domenica 27 gennaio 2008

NATALE DI POVERTA'

n.20 NATALE DI POVERTA’

Giuseppe Trezza, ora cinquantenne, era un bambino delle mie scuole. Adesso ha una ditta sua con venticinque operai alle dipendenze. Ma, come al solito, io, i ragazzini di allora non li riconosco più.
Lo incontro un giorno in un gruppo di amici. Qualcuno mi chiede:
“Che libro ci sta preparando quest’anno?”
Ridendo, rispondo:
“Questo è proprio l’ultimo: saranno ricordi di natali lontani”.
Dice Giuseppe:
“Io ho un ricordo preciso nella mente: un tristissimo natale di quando ero bambino.”
“Me lo vuoi raccontare?” gli chiedo, “Vieni, ti aspetto.”
Così Giuseppe Trezza è venuto.
E’ stato bello ascoltarlo e il quadro che mi ha dipinto fa tristezza e tenerezza insieme: vedo tre bambini, la sera della vigilia, alla finestra, col nasino sui vetri che guardano verso la strada nel buio che sta calando.
Aspettano il babbo. La mamma aveva detto:
“Se arriva camminando a capo basso, non ci saranno né panettone, né regali. Se, invece, lo vedete arrivare a testa alta, allora sì, il panettone di Natale ci sarà sicuramente”.
I tre bambini non staccano un momento gli occhi dalla strada, dove le lampade son già tutte accese.
“Eccolo!” grida ad un tratto Angelo, il più grande.
“Com’è?” chiede la mamma che sta preparando la cena.
“Oh, Signore!” esclamano insieme i tre fratellini.
“Ha la testa bassa, mamma!” dice Vanna costernata.
“E allora rassegnatevi, dovrete accontentarvi della polenta. Niente panettone neppure quest’anno”.
La mamma ha la voce stanca, ma lei già lo immaginava.
Il padre faceva l’operaio a Milano. Partiva la mattina all’alba con la corriera e rientrava la sera. Ma già due volte la ditta in cui aveva trovato lavoro, era fallita e gli operai erano rimasti senza paga.
Ogni tanto, però, si trovava qualcosa da fare, ma per il pagamento si doveva sempre attendere e sperare. Quel giorno egli era partito per Milano convinto di riuscire a incassare almeno in parte ciò che gli spettava.
“Se va bene vi compro un bel panettone”, aveva detto al mattino.
Ma, evidentemente, qualcosa non aveva funzionato ed ora egli tornava camminando a testa bassa.
Giuseppe mi rifà un po’ la storia di quegli anni difficili:
“La nostra famiglia era una di quelle che, tra gli anni’40 e ’50, abitavano in Castello. Noi eravamo sul lato ovest, vicino alla torre che anni prima era crollata, di fronte al ‘Cantusel’. Avevamo uno stanzone diviso da tramezze di cartone e masonite, con pochi arredi, tutti di fortuna. Una casa povera, ma tutti, allora, in quel Castello, erano poveri.
Poi, attorno al 1954, il Comune fece costruire le prime case popolari sulla strada verso Cascine e ce ne fu assegnata una. Noi eravamo al pianterreno, la zia Lina, sorella della mamma, con le figlie Letizia e Rosetta, stava al primo piano. La zia Lina, avendo perduto il marito in un incidente sul lavoro, si era vista assegnare una pensione che le permetteva di vivere. Era lei che ci aiutava nei momenti in cui il babbo era disoccupato.
Quella casa popolare ci pareva un piccolo paradiso, con pareti in muratura, finestre con persiane, acqua e servizi in casa, non più in comune con le altre famiglie giù in cortile. Ma se il babbo non riusciva a lavorare era un guaio.
Ricordo che, dopo le vacanze di natale, i miei compagni, figli di dipendenti dell’Enel, portavano a scuola le prime macchinine radio-comandate, regalo della ditta. Io, invece, avevo solo un’automobilina di latta fatta in azienda dal papà.”
Giuseppe racconta e racconta, commosso:
“Non mi vergogno di quella nostra povertà. Siamo cresciuti circondati d’amore, anche se il panettone non c’era, anche se il babbo tornava spesso a testa bassa. C’era sempre qualcuno che ci dava una mano. Ricordo lo zio Brambati, per esempio, che era impiegato comunale a Zelo. Era un gradino più su di noi, o forse due o tre gradini più su, perciò a Natale ci portava sempre qualcosa, arance, fichi secchi, biscotti, qualche torroncino al cioccolato . . . “
“E il presepio? Lo facevate il presepio in via Castello?” gli chiedo.
“No, mai. La mamma preferiva le cose di prima necessità e quando le si domandava di poter fare il presepio, rispondeva: - Le statuine si son rotte durante il trasloco -. E io mi chiedevo perplesso: - Ma come? Se in Castello non lo facevamo mai il presepio, dov’erano quelle statuine? - Quella era sicuramente un piccola bugia della mamma per non dover ammettere che i soldi bastavano solo per il pane. Figurarsi per le statuine . . . “
Giuseppe ricorda anche un altro particolare di quella vita nei primi anni ’50:
“Quando venne l’ordine di liberare lo stanzone in Castello perché ci era stata assegnata una casa, i miei genitori trasportarono con un carrettino a mano le misere cose che avevamo, qualche sedia, un tavolo, i letti e poco altro. Allora il babbo lavorava, ma non riusciva mai a mettere da parte abbastanza per acquistare quello che ci mancava. La casa era nuova, ma spoglia.
Un giorno egli confidò le sue preoccupazioni ad un collega, un certo Fassini, brianzolo, il quale ne parlò al datore di lavoro, che si commosse e chiamò il babbo per fargli una proposta: - Io ti anticipo tutto l’importo che ti occorre, tu mi restituisci un tanto al mese. Ti offro anche di fare tutto il lavoro straordinario che vorrai. Farai più presto a saldare il debito. - Un gesto imprevedibile. Quel suo datore di lavoro si chiamava Anelli ed era di Milano e noi, non abbiamo mai dimenticato il suo nome e la sua generosità.”
Giuseppe ora è orgoglioso della sua bella famiglia e della sua ditta.
“Peccato che né mio padre, né mia madre siano vissuti tanto da vedere e da gioirne. Ora, a Natale, il panettone non manca più e i miei figli possono studiare: Marianna frequenta l’Università e Riccardo si sta specializzando in informatica. Cose che a me, allora, non furono permesse.”
“Ma quanta strada”, aggiungo io, “ha fatto quel bambino che la sera della vigilia di tanti anni fa, stava col nasino schiacciato contro il vetro in attesa del babbo, sperando che arrivasse camminando a testa alta! Vedi? Anche i dolori e le delusioni servono nella vita. E tu ne sei la prova!”
Ora Giuseppe cammina sempre a testa alta e vorrebbe che suo padre lo vedesse.
“Ti vede, ti vede,” gli dico, “non dubitare! Ed è certamente orgoglioso di te!”
Complimenti, Giuseppe e buon Natale!”

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