che la vecchia signora cullava in cuore una segreta speranza: che alla bambina mettessero il suo nome e le chiedessero di far da madrina.
Come le sarebbe piaciuto! A questo pensava camminando svelta sul ciglio erboso della strada.
I rari passanti che incontrava non potevano fare a meno di gridarle:
“Oh, signora Gina, anche oggi in giro? Stia attenta...!”
Aveva una gamba che, col freddo, le faceva male e zoppicava. Ma ci teneva a fare in fretta, perché voleva essere di ritorno prima che facesse buio completo. D’un tratto, però, si sovvenne che da qualche giorno non vedeva la vecchia Carolina. Forse si era messa a letto ed era sola... e chissà se aveva ancora legna per accendere la stufa. Pensò, quindi, di farvi una capatina, proprio il tempo di mettere dentro la testa per darle la buona sera.
Piegò nel vicolo, zoppicando ancora di più sull’acciottolato. L’abitazione di Carolina era costituita da una sola stanza. Bussò e spinse la porta. C’era così buio dentro che, a tutta prima, non vide nulla. Poi dal letto venne la voce della donna:
“O signora Gina, finalmente. .Sono qui sola e ho finito la legna...E pensare che ai miei tempi...”
“Povera me”, pensò la vecchia signora, “ se non la interrompo subito non riuscirò più ad arrivare alla cascina...”
Le spiaceva riconoscerlo, ma le pareva di peccare contro la carità, desiderando solo di far presto per andare a vedere quella piccina appena nata. Eppure era così, c’era poco da fingere. E allora, per castigarsi, portò la sedia accanto al letto e si preparò ad ascoltare con pazienza.
La Carolina si mise a parlare, ansimando, con frequenti colpi di tosse. Ripeteva cose che la signora Gina aveva già sentito decine di volte. Lei stava sulle spine, cercava di interromperla e intanto rabbrividiva: nella stanza la stufa era spenta e c’era solo un mucchietto di legna in un angolo.
“Ma qui avete freddo, aspettate che vi accendo il fuoco...”
“Oh, no, sotto le coperte sto bene... la legna mi servirà per domani...”
“Macché, ora ve lo accendo, poi passerò alla segheria e vi ordinerò un po’ di legna, non preoccupatevi...E poi, tenete....”
Trasse dal fondo della borsa la bottiglia di vino e la pose sul tavolo.
“Domani potrete berne un po’... vi farà bene, vedrete...”
Veramente la bottiglia era destinata alla mamma della piccina appena nata. Ma come si fa, non si poteva lasciare la vecchia Carolina senza un goccio di vino buono.
Poi si tolse i guanti, si levò il cappotto e si accinse ad accendere la stufa. La legna era umidiccia e cominciò a far fumo. Dovette tribolare un po’, costringendosi a non fare le cose in fretta e facendo continuamente dei cenni di assenso alla Carolina, che andava avanti imperterrita a raccontare.
La signora Gina stava sulle spine. Finalmente, con l’aiuto di Dio, riuscì a districarsi, si alzò, salutò, promise di tornare appena possibile e uscì.
La nebbia, fuori, le parve ancora più fitta e il buio stava scendendo al galoppo.
All’angolo della strada c’era l’edicola e il giornale della sera portava titoli cubitali. Al vecchio Domenico sarebbe piaciuto poterlo leggere... Un attimo solo! Comperò il giornale e si propose di mettere dentro la testa (solo la testa!) da Domenico per consegnarglielo.
Ma sulla porta della macelleria, lì vicino, stava la signora Adele:
“Venga, signora Gina, solo un minuto, debbo darle una cosa....”
Come si fa a dire di no... era certo qualcosa che doveva servire ai suoi poveri.
“Guardi che bel pezzo di carne...domani è domenica, cosa dice? Può far comodo a qualcuno...”
Certo, certo, alla mamma di quella piccina appena nata servirà a meraviglia, in sostituzione della bottiglia di vino appena data alla Carolina...
Ma naturalmente anche la signora Adele aveva qualcosa da dire... Non si poteva correre via come un ladro! Così la signora Gina perse un altro po’ di tempo.
La casa di Domenico era proprio lì a due passi. Mise dentro la testa e tese il giornale.
“Ecco le ultime notizie, Menico. Avrete da leggere per un po’”.
La gioia che gli lesse negli occhi la compensò del tempo perduto.
“Mi accenda la luce, signora Gina: di solito me la accende mia figlia, quando mi porta la cena, pane e latte, latte e pane, non c’è molto da divertirsi...E tanta grazia che c’è quello...sa, mia figlia fa fatica anche lei, poveretta. Intanto che aspetto leggo un po’....Mi piace leggere il giornale, sa...”
Il pezzo di carne in fondo alla borsa le pesava, ora, come fosse di piombo. Chiese mentalmente perdono a Dio se aveva cercato di tenerlo nascosto a Menico e lo trasse da sotto il corredino.
“Ecco, tenete. Domani potrete avere un buon brodo e un pezzo di lesso che deve essere una meraviglia..."
Così anche la carne se n’era andata, ma ora non avrebbe più avuto intoppi e avrebbe raggiunto la cascina. Temeva che il battesimo si facesse l’indomani e si sa come vanno le cose nelle case dei contadini con molti figli: all’ultimo momento, a far da madrina si manda la più alta delle sorelle...e lei...
Meglio non pensarci e camminare.
Ma alla periferia del paese c’era ancora la sosta alla segheria per ordinare la legna promessa alla vecchia Carolina. Ma avrebbe fatto presto, bastavano due parole.
In casa c’era il proprietario, il signor Zucchelli, un uomo di gran cuore, che cominciò a parlare degli acquisti che la povera gente faceva ai primi freddi.
”Una cosa che fa pena... un quintale, o anche meno, per volta... e a credito. Quando vedo che comprano col contagocce e sempre senza un centesimo, penso che ci sia ancora tanta miseria in giro. Anzi, se non disturbo troppo, vorrei sottoporle alcuni nomi. Conosco poco la gente di qui, ma se ci fosse veramente bisogno, darei volentieri una mano.”
Si poteva dire di no?
Così la signora Gina lo seguì nello studio e cominciò a far passare bollette su bollette. Lei parlava e lui scriveva “saldato”, “saldato”, “saldato”....
Alla signora Gina si apriva il cuore per la felicità e quasi dimenticò che fuori il buio stava scendendo.
Quando uscì i lampioni erano già accesi. La nebbia cadeva giù dall’alto con folate cattive.
La strada per andare alla cascina correva in mezzo ai campi, tra due rogge e non aveva illuminazione.
Era assurdo, ormai, tentare di raggiungerla.
Tristemente, col suo corredino rosa pieno di nastri e di fiocchi, fece ritorno a casa.
L’ indomani telefonò al parroco e chiese della piccina che le stava tanto a cuore.
“Non lo sa? L’abbiamo battezzata stamattina. L’han chiamata Ornella... Un bel nome, vero?”
La signora Gina restò senza parole, depose il telefono e sentì una gran voglia di piangere.

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