domenica 27 gennaio 2008

IL CEPPO DI NATALE

n.11 IL CEPPO DI NATALE

Ricordo il Natale del 1944.
Noi eravamo un gruppo di amici, giovani, pieni di idee e di slanci generosi.
La situazione nel nostro paese era triste: tanta gente al fronte, tanto gelo, tanta difficoltà nel procurarci cibo, indumenti caldi e legna per accendere il fuoco nei camini.
Inoltre erano arrivati da poco i profughi di Cassino e della zona di Frosinone.
La linea di combattimento aveva ormai raggiunto le loro case. Interi paesi venivano distrutti dalle cannonate da terra e dai bombardamenti dal cielo. Non c’era più scampo per loro, restare significava morire.
Famiglie intere erano state caricate su autocarri militari e su lunghe tradotte e trasportate al nord.
Era tutta povera gente, più povera di noi. Si trattava quasi sempre di donne, vecchi e bambini, poiché gli uomini validi erano sotto le armi.
Le autorità locali li avevano sistemati in case vuote, disabitate magari da anni, o presso famiglie che avevano qualche stanza libera, oppure in rustici riadattati alla meglio. Era mancato il tempo per rimetterli in sesto.
Solitamente gli ‘sfollati’, come erano chiamati, non avevano altro che quello che erano riusciti a mettersi addosso o a infilare in una valigia.
E quanti bambini c’erano!
Ricordo ancora i loro visetti spauriti, sempre col moccio al naso, non abituati al nostro rigido clima. E come tossivano negli abitini leggeri.
Il paese, in genere, si era mobilitato, ma c’era anche chi li guardava con diffidenza.
Si preparava per loro un inverno di sofferenza.
Così a noi ragazzi, una mezza dozzina di amici per la pelle, venne l’idea di dar loro una mano, al di fuori degli interventi, più o meno rapidi, che le autorità locali si ripromettevano di mettere in atto.
Si era a dicembre iniziato, il Natale era ormai prossimo: che cosa si poteva organizzare, concretamente, subito?
Quella povera gente era più misera della sacra Famiglia nella grotta di Betlemme. Dovevamo riuscire a dar loro, almeno a Natale, il calore di un camino acceso.
Ne discutemmo tra di noi e trovammo la soluzione.
La nostra era un’idea un po’ pazza, che gli adulti ci avrebbero certo sconsigliato. Ma il nostro entusiasmo era alle stelle e ciò che avevamo ideato ci pareva bellissimo. Decidemmo di passare subito all’azione, senza dir niente ad alcuno.
Mancava una settimana a Natale, avremmo dovuto giungere in tempo, ma bisognava affrettarsi. Organizzammo, quindi, la nostra “Settimana del ceppo”.
Chi di noi sapeva usare matite e pastelli preparò sopra grandi cartelloni disegni con camini, ceppi ardenti e fuochi accesi e sotto ci scrisse: -Diamo un ceppo ai nostri sfollati-.
Riempimmo di cartelloni le strade del paese, incollandoli alla sera, di nascosto, nei luoghi più in vista. Ne mettemmo uno anche sulla porta della chiesa, ma qualcuno ce lo strappò appena dopo la Messa prima.
Poi ci procurammo un carretto e un asino e partimmo, infagottati in sciarpe e scialli, verso i cascinali sparsi nella campagna.
A tutti chiedevamo la carità di un po’ di legna: cos’era un ceppo per loro?
La legnaia dei contadini, in genere, non ne era mai priva. E un pezzo o due, o magari tre, o magari un sacco pieno dato a noi, non potevano certo danneggiarli molto.
Così pensavamo.
Ma, a dire il vero, incontrammo parecchie difficoltà, un po’ dovute al freddo, ai viottoli di campagna dalle profonde carraie gelate, alle mani che ci dolevano maneggiando pezzi di legno ruvidi e pesanti e all’asino, non uso alla nostra guida, che faceva le bizze.
Inoltre la gente, qualche volta, ci guardava male: eravamo troppo giovani, non ci conoscevano e qualcuno non si fidava della nostra iniziativa: la legna serviva a tutti, era preziosa. Chi assicurava che essa sarebbe andata proprio agli sfollati?
Eppure, nonostante tutto, ne raccogliemmo alcuni carretti, camminando per ore ed ore, dal mattino fino al tramonto, dandoci il cambio nell’affrontare la gente e nel bussare alle porte.
La raccolta del ceppo non si era mai sentita nominare, dicevano i più. C’era stata la raccolta dell’oro ai tempi della guerra di Abissinia, quando tutte le spose avevano offerto l’anello nuziale alla Patria; poi c’era stata quella del rame e del bronzo ed erano state consegnate pentole e campane per farne armi da guerra e poi quella della lana per confezionare calze e giubbotti per i nostri soldati in Russia. Ma una raccolta della legna non si era mai sentita. Cos’era questa novità?
La diffidenza della gente ci faceva più male del freddo, più dei geloni sulle mani, più della stanchezza per il tanto camminare a piedi.
Ma alla fine della settimana il mucchio di legna, che ci avevano dato il permesso di scaricare, di volta in volta, nel cortiletto del Municipio, era così cresciuto che anche le autorità venivano a vederlo stupite e lusingate.
Alla Vigilia di Natale potemmo così organizzare la nostra distribuzione.
Ci procurammo sacchi, carrettini a mano e carriole e cominciammo a riempirli per bene, maneggiando per l’ennesima volta quei pezzi di legna ruvidi e pesanti e andammo casa per casa a portarli, là dove sapevamo che gli sfollati erano alloggiati.
Alcuni di loro vennero a darci una mano, risparmiandoci i viaggi ed aiutandoci a riempire i sacchi.
Ma anche questa operazione, che avrebbe dovuto essere piacevole e gratificante, si trasformò improvvisamente in un’avventura pericolosa.
Era successo che sui binari della stazione ferroviaria si era fermato un lungo treno-merci che non riusciva a proseguire, dato che il ponte, appena un poco più in là, non era ancora stato riparato dopo l’ultimo bombardamento.
Inoltre quella mattina gli aerei erano tornati e, con un rapido giro in picchiata, avevano mitragliato il treno, che era risultato carico di munizioni.
Una volta colpito un vagone, si iniziò così una vera girandola di fuoco con un susseguirsi ininterrotto di scoppi.
Gli spezzoni roventi, che partivano dai carri colpiti, venivano proiettati tutto intorno e innescavano altri scoppi.
Il treno era molto lungo e i carri di coda giungevano quasi a ridosso del paese. Così, ad un certo punto, quando anch’essi cominciarono a incendiarsi, piovve sulle prime case una grandinata di schegge.
Qualcuna cominciò a scendere, fischiando, anche nel cortiletto del Municipio. Diventava pericoloso stare all’aperto.
Ma noi cosa si poteva fare? Lasciare lì abbandonato il nostro bel mucchio di legna proprio la vigilia di Natale? Sarebbe stato il fallimento della nostra iniziativa, che era quella di dare un ceppo ed un bel camino acceso e scoppiettante ad ogni sfollato.
Così continuammo imperterriti a riempire sacchi e a trascinare carriole e carrettini, sempre con l’orecchio teso ai sibili che annunciavano l’arrivo delle schegge roventi.
Fu certo una bella soddisfazione quando vedemmo l’ultimo pezzo di legna sparire dentro l’ultimo sacco! Era la Vigilia di Natale e c’era la guerra, non c’era proprio motivo per essere felici, ma quando il cortiletto del Municipio si svuotò, mentre scendevano le prime ombre della sera, anche le scintille e le schegge infuocate che arrivavano dalla ferrovia, ci parvero stelle belle da vedere e nei nostri cuori c’era tanta felicità.

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